Domenico Meo, Personaggio Almosaviano di Fuoco

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 a cura di Enzo C. Delli Quadri

Finora abbiamo dato spazio a personaggi famosissimi che hanno onorato la terra almosaviana, nei tempi passati. Personaggi che resteranno in eterno nella memoria di tutti, per quel che hanno fatto, per quel che hanno detto e per quel che hanno lasciato, in eredità, alle generazioni future.

Io penso che occorra fare luce, e lasciare che il fascio di luce li avvolga, anche su  personaggi viventi che, a dispetto di difficoltà e incomprensioni, a costo di sacrifici personali non descrivibili, lasciano una traccia indelebile nella memoria almosaviana (L’ALMOSAVA non è altro che l’ALTO MOLISE SANGRO VASTESE ovvero DIOCESI DI TRIVENTO ovvero ALTO SANNIO).

Comincio da una persona che emerge, prepotentemente, nello scenario delle nostre montagne. Si tratta di Domenico Meo, persona dall’aspetto normale, semplice, sotto il quale si nascondono una forza, una passione e un amore, tali da dare vita ad un vero e proprio Fuoco Sacro, da cui sono scaturite opere che resteranno, per sempre, nella storia del suo e nostro territorio. Non a caso le sue opere maggiori hanno a riferimento il Fuoco, accompagnato da componimenti poetici di rara espressione nostalgica.

A queste sue opere si aggiunge il monumentale Vocabolario del dialetto di Agnone, con il quale, Domenico Meo permette a  Giambattista Faralli, storico e studioso degli idiomi, di poter affermare “Entro il panorama regionale dei dialetti quello agnonese possiede una sua indiscutibile peculiarità, oltre che una lunga storia. Essa consiste nella non dipendenza dall’egemonia del dialetto napoletano, imperante in tutto il basso Molise, a partire dal capoluogo, e nell’area venafrana.


Domenico Meo,
nato a Castelguidone nel 1961, vive ad Agnone dal 1963. Riti, tradizioni, lingua dialettale, teatro popolare e musica folclorica sono le espressioni che coltiva da circa venticinque anni. Appassionanti ricerche lo hanno visto impegnato soprattutto su due temi: il dialetto e i rituali del fuoco. Oltre ad una decennale attività radiofonica ha preso parte a diverse trasmissioni televisive. Ha vinto vari premi di poesie dialettali e alcune sue composizioni sono incluse in letterature dialettali italiane e molisane.

 

Tra le sue pubblicazioni:

Pə tuttə ci steà . . . améurə, Agnone 1984;
Səndəmiéndə də chéurə, Agnone 1986;
Le ndòcce di Agnone – I fuochi della Vigilia di Natale, Edizioni Enne di Campobasso 1996;
Le feste di Agnone (Culti, riti e tradizioni), Edizioni Palladino di Campobasso Campobasso 2001;
Vocabolario del dialetto di Agnone con CD-Rom, Isernia 2003.
Riti e feste del fuoco. Falò e torce cerimoniali in Molise, Cerro al Volturno, 2008. Edizioni Volturnia

.

Pə tuttə ci steà . . . améurə

In questa opera l’attenzione è riservata a quei temi di vita, che spesso sono segno tangibile di umana sofferenza: dall’emigrazione alla mancanza di lavoro, da un matrimonio sbagliato al povero anziano costretto all’ospizio, dal terremoto alla triste realtà degli handicappati.

 

Pujesójja

 […] Jójje scarìufe e la vócca dètta
e tìuue
, pujesójja, vé lètta. […]

Poesia

[…] Io scavo e la bocca detta
e tu poesia, vieni letta. […]

 

 

Səndəmiéndə də chéurə – Prima parte – I sentimenti.

« La felecetà é fatta di sendemiénde » . . .

In questa parte dell’opera vengono esaltati le sensazioni e i sentimenti provati dalla gente comune: dal povero lavoratore stremato nella fatica dei campi, alla donna di malaffare, beffa o burla dell’intero paese e del suo stesso destino, dal ragazzo accecato dall’amore per la propria fanciulla, ai giovani felici nel giorno di festa popolare.

 La cundendézza de la vójta
[. . .]
Pènza: a chi sòffre,
a chi scta suóle, pènza all’èldre. [. . .]
Te n’adduóne ca la cundəndézza
te égne ru chéure
.
È la tajja.
É chélla che sci deàta all’èldre.

La gioia della vita
[. . .]
Pensa: a chi soffre,
a chi sta solo, pensa agli altri.
Ti accorgi che la gioia ti riempie il cuore.
È tua.
È  quella che hai dato agli altri.

Səndəmiéndə də chéurəSeconda parte – La natura.

In questa seconda parte è riportata una serie di splendidi componimenti che raccolgono le impressioni di tutta un’esistenza. Domenico Meo osserva ogni quadretto di vita, descrivendolo con un’insolita obiettività, quasi fosse un fotografo intento a ritrarre un paesaggio montano.

 Nuvjémbre
[…]
Ciéle grigge, tèrra nàjra:
triscte é Nuviémbre. [. . .]
Álla Madonna le Grazje,
la pascturèlla.
Néngue.
T’abbiélle ru sapéure de Nateàle.

Novembre
[…]
Cielo grigio, terra nera:
triste è Novembre.
Alla Madonna delle Grazie,
la pastorale.
Nevica.
Gusti il sapore di Natale.

 


Le ndòcce di Agnone – I fuochi della Vigilia di Natale

Nessuno, credo, può ignorare l’emozione speciale che le crepitanti e vigorose fiamme delle ndòcce sono in grado di offrirci. La Vigilia di Natale,  si resta a lungo ipnotizzati dalle danze incredibili che le lingue di fuoco sanno inscenare in modo sempre diverso. C’è un ritmo, una musica delle fiamme, che ha una proprietà incantatrice, fascinatrice, avvolgente.Il più grande rito del fuoco al mondo

La ndòccia è cosa antica … dicono i contadini di Agnone, intenti alla costruzione.

Al di là della sua spettacolarità, la ‘Ndocciata (sfilata di torce) di Agnone è una festa tradizionale, permeata di religiosità popolare, che è rimasta sostanzialmente invariata malgrado il disfacimento della società agro-pastorale che l’aveva prodotta.

É la veìrja (la vigilia di Natale). All’imbrunire, quando “sferra” il campanone di Sant’Antonio i protagonisti, radunati dal pomeriggio nella periferia nord di Agnone, accendono le 1000  ‘ndòcce e s’incamminano lungo il corso principale che diventa simile ad un gigantesco fiume di fuoco. La sua fiamma esprime una purezza e una tensione creativa che necessitano di periodiche conferme, di rituali re-inizi, di una re-installazione fra gli uomini, che sia continua eppure sempre nuova, sempre giovane. La fiamma non deve mai avere il sapore del vec­chio, del passato e deve sempre essere associata a una nascita, all’idea dell’origine, all’attesa del futuro.


Le feste di Agnone
(Culti, riti e tradizioni),

Agnone è probabilmente il paese molisano che meglio riesce a custodire e valorizzare il proprio patrimonio festivo. Ne sono dimostrazione note celebrazioni fra cui eccelle la ‘Ndocciata natalizia … e, ancora, 50 ricorrenze cicliche e calendariali più importati della tradizione agnonese, dal Capodanno al San Silvestro, secondo lo svolgimento dei mesi e delle stagioni.

 

 

 


Vocabolario del dialetto di Agnone

300 pagine, 5.000 vocaboli, per ogni vocabolo la trascrizione fonetica con simboli dell’Alfabeto Fonetico Internazionale, 5.000 sinonimi, 5.000 proverbi, frasi e modi di dire, 500 termini di botanica, 100 nomi di persona (i più tipici), 7 Tavole di toponomastica dell’agro di Agnone, con quadri di unione e 300 località. E poi: tradizioni popolari, usi, riti, credenze, ricordi, ricette gastronomiche, rimedi di medicina popolare, filastrocche, cantilene, giochi popolari, misure locali, feste, chiese, poesie, canti popolari, notizie utili, cenni storici

Nicola Mastronardiil giudizio di uno studioso: Giambattista Faralli.

“Il dialetto è una “lingua” a tutti gli effetti: la popolazione che ha dimenticato o perso la sua lingua/dialetto, che non ne conserva testimonianze autentiche, è una popolazione che ha perso la sua identità. Ovvero, non esiste più, o forse non è mai esistita”.

E’ tagliente ed efficace l’espressione di Giambattista Faralli tratta da una intervista di alcune settimane fa. Lo storico e studioso degli idiomi molisani teneva a mettere in evidenza l’importanza dello studio delle lingue dialettali commentando positivamente in anteprima il lavoro di Domenico Meo. Accanto ai giudizi ampiamente positivi anche la scoperta, per gli stessi agnonesi, di una sorta di primato del dialetto di Agnone nell’ambito molisano ed extraregionale.

“Sono stato particolarmente lieto di scrivere la prefazione del Vocabolario di Meo – ha detto tra l’altro Faralli – scrupoloso ed attentissimo ricercatore della lingua dialettale parlata e scritta”.

“E’ vitale che una comunità – continuava lo studioso – possa  recuperare, attualizzare, testimoniare l’esistenza di se stessa mediante la sua lingua, persa la quale avrà perduto tutto: la sua “anima”, soprattutto”.

Nel suo intervento Faralli teneva a sottolineare anche la particolarità dell’oggetto studiato da Meo: l’idioma agnonese.

“Entro il panorama regionale dei dialetti quello agnonese possiede una sua indiscutibile peculiarità, oltre che una lunga storia. Essa consiste nella non dipendenza dall’egemonia del dialetto napoletano, imperante in tutto il basso Molise, a partire dal capoluogo, e nell’area venafrana: se fosse possibile parlare di una “molisanità dialettale”, oserei dire che essa si concentra su Agnone e in aree interne contigue. Una area linguistica tra le più complesse, assolutamente lontana dunque dai modelli campani (napoletani o beneventani) entro i quali con molta approssimazione e poca scienza viene inquadrato il cosiddetto ‘dialetto molisano’ che in realtà non esiste in quanto tale”.

“Sicuramente perciò l’eloquio dialettale di Agnone merita un primariato difficilmente discutibile, anche oltre i confini della nostra regione. E questo primariato si riconferma con il lavoro di scavo, scalpello, bulino e ‘sentimento’ effettuato da Domenico MEO, al quale va, sempre più consolidata, la mia personale stima”.

 


Riti e feste del fuoco. Falò e torce cerimoniali in Molise

Il calendario dell’anno è caratterizzato dal susseguirsi di feste cicliche e calendariali che continuano ad essere solennizzate con ossequio e devozione… …  uno studio accurato sui cerimoniali del “fuoco”..

La gente alto-molisana figlia della civiltà agro-pastorale e transumante, nonostante l’incalzante processo di adeguamento ad un modello dominante, conserva pressoché intatte, usanze e memorie del passato. Il calendario dell’anno è caratterizzato dal susseguirsi di feste cicliche e calendariali che continuano ad essere solennizzate con devozione.

(Ida di Ianni). Le feste vanno da quella di Sant’Antonio Abate e di Sant’Antonio di Padova; a quelle connesse ai festeggiamenti del Carnevale; ai falò accesi per le celebrazioni della Settimana santa; ai tanti fuochi ancora incendiati per San Giorgio, San Giovanni, Sant’Anna, per arrivare alle grandi manifestazioni natalizie, testimoniate ancora oggi in Molise da incendi grandiosi di fuochi in particolare ad Agnone (La Ndocciata) e ad Oratino (La Faglia), ma anche in moltissime altre minuscole realtà regionali, ove purtroppo il graduale spopolamento tende a cancellare ogni forma di aggregazione ed espressione tradizionale. Fuochi che accolgono l’inizio del nuovo anno, fuochi che sono il segno di una continuità ideale con un passato ancestrale, che ha forti addentellati nel paganesimo ma che il cristianesimo, nella sua forte valenza, ha assorbito ed associato a festività in onore di santi, la cui venerazione – Sant’Antonio Abate e di Padova per esempio, spesso confusi – è ancora molto sentita nel territorio. Falò che in varie forme e dimensioni, in espressioni singole, nelle piazze principali, o parcellizzate nei tanti borghi e contrade che connotano quasi ogni comune molisano, si accendono ad opera di volontari, che hanno provveduto anche a raccogliere la legna necessaria, di solito nella notte che precede i festeggiamenti del santo e che illuminano le tenebre nel significato simbolico della vita che, nel suo consumarsi, si rinnova e rigenera. Riti di propiziazione e di fecondità nel desiderio tutto umano di fertilità dei campi e di benessere per le comunità: ieri più di oggi, quando invece le grandi manifestazioni legate al fuoco si sono per lo più ridotte a momenti di conviviale intorno ai falò (occasione per arrosti di carne sulle braci residue e libagioni di vino) e ad elementi di attrazione turistica.

2 Commenti

  1. Che bellezza! Davvero, un cuore nobile e, ripeto, solo con la lingua madre si riesce a far capire al meglio ciò che si vuole intendere.

  2. Non conosco di persona Domenico, ma ne ho sempre sentito parlare e appezzo molto il suo lavoro di ricercatore delle tradizioni.

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