Coi binari tra le nuvole … Introdacqua

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Stazione Ferroviaria di Introdacqua

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Anche la stazione di Introdacqua salutò per decenni contadini e braccianti che prendevano la via per “Lamerica”. Un tempo avamposto ferrato a qualche chilometro di pascolo dal paesino arroccato all’imbocco dell’omonimo vallone, oggi curioso scalo (abbandonato) inglobato in una propaggine urbana di Sulmona. Ce la troviamo davanti quasi senza accorgercene la stazione, mimetizzata com’è fra palazzi e case.

Da qua partì nel 1910 anche un certo Pasquale D’Angelo. Contadino pressoché  analfabeta, sbarcò come tanti a New York, per fare l’operaio o il manovale nei sottoscala di quell’enorme formicaio. Aveva dentro qualcosa di diverso dagli altri, però. Qualcosa di più. Voleva fare il poeta, Pasquale, o lo scrittore. Pazienza se in una lingua praticamente sconosciuta. Cominciò a studiare l’inglese su vocabolari di quarta mano, fermando le nuove parole conosciute sulle traverse dei binari dello scalo ferroviario presso cui lavorava. E divenne assiduo frequentatore di biblioteche, vincendo presto l’imbarazzo di entrare in templi riservati, a quel tempo, a lettori di estrazione sociale ben diversa dalla sua. Abbandonò il lavoro per tentare la via della letteratura, armato solo di un inglese maccheronico e delle sue ambizioni.

Pasquale, che poi si sarebbe fatto chiamare Pascal, tutto sommato ce la fece, visto che oltre a pubblicare su diverse riviste letterarie dell’epoca, nel 1924 diede alle stampe, per la casa editrice Macmillan di New York, “Son of Italy” un’autobiografia che sarebbe poi stata considerata la prima opera in inglese di un emigrato italiano di umili origini. Talmente umili che Pasquale quando a 16 anni, assieme al padre, lasciò Introdacqua per Napoli, vide nella stazioncina il treno per la prima volta. E proprio in “Son of Italy” una pagina è dedicata a quella mattina.

“Alla stazione c’era anche altra gente che doveva imbarcarsi sulla stessa nave”, scriverà D’Angelo. “La confusione era indescrivibile, ovunque lamenti, misti a stupore. Sentii il fragore del treno – né muli, né cavalli a trascinarlo – quindi la stretta di mio padre, che m’incitava a salire in carrozza. L’ultimo bacio di mia madre. Il resto sparì fra la nebbia delle mie lacrime. Stavamo andando verso l’ignoto. Se fosse dipeso dalle nostre gambe avremmo fatto marcia indietro verso casa. Ma il treno si mosse rapido. Per la prima volta in vita mia ero su un treno ed era un’esperienza notevole. Il frastuono della prima galleria, quelle luminose macchie improvvise mi fecero trasalire dallo spavento, e smisi di piangere. Quindi sfrecciammo fuori. Il mondo là attorno sembrava una grande giostra. Colline e montagne ci venivano incontro all’impazzata, si dilatavano e poi si sgonfiavano; le case ci scivolavano accanto: prima bianche, quindi svanivano nuovamente in una verde macchia indistinta. Infine ci fu uno scenario mozzafiato. Eravamo appena usciti da una galleria ad incredibile altitudine, lanciati a tutta velocità verso la pianura campana. Un abbagliante luccichio dilagava tutto intorno e andava a perdersi ai confini del mondo. Sulle prime ebbi paura. Poi pensai: Il mare! Quella deve essere la cosa che chiamano mare! E lo era. Stavamo arrivando a Napoli”.

E chissà come doveva essere questa ex-stazioncina di campagna, nei giorni delle partenze verso il Nuovo Mondo. Piena di volti e voci di chi, spesso, non avrebbe più messo piede nella terra in cui era nato. Di sicuro, a vegliare sulle speranze e i dolori di tanta gente c’era, come oggi, il camino in mattoni a vista della Premiata Fabbrica Confetti Pelino, che con le sue architetture immacolate, da prima rivoluzione industriale, campeggia proprio di fronte alla stazione. E furono proprio i confetti Pelino a dare un primo impulso ai trasporti merci via treno, che fino a tempi non proprio remotissimi (circa una ventina d’anni fa) contribuivano ancora al traffico dei convogli sulla linea.

Quei carichi erano poca cosa in senso assoluto: tutto si risolveva soprattutto con qualche vagone di collettame vario. Però, era quanto riusciva ad esprimere un’economia montana certamente marginale ma comunque viva, fatta, ad esempio, di confetti, legname e formaggi, che facevano di quel treno un autentico ambasciatore di caciotte.

Prima di partire avevo passato un pomeriggio con Umberto Angelone. Un uomo mite, entrato in ferrovia nel ‘56 con un mestiere che già nella fonetica richiama fatiche cilindriche da boom economico: frenatore. E mi aveva raccontato dei treni merci su cui prestava servizio manovrando leve.
Densi di odori tattili, ormai perduti, che gli stringevano il cuore anche a vent’anni dalla pensione. Quelli del grano chiuso nei sacchi di juta, o delle cassette di legno con i confetti, ma soprattutto dei formaggi. Tanti formaggi. Compresa la cosiddetta quagliata, una sorta di formaggio ristretto che saliva da Roma fino a Rivisondoli, dove veniva lavorata per diventare mozzarella ed essere spacciata nei mercati della Capitale come formaggio tipico abruzzese. Una specie di taroccatura alimentare che, pensandoci oggi, fa sorridere.

A Introdacqua, per qualche tempo, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, inoltre, un tronchino della stazione fu attrezzato per lo scarico di cisterne di gas per l’alimentazione della rete cittadina, prima che questa venisse allacciata al metanodotto.

Questa mattina a Introdacqua, a ricordarci questa vocazione commerciale, rimane solo il grande piano di carico di fronte al magazzino merci, avvolto dalle erbacce e inutilizzato da decenni, ma ottima panchina per una prima, rapida, sosta.

Campo di Giove

Sulmona-Introdacqua, essendo in realtà molto più urbana rispetto alla stazione centrale della cittadina, catapultata a un chilometro dall’abitato, verso Pratola Peligna, è stato però il più frequentato punto d’accesso alla ferrovia per la città. Passavano da qua le donne che dai paesi scendevano a valle per il mercato del mercoledì o del sabato. Ma era anche il punto di partenza per le gite dei sulmonesi verso Roccaraso o Campo di Giove.
            «Quante volte sono partito da qua con gli sci» fa Emanuele mentre facciamo penzolare le gambe dal pianale, guardando nel vuoto. «Alle sette del mattino, in certe domeniche d’inverno, lì davanti, sul binario uno, sembrava la partenza di una funivia». E giù ricordi di uno sci pionieristico, che ha il suo spartiacque nella costruzione della superstrada lungo il percorso della Statale 17. Un’opera di una trentina d’anni fa che fece ritrovare Sulmona a non più di venti minuti d’auto da Roccaraso.

Prima invece, andare a sciare equivaleva a un attraversamento polare, fatto di tornanti infiniti e buche, inchiodati dietro all’immancabile camioncino di agrumi campani. E poi la macchina non era ancora per tutti.

Ma c’era dell’altro in questa stazione che si mischiava agli sci, o agli zaini, in estate. Me ne parlò una volta Paolo Giorgi, architetto sulmonese emigrato a far progetti in Emilia.

«Quel treno non è mai stato solo un mezzo per spostarsi» mi aveva confidato davanti a un cappuccino. «Era già un luogo in sé per ritrovarsi con gli amici, dove, ad esempio, potevi cantare a squarciagola con la chitarra, senza il timore di essere ripreso dal controllore o dagli altri passeggeri. Per una qualche regola non scritta, quelle carrozze diventavano un porto franco in cui, anche chi non era della comitiva, veniva immediatamente incluso in un cerchio di convivialità, come si fosse tutti a casa di qualcuno».

Era una littorina magica sospesa fra le nuvole, quella di Paolo. Dove il mezzo si confondeva con il fine, per diventare esperienza in quanto tale. Forse per la strana alchimia innescata da paesaggi straordinari. Forse per il ritmo lento che una ferrovia così imponeva. O forse perché erano altri tempi, punto e basta. Chissà: le fiabe non hanno, poi, bisogno di spiegazioni.

«E così adesso ci facciamo portare via anche questo» commenta all’improvviso Emanuele con lo sguardo a seguire le rotaie oltre la curva della stazione.

«Quel po’ d’industria che avevamo, le banche… proprio non riusciamo a tenerci strette le cose importanti qua a Sulmona».

«E nessuno fa niente?» chiede Stefano.

«Oggi no, forse perché siamo più litigiosi fra di noi, ma una volta era diverso, ehhh… qua, nel 1957, abbiamo fatto i Moti di Sulmona, “Jamm’ mo’” li avevano chiamati. Fu quando il Governo decise di sopprimere il Distretto Militare e trasferirlo a L’Aquila. La Celere dovette venire a caricarci nel palazzo dell’Annunziata, in pieno centro. Lì sì che si combatteva assieme».

«Cinquant’anni fa…»

«Cinquantacinque. No, non siamo più gli stessi».

Ci sferza in fronte una ventata di profumo di campo. È segno che bisogna andare. Riprendiamo la marcia, mentre alle nostre spalle svetta proprio il campanile dell’Annunziata. Sulmona ormai è lontana. 

.………….continua……………..

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[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 


editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

1 COMMENTO

  1. E’ stato il primo articolo letto da me “principiante di PC e soprattutto di FB..
    La scrittura stupenda , i paesaggi, le verdi colline mostrate nel video, la musicache l’accompagnava… intrisa di quella nostalgia che si prova alla mia età,76 anni- ripensando alla prima volta-14 anni- che anch’io ho visto il treno, mi sono innamorata del TRENO..di ALTOSANNIO, tanto che dopo qualche mese mi sono iscritta al BLOG.
    E UDITE,UDITE… IL PROSSIMO 29 APRILE -MIO 79 COMPLEANNO- ANDRò A CONOSCERE FINALMENTE DI PERSONA,IN UNA GITA ORGANIZZATA, QUESTI”BINARI FRA LE NUVOLE”

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