Da Roccavivara con affetto –  La festa – Dopo il sacro, il profano.

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di Mario Antenucci,  tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

 

Nel pomeriggio, per il paese si respirava un’atmosfera particolare che prendeva un po’ tutti: si percepiva una tensione elettrizzante nell’aspettare il passaggio delle tragliee nel vederle sfilare per le strade. Erano delle costruzioni di grano che venivano offerte al Santo in segno di ringraziamento per la stagione agricola appena trascorsa. Erano adornate con festoni di carta pesta colorata, nastri variopinti e trascinate da muli, buoi o cavalli anch’essi addobbati e vestiti a festa con sonagli e paraocchi che li caratterizzavano. Le persone freneticamente seguivano la sfilata spronando gli animali. Non mancavo di aggirarmi, insieme ai soliti della “cricca”, tra le traglieper vedere quale di esse fosse la più bella: qualche volta provocavamo il tumulto tra le povere bestie con il nostro continuo scorrazzare. Arrivate sull’aia del Calvario, dove il grano offerto, benedetto dal parroco, veniva trebbiato,  si festeggiava ballando la mazurca o la quadriglia al ritmo del suono della fisarmonica. I contadini nel ballo sembravano che si esaltassero credendo che senza il loro grano la festa non si sarebbe potuta fare.

Mentre accadeva tutto ciò, la Portella, vestita a festa con palloncini, festoni e ghirlande tutti colorati, rintronava delle voci dei commercianti che cercavano di vendere le loro mercanzie, delle musiche e del ciarlare delle genti, dei bambini che correvano per ogni dove.

Quando arrivava la macchina del gelato noi bambini le correvamo incontro a frotte tanto era il desiderio di gustare i coni ricolmi; a volte si scioglieva e scivolava lungo le dita che leccavamo con avidità senza far perdere alcuna goccia. Al grido di “Gelati, gelati!” ci accalcavamo trepidanti sulla scaletta di legno che il gelataio poneva al fianco del banco del gelato come fan le api quando si assiepano nell’alveare per succhiare il miele.

La piazza si animava anche dei richiami di Pietropaolo da una parte e di Zachino da un’altra, due fruttivendoli amici nemici che con i loro inviti attiravano le persone per far gustare una fetta di cocomero al modico costo di cinque/dieci lire: “Avvicinatevi, prendete e mangiate, è fresco!” esclamava l’uno, con voce forte e squillante da banditore, che con due colpi di coltellaccio tagliava in quattro il cocomero. “Il mio è più rosso e più bello!” rispondeva l’altro, con voce flebile quasi stanca ma convincente, che apparecchiava il suo tavolino con fette tagliate a spicchi quasi uguali. E giù con le nostre facce immerse nelle grosse rosse fette di cocomero che mangiavamo a crepapelle.

Ad un angolo della piazza, silenzioso stava un contadino di Montefalcone che vendeva il sedano, di colore verde scuro, coltivato con arte e che solo i contadini di quel territorio sapevano coltivare: apprezzato per le sue potenziali proprietà afrodisiache ed antiossidanti. Veniva portato, con sacchi di iuta bagnati, a dorso di quadrupedi. Mio padre passava dì lì e ne prendeva alcuni fasci che consumavamo in casa a tavola a crudo in pinzimonio.

E i contadini facevano ressa presso i banchi di vendita per portare a casa un grosso cocomero da gustare con la famiglia. Era il giorno in cui essi, con ostentata soddisfazione, potevano finalmente assaporare una fetta di cocomero o una coppa di gelato. Era come sfoggiare il lusso mai permesso loro dalla condizione rurale.

La serata era dedicata all’ascolto della musica lirica o sinfonica, i cui maestri venivano dalla Puglia o dal vicino Abruzzo e che eseguivano i pezzi – ariedi Verdi, Mascagni o di Puccini.

Nella piazza aleggiava un silenzio sordo come se i presenti volessero carpire la minima nota che l’orchestra suonava: di tanto in tanto qualche schiamazzo rompeva l’atmosfera incantata creatasi o il vento interrompeva la trama delle frasi musicali.

Ogni tanto qualcuno intonava qualche passo di questo o di quel pezzo esaltandosi e il maestro dell’orchestra con la sua bacchetta spartiva il suono e tendeva lo sguardo ora all’uno ora all’altro degli orchestrali come se volesse indicare le note da suonare.

Anch’io rimanevo in silenzio e attento alla musica che mi incantava e sembrava che mi facesse volare leggero come una farfalla.

Al suono dell’inno italiano tutti i presenti si alzavano in piedi, cantavano e battevano le mani. Poi un componente del Comitato feste giungeva sulla cassarmonicaed omaggiava il maestro con un grosso fascio di fiori.

Così la sera cedeva il passo alla notte fra i commenti dei pochi cultori, mentre la maggioranza delle persone, presa dalla stanchezza, rincasava mezza insonnolita e dava l’arrivederci alla prossima stagione.

 


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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