Da Roccavivara con affetto – La neve, la ciminiera, il Natale

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di Mario Antenucci,  tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Claudio Spalletta – RoccavivaraOltre

D’inverno, durante le ore serali, quando le tenebre e l’abbondante neve che cadeva tenevano il paese sotto un’aria abbrunita, in un silenzio plumbeo, andavo dai nonni e restavo a dormire con loro.

Trascorrevo le ore in un dormiveglia soporoso appoggiato alle spallette del caminetto.

Ogni tanto mio nonno mi teneva fra le braccia e rivolti verso la ciminiera, tra lo scoppiettare delle monachine che immaginavo raggiungessero le stelle, mi raccontava delle sue disavventure nella ‘grande guerra’.Sai, nonno“, mi diceva, “di notte quando non si combatteva, mi accovacciavo nelle trincee che scavavamo per ripararci dai colpi di mortaio dei nemici come talpe. Si cercava di scavare sotto le radici degli alberi perché costituivano il rifugio più sicuro. Il vento gelido dell’inverno duro e tempestoso intirizziva mani e piedi. Ci accalcavamo nelle trincee come formiche“.

Altre volte d’estate, mi raccontava ancora, non riusciva a dormire perché era assalito dalle pulci; allora nel sentire ciò incominciavo a grattarmi per tutto il corpo come se quei parassiti mi fossero saltati addosso.

Era la nostra condizione di vita, continuava il nonno; si combatteva senza conoscere bene i motivi.

Qualche volta mentre lui dormiva, colto dal sopore, seduto sulla sedia impagliata e con la testa appoggiata alla ciminiera, mi divertivo a solleticare i suoi baffi contorti con una pagliuzza. Quando si accorgeva di me, afferrava il bastone di legno che teneva sempre al fianco e cercava di colpirmi. Io, pentito delle birichinate, mi avvicinavo e lo accarezzavo e così si rabboniva.

A Natale c’era l’usanza che i contadini del paese, alla vigilia, portassero doni al medico curante per ricompensarlo della sua attenzione e delle sue cure nel corso delle malattie.

Chi donava un pollo, chi un coniglio, altri le uova ed altri ancora vino, olio, formaggio; regalavano i prodotti della terra e del loro lavoro. Si privavano del meglio.

Anche i nonni avevano questo costume. Una volta accompagnai nonno, che portava una damigianetta di vino rosso.

Per raggiungere la casa del dottore si percorreva una strada sconnessa, lastricata di cugni e ciotoli, fiancheggiata da fabbricati affilati di un grigiore che mettevano angoscia, anneriti dal tempo e dall’umidità sempre presente, ricoperti dal muschio perché vi batteva poco il sole. Si passava davanti alla macelleria di zio Peppino, che teneva fissato sopra l’architrave della porta un paio di corna di mucca che erano l’emblema della sua attività. Si arrivava in Piazza Municipio, centro del paese, dove si svolgeva l’attività amministrativa. Infatti vi erano ubicati oltre al Comune anche l’ufficio postale e quello di collocamento e vi abitavano i cittadini più abbienti e i signori.

Si passava pure davanti al negozio di generi alimentari o per meglio dire una specie di emporio, di zio Pasqualino, dove i miei nonni mi mandavano per acquistare, a volte, la pasta ricavata a livello industriale che veniva avvolta nella famosa carta da zucchero. Tal altre mi mandavano con alcune uova per prendere il sale o le sarde salate. Ricordo che prima di accettarle le osservava alla luce con un occhio solo e verificava che fossero fresche.

Si arrivava dal medico e bisognava fare la fila, per la folla che c’era, prima che ci accogliesse.

Arrivò il nostro turno, chiamò la serva che prese la damigianetta e, facendomi segno, mi indicò di seguirla. Mi portò nel fondaco della grande casa dove, ahimè, rimasi con la bocca aperta per l’abbondanza di derrate che vi erano custodite. Cosa mai vista prima: salsicce, salami, formaggi, provoloni, uova, olio, vini in damigiane e in bottiglie, insomma ogni ben di Dio.

Stupefatto, risalii dal fondaco; don Nicolinocon un fare gentile ci salutò ringraziando il nonno, a me diede quattro cinque torroncini, di quelli che si appendono all’albero di Natale nelle famiglie dei signori.

Tornando a casa chiesi: “Nonno, ma che ci fa il dottore con tutta quella roba?” e lui mi rispose: “Sicuramente un po’ la darà alla povera gente e agli orfani della guerra”.Questo fatto mi fece pensare a quanti soffrivano per mancanza di cibo e ai poveri orfanelli che piangevano perché non avevano più i loro papà e non potevano più godere del loro affetto. Mi ricordavano dei racconti fattimi da nonno sulla guerra da lui patita.

Lo stesso momento mi riportava alla mente quellantica filastrocca popolare che recita:

Bbongiòrne e bbonNatale
damme caccòsa che so’ quatrare
e se tu nin mi li vù da’
ti zi pozza fracida’

e che mi faceva intenerire e commuovere al pensare ai bambini poveri del paese che, nella loro dignità, giravano di casa in casa per chiedere qualcosa da mangiare, quando la miseria nera era la loro unica prerogativa di vita.

Alcune volte, per divertirmi, mi univo anch’io a loro. Alla fine del giro del paese, ci riempivamo le tasche dei pantaloni e delle giacche di bocconi di salsicce, di fichi secchi, di caramelle e torroncini e di altri dolci. Poi si faceva comunella consumando solo i dolci, mentre si portavano a casa le altre cose avute in dono.

 


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

3 Commenti

  1. Bel capitolo questo, intriso di dolore e tristezza – la guerra vissuta dal nonno- di tenerezza-l’opera benemerita del dottore – e di arguta e sognante spensieratezza- un bimbo che insegue le “monachine”…Che non sono le “suorine” ahahah!!!!

  2. E sempre un piacere leggere le storie del libro pane e vino dell’amico ,e coetaneo Mario Antenucci ed proprio per questo apprezzo molto questo capolavoro pane e vino che lui con molta semplicità di linguaggio riesce ha farmi rivivere i momenti della nostra infanzia e vero non c’era la grade scelta di cibo ma forse con licocsenza della giovine età noi non cene accorgevamo. Certamente mi infonde un senso di tristezza sentir rievocare quei tempi che ricordo anch’io partecipavo alle maschere dove la gente ci regalavano pezzetti di salsiccia ma la maggioranza delle famiglie ci davano i fichi secchi noci ,a che mia madre mi mandava a comprare il sale con un canovaccio con dentro tre uova ,mi ricordo molto bene la csena di quel signore anziano che lo controllava verso la luce uno per uno .Però si giocava sempre in mezzo la strada a fare la muccia, ha zuppa a cavallo, alla barriera, a mazzariello, è tanti altri giochi ,devo dire che ci divertivano veramente con niente l’unica cosa che mi ricordo con negatività era gli inverni lunghi perché non potevamo andare in Piazza ha giocare e quando riuscivo a scappare per un po’ tornavo ha casa con i piedi ghiacciati e le scarpe zuppe dell’acqua fredda della neve che csioglieva, bene questi erano i giorni che non mi piacevano. Per il resto eravamo tantissimi amici veri che avevamo lo stesso problema è non ce la prendevano più di tanto, Poi arrivò l’adolescenza, ma questa è un’altra storia, vi saluto cordialmente ha voi tutti Angelo

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