Coi binari tra le nuvole, verso Pettorano

0
820

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ), con allegato un video di Enzo C. Delli Quadri 

Ci sferza in fronte una ventata di profumo di campo. È segno che bisogna andare. Riprendiamo la marcia, mentre alle nostre spalle svetta proprio il campanile dell’Annunziata. Sulmona ormai è lontana.

 Ci rendiamo conto presto che la velocità di crociera, sui binari, non va oltre i tre chilometri all’ora. Pochino, ma tant’è. 

Al chilometro 7,564, improvvisa come un coniglio uscito da un cilindro, si materializza fra i campi una stazione bonsai. Un parallelepipedo color mattone depredato degli infissi nella porta e nell’unica finestra. All’interno, nell’unico vano, campeggiano sui muri le odi di gesta sessuali dialcune generazioni di adolescenti. È mezzogiorno, l’orario in cui avevamo ipotizzato inizialmente di essere già in vista di Pettorano. Però, ogni scusa èbuona per una sosta. E in questo caso, qualcosa attrae parecchio la nostra attenzione. Su tre lati dell’edificio è chiaramente scritta, con lettere in rilievo, “Vallelarca”, come l’arca di Noè. Invece, consultando la carta topografica, la località, alcune case sparse nella campagna come cadute da un salino, è a tutti gli effetti “Vallelarga”. E come Vallelarga figura in tutta la documentazione riguardante la linea. 

Stazioncina di Vallelarga

Neanche Emanuele ci sa dare una spiegazione logica. Che forse non c’è, visto che i sulmonesi, storicamente già piuttosto litigiosi, anche sui toponimi non si sono mai ritrovati del tutto. Prendi il nome della città ad esempio: Sulmona. Anche su quello si potrebbe discutere. Il primo tratto della Sulmona-Isernia venne completato nel 1892, con l’apertura del solo segmento Sulmona-Cansano. Nei cinque anni successivi, si lavorò al completamento dell’intera linea e, a supporto dei lavori, vennero realizzate alcune ferrovie servizio da Cansano a Carovilli, più o meno parallele all’attuale tracciato, su cui viaggiò buona parte dei materiali necessari alla costruzione.Ogni locomotiva in uso su queste linea prese il nome di una località attraversata dalla ferrovia. Una di queste, la locomotiva “a dentiera” SFM 001 venne battezzata “Solmona”, con la “o”. E anche nel primo orario ufficiale della linea completa, quello del 1 giugno 1897, Sulmona appare come Solmona, segno che fino a inizio Novecento la città veniva chiamata in entrambi i modi. A mettere ordine, arrivò Antonio De Nino, storico e antropologo locale, che tagliò la testa al toro, invitando a utilizzare la versione con la “u”. Del resto un paio di migliaia d’anni prima, Publio Ovidio Nasone, con la celeberrima frase “sulmo mihi patria est”, in fondo aveva già scelto la “u” a discapito della “o”.

Superiamo al km 9,513 il tubone imbullonato che precipita le acque appena sgorgate del Gizio alla centrale idroelettrica, poche decine di metri più a valle dei binari. Poi, finalmente, spunta Pettorano. Ce lo troviamo su un colle più alto di un centinaio di metri rispetto alla lingua più meridionale della Valle Peligna. Valle che poi sbatte contro balze verticali che, in due e due quattro, salgono a Roccapia e alla Piana delle Cinquemiglia, il lungo calibro siberiano sul confine di due Abruzzi. 

Il paese di Pettorano sul Gizio visto dalla ferrovia.

È stata questa posizione strategica, lungo la “Via degli Abruzzi”, a rendere Pettorano una specie di porta da saloon che, in funzione della provenienza del viaggiatore, dava strada o al temibile passaggio a sud attraverso valloni e altipiani infestati di banditi, o alla placida Conca Peligna, ponte con il centro della Penisola. A vedere il paese dal basso, dalla ferrovia che ne lambisce le basi del colle, si ha l’idea di un paese fiero, dominato dal castello dei Cantelmo e cinto come mura da palazzi di nobiltà rurale scrostati dal tempo e dall’umido che ne testimoniano però il passato di centralità politica, economica e militare.

Del resto, una delle poche spinte alla rivoluzione industriale nella Conca Peligna, oltre due secoli e mezzo fa, partì proprio da qua. Fu la spinta potente delle acque del fiume Gizio, un torrentello che scende dal vallone Santa Margherita a ponente del paese, ma in grado di alimentare una fitta schiera di mulini e piccole manifatture fiorite proprio fra l’attuale ferrovia e la base del cucuzzolo su cui sta il borgo. Una specie di distretto industriale ante litteram, che contribuì a fare di Pettorano il terzo centro della Valle Peligna, con la bellezza di oltre cinquemila abitanti. Evaporati purtroppo negli ultimi cent’anni, con un’emigrazione potente che ha reso il centro storico un enorme guscio vuoto. Ma in grado ancora di regalare suggestioni visive straordinarie. Come quella di questa mattina, dove un cielo sempre più atlantico carica all’inverosimile i colori terrosi di tetti e case, costringendoli a un gioco di contrasti abbaglianti con il verde del Monte Genzana.

Monte Genzana

Quando l’orologio della Chiesa Madre batte la mezza, siamo esattamente nel mezzo del viadotto sul vallone Santa Margherita, un canalone incontaminato che scende dagli oltre duemila metri del Monte Genzana e fa da raccoglitore ai rivoli d’acqua che poi s’imbottigliano nelle sorgenti del Gizio, proprio sotto l’abitato di Pettorano. 

…………..continua……………

 

______________________________________

[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi,
che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.