Da Roccavivara con affetto – San Giuseppe, lu vicchie- La Madonna, la vecchie- il Bambinello, l’angilille

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di Mario Antenucci,
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Il mese di marzo era dedicato quasi interamente alla festa di San Giuseppe e alla sua devozione. “….a te gloria ognor si dia/ dei rocchesi protettor”, così recita un passo dell’inno a Lui dedicato, che veniva cantato nella novena che precedeva la festività e nel giorno stesso della festa.

Un gran numero di famiglie, che avevano la devozione per il Santo, per ricordare la Sacra Famiglia (San Giuseppe, lu vicchie– La Madonna, la vecchie– il Bambinello, l’angilille), che veniva ospitata in una casa patrocinante, il giorno 19 marzo, imbandiva un banchetto per riproporre l’antico rito del pasto ereditato dagli avi in loro memoria.

Durante la settimana, che precedeva la festa, ogni famiglia, che praticava la devozione, “diventava fervente chiesa domestica”, trascurando qualsiasi tipo di lavoro e dedicando il suo tempo completamente ai preparativi. Soprattutto le donne erano affaccendate nella preparazione dei vari dolci tipici (le cancelle, le cille, le pastarelle, le nocche, le taralle) e della specialità principale: le turcinelle, fatti di pasta lievitata e fritta.

Oltre alle specialità, le donne panificavano, quasi facendo a gara a chi facesse le quattro pagnotte più grandi e più belle, che il pomeriggio della vigilia della festa le famiglie devote portavano a benedire in chiesa con grandi canestri ornati con le più belle tovaglie.

Delle quattro, tre venivano fatte recapitare ai componenti la Sacra Famiglia e l’altra veniva consumata durante il pranzo del giorno diciannove.

La funzione religiosa scandiva la sua essenza quando veniva innalzato l’Inno a San Giuseppe:

“…O Giuseppe casto sposo
della vergine Maria
a te gloria ognor si dia dei rocchesi protettor.
Tu che il pane guadagnasti
coll’aiuto di tue mani,
benedici questi pani
che son frutti del lavor.
Benedici quei che a mensa
solo tre vorran chiamare
per poter rappresentare
la Famiglia di Gesù.
Benedici quelle case
che offriran con grande affetto
questo pane benedetto
a chi soffre assai quaggiù.”

Il canto, molto bello, riassume nei suoi vari passi tutte le peculiarità che la tradizione attribuisce al Santo.

Tre giorni prima della festa, le donne di casa preparavano tre focacce che venivano fatte portare alle tre persone (lu vicchie, la vecchie e l’angelille) che il giorno di San Giuseppe dovevano recarsi nella casa presso cui erano stati invitati per il pranzo. Era la conferma della loro presenza nella casa della famiglia devota.

I dolci venivano portati da bambini e ragazzi nelle abitazioni di parenti ed amici ma soprattutto alle famiglie meno abbienti con vassoi o piatti accuratamente confezionati. Era il modo per essere più vicini a coloro che versavano in condizioni di povertà. In quei giorni il paese diventava un formicaio, era coinvolto tutto come a voler esaltare l’autenticità dei valori che la Sacra Famiglia trasmetteva ai devoti e a quanti partecipavano all’organizzazione della festa.

Anche gli uomini, che di solito borbottavano quando veniva imposto loro dalle donne di casa di fare qualche servizio, nella settimana dedicata al Patriarca, erano più buoni.

La devozione era così partecipata che anche le persone miscredenti e selvatiche nel periodo della festa erano più credenti e docili, insomma dei sant’uomini. Partecipavano alle funzioni religiose con cuore contrito, si confessavano e facevano la comunione come se dovessero lucrare l’indulgenza per espiare chissà quali colpe. Passavano più tempo in chiesa a picchiarsi il petto per i peccati e per risciacquarsi la coscienza, a pregare i Santi per entrare in Paradiso che in casa per assolvere ai loro doveri.

Il clima sacrale che si respirava nelle case e per le vie serviva a rinsaldare i vincoli familiari, i rapporti tra le generazioni e tra le persone.

Le persone che non facevano il pasto andavano in aiuto ai devoti della Sacra Famiglia per la preparazione di tutto quanto era necessario per la buona riuscita della devozione.

La festa in onore del Santo il giorno 19 iniziava con la celebrazione della messa cantata – messa solenne –nella chiesa madre di San Michele Arcangelo ove accorrevano lu vicchie, la vecchie e l’angilille. Anticamente, prima della funzione religiosa, era usanza invitare l’angilillenella casa della famiglia che faceva la devozione per offrirgli anche la colazione.

Anch’io facevo parte delle tre persone e ricordo che mi recavo insieme a “zi Peppinelle”, il “vecchio“, a casa di zia Rosina per fare colazione prima della messa.

La statua del Santo, dopo la messa cantata, accompagnata dal tradizionale canto, veniva portata in processione per le vie del paese. All’uscita dalla chiesa, i due vecchi si avviavano verso la casa dove erano stati invitati prendendo per mano l’angilille, che procedeva, stando al centro tutto compunto, serio come una persona adulta, vestito elegantemente come se dovesse fare la Prima Comunione.

Secondo il cerimoniale dettato dalla tradizione, i tre componenti, prima di entrare in casa, baciavano la mano alla padrona salutandola con la frase “A Gesù e a Maria”; ella rispondeva, baciando a sua volta la loro mano: “Oggi e sempre”. Entrati venivano condotti nella stanza da pranzo. Prima di iniziare il banchetto, le tre persone della Sacra Famiglia e la padrona di casa recitavano le preghiere in onore di San Giuseppe.

Finita la recita, il gruppo baciava la tavola santa e dava inizio alla degustazione delle portate consistenti nelle nove pietanze canoniche della tradizione, cucinate tutte a base di baccalà, di magro, perché la ricorrenza cadeva nel periodo quaresimale. A tavola veniva portato il miglior vino, quello che gli uomini di casa avevano assaggiato già il giorno prima.

Un silenzio religioso dominava la casa e tutto il paese anche quando i suoi vicoli e le sue rue erano animati da gente che arrivava dalle vicine campagne di Trivento, per lo più famiglie di contadini.

Era usanza che, mentre le tre persone pranzavano, i triventini accorressero a frotte, sia anziani che bambini e ragazzi, per chiedere di porta in porta con la frase, “A Gesù e a Maria”, un piatto di minestra calda, dai ceci ai fagioli, dalla verdura al riso, e “li turcìnelle“.

Così Felice Del Vecchio ne  “La chiesa di Canneto”: “A me piacevano soprattutto i ragazzi, mentre si muovevano in mezzo alle famiglie, portando anch’essi calzoni lunghi, giacchette e cappelli, con gli occhi inumiditi e il volto rotondo e liscio, come tanti vitellucci accanto alla madre quando vanno al pascolo la prima volta. Mi veniva voglia di fermarli e mettermi a parlare con loro, ma subito mi passava, perché nel loro corpo si vedeva qualcosa di adulto, di stagionato, come fossero tante piante nani”.

In questo giorno santo un piatto di zuppa non si negava a nessuno. Erano la solidarietà e la condivisione, che ricordavano il tempo della fame e il rigore delle calamità naturali come la fuga dei Tre in Egitto.

Mentre prima la devozione era un atto di carità cristiana verso i poveri e i meno abbienti, oggi essa è solo un tributo dei figli devoti verso il proprio Amato perché i veri poveri e gli affamati non ce ne sono più.

Questa alleanza che si era realizzata tra i poveri triventini della campagna e i devoti di San Giuseppe è cessata quando questi si sono accorti che “la devozione” donata finiva per ingrassare i loro porci e non a saziare la loro fame.

Affiora alla mente il ricordo che, nel giorno di San Giuseppe, Rocca brulicava di persone con facce giulive nel segno della pace che il Santo sembrava avesse fatto dono all’intero paese.

A fine banchetto le tre persone e la famiglia patrocinante la devozione recitavano le litanie e le preghiere ricordando gli avi che l’avevano iniziata in quella casa.

Anche mia nonna paterna, Angela, faceva la devozione. Finito il pranzo della Sacra Famiglia, presso la sua casa erano invitati per il pranzo tutti i figli, i nipoti e i suoi compari, che venivano da Torrebruna, un paese prossimo a Rocca, della provincia di Chieti. Si sommava un numero considerevole di persone, una trentina circa. Era un momento molto festoso dove predominava la figura della nonna che sprigionava la sua contentezza con l’essere molto indaffarata a servire le varie minestre.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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