Corpus Domini

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di Meo Domenico [a]
tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001

La festa del Corpus Domini fu istituita dalla chiesa cattolica in onore dell’Eucarestia[1] e cade il primo giovedì dopo la festa della Trinità. Venne introdotta da Urbano IV con la bolla Transiturus nel 1264. Dal XV secolo, dopo che i papi Martino V ed Eugenio IV attribuirono al Corpus Domini il potere delle indulgenze, si celebra la festa, portando in processione il SS. Sacramento.

L’elemento caratteristico della tradizione popolare, che si innesta nella liturgia ufficiale, è dato dallo sfoggio di piante e di fiori di cui si adornano le vie e le piazze ove passa la processione.[2] Le infiorate simboleggiano la trasformazione del sangue di Cristo nella salvezza dell’umanità di cui la primavera è l’emblema.

Per capire come il sentimento religioso si sia attenuato, riferiamo una descrizione dettagliata della processione del Corpus Domini ad Agnone, nella metà del secolo XVIII, riportata su L’eco del Sannio agli inizi del Novecento.

«Dalla cortesia del Sig. Potestà Serafini ci fu favorito un foglio ingiallito dal tempo, e da lui trovato tra le carte di famiglia. Esso contiene una relazione che potrebbe dirsi una pagina storica della nostra città, poiché nella descrizione fatta dal Vescovo diocesano, chiaro si rivela che il nostro popolo in quell’epoca (1738-1759) era eminentemente pastorizio; che l’abitato giungeva fin dove oggi si dice Borgo e Porta di Sant’Antonio; che le locali autorità ecclesiastiche, anche con molestie e persecuzioni, furono sempre ferme a reprimere i trasmodamenti e il fanatismo in ciò che riguarda, il culto religioso.

La relazione del Vescovo di Trivento Alla Sacra Congregazione dei Riti, è la seguente. “Nella città di Agnone in questa mia diocesi si è sempre costumato di fare la processione del Corpus Domini nel modo seguente: la mattina a buon’ora si radunano avanti la chiesa matrice venti o trenta paia di bovi, come più possono aversi ligati sotto il giogo, e l’aratro, ed ivi aspettano che si raduni in detta chiesa il Clero Secolare e Regolare e le Confraterne. Poi il mastro di Cerimonie comincia a far caminare detta processione con tal ordine: prima di tutti va lo Stendardo o sia Confalone di detta chiesa colla figura del Santo titolare di essa, e di altri Santi; immediatamente appresso di questo caminano detti bovi a paro come sopra ligati; poi seguitano le Confraterne e certe Caje che chiamano; appresso i Regolari, e poi i Preti vestiti con camici e pianete, ed in ultimo i Rettori Curati in numero di sette con li piviali, che portano il Venerabile un certo tratto di strada per ciascheduno. I suddetti bovi sono guidati da gualani ed aratori in buon numero, i quali mentre stanno aspettando in detto largo della Matrice, che cominci la processione, fanno rumori e strepiti per tener fermi i bovi ed altre leggerezze che sogliono fare, rustici di campagna, in segno di allegrezza: poi camminano per la strada tutte, per le quali doverà passare il Venerabile che gira tutta la città, e dalle case dei conoscenti, ed anche dall’innammorate de’ gualani ricevono biscottini e ciammelle e vino, che nell’istesatto bevono.

Giunta detta processione alla Porta della Parrocchia di Sant’Emidio, esce dalla città, e va per il largo che chiamano di Maiella, disabitato, passa per avanti un Conventino de’ PP. Celestini, poi seguitando per un buon spazio di campagna, e per mezzo a certe siepi di terreni e orti, giunge avanti il Convento dei Cappuccini extra moenia, e di là per un altro spazio di campagna va alla porta della città detta di S. Antonio; ivi entra e va per l’abitato a terminare nella Matrice suddetta, avanti il di cui largo trova fermati tutti li suddetti bovi, che li trattengono così li gualani a forza di strida e rumori sin tanto passa tutta la processione e poi li fanno benedire dal SS. Sagramento, quale benedizione anco si fa prima dare nel cennato largo di Maiella con fare passare i bovi a fila nell’orlo della strada, dove passa il suddetto SS. Sagramento. E non potendo li bovi star fermi alla vista e passaggio di tante persone con tanti abiti, ed insegne diverse, e canto de’ preti, si fermano a forza dei suddetti rumori, e spesse volte impazientati i detti villani danno in diverse bestemmie: aggiungendo che i bovi colle sporcizie corporali che fanno avanti la Matrice, e per le strade dove passano, sono causa di fare allordare i camici dei suddetti Sacerdoti, e specialmente delli Curati che vanno sotto al Baldacchino col Sagramento alle mani, e non possono nè vedere nè evitare le sporchezze medesime con pericolo di sdrucciolare e cadere.

Tutto ciò pervenuto alla notizia mia e della mia Corte, benché tardi, pensai darvi rimedio, e l’anno passato appunto feci fare ordine all’arciprete Fiorita, Oratore, e Procuratori del Clero, che non fossero andati con detta processione portando il Venerabile fuori l’abitato e per il suddetto largo di Maiella e campagna dall’una e dall’altra parte dei Cappuccini che giunge il luogo disabitato più di mezzo miglio, o che avessero fatto levare i bovi dal Corpo della processione, giacchè propriamente vanno in quello perché camminano sotto il detto Confalone, e non divisi dall’altri che formano detta processione.

Saputosi tal ordine, alcuni cervelli torbidi mossero talmente il popolo che molti di questi minacciavano i preti, e specialmente il suddetto Arciprete di volerlo ammazzare se non faceva andare i bovi in processione, e se non andava con quella per la campagna suddetta disabitata di Maiella e Cappuccini: e posero due Ritratti del Re Carlo 3°, che Dio guardi, uno nel muro dei Celestini, e l’altro in quello dei Cappuccini, accomodato coll’Altare ornato con tovaglie, pietra sacra, candelieri, carte di gloria e quadro di Santo, facendosi assentire che il detto Arciprete dava prova d’infedeltà al Re, se non andava e faceva andare la processione avanti detti Ritratti, a segno che per non avere male relazioni appresso i Regii disubbidirono gli ordini della mia Corte, e fecero la processione colli soliti abusi e disordini suddetti. E si occorse di peggio che giunti col Venerabile avanti detti Ritratti, specialmente di quello che stava avanti li Cappuccini, gridarono che l’avesse benedetto, ed il Rettore Donato Rucci che asportava in quell’atto il SS. Sagramento, fu costretto con quello benedire detto Ritratto.

Non contenti detti cittadini di aver avuto l’intento a loro modo, pure fecero memoriale al passato Sig. Viceré Conte Carlo Borromeo, tacciando d’infedeltà al Re il suddetto arciprete, Rettore Rucci, ed altri, a segno che si è faticato di far conoscere la verità, e l’istesso Arciprete è stato forzato dimorare molti mesi in Napoli, ed assistere appresso il Regente Delegato della Real Giurisdizione per togliersi le molestie dei Regii, e non far dare da quelli il braccio ed assistenza che cercavano i detti agnonesi per fare con la forza la processione con i suddetti pessimi abusi, e de fatto il suddetto Regente conosciuta la verità decretò spettare la cognizione di tali disordini al Giudice Ecclesiastico. Ed Avendo veduto libera la mia giurisdizione, prima della prossima passata festività del Corpus Domini, feci editto del tenore secondo l’allegata copia; ma in disprezzo del medesimo portarono i bovi avanti la Matrice in più numero del solito, ed ostinati i cittadini e bovari a non volersi levare, e a minacciare di voler ferire ed offendere i preti se non facevano la processione a modo loro, furono necessitati li detti preti  starsene in chiesa per non essere offesi, e non si fece in quella mattina la generale processione, benché il giorno poi, e la Domenica infra l’ottava istessa si fecero le processioni particolari nelli ristretti delle proprie parrocchie. Ed essendosi pigliato il processo del disprezzo, e disubbidienza di detto editto, si procederà dalla mia Corte alla dichiarazione della scommunica riservata a cotesta S. Congregazione, dalla singolare giustizia della quale dipende il rimedio opportuno, acciò in avvenire non intervenghino i detti bovi nella detta processione, e questa non vadi fuori della città contra i decreti di essa S. Congregazione quando volessero tolerarsi le suddette Caje e figliole vestite colle camiscie di lino e fettucce con modo profano che vanno dopo li bovi cennati, che pure pare cosa assai impropria in una processione si santa e solenne. Che è quanto può e deve rappresentare alle Eminenze VV. Fr. Ant. Vescovo di Trivento.

Extracta et a suo originali ut jacet. In fidem etc.

Da quell’ammutinamento di popolo e dalla resistenza del clero, sembra che abbiano avuto origine le processioni parziali che per otto giorni ora hanno luogo nelle nostre parrocchie. Non sappiamo dar ragione del nome Caje (forse pacchiane) ma dall’altro nome figliole, con fondamento si può argomentare che esse fossero quelle che oggi diconsi verginelle, e che invece di precedere, seguono il corteo religioso».[3]

Agli inizi del novecento forte era la devozione che accompagnava la festa del Corpus Domini.[4]

Conferme di entusiasmo e culto si hanno anche negli anni cinquanta, come si evince da queste note contenute nel  lavoro di ricerca di Lucia Amicarelli:

«Il momento culminante della festa è quello in cui, dopo la messa solenne, dalla chiesa arcipretale di San Marco parte la processione, che, accompagnata dalla musica, attraversa tutto il paese. Sui balconi ammantati di coperte e di tappeti, si ammassa la folla con cestini di fiori, in gran parte rose, che getta a piene mani al passaggio del corteo, specie sul baldacchino retto da elementi del Clero ed alla cui ombra, lentamente, procede l’Arciprete, recando tra le mani il bellissimo ostensorio[5] della chiesa di San Marco

Lungo il percorso sulla strada infiorata, la processione di tanto in tanto si arresta innanzi ad alcuni altarini preparati dai fedeli e viene data la benedizione alla folla inginocchiata. In genere chi ha preparato l’altare offre anche denaro. Il corteo che segue il baldacchino ha una nota festosa e insieme solenne. Vi partecipano tutte le autorità, le scuole, l’arma dei carabinieri al completo, tra uno sventolìo di bandiere, e poi ragazze e ragazzi che quel giorno per la prima volta si sono accostati alla Mensa Eucaristica ed anche bimbi piccolissimi, di due, tre, quattro anni, condotti per mano o portati in braccio dai genitori, vestiti da angeli. Indossano lunghi abiti bianchi, simili a tuniche, ed hanno sul capo una coroncina di rose bianche ed alle spalle due grandi ali che spesso rasentano il suolo. Negli ultimi anni, però, il numero degli angeli al seguito della processione è venuto diventando sempre più esiguo e la consuetudine tende a scomparire. Nella settimana successiva al Corpus Domini, ogni giorno, nelle prime ore del mattino, si ripete a turno la processione nell’ambito di ogni parrocchia».[6]

Attualmente gli arazzi e le coperte decorate si intravedono solo su qualche balcone, pochi sono gli altarini addobbati; in corso Garibaldi, davanti il giardino d’infanzia San Francesco Caracciolo, le Suore del Preziosissimo Sangue creano ornamenti floreali ispirati al Corpo e al Sangue di Cristo, mentre la processione con i bimbi vestiti da angioletti, l’arciprete o i sacerdoti che sorreggono l’ostensorio, la banda, le autorità civili e religiose e un discreto numero di fedeli, come da tradizione, parte da San Marco e percorre tutte le vie cittadine.

 

 


_____________________
[a] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

[1]Con la festa del Corpus Domini si ricorda il miracolo di Bolsena (VT). Accadde nel 1263 ad un sacerdote, che, non essendo convinto della transustanziazione (la presenza reale del Cristo nel Sacramento Eucaristico), mentre celebrava al Messa, al momento dell’Elevazione, vide sanguinare l’Ostia consacrata.
[2]
P. Toschi, Il Folklore, T.c.i., Milano 1967, p. 39.
[3]
L’ Eco del Sannio, 12 luglio 1905.
[4]
L’Eco del Sannio, 25 giugno 1895: “Il Corpus Domini, e le tradizionali processioni delle sette parrocchie, e quella pomeridiana di Santa Croce[4] (seguite dai verginelli, dalle verginelle e da molti fedeli), non sono state favorite da buon tempo”.
L’Eco del Sannio, 3 luglio 1920: “La festa del Corpus Domini attrasse tutto il popolo nella chiesa Matrice di San Marco, di dove uscì la imponente processione con l’intervento di tutto il Clero e di tutte le Confraternite, e che fece il giro della città, seguita dai bambini della prima Comunione e da una vera folla di fedeli. Durante l’ottavario seguirono le processioni parziali di ogni singola parrocchia”.
L’Eco del Sannio, 16 luglio 1938: “ La processione per tutta la città è riuscita imponente e fastosa, non meno importanza hanno assunto le altre svoltesi nell’ambito di ogni singola parrocchia, infra ortavam; è stata come una gara culminata in quella di San Marco, dove il percorso è stato letteralmente cosparso di tappeti e di fiori, allietato, tra il canto solenne dei Sacerdoti dalle Ave Maria di Gounod e dello Schubert di un magnifico complesso radiofonico. Ecco come si va risollevando lo spirito religioso nella nuova Italia di Mussolini”.
[5]
[n.d.c.] L’ ostensorio, vero gioiello di arte orafa agnonese è opera di Giovanni Rizio da Agnone (nel 1489 realizzò la croce processionale di San Nicola di Caramanico) allievo di Nicola da Guardiagrele. Per notizie e descrizioni riguardanti l’ostensorio si possono  consultare:
R. Sammartino, Agnone nella storia della sua Chiesa Madre, Ed. Cep, Monteroduni (IS), pp. 35-38;
L. Amicarelli, Tradizioni popolari di Agnone, Tesi di laurea, Università di Roma, anno acc. 1952-53, pp. 140-145;
L’Eco del Sannio del 17 aprile1915;
[6]
L. Amicarelli, op. cit. , p. 115-116.

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

 

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