Da Roccavivara con affetto: dopo gli esami

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di Mario Antenucci, tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Dopo gli esami, essendo stato promosso, i miei genitori, premiandomi, decisero di mandarmi alla colonia estiva di Campomarino, cittadina sul litorale molisano.

Mia madre mi preparò il corredo per i quindici giorni di colonia e mi affidò a mio zio Angelo, unico dei fratelli di mio padre che avesse la macchina.

Partimmo e a mano a mano che la macchina si allontanava dal paese mi rattristavo perché pensavo ai tanti giorni che mi avrebbero tenuto lontano da casa, dai miei cari e dai miei compagni di giochi.

Arrivammo in colonia dopo tanto tempo e dopo aver percorso strade impervie. Mio zio congedandosi mi consegnò ai responsabili della struttura e mi invitò a fare “l’ometto”. Al suo allontanarsi scoppiai in lacrime e non ricordo più nulla. Sicuramente mi ambientai e socializzai con gli altri bambini.

A fine colonia, quando mio zio venne a riprendermi, lacrimai per la gioia di poter tornare a casa.

Salito sull’automobile, mi accovacciai sul sedile posteriore della vecchia Fiat 600 bianca. Stetti fermo lungo tutto il percorso fino a quando non incominciai a rivedere la vallata del fiume che scorreva alle falde del mio luogo natio e a riconoscere le colline della mia terra che mi apparivano strane; non riuscivo ad identificare il paese: forse perché era la prima volta che valicavo i confini territoriali di Rocca e non ne avevo avuto mai la visione dall’esterno.

Roccavivara Via Prinipe Umberto

Quando l’autovettura cominciò a fare le prime anse della strada brecciata che conduceva al paese, sussultai di gioia: “Eccolo, eccolo!”  L’avevo avvistato, ero arrivato, finalmente riabbracciavo la mamma, le mie sorelle e i miei fratellini che mi sembrava aver abbandonati. A sera rividi e salutai con un abbraccio mio padre, che mi accolse con un commosso sorriso.

Nel frattempo mamma, fra stenti e sacrifici, aveva partorito due fratellini, Settimio e Ottavio, che nella Provvidenza avevano incrementato il numero dei figli fino ad otto.

Con l’arrivo del solstizio d’estate del 21 giugno iniziava la stagione della mietitura.

Le giornate erano più lunghe e luminose.

L’aria era più serena e solo raramente veniva incupita da nubi minacciose che si scontravano e portavano temporali dannosi. Molte volte questi erano perniciosi per la vigna e per i grani, sebbene il buon parroco, don Duilio, si preoccupasse di far suonare a distesa il campanone.

Si diceva e si dice ancora che il suo suono forte e vibrante riuscisse ad allontanare e diradare le nuvole che arrivavano tempestose da Celenza e da Palmoli – paesi che confinano con il territorio di Roccavivara.

Ricordo ancora, con cuore triste, che, quando i temporali colpivano con violenza i campi di grano o la vigna, mio nonno e mia madre, riparatisi nella masseria – alle Vicenne – assistevano impotenti alla furia burrascosa della pioggia e spesso anche alla tempesta della grandine.

Si inginocchiavano: soprattutto mia madre pregava affinché cessasse il maltempo, mentre mio nonno imprecava contro santi e Padreterno perché tutte le sue fatiche e i suoi sudori non erano serviti a nulla. Bestemmiava perché il lavoro speso per far crescere rigogliosa ed abbondante la vigna andava in fumo per chissà quali sfizi o fantasie del Signore.

Egli diceva che per ottenere un buon vino occorreva che una persona da marzo fino ad ottobre assistesse la vigna secondo natura e secondo l’andamento delle stagioni che si susseguivano; doveva essere una persona che sapesse parlare alle viti come alle persone.

 


[1] Pane e Vino, un libro molto prezioso nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.
Chi fosse interessato al libro può scrivere a: m.antenucci1947@gmail.com

 

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