Da Roccavivara con affetto – Settembre

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di Mario Antenucci
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Non ancora finivano di echeggiare gli spari dell’otto settembre e i loro fumi non sparivano del tutto nell’aria tiepida e silenziosa che già pensavo al prossimo ritorno a scuola. Già mi preparavo a partire per il collegio per frequentare le scuole medie che allora erano a Trivento, paese più prossimo al mio.

I contadini, secondo la tradizione e secondo l’almanacco di Frate Indovino, si apprestavano alla raccolta dell’uva e alla semina del necessario per la sopravvivenza sia della famiglia che degli animali che utilizzavano per il loro lavoro.

Le giornate si erano accorciate e così anche il loro modo di affrontarle che era più lento e pacato. Non c’era più la frenesia delle giornate estive che aveva sollecitato i sensi e il corpo. Tutto procedeva “a passi tardi e lenti” come i buoi che stanno sotto il giogo e tirano l’aratro attardati e stanchi. Anche il Sole sembrava che si affacciasse timidamente a dare luce ed energia al giorno e che calasse sornione dietro i monti. Non si sentivano più i garriti delle rondini che ormai erano volate nelle zone calde e in alcuni pomeriggi sul paese calava una nebbia grigia che faceva rintanare tutti in casa.

I miei genitori e mio nonno erano contenti quando le piogge di settembre cadevano calme senza fare chiasso, perché dopo di esse usciva il Sole che faceva maturare l’uva e faceva così sperare in un abbondante raccolto.

Per i contadini e le loro famiglie, bambini compresi, era arrivato il tempo del raccolto. Si preparavano alla festa della vendemmia.

Alla fine di settembre per le vie del paese, al canto del gallo, risuonavano già le voci di uomini e donne che con calma e pazienza preparavano le botti di legno e le pulivano dalla feccia solidificata,i tini e le bigonce per raccogliere l’uva e accogliere il vino novello.

Il giorno della vendemmia, alla vista del Sole, per casa si palpava una gaia esultanza e un’euforia insolita, perché venivano invitati vicini e comari per raccogliere l’uva.

Era cominciata la vendemmia che per noi bambini era una grande festa. Di solito durava qualche giorno.

Si caricavano i recipienti sugli asini e sulle mule e si andava verso la vigna. Prima di iniziare la giornata mio nonno faceva un giro di perlustrazione tra i filari e per tutta la vigna per verificare la quantità dell’uva e poi invitava i convenuti a dare inizio alla raccolta. Gioiva per l’abbondanza e la pienezza dei grappoli argentei ricoperti ancora dalla brina mattutina. Ognuno con forbici e coltelli sembrava che li accarezzasse e con cura li adagiava nelle ceste che io e le mie sorelle andavamo a vuotare nelle bigonce. La nostra gioia era nel piluccare gli acini dai grappoli e nello spremere l’uva nei tini.

A mano a mano che i contenitori si riempivano, si caricavano le mule e gli asini che si inerpicavano per vie impervie e si portavano a scaricare le some nella cantina in paese.

Al margine della vigna, sotto il vecchio grande fico, a mezzogiorno ci portavamo per consumare la peperonata con il baccalà panato e fritto affondando le forchette di canna appuntite.

Mamma, dopo aver consumato il pranzo alla svelta, accuratamente sceglieva i grappoli dai chicchi grossi e belli da destinare alle vicine di casa zia Marianna, zia Domenica e zia Nannina o da far appassire e conservare per l’inverno.

Nel lento lavoro, tra un filare e l’altro, le donne intonavano un canto che echeggiava per tutta la contrada.

Al calar del Sole si prendeva la strada del ritorno a casa dove zio Mario aveva scaricato le bigonce svuotandole nella grossa vasca in pietra. Di là venivano pigiati a piedi nudi. Spesso anch’io, preso dalla voglia di fare, entravo nella vasca e insieme a lui, come in un girotondo, contribuivo alla spremitura degli acini.

Dopo poco, inebriato e quasi stordito dai densi fumi del mosto, uscivo dalla vasca e andavo fuori la cantina per riprendermi.

Ogni tanto sorseggiavo un po’ di quel liquido dolciastro e quando esageravo zio Mario mi riprendeva dicendo che mi avrebbe fatto male berne tanto.

A sera i chicchi pigiati venivano presi e messi nel torchio per essere spremuti fino all’osso.

Il mosto prodotto veniva versato in grossi tini di legno per farlo decantare: solo dopo trentasei/quarantotto ore con la massima accortezza il mosto decantato veniva messo nelle damigiane o nelle botti di legno ben lavate ed asciugate.

Ricordo mio nonno che mi portava in cantina per controllare il mosto e mi diceva che se si fosse sentito un forte ribollire era segno che il vino sarebbe stato buono e di giusta gradazione e aggiungeva :”Senza questo non si canta messa“. Era orgoglioso di poter spillare un buon boccale di vino e berlo in compagnia di qualche amico.

Mamma invece con un po’ di mosto preparava il vino cotto che sarebbe servito per fare dolci, soprattutto i cellia San Giuseppe.

Solo a San Martino, che cade l’undici novembre, per la prima volta si spillava il vino novello: “A San Martino ogni mosto è fatto vino“,  secondo il detto popolare.

Si concludeva in questo giorno la fatica di un’annata.

Si rendeva grazie a Dio che aveva assistito il coltivatore nella buona e nella cattiva sorte portando a compimento la sua opera.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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