Da Roccavivara con affetto: quando il grano “biondeggiava”

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di Mario Antenucci, tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Nel mese di luglio, quando il grano era maturo e le spighe chinavano il capo pronte per essere mietute, i miei genitori chiamavano a giornata squadre di operai che per più giorni procedevano alla mietitura.

Al mattino presto si radunavano presso la mia abitazione e, muniti di falce e cannelli, accompagnati da un operaio più anziano e di fiducia, andavano a piedi, per un percorso lungo ed accidentato, raggiungendo il nostro podere e il campo di grano da mietere.

Facendo il segno della croce allegramente iniziavano la giornata di lavoro.

Anch’io al mattino mi accompagnavo agli operai per fare la mia parte durante la giornata. Infatti prima di iniziare ogni altra attività, così come mi raccomandava mia madre, calavo le ciotole di vino e i cìcene di acqua nel pozzo semivuoto per tenerli freschi e al momento giusto li andavo a prendere.

I mietitori, che portavano al collo un fazzoletto quadrettato rosso o blu e una paglietta, divisi in squadra, mietevano il grano ad ante – strisce larghe e lunghe di grano da mietere – gareggiando a chi finisse prima. Ognuno di essi portava avanti circa un metro e mezzo di grano e così facendo salivano le ante. Vi era uno di loro che raccoglieva e legava i fasci di grano falciato per fare i covoni.

Verso le nove e mezza/dieci arrivavano le mie sorelle Annina e Verina e portavano la colazione agli operai: pagnotte di pane unto con frittata peperoni e salsicce. Io andavo a prelevare dal pozzo del vino e dell’acqua e li passavo ai mietitori per dissetarsi.

Finita la colazione, si riprendeva a mietere con lena perché rinvigoriti. Durante il lavoro, a richiesta, portavo acqua fresca e vino all’antiniere, che, dopo aver bevuto, passava la ciotola del vino o il manière di rame, per l’acqua, agli altri mietitori.

Ogni tanto Giovanni, Antonio o Mario mi reclamavano ed io porgevo loro l’acqua o il vino prelevati dalla profondità del pozzo.

Negli intervalli, io e mia sorella Verina raccoglievamo le spighe di grano che sfuggivano alla falce e confezionavamo mazzetti che d’inverno davamo da mangiare alle galline.

Nonno ci prometteva “Cinque o dieci lire” da spendere in gelato a Sant’Emidio, quando, in occasione della festività patronale, a Rocca giungeva il gelataio di Torella.

Verso l’una – quando il Sole era al suo culmine – giungevano da casa, accaldate e con il viso arrossato, solcato da rivoli di sudore, mamma e mia sorella Antonietta, che all’ora dell’afa, dopo aver percorso la mulattiera e sentieri stretti e rovinosi, portavano dentro la spasa – recipiente di ferro smaltato – con canestri di vimini o di canne intrecciati da mani esperte – l’atteso pasto di mezzogiorno – i maccheroni già conditi che, ricordo con particolare piacere, avevano un profumo particolare che, al solo parlarne, ancora oggi mi fanno venire l’acquolina in bocca.

Seduti all’ombra della frondosa grande quercia si mangiava con ingordigia e si sorseggiava il fresco vino che ripagava la fatica patita sotto il solleone.

L’antiniere poi decideva il tempo del riposo perché era impossibile continuare a mietere appena desinato.

Mia madre, dopo essersi rinfrescata dalla calura e aver mangiato, si scopriva il seno e allattava l’ultimo fratellino stringendolo al grembo.

In quei giorni le strade di campagna si riempivano di una folla chiassosa e canterina. Sembravano sciami d’api che, mossi dalla tempesta, cercavano riparo, mentre il paese si svuotava delle persone e file di animali uscivano dal paese per andare al pascolo. Esso rassomigliava a un grosso nido di pietra lasciato vuoto dagli uccelli ormai cresciuti e andati via ad animare, con il loro cinguettio, gli alberi verdeggianti e il cielo azzurro, che sembravano aspettassero loro per far trionfare la natura rigogliosa.

Si vedevano donne gravide, che prima avevano preparato la minestra, avevano stirato e avevano rassettato casa, che percorrevano quelle strade cariche di figliuoli: chi tenuto in braccio, chi tirato per le mani e chi appeso alle gonne.

Mi piaceva della mietitura quel moto affaccendato che si vedeva e si sentiva intorno e il paese che si ridestava, come in una grande festa, dopo il torpore invernale.

Sentivo i contadini che nei loro magazzini rintoccavano le falci. Vedevo altri che bardavano gli animali da soma e li caricavano degli arnesi di lavoro e mezzi di trasporto che si avviavano per iniziare la giornata.

Le persone sembravano riprendere nuova vita, pronte ad affrontare il faticoso lavoro e speranzose di fare un buono ed abbondante raccolto.

Il tempo del raccolto serviva a rimuovere le incrostazioni e a ridare nuova linfa e vitalità alle persone.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine

 

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