Com’eravamo di Lucia Amicarelli. Il Natale

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La festa più solenne, quella con cui generalmente s’intende chiuso il vecchio anno ed iniziato il nuovo, è la festa di Natale. Questa solennità, che secondo il parere degli studiosi di folklore si riallaccia all’antica tradizione che solennizzava la chiusura di un ciclo annuale[3], non si esaurisce infatti nella sola ricorrenza natalizia, ma inizia un periodo di feste che formano un ciclo ininterrotto, tanto che nel linguaggio popolare agnonese il lasso di tempo compreso tra il 24 dicembre e il 6 gennaio, viene comunemente indicato col termine generico le feste[4].

Sin da parecchi giorni prima del Natale, tutte le case appaiono insolitamente animate nei preparativi. Il via al generale fervore vien dato dall’apparizione degli zampognari, che, una diecina di giorni prima, col piffero e la cornamusa, scendono dai monti della Ciociaria e si recano a suonare, casa per casa, la pastorale per il Bambino Gesù.

Il loro arrivo dà la sensazione esatta dell’imminenza del Natale e crea già un’atmosfera permeata di letizia, che prelude alla vera e propria festa. In gruppi numerosi i bambini, non appena il tempo lo permette si recano nei campi a far provvista di muschio e di altre erbe per ricoprire il presepe e a cogliere rami di pino per coloro, pochi in verità, che intendono preparare l’albero di Natale.

Intanto le donne si danno un gran da fare per casa. Il lavoro è in­tenso nelle case di alcuni professionisti, specie dei medici e degli avvocati, che, in base ad un’usanza, comune a molti paesi del Molise e anche dell’Abruzzo[5], raramente percepiscono compensi normali durante l’anno per le loro prestazioni, ma vengono abitualmente compensati dalla clientela, che potrei chiamare abbonata (acch«nn«ttuóta)[6] all’epo-ca della trebbiatura col grano, a Pasqua con uova, agnelli, capretti, e ancor più abbondantemente a Natale in parte in danaro, in parte con doni di vario genere: tacchini, polli, caciocavalli, liquori, caffè, zucchero ecc.), che ricambiano con dolci o altro. Anche i coloni, nei giorni precedenti il Natale, vanno di persona ad augurare le buone feste al proprietario, recando qualche dono, per cui ricevono in cambio pasta, baccalà, dolci. Del resto lo scambio di doni è intensissimo tra le varie famiglie del paese, anche quando non intervengono specifici motivi di obbligazione da parte dell’offerente e una volta inviato un dono natalizio il primo anno, c« s« métt« l’ìus« cioè lo scambio diventa una consuetudine che va rinnovata annualmente.

A sera, quando tutta la famiglia è riunita ed ognuno può prestare il proprio aiuto, si preparano le ostie;[7] cialde a forma circolare, cotte al fuoco con un ferro a forbici che ha incisi sui due lati disegni geometrici, foglie e fiori stilizzati, e al centro, da una parte il monogramma del proprietario, dall’altro la data dell’anno in cui il ferro è stato lavorato. Le donne agnonesi sono eccezionalmente abili nella lavorazione delle cialde che, dopo la cottura, debbono risultare sottilissime, tanto che nei paesi vicini, quando si vuole che le ostie riescano veramente buone, si fanno preparare le cialde in Agnone. Anche i bambini si rendono utili, e, seduti sui bassi sgabelli di legno la p«s«rélla brandiscono le forbici per tagliare r« rapècc« gli spessi ed ineguali bordi delle ostie, formati dalla pasta superflua uscita dal ferro. Quando le cialde sono pronte e raffreddate, vengono legate a due a due da un ripieno di miele, cioccolato, noci e mandorle tostate. I contadini, spesso, in sostituzione del miele e del cioccolato adoperano il mosto cotto.

L’uso di questo dolce non è limitato alla sola Agnone, ma è comune anche a molti paesi dell’Abruzzo chietino e del Molise, tra cui Castiglione Messer Marino, Celenza, Torrebruna, Castelguidone, Poggio Sannita, Belmonte, Capracotta, Vastogirardi. Del resto, una testimonianza che l’ostia era largamente conosciuta in tempi antichissimi in Italia e fuori è fornita dal Finamore, secondo cui “il Saint-Palaje afferma che nel XIII secolo si regalavano agli amici certi pasticci chiamate nieules”. Il Finamore nota che si tratta senza dubbio delle ostie che ancor oggi a Popoli vengono chiamate njeule[8]. Inoltre so, da notizia fornitami da mia sorella, che nell’antico castello di Carisbrooke, nell’isola di Wight nella Manica, trovasi ancora oggi un ferro da ostia tra l’antica suppellettile. Non mi è stato però possibile sapere a che epoca risalga l’oggetto[9]. Oggi l’uso di tale dolce, anche se non può dirsi scomparso, è limitato solo a zone piuttosto ristrette, spesso lontanissime tra loro. Fino ai primi decenni dell’attuale secolo, l’ostia ripiena era il tradizionale dolce natalizio anche di Pieve di Teco, paesetto in provincia di Cuneo[10].

Non prima dell’antivigilia vengono preparati gli altri dolci di rito: la c«c«rchiàta, pallottoline di pasta fritte e legate col miele, e il croccante, dolce confezionato con sole mandorle tostale legate anch’esse col miele, in modo da dare al tutto forme svariate e talvolta veramente bizzarre (campanili, torri, uccelli ecc.). Non sono invece in uso in Agnone altri dolci natalizi, caratteristici dei vicini paesi dell’Abruzzo, quali per esempio l« calgiùn« e le scr«ppéll« tradizionali sopratutto a Celenza e a Torrebruna e i ciéll« archìn« di rito a Castelguidone. Un accenno a tale varietà di dolci natalizi, confezionati in tutti i paesi d’Abruzzo, è fornito da Iavicoli[11].

Nell’intensità del lavoro i giorni passano rapidamente e si giunge alla vigilia. Tra i contadini che al mattino presto, vanno in campagna e tornano a sera, il pasto principale è sempre costituito dalla cena. Una volta all’anno, nella vigilia di Natale, anche i borghesi consumano a mezzogiorno un leggerissimo pasto a base di verdure, e si differisce il pranzo alla sera.

La ‘ndocciata

Nel pomeriggio, esaurito tutto il lavoro, ci si raccoglie intorno al focolare, in attesa che scocchino i primi rintocchi dell’Avemaria. Al suono delle campane, un grosso ciocco di quercia o d’abete vien messo ad ardere nel camino, per preparare il fuoco accanto al quale nella notte, tremante di freddo perché coperto solo di una camicina, verrà a riscaldarsi il Bambino Gesù. Poi subito tutti, in gran fretta, si riversano nelle strade, per non perdere lo spettacolo bellissimo della sfilata delle fiaccole, l« ndòcc«[12]. Infatti, non appena scendono le prime ombre della sera, dai casolari sparsi nelle campagne, dagli agglomerati di case delle numerose e popolate frazioni, sui monti circostanti, incominciano ad accendersi prima uno, due, tre lumi, poi, come ad un segnale convenuto, una folla numerosa di luci tremolanti ai soffi del vento. Pian piano la folla invisibile, reggendo le torce accese che sembrano avanzare da sole, come per un miracolo, si incammina, da tutte le direzioni, a gruppi, per strade e sentieri serpeggianti lungo i fianchi dei monti, e procede lentamente verso il paese. Qui, ai contadini venuti dalle campagne, si uniscono quelli del posto e tutti insieme, dispostisi in corteo, ciascun gruppo preceduto da una torcia più grande indicante la località dei componenti, sfilano lungo le vie principali, tra le grida giulive dei bambini che si accodano al corteo o lo precedono, e le esclamazioni di ammirazione del popolo assiepato ai due lati delle strade.

La fiaccolata ha termine solo quando le grosse torce di abete sono quasi del tutto consumate. Allora in un baleno, le strade, poco prima così animate, diventano deserte e ciascuno rientra in casa per sedere a mensa. L’uso della sfilata delle fiaccole, che il Finamore afferma essere comune a parecchi paesi d’Abruzzo[13], attualmente, tra le località vicine ad Agnone, sopravvive solo a Castiglione M. M. , dove tuttavia non ha mai assunto una nota tanto spettacolare come ad Agnone. Aggiungo anzi che da circa una diecina d’anni la tradizione, sebbene sempre viva, ha perduto anche da noi quel carattere di manifestazione compatta che la rendeva intensamente suggestiva, e i partecipanti sono molto meno numerosi che nei tempi trascorsi, tanto che lo scorso anno, nell’intento di ridare alla simpatica tradizione l’antico vigore, le autorità hanno creduto opportuno istituire un premio in danaro per la località che partecipava alla fiaccolata con il maggior numero di torce. Il risultato è stato soddisfacente.

Se l’uso della fiaccolata può costituire una conferma alla teoria che riallaccia la festa di Natale agli antichi riti che celebravano l’inizio di un ciclo stagionale, tuttavia è da notare come la vera origine della manifestazione, col sopravvenire del cristianesimo, sia stata pian piano completamente dimenticata, ed anzi, col passar del tempo, se ne sia ricercata un’altra strettamente connessa alla ricorrenza che il Cristianesimo solennizza nel Natale. Infatti, nella mentalità del popolo, la fiaccolata è il ricordo della discesa dei pastori che, dopo l’annunzio dato dagli Angeli, si recano ad adorare Cristo Bambino.

A casa, mentre le donne apparecchiano, sulla fiamma crepitante bolle il grosso paiuolo di rame in cui viene versata la pasta, r« f«d«lójn«, che, condita col sugo del pesce, costituisce il piatto di rito della cena natalizia. Seguono anguille e capitoni cucinati in vario modo (i contadini mangiano baccalà), olive verdi e secche preparate in casa, arance, finocchi, fichi secchi, ostie e torroni.

Al termine della cena, in attesa della messa di mezzanotte, la grossa cucina, ove si svolge in prevalenza la vita, offre un aspetto gaio e vario. Accanto al fuoco i vecchi bevono, discutono, raccontano antiche e fantastiche storie, e le donne cicalano tra loro; intorno ai lunghi tavoli, allegre comitive di giovani, amici e parenti venuti dalla case vicine, si dispongono a giocare a sette e mezzo e al tombola, mentre alcuni giovanotti, avvinazzati dalle abbondanti libagioni, con organetti e altri strumenti, attraversano cantando le vie del paese. Il gioco è animatissimo e vi partecipano anche i bambini, finché il sonno non fa ciondolare le loro testine e non le piega sul tavolo.

Allo scampanio festoso che chiama in chiesa, in un batter d’occhio si fanno sparire le carte e la tombola e quasi tutti si recano ad ascoltare la messa. L’atteggiamento dei fedeli non é identico in tutte le chiese. In quelle che sorgono nel quartiere nuovo del paese, il raccoglimento è ammirevole, e la celebrazione dell’ufficio divino ha una solennità insolita che eleva lo spirito e lo pervade di misticismo. Insieme con l’organo, violini, mandolini, chitarre, flauti, suonano la pastorale ed alla lettura del Vangelo accompagnano il cantore che intona una ninna nanna a Gesù Bambino. Nel più rigoroso silenzio si svolge la Comunione, a, cui partecipa molta parte dei fedeli. Poi. subito, con note di tripudio, la musica torna a riecheggiare sotto le volte.

Del tutto diverso, e in stridente contrasto col luogo sacro, è il contegno tenuto dai contadini che affollano le chiese della parte vecchia di Agnone. Mentre il celebrante, sull’altare, rinnova il divin sacrificio, i presenti, con tutta naturalezza, intrecciano tra loro conversazioni animate; altri mangiano noci, mandorle, arance; quando la celebrazione della messa ha termine e la chiesa si vuota, si vedono ad ogni piè sospinto gusci di noci e di mandorle, pezzi di dolci abbandonati per terra e sulle sedie. La casa di Dio ha un aspetto squallido, molto simile a quello di una bettola abbandonata da compagnia di gaudenti dopo una sera di baldoria. Il costume che ad Agnone tende però gradatamente a scomparire, ha un carattere ancora più accentuato in qualche paese prossimo, per esempio a Celenza, ove il sacerdote, mentre celebra, deve qualche volta intervenire per imporre un freno alle ciarle, alle risa, ai richiami che, ad alta voce, i presenti si lanciano da un capo all’altro della chiesa, al suono dei fischietti e dei campanelli che, secondo alcuni sarebbero «un pio ricordo dei suoni pastorali, quando nacque nostro Signore»[14].

Dopo la messa, i più vanno in gran fretta a riposare, ma in alcune case la veglia si protrae tra giuochi e qualche ballo, tutta la notte. La veglia di Natale, probabilmente, era in generale in epoca remota, giacché ancor oggi, se si vuol indicare che durante la notte non si è dormito, si dice ajj« fàtta la nòtt« d« Natàl«.

La mattina seguente di buon’ora tutti sono in piedi; nè si potrebbe dormire, quando dai numerosi campanili del paese, tutte le campane suonano a distesa. Gli uomini abbandonano le case e vanno ad affollare le strade, ove si sente un continuo, festoso incrociarsi di auguri; anche le ragazze, sebbene abbiano già ascoltata la messa della mezzanotte, abbigliate con cura, poiché sanno che passeranno tra due file di sguardi indagatori, si recano in chiesa. Le donne restano a casa a  preparare il pranzo che del resto non è complicato. Per il giorno di Natale il piatto di rito è costituito dalla zuppa alla santè[15] a cui seguono il tacchino lesso e l’arrosto con insalata verde; e poi frutta, dolci, liquori. Il pranzo natalizio, quindi, non presenta nessun piatto caratteristico locale; un piatto invece schiettamente abruzzese è di rito per il giorno di Santo Stefano: i maccheroni alla chitarra[16].

Nel pomeriggio, come del resto in tutto il periodo compreso tra il Natale e l’Epifania, ci si riunisce in casa di parenti a giocare a tombola e a carte o a ballare, mentre si consumano le tradizionali ostie e mandorle, noci e arance. Solo molto tardi la compagnia si scioglie ed ognuno prende la via di casa.

Nessuno, per consuetudine il giorno di Natale fa visita di auguri, che invece si scambiano in gran numero nei giorni successivi, tra Natale e Capodanno. Il Finamore afferma che il divieto di far visite il giorno di Natale, trae origine dalla credenza che in quel giorno solo le streghe e stregoni vanno per le case[17]. Nulla di simile ad Agnone; forse, mentre l’uso è rimasto, la credenza da cui esso era generato, è scomparsa col tempo.

Alla solennità di Natale si ricollegano anche due tipi di presagio, l’uno di carattere metereologico, l’altro concernente le nascite. Si dice infatti che, se a Natale c’è il sole, a Pasqua ci sarà la neve, poiché l’invernata durerà a lungo. Il cattivo tempo di Natale, invece, presagisce invernata breve, di qui il proverbio: «Natàle ch« ru t«zzéun« Pàsqua ch« ru soll«jéun«»[18].

Per i bambini nati nella notte di Natale, a mezzanotte, il pronostico é triste: saranno certamente lup« m«njéar« (lupi mannari). Tale credenza, che ad Agnone va pian piano perdendo credito, è più profondamente radicata nei paesi d’Abruzzo; a Celenza sul Trigno si crede che, nelle notti di plenilunio, i lupi mannari salgano sui tetti e, contorcendosi spasmodicamente, emettano ululati come lupi. Quivi anche gli epilettici vengono considerati lupi mannari.

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Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli[1] e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2], il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.
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[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

[3] P. Toschi, Il folklore . . ., op. cit., p. 62.
[4] [N.d.C.] Per qualche teoria sulla festa v. P. Cocco, op. cit., , pp. 1-31
[5] G. Finamore, Credenze . . . , cit., p. 60.
[6] [N.d.C.] Si veda la voce ch«nnùtta in D. Meo, Vocabolario . . ., cit.,  p. 81.
[7] [N.d.C.] C. Carlomagno, Agnone . . ., cit., pp. 145-146;  M. Catolino, op. cit., p. 55; F. Cercone, (a cura di), Sapori onesti e memorie locali, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2008, pp. 35-37.
[8] G. Finamore, Credenze . . . , cit., p. 69.
[9] Mia sorella, Vittoria 0’ Brien Amicarelli, che mi ha dato la notizia riportata, ha visitato nel 1948 il Castello di Carisbrooke.
[10] Mi ha informato di ciò Settimo Filberto Manfredi, di anni 47, nativo di Pieve di Teco.
[11] G. Iavicoli, I cibi di rito , in  «L’Abruzzo», anno I (1920), n. 2, p. 82.
[12] [N.d.C.] L’antico rituale delle ndòcce è testimoniato da vari contributi qui riportati:  G. Cremonese, Vocabolario  . . ., cit., p. 85, alla voce Ntorcia;  V. Nero, op. cit., pp. 25-26, poesia Passane le ndocce (Passano le torce); M. Di Ciero, Scterlambe . . ., cit., pp. 46-48; poesia Veiria a matoina (Vigilia a mattina); Aa.Vv., Il fuoco sacro. Le fracchiedi San Marco in Lamis, San Marco in Lamis, Lacaita Editore, 1982, p. 124; N. Terracciano, Magia di Agnone, Agnone, Edizioni  dell’Amicizia, 1984, p. 46, poesia Vigilia di Natale; Autiero Carlo (a cura di), Guida alle feste popolari in Italia, Roma, Datanews Editrice, 1990, pp. 149-150; D. Meo, Le ’ndòcce . . ., cit.; Ndocciata in «Bell’Italia Grandi Guide», Milano, Mondadori, 1998, p. 146; D. Meo, Le feste  . . ., cit., pp. 179-187; M. Gioielli, Natale Molisano, Campobasso, Palladino Editore, 2001, pp. 20-23; M. Gramegna, Tradizioni . . ., op. cit., pp. 46.47; M. Gioielli, Natale Molisano. Le magiche tredici notti, Campobasso, Palladino Editore, 2004, pp, 13-14 e foto pp. 26-35; S. Galasso, op. cit., pp. 51-54;  M. Catolino, op. cit., pp. 47-50; E. Marinelli, Papa Wojtyla e il generale, Roma, Nuova Itinera, 2007, pp. 201-207; D. Meo, Riti e feste . . ., cit., pp. 174-194; P. Di Giannantonio, Terratradita. Simboli e frammenti del Neolitico agricolo nella cultura dei popoli dell’area adriatico-appenninica d’Italia, Campobasso, Tipolitografia Fotolampo, 2009, pp. 157-164.
[13] G. Finamore, Credenze . . . , cit., p. 71.
[14] A. De Nino, op. cit., vol. I, p. 5.
[15] [N.d.C.] v., F. Cercone, op. cit., pp. 35-37.
[16]La chitarra, attrezzo che non manca in nessuna cucina abruzzese, è formata da un telaio di legno rettangolare (ap­prossimativamente 70×30 cm.), sul quale sono tesi a piccolissimi intervalli, numerosi fili d’acciaio. Stesa col matterello la pasta all’uovo, si divide in strisce della larghezza del telaio, che, una alla volta vi vengono poggiate su. Il matterello, passato su di esse con leggera pressione, le taglia in fili sottilissimi che, fatti asciugare per qualche ora, vengono poi cotti con molta rapidità per evitare che perdano la durezza necessaria alla perfetta riuscita del piatto, e sono conditi con abbondante sugo.
[17] G. Finamore, Credenze . . ., cit., p. 82.
[18] Natale con il tizzone Pasqua con il solleone.

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

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