Da Roccavivara con affetto – Tanti figli tanta provvidenza

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di Mario Antenucci,  tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Le coste della collina su cui si barbica Rocca erano ricoperte dai filari delle viti, dal verde degli ulivi, da macchie di bosco. Il paese era costituito per lo più da vecchie case ad intonaco calcinato e con le porte a due bande, quella di sotto quasi sempre chiusa e la parte di sopra aperta per far entrare luce ed aria.

I contadini a sera rifluivano alle loro case risalendo strade impervie e sassosedopo una monotona e dura giornata di lavoro. L’agricoltura era condizionata dal mutare del tempo delle stagioni e dalle variazioni climatiche e il flusso positivo o negativo determinava l’economia della famiglia.

Mio padre, che in origine si dedicava all’attività d’impresa boschiva, successivamente si occupò anche di edilizia e di lavori stradali; acquistò altri terreni per incrementare il patrimonio di famiglia creando così un’azienda agricola di tutto rispetto.

Per la sua crescita e per il benessere della famiglia, forza propulsiva del divenire sociale, diventava indispensabile che ogni membro dovesse fare la propria parte. Ogni componente, secondo le proprie forze, doveva contribuire, anche a denti stretti, al buon andamento e al suo miglioramento.

In casa mia all’inizio degli anni Cinquanta erano nate due bimbe, Maria prima e Gilda dopo, che vennero ad affollare lo stuolo di figlie che già animavano la vita familiare, Antonietta, Annina e Verina, ormai tre donnine che concorrevano alle attività domestiche. Aiutavano la povera mamma a lavare i panni, a rassettare la casa, a riordinare i letti. D’estate collaboravano nell’attività agricola curando l’orto.

Ogni volta che nasceva qualche altro rampollo nonna materna consolava sua figlia con il vecchio adagio tanti figli tanta Provvidenza”, che era un assioma fondato sul credo cristiano e sulla misericordia di Dio. Noi fratelli e sorelle festeggiavamo il neoarrivato stando tutti attorno a mamma chioccia come gli uccelli al nido.

L’aumento della prole intanto, soprattutto d’inverno, minava la serenità della vita in comune. Incominciavano a sorgere problemi per la notte. I più piccini dormivamo tutti insieme in un solo lettone per stare caldi, considerato che la casa non era riscaldata. I letti venivano scaldati con il monaco, con lo scaldino o con le borse d’acqua calda. Era il momento in cui ci divertivamo a fare baldoria e a far volare cuscini dappertutto. Poi arrivava mio padre in punta di piedi e con il suo sguardo severo ci azzittiva e non andava via, si nascondeva nel buio del corridoio, al piano di sopra della casa, fino a quando non ci vedeva e sentiva tutti sprofondati nel sonno.

Si trascorrevano le feste natalizie all’insegna della sobrietà. Noi bambini ci accontentavamo di poco. Bastava un’arancia, un torroncino e qualche dolcetto tipico, quale la cicerchiata, le zeppole e i calcioni con i ceci.

Durante il periodo invernale la campagna riposava sotto il manto di neve covando le gemme che, di lì a poco, sarebbero sbocciate con l’arrivo della primavera.

I contadini si godevano il meritato riposo trascorrendo con allegria le festività in famiglia. I loro figli aiutavano il parroco a preparare il presepeche alla fine sapeva di povertà perché gli unici personaggi che in esso campeggiavano erano la statua della Madonna, quella di San Giuseppe e il Bambino Gesù.

Anche in casa qualcuno addobbava solo l’albero in quanto non aveva la possibilità di comprare i personaggi del presepe. Io avevo la fortuna di prepararmeli entrambi. Andavo a tagliare l’albero del pungitopo alle Coste della fonte– bosco comunale – dove potevo scegliere fra tanti.

Alla vigilia mia madre e le mie sorelle più grandi predisponevano l’occorrente per il pranzo di Natale. Io, insieme a mio padre, cercavo un ciocco grande e nodoso da mettere al camino per farlo ardere fino al ritorno dalla messa di mezzanotte, alla quale partecipavano quasi tutti i parrocchiani anche i miscredenti che, penso, in quell’occasione, volessero riconciliarsi con il Padreterno.

Don Duilio, il parroco, nel suo sermone, raccomandava a tutti di essere più buoni. Invitava a pregare affinché tra amici, parenti e conoscenti regnasse l’armonia ed esortava alla concordia che in quella notte sembrava avesse preso tutti.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

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