Da lontano, il suono di una zampogna

1
687

di Maria Delli Quadri

Ieri pomeriggio (12-12-12), saranno state le due e mezza, in lontananza mi è parso di sentire l’eco flebile di una cornamusa che diffondeva nell’aria una struggente musica natalizia. Ho aperto il balcone e mi sono affacciata con cautela per non scivolare, perché la base è tutta innevata: la strada era assolata, deserta, con mucchi di neve ai lati alti quasi un metro. Il silenzio era totale, la musica era cessata, tutto il paesaggio aveva un che di surreale e misterioso.

Ad un tratto, guardando meglio, ho intravisto, seminascosto dalla porta del bar, chiuso a quell’ora, una sagoma scura che cominciava ad andare via perché nessuno aveva raccolto il suo richiamo. Ho gridato: “Zampognaro!”. Si è girato e, non credendo a se stesso che in quel deserto avesse udito una voce umana, finalmente presente nella quiete della montagna innevata, è tornato indietro e mi ha detto: “Bella signora! Adesso suono solo per te!”

Sui 40 anni, bella presenza, vestito con jeans, camicia e maglione e giaccone, portava a tracolla uno strumento fatto di un piccola zampogna collegata con un piffero, manovrando con maestria tutti i tasti.

Francesco e Giuseppe in una foto di Minella Busico Marcovecchio

Novelli Romeo e Giulietta, io al balcone, lui sotto casa, ho provato un moto di struggente nostalgia nel ripensare alla mia infanzia, quando gli zampognari erano un’istituzione e venivano due volte all’anno: alla Concezione e a Natale. Noi ragazzi, tutti in fila, dovevamo ascoltare le musiche un po’ stonate di “Francisc” (la zampogna) e Giuseppe (la tutarella). Mio padre ne faceva una tradizione irrinunciabile: non era Natale se non c’erano il presepe e gli zampognari.

Il freddo di quelle mattinate! Lo lascio immaginare, perché eravamo tra i primi a ricevere questa pregiata visita intorno alle 7 della mattina. La fantasia di noi ragazzi correva a briglia sciolta, tanto che mio fratello, più grande di me di 5 anni, nel periodo immediatamente successivo mi prendeva in braccio e, raggomitolandomi nel suo grembo, succhiava il mio pollice mugolando un qualunque canto natalizio. Io, buona buona, lasciavo fare. Lui impersonava così il personaggio incantato del pifferaio.

Tornando al mio Romeo, gli ho lanciato la mancia e lui mi ha augurato mille anni di vita. Gli ho detto che erano troppi (gli anni) e lui ha risposto: “Quello che vuole Dio”. Poi se n’è andato e dopo un po’ è sparito all’angolo della strada. Le sue ultime parole sono state: “Io vengo da San Polo Matese. Buon Natale, signò!


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

1 COMMENTO

  1. mamma mia quanti ricordi ! anche per mio nonno il natale senza gli zampognari che suonavano davanti al presepe non era natale ! non so perche’ ma a me ricordavao stanlio e ollio 🙂

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.