Da Roccavivara con affetto – Pane fresco di grano duro

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di Mario Antenucci,
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Il secondo conflitto mondiale aveva causato una lacerazione nel nostro Paese accentuando ancor più la atavica divisione tra Nord e Sud e una ferita tra i vari strati sociali. La lotta si trasformò in una vera e propria guerra civile, soprattutto per l’accaparramento dei generi di prima necessità (farina, sale) con gli strascichi privati e vendette personali.

Nel mio Comune le famiglie più potenti, in nome della Patria, prendevano tutto (oro, rame) razziando per le case dei poveri cittadini, così mi riferiva mio nonno.

Nei primi anni del secondo dopoguerra i lavoratori della terra, non proprietari di terreni, sottostavano a queste prepotenze e prestavano la loro opera a giornata in cambio di un pugno di legumi o di pochi chili di farina di granturco. All’ora del desinare mangiavano fave bollite e pizza di granone con cipolle. Il pane era un miraggio.

Avevo appena gli anni dell’autonomia, cinque o sei, che mio padre e mia madre, soprattutto la sera, si liberavano della mia presenza piuttosto vispa e mi affidavano alla cura dei miei nonni materni, Rocco e Mariantonia.

Essi mi vezzeggiavano come un gingillo essendo io il maschietto della famiglia e per questo mi avevano dato il nomignolo di “cardellino”, anche perché mingherlino e cagionevole di salute.

Non mi rifiutavo mai di adempiere alle commissioni che mi affidavano docilmente e che cercavo di eseguire con immediatezza e diligenza.

I nonni lavoravano la terra riscattata dalla mezzadria dopo anni di duro lavoro. Erano più appezzamenti di circa trentacinque tomoli, dei quali parte coltivati a vigneto ed altri ad uliveto. A sera, dopo il duro lavoro dei campi, fatto con attrezzi e arnesi rudimentali, rincasavano dopo aver percorso a piedi la solita strada mulattiera che si inerpicava sinuosa fino alle porte del paese; solo alla metà degli anni Cinquanta la meccanizzazione mostrerà i primi cenni.

Nonna Mariantonia, longilinea, sempre con un corpetto di cotone, una gonna plissettata e uno zinale, preparava la cena e apparecchiava la tavola con quelle sue mani affusolate, ponendovi un mantilerigato di vari colori, di lino ruvido intessuto da lei stessa, e con la sua cura di donna fatta di sobrietà.

Nonno Rocco era un ometto con fronte alta, occhi quasi nascosti dalle sopracciglia severe, viso segnato da rughe profonde e con i baffi bianchi ritorti; un maschio, insomma, che mostrava pienamente le pene della guerra prima e della fatica dei campi poi; vestito sempre con camicie rigate dal collo alla coreana e con camiciola. Non faceva mai mancare il boccale di vino, di fresco spillato da una botte, che mi diceva fosse di rovere, che troneggiava nel vuoto della scalinata che portava alla camera da letto. Il vino era presente anche di notte nei lunghi inverni gelidi, in un fiasco poggiato su di una sedia che faceva anche da comodino e sostituiva la bottiglia dell’acqua perché diceva che bevendolo serviva a stare caldi nel letto freddo fatto di fruscedi granturco – inserite in un sacconedi lino. Il materasso di lana era un lusso da signori!

A mensa inoltre non mancava mai il pane fresco di grano duro che mia madre ogni settimana produceva.

La panificazione era un rito molto diffuso e popolare, con regole rigide.

Mia madre, prima di iniziare l’impasto, faceva il segno della croce. Si alzava all’alba coprendo il capo con un fazzoletto legato sotto il mento e metteva a cuocere le patate che aggiungeva alla farina per rendere il pane più durevole. Mentre queste cuocevano in acqua bollente, lei passava la farina con il setaccio e la separava dalla crusca, che veniva utilizzata per dar da mangiare ai maiali e alle galline. La farina bianca invece veniva messa nella mesellaper essere impastata e il fior fiore veniva posto in un sacchetto di cotone e conservato per preparare la pasta fresca.

L’impasto era mosso con movimenti ritmici lenti dalla sue mani delicate e a pugni chiusi. Quando era pronto veniva diviso in panette, che, messe in cestini di vimini, lievitavano. Prima di infornarle, lei le segnava con il segno della croce, benedicendole. Il gesto significava rendere grazie a Dio. Spesso quando sfornava, stavo con lei per aiutarla a sistemare le pagnotte nella madia. In quei momenti godevo della fragranza e del profumo particolari che aleggiavano intorno.

Poi c’era l’olio di oliva che si dispensava a gocce perché se ne produceva in modiche quantità e non bastava per tutto l’anno; tanto è vero che in inverno veniva utilizzato anche il lardo del maiale. Da questo si ricavava la sugna, che una volta sfritta veniva messa in candrellee si solidificava. In esse venivano riposte le salsicce che mantenevano la loro freschezza fino ai mesi caldi. Si diceva che se cadeva un po’ d’olio a terra poteva capitare una disgrazia.

 Ricordo incancellabile resta quello di mia nonna, molto religiosa, che, prima di incominciare a mangiare, baciava la tavola apparecchiata. Diceva che tutti i beni che stavano sul desco erano doni di Dio al quale si doveva rendere grazie. Allora mio nonno, miscredente e mangiapreti, replicava affermando che se non ci fosse il lavoro dell’uomo quei prodotti non verrebbero al mondo: “Grazie al sudore nostro”, gridava a gran voce.

A lui piaceva andare più in cantina che in chiesa, dove andava ogni morte di papa: aveva una repulsione nei riguardi dei preti che non risparmiava strali avvelenati nei loro riguardi. Diceva che erano dei mangiapane a tradimento: raccoglievano senza aver seminato. Alle donne che stavano sempre dietro le sottane dei preti le chiamava vezzzoghe.

Tutti e due però, quando un pezzo di pane capitava che cadesse a terra, lo raccoglievano, vi soffiavano sopra per pulirlo dalla polvere o da altre scorie e lo baciavano. La nonna replicava che era un “bene di Dio”, il nonno, invece, che era frutto del suo lavoro. Ancora oggi pratico quel gesto per rispetto verso coloro che l’hanno procurato e perché è un segno del Cielo.

Fu in una di quelle sere gelide che, non ricordo bene se l’uno o l’altra, mi incaricarono di andare a prendere dal macellaio mezzo chilogrammo di guanciale di maiale. Mi consegnarono delle uova, avvolte in un canovaccio, da portare al macellaio in cambio della carne; – per comprare qualcosa nella bottega alimentare allora la maggior parte della gente utilizzava il metodo del baratto, pochissimi avevano i soldi per fare gli acquisti. La sua bottega distava da casa circa cinquanta metri. Per strada inciampai e mi si ruppero le uova. Lascio immaginare la mia prostrazione. Tornai a casa cheto cheto piangendo ed impaurito poiché temevo che i nonni mi avessero dato le botte: invece nonno Rocco, vedendomi tremolante, anche per il freddo, mi rimproverò senza alzare un dito. Quella sera consumammo una cena a base di uova e javelìlle soltanto, senza i bocconi di maiale soffritti, davanti ad un focolare scoppiettante.

Non so se questo avvenimento fu il motivo del mio allontanamento volontario, temporaneo, dovuto alla paura o se ci furono altre cause. In effetti per un po’ di tempo non volli più stare con loro.

La mia decisione non trovò impreparata mia sorella Verina, di due anni più avanti di me, che non tardò più di tanto a prendere il mio posto, facendo così la felicità di nonna che, secondo me, aveva un debole nei suoi confronti.

 


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

 

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