Da Roccavivara con affetto – I semi della speranza  la raccolta delle olive

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di Mario Antenucci,
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Mentre il vino completava il ciclo di fermentazione, i coltivatori sotto il peso delle nebbie autunnali provvedevano a spargere nel grembo della terra i semi della speranza.

Così ricordo zio Domenico che ben presto al mattino, dopo aver caricato l’aratro sul mulo, conduceva i suoi buoi verso il podere, arato e dissodato in agosto; barcollando come un ubriaco si accompagnava a zio Giovanni che portava i sacchi di grano da seminare, e con lui: “Mo’ lo mettiamo a terra e chissà se lo vedremo nascere. Noi facciamo la nostra parte e poi spetta al Padreterno fare il resto”.

Giunti al campo si avanzavano tra le nere zolle in modo misurato e, con ritmo sempre uguale ed armonioso, spargevano la semenza tra le porchequasi accarezzandola anche quando il vento spazzava la campagna gelata e le nebbie svolazzavano sui campi.

I loro gesti larghi, nella semplicità, avevano un non so che di sacro; è come se volessero affidare il seme alle cure e alla volontà del Signore.

Nel mese di novembre, mentre la semina procedeva in modo pacato, le donne di casa, mamma compresa, nonostante i tanti impegni e le attenzioni da rivolgere ai figli piccolini, già, sedute al focolare, si preparavano per la raccolta delle olive: rattoppavano i sacchi di iuta, lavavano grembiali e panarelle.

Il mese di dicembre si presentava freddo e confacente per la raccolta delle olive.

Mamma si incaricava della chiamata delle contadine dalle vicine contrade di Trivento, che erano quelle più laboriose, attente per tale lavoro.

Raggiungevano la nostra tenuta facendo la strada a piedi sia al mattino che alla sera e così per una ventina di giorni fino a quando la raccolta non era terminata.

Giungevano sul campo tutte avvolte in scialli di lana e appena giunte accendevano il fuoco con ceppame e tronchi di alberi secchi per riscaldare di tanto in tanto le mani infreddolite.

Queste donne erano solitamente accompagnate dalle mie sorelle Antonietta, Annina e Verina, che facevano la loro parte.

Le olive venivano colte dai rami e raccolte da terra, a mano, a acine a acine– ad una ad una – con il freddo che entrava nella punta delle dita. Ognuna di loro a fine giornata riusciva a racimolarne una settantina di chili.

L’arte di recuperare anche le olive a terra stava a significare che l’olio che si riusciva a produrre era prezioso ed è per questo che veniva somministrato con il contagocce.

Così diceva mia madre: “Non farlo cadere, stai attento, perché se casca è disgrazia“.

Per l’alimentazione si arrangiavano con un pezzo di pane unto, fichi secchi e un pezzo di salsiccia o un pezzo di formaggio, ingozzati in fretta e in furia, all’impiedi per il freddo.

Una volta vidi Rosa, una delle raccoglitrici, che infilò un pezzo di salsiccia nella tasca del suo grembiule. Alla vista restai a bocca aperta meravigliandomi del gesto. Chiesi a mamma come mai Rosa lo avesse fatto. Mi rispose che lei aveva un fratello molto malato, soffriva di una grave malattia, e che era molto contento se a sera la sorella portava qualcosa di speciale da mettere in bocca. Per questo mia madre in seguito ogni tanto e quando poteva le dava qualcosa da portare al fratello. Questo fatto mi insegnò ad essere caritatevole nei riguardi dei malati, dei più deboli e dei meno abbienti.

A sera le drupe raccolte venivano portate ed ammucchiate in un angolo della casa per farle asciugare dell’acqua e per farle maturare maggiormente in modo che fruttassero di più, in attesa del turno di macina in frantoio.

Ricordo che la prima spremitura era attesa quasi con impazienza. Era il momento di saggiare la qualità dell’olio. Mio padre prendeva un pezzo di pane sul quale faceva gocciolare il denso liquido color giallo o verde a seconda della maturazione dei frutti e poi esprimeva il suo giudizio di qualità. Era un gesto o rito che ancora oggi molti contadini ripetono quasi ad indicarne la sua preziosità.

L’olio e il pane che insieme al vino hanno costituito nel passato e costituiscono ancora la base di un’alimentazione e di una dieta genuina, cibo dignitosamente buono, troneggiano sulle nostre tavole ad indicare la loro preziosità e i valori pratici e morali che oggi assumono, esaltando così la fatica dell’uomo all’interno del corpo sociale che, animato dalla solidarietà, rendeva più sopportabile la fatica stessa ed ogni avversità; realtà di cui ho respirato l’aria, di cui ho formato il mio corpo e la mia anima, di cui ho colto i fenomeni e di cui ho preso i fondamenti e cementato il mio essere.

 La mia grammatica, la mia letteratura e la mia università sono state il mondo umile, il modo di saper ascoltare in silenzio dei contadini.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:  m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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