Da Roccavivara con affetto: Dopo le Feste Patronali

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di Mario Antenucci,  tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Le feste patronali erano passate e con esse erano finiti anche i giorni di riposo e di svago. Mio padre, avendo intrapreso l’attività di impresa edile stradale, come tutti era tornato al lavoro quotidiano, dopo aver trascorso serenamente con la famiglia le festività. In precedenza aveva fatto spese necessarie per la sua attività. Aveva acquistato mezzi meccanici senza i quali non avrebbe potuto affrontare al meglio gli impegni imprenditoriali.

Con molti sacrifici iniziava la sua giornata ben presto e si avviava spesso a piedi per raggiungere il luogo di lavoro. A sera, dopo essersi organizzato per il giorno successivo con i suoi operai, rientrava a casa stanco. Nonostante gli pesasse la stanchezza, molte volte scherzava con noi, anche se di solito era molto ritroso a mostrarci il suo affetto e mostrava dolcezza solo con la mamma. Altre volte, a causa di una giornata faticosa e non del tutto fruttuosa nei risultati, faceva ritorno a casa con un cipiglio tale che era impossibile rivolgergli la parola. Allora mamma, preoccupata, aveva tutte le premure nei suoi riguardi fino al punto che, quantunque buona cristiana, gliincantava il malocchiopur di allontanargli qualsiasi malanno. Altre volte, quando la giornata non era andata nel verso giusto, noi figli, capendo il suo stato di malessere, restavamo silenziosi e in buon ordine.

Mi ricordo che una di quelle volte diaboliche io, al suo rincasare, nonostante avesse la luna storta, continuai a fare baldoria come al mio solito insieme ai miei fratelli. Mi chiamò e mi guardò in silenzio con una tale intensità che capii che non era più il caso di continuare nelle mie moine. Andai direttamente a dormire senza proferire alcuna parola.

Al sabato o alla domenica, quand’era di luna buona, accendeva la radio Marelli, che era poggiata sul caminetto, ed ascoltava con molta attenzione qualche comunicato dall’Italia, le previsioni del tempo oppure si rilassava su di una sedia a sdraio leggendo “Il Giornale d’Italia”, il rotocalco “La Domenica del Corriere”. In quei momenti chiedeva il massimo silenzio, non voleva sentire volare una mosca.

Mia madre al focolare invece preparava la cena o il pasto della domenica e stendeva la biancheria lavata su sedie e stendini posizionati intorno alla canna fumaria di una grossa stufa a legna con la quale mi divertivo bruciando carte e rimestando il fornello.

Spesso, durante l’estate, mi portava con lui sui cantieri di lavoro e mi presentava ai manovali come se fossi un suo collaboratore. Poi ho capito che ci teneva molto a ché imparassi i modi, l’arte di fare impresa e di condurre un’azienda. Gli avrebbe fatto piacere che da grande avessi continuato la sua attività.

Alcune volte, ho memoria viva, mi lasciava insieme alle maestranze, lontano da casa, affinché mi temprassi nel carattere e mi preparassi alla vita. Così fece quella volta nei lavori di costruzione di un ponte a monte di Guardiaregia. Mi abbandonò tra gli operai e mi lasciò alle loro cure per una settimana; lui era partito per andare a sorvegliare i lavori di costruzione dell’asilo infantile a Ripalimosani.

San Rocco

Il 16 agosto, ancora oggi, cade la festività di San Rocco. Quasi completamente folcloristica, nata, credo, per far divertire la gente e per risanare i conti delle feste di San Vincenzo e Sant’Emidio per le quali si spendeva tanto.

In mattinata la gente si raduna nella chiesa parrocchiale per partecipare alla messa in onore del Santo che viene portato in processione per le vie del paese, accompagnato dalla banda. Nel pomeriggio si svolge l’antica tradizione del tiro al Gallo di San Rocco in piazza Portella. I partecipanti per effettuare il tiro devono pagare l’importo stabilito dal Comitato feste.

Così Felice Del Vecchio ne “La chiesa di Canneto”: “In fondo alla piazza un gallo stava interrato fino alla testa e la gente muoveva dall’altro capo, bendata, con una grande mazza in mano per cercare di colpirlo e portarselo a casa. Venivano avanti alla cieca, uno alla volta, misurando i passi; chi andava a finire subito addosso alla gente o al muro, chi s’infilava per un vicolo e chi andava dritto dov’era il gallo e si fermava un attimo tra il silenzio della folla, finché tirava un gran colpo di mazza come un fendente furioso e sbagliava: allora si toglieva la benda tra le risa alte della gente e imprecava contro il gallo, guardandola sua cresta rossa, come una sfida. Il gallo schiudeva il becco per respirare stretto dalla terra, apriva gli occhi tramortiti, ma neri, lucidi, rotondi come le teste di vetro delle spille, forse per godere ancora la luce, ma la cresta era già avvizzita e paonazza, come se tutto il sangue rosso gli fosse affluito alla testa e vi si ingorgasse annerito per lo spavento del colpo….- Un’aria di scherzo crudele correva per la Portella, ogni volta che vicino alla testa del gallo calavano a vuoto i grandi colpi di mazza, e l’animale, tra le risa della gente, stava con gli occhi spalancati, come se avesse visto la morte.” Era difficilissimo colpire il gallo: per quanto io conosca, mai nessuno è stato capace di sferrare un colpo mortale.

Ad una certa ora il Comitato stabiliva di interrompere il gioco e metteva all’asta pubblica tutti i beni raccolti durante la questua della mattina. Si partecipava giocando al rialzo anche formando una compagnia. Molte volte il bene messo all’asta si pagava tantissimo, anche il cento per cento dell’effettivo valore.

Pensavo che i contadini, soprattutto i giovani, nel tiro al gallo e partecipando all’asta, si mettessero in mostra per far notare la loro abilità; essi sfogavano anche la loro rabbia per le fatiche patite ed era un momento di sospensione delle loro sofferenza.

 


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

 

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