“Custodina” – di Maria Delli Quadri

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Il 10 novembre 1945, con delibera del consiglio comunale presieduto dal commissario prefettizio Orlandi, veniva istituito ad Agnone il primo Liceo Scientifico della provincia di Campobasso, facente parte allora della regione Abruzzi e Molise, dove esistevano soltanto i due licei classici “MARIO PAGANO” del capoluogo e “ONORATO FASCITELLI” di Isernia.
Come preside di questo novello istituto, che contava due classi, con 24 alunni complessivi, fu nominato il prof. Emidio Di Maggio, docente di materie letterarie presso la locale scuola media.
Gli faceva corona una squadra di insegnanti di alto livello, provenienti dai locali istituti post-elementari che, volontaristicamente e con spirito di abnegazione, si misero a disposizione di questo nuovo progetto educativo per una ricompensa quasi simbolica: 150 lire l’ora, per un massimo di 20000 lire mensili.
I nomi erano e sono rimasti eccellenti, espressione alta della cultura agnonese del tempo: Francesco Bonanni, Erminio Trabucco, Ippolito Amicarelli, Teresa Ziccardi, Tonino Tirone, Antonio Menaldi, Fiorina Tirone. Tra tutti spiccava  la prof. Custode Carlomagno a cui dedico questo modesto scritto, perché lei è stata, per tutta la sua vita, il fulcro, il punto di riferimento, l’emblema stesso dell’istituto, che a lei deve molta parte del suo successo nella regione e fuori di essa.

Il Palazzo Apollonio. Ha ospitato il Liceo nei suoi primi anni di vita

In realtà il Liceo fu anche l’espressione della forte volontà degli agnonesi, popolo fiero e orgoglioso delle sue radici, che contribuì con donazioni spontanee all’avvio dell’opera e al consolidamento di essa. Basti pensare che i primi alunni, veri e propri pionieri, oltre a pagare salate tasse annuali e mensili, si portarono da casa il banchetto e la sedia, ciascuno per proprio conto; la lavagna era di cartone annerito, il riscaldamento fornito da un braciere, i libri quasi del tutto mancanti o diversi tra loro.

Forse le generazioni odierne, ignare di questa difficile e tormentata preistoria, sorrideranno con aria di superiorità per questi loro coetanei “antidiluviani” i quali, senza mezzi, senza zaini o abbigliamento firmati, si recavano tutte le mattine, a piedi, fino alla Ripa, con ogni tempo, quando anche le nevicate meritavano grande rispetto. Noi abbiamo aperto la strada, tutta in salita, perché eravamo lì e volevamo studiare in una scuola di qualità; essa, infatti, ci ha consentito di raggiungere i nostri obiettivi e di farci realizzare come professionisti in ogni ambito del sapere.

Il Leone posto sulla facciata del palazzo Apollonio

Nel palazzo Apollonio, elegantemente ornato dai  leoni di s. Marco, Armando, il bidello con una sola mano, accendeva presto, tutte le mattine, un gran fuoco, in un camino colossale, tipico dei tempi antichi; carbone e carbonella in quantità, più legna da ardere costituivano uno spettacolo affascinante. Beati gli studenti cui capitava come aula questa grande cucina con stipi e stipetti, fornacelle, tutte rivestite di tendine di cretonne. La mia classe, esigua in verità, c’è stata un anno solo: in seconda. Quando tutto il materiale era diventato rosso ardente, l’uomo riempiva i bracieri di rame, con relative pedane, da portare per tempo nelle aule e nelle altre stanze. Col passare delle ore  il rosso fuoco si smorzava, il calore si affievoliva, ma noi eravamo temprati alle basse temperature per cui il disagio era avvertito, infine, solo ai piedi e alle mani che si irrigidivano e spesso si rifiutavano di scrivere.

Io sono entrata in prima liceale nell’autunno del 1949 e ne sono uscita nel luglio del 1954 dopo avere sostenuto gli esami di maturità a Campobasso, dove nel frattempo era sorto un altro liceo scientifico.
In classe eravamo in 13. Essendo la scuola non ancora parificata, oltre a pagare le tasse mese per mese più quelle d’iscrizione, ogni anno subivamo le visite degli ispettori ministeriali i quali entravano in classe con aria di superiorità (forse allora così mi pareva) e ci interrogavano nelle varie materie, facendo domande specifiche alle quali il nostro cervello, fuso per la paura, tentava di dare risposte coerenti.
Non tutti facevamo bella figura, ma eravamo confortati in qualche maniera dalla presenza della prof. Carlomagno che ci sorrideva, ci rincuorava, ci infondeva coraggio e fiducia, dandoci spesso l’input per le giuste risposte. La parifica arrivò nel 1950 e, mentre presidi e professori si alternavano, lei rimase solida al suo posto, figura di riferimento tra tanti mutamenti.

Nel 1957 la prof. Carlomagno divenne preside della scuola e nel 1959, il 21 luglio, giunse la tanto attesa statalizzazione. Io ero uscita dall’istituto già da alcuni anni, tuttavia posso affermare, senza ombra di dubbio, di aver fatto parte con onore di quella schiera di studenti che, come ho detto prima, pur tra mille difficoltà, ha portato in alto il nome del liceo di Agnone.

Custodina Carlomagno in una foto di gruppo inizi anni ’60, insieme ad alunne e insegnanti

La Signorina Custodina, o più semplicemente “Custodina”, come la chiamavamo noi, è stata mia insegnante di francese per cinque anni. Donna dotata di intenso carisma e di personalità tenace aveva al contrario un fisico quasi minuto, un aspetto improntato a bonomia, gentilezza di modi, voce calma e pacata, qualità che potevano trarre in inganno gli sprovveduti. In realtà lei era forte e s’imponeva, senza mai alzare la voce. Una sola volta in cinque anni l’ho vista alterata; aveva perso le staffe e gridava contro alcuni miei compagni, il viso congestionato, le vene del collo pulsanti. Noi la temevamo e nel contempo provavamo per lei grande rispetto.

Persino Engino, mio compagno di classe, alunno irriverente e spericolato, il quale per una sua malefatta sarà poi espulso per un anno da tutta le scuole d’Italia, confessava candidamente: “i n’ ndeng paiura d’ cubbell ma chessa a me m’ fa paìura” (io non ho paura di niente, ma questa mi fa paura). Durante le sue lezioni  non “volava una mosca” come si dice. Bravissima nella sua materia, aveva una cultura vasta ed enciclopedica che trasmetteva con passione agli alunni, abituandoli fin dal primo giorno ad esprimersi in francese. All’inizio di ogni anno faceva un rapido ripasso delle regole grammaticali e sintattiche, poi passava agli argomenti nuovi che spaziavano dalla letteratura alla storia di Francia, ai personaggi più famosi dei romanzi di Hugo, Balzac, Maupassant, Flaubert, Zola; “La chanson de Roland”, “I Cavalieri della tavola rotonda” con re Artù e “la table ronde pour eviter toute précéance” (testuali parole che lei ripeteva per sottolineare che nessuno dei Cavalieri doveva avere “la prerogativa della precedenza”).
L’immersione nel mondo e nella cultura francesi era totale e per noi, amanti del sapere, era come un tuffo in una sorgente ristoratrice. Alla maturità presi 10, all’università mi chiedevano sempre se per caso fossi vissuta in Francia. Parigi l’avrei vista molti anni dopo con un effetto straordinario. Avevo dimenticato alcune cose insegnatemi da Custodina, ma con la lingua me la cavai bene.

Un particolare della foto

La Prof. portava i capelli tagliati corti, sempre ordinati, coperti d’inverno da un foulard annodato sotto il mento. Riciclava, a turno, i suoi abiti quasi avesse fissato sul calendario le date in cui indossare questo o quello. Noi alunni prevedevamo quasi con certezza che cosa avrebbe messo la settimana dopo. Difficilmente ci sbagliavamo. Ricordo in particolare un tailleur autunnale grigio gessato che aveva visto tempi migliori, la cui gonna, un po’ lisa, era stata rifoderata sulle ginocchia, con evidenti segni dei punti rimessi, senza troppa  accuratezza. Per il resto portava camicette, giacche di lana, qualche foulard e, d’inverno, cappotti pesanti, uno verde scuro per tutti i giorni, un altro grigio beige screziato con collo di pelliccia per le occasioni. Il trucco leggero, poco rossetto, pelle del viso acqua e sapone,  solo un anello di valore non vistoso all’anulare della mano destra, una catenina al collo. Tutto era improntato a sobrietà e buon gusto.

Lapide posta nell’Aula Magna del Liceo Scientifico, a lei dedicata

La vita privata di Custodina era, a noi alunni, sconosciuta. Di lei sapevamo molto poco: negli anni ho appreso che era generosa con i bisognosi, aiutava chiunque si trovasse in difficoltà, elargiva elemosine, proteggeva i più deboli. Ha scritto due libri su Agnone. Ma ciò che ha fatto di lei una grande donna è stata la dedizione totale al liceo che, sotto la sua guida, ha raggiunto punti elevati di notorietà e di affluenza. Le sue doti di mediazione erano note e le consentivano di risolvere molti dei problemi connessi alla direzione della scuola. Il sodalizio con Don Gennaro, rettore del convento di San Berardino, le facilitò il compito, allargando il territorio di provenienza della popolazione scolastica agli studenti convittori che trovavano accoglienza e ospitalità nella struttura da lui trasformata in Convitto Vescovile. Qui rimasero per alcuni anni anche dei professori del liceo: tra essi ricordo Francesco Figura, siciliano, mio insegnante di italiano e latino, Aldo Carano e il prof.  Fulvio D’ Amato.

La casa dove abitò, nel quartiere San Francesco

Intere generazioni, di agnonesi e non, sono passate sotto il suo vaglio: metodo incisivo, vivo ed efficace che ha lasciato negli allievi un’impronta indelebile. Insegnava con rigore e precisione e le stesse qualità richiedeva a noi. Nel 1954 nacque, per iniziativa di Ave Sabelli, sua nipote e carissima mia amica, recentemente scomparsa, il MAC PI 100, festa di addio delle quinte classi.
Custodina aveva una grande amica: Regina Martino, maestra elementare, trasferitasi poi a Campobasso. Insieme, nelle belle serate d’estate o di primavera inoltrata, passeggiavano sottobraccio per il corso di Agnone, a volte fino alle ore piccole parlando e discutendo; lei era la più compassata delle due e discorreva con garbo e signorilità; l’amica  gesticolava  rafforzando il discorso con movimenti della testa e delle mani.
Nel 1963- 64 mi affidò una terza liceale di 32 alunni per sei ore di italiano (io ero gia di ruolo nella scuola media), per cui l’ho conosciuta anche come preside. L’istituto era cambiato, non era più la mia vecchia scuola, ma la sede del convento di Santa Chiara.

Oggi il liceo è intitolato a Papa Giovanni Paolo I e ha la sua sede accanto alla chiesa di Sant’Emidio. Locali nuovi, ariosi, funzionali, con aula magna intitolata a lei, la piccola grande donna che ha amato la scuola più della sua stessa vita.
Sulla facciata della sua casa spicca un lapide

Io, all’aggettivo INSIGNE avrei aggiunto

GENEROSA, MODESTA, UMILE.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

11 Commenti

  1. Carissime Flora e Maria,
    abbiamo letto con molta commozionme il vostro articolo su “zia Custude”, Io, anche se piccola la ricordo molto bene e la tua descrizione è bellissima. I miei genitori erano molto amici con lei  ed io anche da grande provavo soggezione nei suoi confronti. A proposito chi di voi è stata alunna dei miei genitori? un forte abbraccia da noi tutte!

  2. Io sono stata alunna di tutti e due. L’articolo è di mia mano, la messa in opera è di Flora: è lei che cura l’editing.

  3. Cara Maria,
    Tu uscivi dal liceo, nel 1954, io vi entravo. Ho avuto modo, quindi, di conoscere Custode Carlomagno e di godere dei suoi insegnamenti. Mi ritrovo in ognuna delle tue parole, fino alle ultime….generosa, modesta, umile.

  4. Anche io la ricordo con affetto e non nego che un pochino di timore sempre lo avevo nel vederla, quando entrava in classe ci faceva 1000 raccomandazioni, non voleva le mini gonne e se qualcuno faceva “filone”….Maria l’ha descritta alla perfezione e come sempre mi commuove con i suoi e anche nostri ricordi!

  5. Condivido in pieno quello che hai scritto, sono stato anch’io alunno della prof.ssa Custode Carlomagno per 3 anni.
    Complimenti a te per il bellissimo racconto che hai scritto

  6. Bellissimo ! Una grande donna la signorina Custodina: che cultura, che integrita’ morale e che amore per la scuola!

  7. e chi potrà mai dimenticarla ,,,le sue inte
    rrogazioni in cui si doveva conoscere obbligatoriamente dalla a alla zeta ,e della grammatica e della letteratura,,,,indimenticabile un suo vezzo la cura per le mani acui teneva molto varie volte ,quando mi chiamava carola ,era perché dovevo andare da nicola martiniell a comprare la famosa ,Leocrema ,indimenticabili le raccomandazioni ,stai attenta e fai presto,,,,,

  8. CARA MARIA, io leggo solo oggi, con LA RIPROPOSIZIONE, il tuo primo racconto: sei stata del liceo di Agnone, a buona ragione- prima alunna e poi insegnante di valore e di spicco e ne dai testimonianza coi tuoi ricordi -e quindi con gli scritti attenti, esaustivi e accattivanti nello stile,–anche a chi estraneo del luogo legge e apprende da te il felice percorso del liceo agnonese del passato.
    Qualcosa del genere è avvenuto, che ricorda l’operato della prof Custodina Carlomagno, anche al mio paese negli stessi anni, ad opera del parroco DON VITTORIO CORDISCO, fondatore della locale SCUOLA MEDIA, da me frequentata con altrettanto piacere, come te.

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