Divenni prepotentemente suonatore di zampogna

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di Antonio Serafini

Antonio Serafini in concerto

Figlio di emigrati abruzzesi a Varese, in Lombardia, soprattutto in estate tornavo regolarmente al paese nativo, Carunchio, dove condividevo la mia vita con la mia nonna paterna e le scorribande per il paese. Ho continuato a tornare e torno a Carunchio, spinto da un sentimento di appartenenza non solo legata agli affetti ma anche al territorio, tradizioni, radici profondeche sono la linfa della mia “abruzzesità” e che, anni fa, ad un certo punto della mia vita, mi spinsero a suonare la zampogna. Senza annoiare con riferimenti a saggi musicologici sulla zampogna, spero di coinvolgervi sulle circostanze e lo stato d’animo che fecero di me uno zampognaro. Innanzitutto, credo fortemente di essere nato “zampognaro“, ovvero di avere questa predisposizione congenita.

Ho ricordi della mia infanzia indelebili:  …..la nonna Concetta che mi chiamava “Antonio ci sono gli zampognari ..andiamo !! e si andava in piazza , ad ascoltarli e vederli. La memoria confonde le immagini di oggi con quelle di un tempo; è il suono, l’evento, l’epifania emotiva che rimane. Solo dopo molti anni capii il senso di quelle “suonate“ e il perché di quel girovagare nel paese. È vero, gli zampognari venivano anche a Varese; e mi è capitato più di una volta di incontrarli e di parlare con loro. Mi sono stupito un giorno di sapere che a pochi chilometri da casa mia, a Castiglione Olona, viveva un anziano di Castelnuovo al Volturno, zampognaro di vecchia data, con il quale ho condiviso tante storie.

A volte, quando suono questo strumento   vedo i bambini che hanno un volto meravigliato, gli occhi stupiti e le menti rapite dal suono della zampogna e dalla figura dello zampognaro; di riflesso penso: “probabilmente anche io ero così …fulminato sulla Via di Damasco”. Una rivelazione!!

Non so chi erano gli zampognari che venivano a Carunchio e da dove venivano; parliamo degli anni ’60 – ’70, probabilmente suonatori tradizionali che facevano la questua. Poco importa. Quello che importava era il loro passaggio, il sentire comune, l’identità territoriale che si esprimeva anche in questa bellissima arte. Nell’animo di un bambino, figlio di un territorio da molte generazioni c’era una traccia, un segnale che andava solo risvegliato. E questo non si può spiegare se non con un po’ di poesia e di magia.

Crescendo e vivendo poi in una città vicino a Milano , e proseguendo i miei studi musicali al Conservatorio di Milano sono entrato in contatto tra l’altro con una realtà musicale il “Folk revival“ che mi ha spianato la strada verso l’interesse e la passione per il mondo delle cornamuse. Ovvero l’interesse per la musicologia, per la ricerca. Seconda rivelazione!! Chi ha fatto ricerca nel territorio abruzzese sa quante discriminanti hanno pesato sulla cultura zampognara regionale.

A questo punto, quindi, il desiderio più grande fu, allora, di ritornare al paese “da zampognaro“. Negli anni ’70 non esisteva internet e comunicare era molto complesso. Da Carunchio partivo con qualsiasi mezzo per raggiungere i luoghi dove la zampogna era ancora suonata e costruita! Raggiungevo Scapoli Amatrice , San Polo Matese …etc.  con i mezzi pubblici, vere avventure.  Sapevo quando partivo ma non sapevo quando ritornavo. Mia nonna mi vedeva partire e mi chiedeva “dove vai”? “Nonna è troppo difficile da spiegare , stai tranquilla che torno”. Un giorno mi vide arrivare con un sacco di tela di quelli che si usano per il grano e dentro c’era la mia prima zampogna, una zampogna a chiave “25“di Gerardo Guatieri. Ance rigorosamente in canna; la sacca: pneumatico da gomma! Quanta colla ho usato per sigillare i bordi della sacca. Chi ha conosciuto queste zampogne negli anni ’70 può capire le enormi difficoltà e i momenti di sconforto. Così come potevo capire i vicini di casa e la povera nonna Concetta , straziati dai tentativi di far emettere  dalla zampogna suoni che fossero degni di questo nome.  Ore e ore di torture …mia nonna che ogni tanto mi chiamava “Antonio ..ma non ti fanno male le mani !! Arepusete!

Antonio Serafini in campagna

A volte andavo in campagna, mi sembrava che suonare all’aperto, sotto gli olivi, ma senza le pecore, mi donasse un aspetto ancor più zampognaro! Se non fosse che andavo a piedi fino alla campagna del nonno, parecchi chilometri, suonavo e ritornavo a piedi, tranne qualche volta quando scroccavo un passaggio da qualche paesano che immancabilmente mi chiedeva “ma che ci sei andato a fare in campagna?  “…..ma niente una passeggiata!” “…e che hai dentro la borsa?”  “…. niente…. qualche libro!”Eh si , perché i miei paesani sapevano che qualche cosa accadeva tra le mura della casa di mia nonna, ma parlare di zampogna mi metteva a disagio. Questo desiderio di suonare la zampogna non è mai stato dettato da una forma di ego ma dal  bisogno di affermare una tradizione e la sua continuità in un territorio che aveva dimenticato.

Ad un certo punto uscii allo scoperto, un Natale di molti anni fa a Carunchio, forse avevo venti anni …con alcuni miei amici organizzammo una questua natalizia, zampogna fisarmonica e un diluvio di percussioni. Casa per casa ci facevamo le nostre suonate …; di quella sera protrattasi fino a note inoltrata, ricordo i canti, i balli, le grandi bevute e i postumi dell’alcool. E i muscoli delle guance che non ce la facevano più a controllare l’insufflatore. Che la zampogna fosse intonata o meno non ho memoria e tanto meno del repertorio, improvvisato! A quei tempi tutta la tecnica consisteva nelle due cadenze di Sol e Re.

Certo non tutti i paesani hanno capito o capivano questa operazione, del resto anche mio padre non capiva, per lui la zampogna era legata ad un sentimento di miseria, di povertà e quindi vista con sospetto se non con disprezzo. Si vorrebbe che tutti provino la tua stessa passione che condividano i tuoi interessi, non è così. Reintrodurre o introdurre uno strumento come la zampogna in un contesto che ha chiuso con il passato è una operazione complessa, una mia zia mi apostrofava “ma ti si sente fino in piazza!!“  e io replicavo “tanto meglio!!“ E i paesani che incontrandomi “ ma si ripurtate a zampogna!!

Venni a sapere che Piero Ricci stava sperimentando ance in plastica ..mi precipitai in piazza, ero a Carunchio in quel periodo, e mi attaccai al telefono pubblico. La mattina dopo mi alzai presto, “nonna vado a Isernia!“ “e dove si trova Isernia!” mi risponde . “Fa niente nonna, prendo la <napoletana>,un bus mitico di quegli anni,tranquilla che ritorno”.E ritornai con le prime ance in plastica , un altro mondo, tutto era più semplice ed ebbi la sensazione che i miei vicini di casa, tutti paesani ai quali ho voluto molto bene, fossero più predisposti ad ascoltare! Ma forse era il mio animo che godeva di una intonazione dello strumento tanto desiderata e agognata.

Antonio Serafini e la sua immancabile zampogna

Ho insistito e ho suonato più volte a Carunchio e in Abruzzo; avrei voluto suonare di più. Devo ringraziare le tante persone che mi hanno spronato a crederci! Il mio amico Lello Carapelle, Vito Giovannelli e a tutti quelli ai quali chiedo perdono se non li nomino. Ho fatto fatica a superare un sentimento di inadeguatezza, a volte di vergogna, ma sapevo che la causa era giusta. Sento di aver seminato; i riscontri li ho avuti …ma questa è un’altra storia. Il mio cuore è sempre stato in contatto con la parte più nobile di questo strumento. Quando giovanissimo andavo a Scapoli da Gerardo Guatierilo chiamavo “maestro“ perché era un “magister“, insegnava, indicava la via ad un giovane desideroso e che non aveva tanti punti di riferimento.

Tante cose con il tempo sono cambiate.

Il territorio dell’Alto Vastese ha perso molto in questi ultimi decenni; basta percorrerlo per rendersi conto dell’abbandono “istituzionale“; piange il cuore nel vedere paesi in abbandono, le strade martoriate, i servizi latenti e non sarà certo la tradizione millenaria dell’arte zampognara a risollevarlo e tanto meno quel sentimento di nostalgia o di Folklore che spesso avvolge queste operazioni.

in concerto con il mio fido compagno e suonatore di ciaramella isacco colombo

Purtroppo la mia nonna non c’è più, ma non ci sono più neppure i vicini ..in un certo senso ho suonato anche per loro , sono stati testimoni casuali della nascita di uno “zampognaro“. Quella parte di paese ora si è svuotata , ma quando ci passo sento ancora il  suono della mia prima zampogna. Ma non possiamo dimenticare che le tradizioni ci appartengono anche se il contesto e le esigenze sociali cambiano, sono una testimonianza di quello che siamo stati e una spinta a rinnovarsi.

Imparate a suonare la zampogna!


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

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