Da Roccavivara con affetto: 7 e 8 Settembre

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di Mario Antenucci,
tratto dal suo libro “Pane e Vino” [1]

Dopo la festa di San Rocco la gente del paese dedicava l’attenzione a quella del sette ed otto settembre in cui si festeggiava la natività della Madonna al Santuario monumentale di Canneto eretto da frati benedettini intorno all’anno Mille.

Una grande devozione e una profonda venerazione legano i cittadini di Rocca soprattutto e quelli della valle del Trigno alla Vergine Maria.

La festa ha inizio il giorno sette – al vespro – quando tantissimi devoti in pellegrinaggio, a piedi, si recano a Canneto.

Arrivano stremati e vanno pel sagrato a ginocchioni e al meriggio assistono partecipi alla messa di apertura della festa. Dopo il celebrante apre la porta laterale posta a nord-est – quella santa o del perdono– da dove passano e ripassano in religioso ordine – fanno le passate –in segno di umiltà e di purificazione e per chiedere favori alla Vergine e lucrare l’indulgenza plenaria. Durante la notte i pellegrini vegliano pregando e cantando lodi adagiati sul pavimento di pietra.

Un vocio e un ronzare di preghiera alitano per le tre navate come se fosse uno sciame d’api che vi trasvola. Poi la notte li prende come colti da lento sopore e ai primi raggi di luce che entra dalla porta santa o del perdono si svegliano e si alzano lentamente come fiori appassiti rinvigoriti da fresca rugiada.

Per chi arrivava all’alba dell’otto l’interno della chiesa sembrava come un lazzaretto dove regnava una strana confusione. Borse, indumenti, bisacce con i viveri messi alla rinfusa, dove sembrava che fosse passata la peste tanto era il puzzo che olezzava e che si sentiva fino all’ingresso. Il fetore era così intenso che mi sembrava che perfino alla Madonna riuscisse insopportabile.

Constatavo spesso che a queste funzioni partecipava per lo più la gente umile, i contadini, che forse avevano da chiedere alla Vergine Cannetina aiuto e protezione e buoni auspici per la loro attività agricola. Molto spesso le loro coltivazioni venivano distrutte da temporali, da grandinate o colte dalla siccità e le preghiere erano accompagnate anche da lacrime di commozione e di raccomandazione. Allo stesso modo partecipavano al culto quelle persone o i loro familiari che erano stati colpiti da malattie o da fatti gravi.

L’otto settembre è la giornata solenne, coinvolgente, mistica e al tempo stesso romantica e sublime perché innalza l’animo dei devoti e dei pellegrini fino all’estasi.

Dai paesi circostanti – da Trivento a San Felice del Molise, da Schiavi d’Abruzzo a Tufillo – scendono dalle loro colline, spopolando, per venerare la Madre di Dio. Molto partecipato e sentito è il pellegrinaggio organizzato dalle parrocchie di Roccavivara, Montefalcone nel Sannio e Celenza sul Trigno. Tale e tanta è la devozione versa la Madonna di Canneto che ognuno di questi paesi nel passato ne ha reclamato l’appartenenza.

“Si dice che i Montefalconesi ed i Celenzani reclamavano la proprietà, se non del Santuario di Canneto, almeno della Statua della Madonna. Ma i Rocchesi erano disposti a tutto ma non a cederla. E giù liti, bastonate e guerre a non finire. Finché dietro suggerimento dei sacerdoti di queste Comunità, si decise di porre la Sacra Immagine sopra un carro tirato da buoi e poi lasciarli andare senza guida, dove volevano. Nel paese dove si sarebbero diretti sarebbe rimasta la Statua. Giunti i buoi al bivio tra Montefalcone e Roccavivara, all’attuale incrocio sul ponte del torrente Musa, i buoi si diressero verso Roccavivara, prediligendo così la contrada Canneto” (N. Di Blasio – “Santa Maria di Canneto – Un bene culturale molisano” – Editore Cannarsa – Vasto 2007).

Un’altra leggenda che sta a dimostrare l’attaccamento di intere popolazioni alla immagine sacra della Vergine è la seguente: “I Celenzani, indispettiti per non aver potuto avere la Statua della Madonna, perché i buoi si erano diretti verso Roccavivara ed era chiaro che i buoi facevano la strada che avevano sempre fatta e quindi il responso del carro non dimostrava la volontà della Madonna di voler rimanere a Roccavivara, di notte tempo, spinti da sentimento di vera devozione, penetrarono nel Santuario e prelevarono la Sacra Immagine per portarla nel loro paese. Tutto bene finché non arrivarono al fiume Trigno. Ma quando cominciarono ad attraversarlo, la Statua cominciò a farsi sempre più pesante. Chiamarono l’aiuto, ma ogni passo che si dava non solo diventava sempre più difficile alzare l’altro piede per andare avanti, ma diventava così pesante da non riuscire a tenerla sulle spalle. Visto impossibile l’attraversamento del fiume e spaventati pensarono di tornare indietro e come facevano i passi di ritorno così la Statua diventava sempre più leggera, tanto da diventare come una piuma quando giunsero al Santuario. Questo avvenne per tre volte. La terza volta i Celenzani capirono e desistettero.

La Madonna non voleva che la sua immagine fosse trasferita a Celenza ma rimanere a Canneto per Roccavivara e per tutti i fedeli della Vallata” (N. Di Blasio – op.cit.).

Ricordo che in questo giorno il paese, posto sulla collina a monte, si svuotava e le sue vie e piazze rimanevano deserte, le case desolate senza alcun segno di vita. Le persone, dopo aver caricato gli asini e muli con cesti di vimini e bisacce, si incamminavano lungo la strada mulattiera che conduceva a Canneto così da formare una processione di animali simili a quella che formano le formiche quando si recano a raccogliere il cibo.

E così pensavo che accadesse anche negli altri paesi dintorno.

La Messa Solenne segna l’apoteosi della giornata quando, alla fine di essa, tutti quelli che hanno assistito alla celebrazione partecipano alla processione con le canneche volenterosi cittadini di Rocca hanno spiantato dai canneti del pianoro e le offrono al popolo festante.

La statua della Madonna viene presa ed accompagnata per i viali del Santuario. Al canto dell’inno a Lei dedicato “…Il cantico lieto del labbro e del cuore” i cuori dei fedeli si sciolgono dando sfogo alle implorazioni più forti e la seguono stretti – tra il fruscio delle canne e il mormorio della gente e al suono festante della campanella della torre che svetta al fianco della chiesa millenaria.

Tutte le donne vogliono portare la statua e l’accarezzano e l’abbracciano come se fosse una persona viva di famiglia.

Io guardavo la Madonna ricoperta di tanto oro e sembrava che sorridesse per la partecipazione di quella moltitudine e per la festa che Le stavano facendo.

Così Vincenzo Ferrara in “Orme sul greto” – breve silloge – con La Tua voce:

Anche se canto e grido,
premuta sulle labbra,
la Tua voce odo
dall’ugola del monte
ove gli usci chiudono
e Ti si ascolta in eco,
sotto falcata luna da serenata,
M a d o n n a !
Anche se piango e imploro,
fermata contro il tempo,
la Tua voce odo
tra gli umori umani
ed il silvestre stormire delle foglie
e T’ascolto come nell’attesa,
quando il silenzio assale.

Si riaccompagnava la Madonna sull’altare e ogni famiglia, dopo essersi raccomandata ancora una volta alla Sua volontà e al Suo amore materno, all’uscita si radunava e prendeva la strada per andare a mangiare, disperdendosi tra viottoli e sentieri.

Chi si dirigeva verso le masserie; chi prendeva posto nelle baracche – capanni di frasche – appositamente approntate, intrecciate di rami frondosi e di canne verdi; altri si accomodavano intorno alla surienzaed altri ancora alle spalle della chiesa, all’ombra dei pini, abeti ed aceri sul verde tappeto d’erba.

Anche la mia famiglia si adagiava su questo prato erboso per consumare polli ripieni di interiora degli stessi, impastati con formaggio e pan grattato. Mia madre con cura sfilava dai cesti di vimini i vari fagotti contenenti ogni ben di Dio e li poneva su un grosso mantiledi lino mentre mio padre intratteneva alcuni militi forestali che aveva invitato.

Mentre tracannavano il vino rubino che veniva dalle botti di famiglia, la mia mente correva ai giorni di duro lavoro che gli operai avevano prestato per la coltivazione della nostra grande vigna a colpo di bidente, in particolare all’innaffiatura che zio Mario faceva tante volte all’anno affinché le viti crescessero rigogliose e producessero grappoli d’uva abbondanti. La fatica era tale che di tanto in tanto avevano bisogno di fermarsi per riposare le membra poggiandosi con il gomito sulla parte alta del manico dell’arnese o per fumare una sigaretta rilassante.

La giornata festiva finiva a sera quando c’era l’incendio dei fuochi pirotecnici che illuminavano e coloravano la vallata mentre si accendevano le luci dei paesi che su di essa si affacciavano. Sembravano tanti occhi di bambini curiosi che stavano a guardare fissi ed incantati le meraviglie di quelle luminarie tutte colorate.

Ricordo che noi bambini accorrevamo nei pressi del sito in cui erano posti i mortai per assistere più da vicino al lancio dei colpi. Ogni tanto con Domenico e Pasquale si contava il numero dei botti fatti esplodere: sono otto, dicevo; no sono dieci, rispondevano; non eravamo mai d’accordo sul numero.


[1]Pane e Vino, un libro molto prezioso , nella cui premessa si leggono queste frasi significative: “Un tozzo di pane e una ciotola di vino, per pochi, erano i componenti essenziali della nutrizione negli anni difficili della rinascita. Pochi tenevano sia l’uno che l’altro, sul desco, per ristorarsi nei giorni del solleone e per consolarsi intorno al camino nei giorni freddi dell’inverno.  Pane e vino costituiscono gli elementi sostanziali della liturgia nel Cristianesimo. “Senza di essi non si canta messa”, così si diceva e si dice ancora. Per dirla con Nedo Fiano, il mio intento è quello di “conservare, custodire e trasmettere la memoria”. Credo “fermamente nel dovere del ricordo perché il nostro passato è, in qualche maniera, memoria del futuro”.Chi fosse interessato ad avere il libro può scrivere a:   m.antenucci1947@gmail.com

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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