Come eravamo di Lucia Amicarelli – Il fidanzamento

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Questo articolo di Lucia Amicarelli[1] è tratto dal libro “Tradizioni popolari di Agnone” della stessa Amicarelli e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2].

Fidanzamento

Quando la scelta avviene liberamente, il giovanotto incomincia col portare qualche serenata alla ragazza, facendosi accompa­gnare da amici che sappiano suonare e cantare. La ragazza, du­rante la serenata, si guarda bene dall’affacciarsi, perché altrimenti verrebbe considerata poco seria e il pretendente si eclisserebbe. Dopo qualche serenata, il giovanotto fa sapere alla prescelta le sue intenzioni; messaggere, di solito sono le amiche. Se ella accetta, la sera, quando tutti dormono, il giovane incomincia a passeggiare davanti alla casa di lei, finché l’innamorata si affaccia alla finestra e scambia qualche parola. Naturalmente, per quante precauzioni i due prendano, la cosa ben presto trapela, ed allora i genitori, se non vogliono che la figlia resti zitella, si affrettano essi stessi a sollecitare il giovanotto. Concluso l’accordo tra le due famiglie, si stabilisce la data del fidanzamento la par«ndézza[3], che consiste in un pranzo o semplicemente in un rinfresco, durante il quale, in presenza degli invitati, lo sposo regala l’anello alla sposa. Solo le ragazze delle famiglie più abbienti ricambiano il dono dell’anello.

Fino a pochi anni fa, trascorse le poche settimane utili alla preparazione dei documenti necessari, al fidanzamento si faceva subito seguire, senza alcuna pompa, il matrimonio, perché si temeva che il fidanzato potesse mancare di parola, cosa che avrebbe irrimediabilmente compromessa la ragazza.

Dopo il ma­trimonio i due coniugi rimanevano ancora divisi per un periodo indeterminato di tempo, spesso fin dopo il servizio militare dello sposo, e tale periodo era considerato come quello del vero fidanzamento. All’epoca stabilita per l’unione, la sposa, vestita di bianco, si recava in chiesa per ascoltare la messa e ricevere la benedizione, ed allora si celebrava la festa che accompagna il matrimonio. Tale usanza, scomparsa da vari anni ad Agnone, sopravvive ancora in alcuni paesi dell’Abruzzo chietino come Celenza sul Trigno, Castelguidone e Schiavi d’Abruz­zo; tuttavia anche qui va divenendo più rara, specie dopo un esplicito divieto della curia vescovile di Trivento ai sacerdoti, di celebrare nozze tra giovani, di cui è notorio che restano ancora divisi[4]. Ma anche ora i genitori della ragazza curano che il fidanzamento sia quanto più breve possibile, perché l« cós« alla lónga pìgljan« vizj«.

Durante il periodo del fidanzamento, fino a qualche anno fa, il giovanotto, la se­ra, ad un’ora convenuta, si recava a casa della fidanzata a trascorrere un paio d’ore. Tutti i familiari sedevano con lo­ro, stando bene attenti a che i due non restassero mai soli e vicini, e la conversazione era generale. Anche quando, nelle sere estive, i fidanzati uscivano per una passeggiata, o nelle feste per ascoltar la musica, erano sempre accompagnati, né era loro consentito appartarsi, perché se ciò si fosse verificato, amici e conoscenti non avrebbero mancato di notarlo e di iniziare, con la consueta causticità, un vespaio di commenti poco lusinghieri per la ragazza. Naturalmente, forse pro­prio perché si era eccessivamente rigidi, i fidanzati riuscivano ugualmente a trovare qualche scappatoia per eludere la sor­veglianza e, se contadini, si incontravano nei campi, altrimenti presso qualche persona compiacente o al fontanino ove le ragazze si recavano ad attingere acqua.

Questo stato di cose, rimasto inalterato fino all’inizio della guerra, è andato poi rapidamente mutando e, quando nel 1946 sono tornata ad Agnone dopo circa cinque anni di assenza, ho potuto constatare che ai fidanzati era lasciata maggiore liber­tà e che non si era più rigorosamente ligi alle antiche usan­ze. Ma ancor oggi molti sono coloro che non permettono alla figliuola fidanzata, neanche in casi del tutto eccezionali, di recarsi in casa della suocera, anche se i rapporti tra le due famiglie, precedentemente al fidanzamento, siano stati tali da giustificare uno scambio di visite.

A tale proposito dirò anzi che a Torrebruna vige, in occasione della festa del fidanzamento, un’usanza che non ha riscontro nei paesi vicini. Tale festa si svolge in due tempi. Infatti prima c’è il ricevi­mento in casa della sposa, col rituale dono dell’anello; poi la sera, si ha il pranzo in casa dello sposo. Al pranzo, a cui spesso segue il ballo, che si protrae fino a notte alta, partecipano tutti i parenti dei due giovani. L’unica ad esserne esclusa é la fidanzata che resta in casa, perché non può seguire i familiari nella dimora del fidanzato. La madre o un fratello restano con lei a fare la funzione di guardiani.

Durante il periodo del fidanzamento, v’è di tanto in tanto uno scambio di regali. Le ragazze amano donare lavori eseguiti personalmente, fazzoletti ricamati, camice, ecc.; i giovanotti oggetti d’oro. Ma la data tradizionale per lo scambio dei doni è la domenica delle Palme. Lo sposo si procura la palma benedetta, che il sagrestano, compensato da una lauta mancia, prepara con ogni cura ornandola di fiori di carta e nastro e appesovi l’oggetto d’oro, il cui valore varia a seconda delle possibilità di ciascuno (orecchini, braccialetti, collane, pendenti) lo invia alla fidanzata. In tempi più lontani usava addirittura far benedire una palma d’argento; oggi la la tradizione permane solo tra le persone più abbienti. La fidanzata, a sua volta, già da tempo ha preparato la camicia per lo sposo, le calze per il suocero, il grembiule per la suocera e panettoni e ch«ch«ruózz«[5], che è consuetudine assortire in ogni casa nel periodo pasquale.

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[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] [N.d.C.] Cfr. M. Catolino, op. cit., p. 121-122; un rituale simile si svolgeva a Pesche d’Isernia come racconta M. Gioielli, Etnomemorie  . . ., cit., p. 130.  Altre usanze per il fidanzamento e il matrimonio ce le riferiscono A. Molino, Voci della memoria, Campobasso, Editrice Lampo, 1991, pp. 75-88 e C. Niro, Baranello, Ripalimosani, Arti Grafiche La Regione, 2002, pp. 217-230.
[4] Informazione del Rev. Don Enrico De Alojsio parroco di Celenza sul Trigno.
[5] Dolce di pasta lievitata a forma di ciambella con uova sode.


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Editing: Enzo C. Delli Quadri 

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