Coi binari tra le nuvole, in galleria, sotto le sorgenti del Gizio

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Riccarado Finelli, 38 anni, emiliano, il suo amico Stefano e, per una tappa, suo suocero

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte dal libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Quando l’orologio della Chiesa Madre batte la mezza, siamo esattamente nel mezzo del viadotto sul vallone Santa Margherita, un canalone incontaminato che scende dagli oltre duemila metri del Monte Genzana e fa da raccoglitore ai rivoli d’acqua che poi s’imbottigliano nelle sorgenti del Gizio, proprio sotto l’abitato di Pettorano. 

Pettorano sul Gizio

Di fronte a noi, per la prima volta, la bocca spalancata dell’animale pronta ad accoglierci, nella galleria che affonda sotto le case del paese e lo trapassa da parte a parte. Emanuele tira fuori un paio di succhi di frutta. Io e Stefano ci sistemiamo giacche a vento e pile a frontalino. Per la prima volta, con un po’ di malcelato timore, ci tocca entrare nel ventre della montagna, reso umido proprio dalle acque del Vallone che scorrono sulle nostre teste e s’insinuano con mille pertugi nella galleria. È un umido avvolgente, odoroso di sasso, quello che ci avvinghia appena l’oscurità vince sulla luce e riusciamo a vedere solo ciò che illuminano le nostre torce. 

Ci parla con l’acqua, l’animale. Mentre ci avventuriamo nella sua parte più sinistra, è tutto uno sgocciolio, un fluire saltellante che si fa largo nel buio. Sulle volte di mattoni illuminiamo cascate di calcare cristallizzate dall’acqua nel suo perpetuo picchiettare queste tenebre vive. Un modo come un altro per dirci che qua dentro il tempo batte con ritmo e ragioni tutte sue.

Non è facile camminare in galleria. Le putrelle del marciapiede laterale ci si sbriciolano improvvisamente sotto i piedi, minate dal tempo e dalle infiltrazioni. Così non resta che riprendere il centro del binario, cercando, nella poca luce delle torce, di schivare i sassi più grandi.    

Ma le vere difficoltà a passare lungo i quasi ottocento metri di questo cunicolo sotto le sorgenti del Gizio le avevano soprattutto i macchinisti.  L’acqua sui binari, che d’inverno irrimediabilmente ghiaccia, significava slittamento assicurato. Tra l’altro, nel punto esatto in cui la linea comincia a salire sul serio. E allora erano imprecazioni, preghiere, mani sudate e soprattutto una rincorsa costante a quel “senno e ponderatezza” che prescrive il regolamento ferroviario, per tutte le occasioni al limite del praticabile. 

Fiume Gizio d’inverno

Come quella notte del maggio 1984, quando due locomotori accoppiati trascinarono un convoglio di ben trentatré carri coperti a due assi e due vecchie carrozze a carrelli da Sulmona fino a Castel di Sangro, epicentro di un violento terremoto che per settimane squassò la terra, per dare ricovero ai senzatetto. Tra l’altro, dopo appena qualche giorno rispetto ad un altro passaggio particolarmente impegnativo per la linea: il treno con animali e strutture del Circo Orfei.

«Si procedeva a passo d’uomo: da Sulmona a Castel di Sangro, a passo d’uomo» mi aveva raccontato Attilio Di Iorio, dirigente di Trenitalia a Pescara, grande pubblicista di cose ferroviarie e macchinista per quasi dieci anni sulla Sulmona-Carpinone. «Dentro a quella galleria il tempo sembrava non passare mai e ogni tanto la terra tremava». Gorgoglii sordi direttamente dall’inferno, che si strozzavano fra le pareti di quello stomaco di balena, mentre nelle tenebre sfilava una processione infinita di carrozze che slittava a ogni metro sulla rotaia bagnata. Ce la fecero, quella volta, Attilio e i suoi compagni. Dosando con  perizia la sabbia che veniva posata sul binario dalle sabbiere, tenendo gli occhi incollati all’amperometro dei motori di trazione, contrastando lo slittamento con il freno diretto e, soprattutto, riuscendo a procedere a velocità da lumaca, senza però fermarsi al passaggio a livello subito dopo la stazione di Pettorano, poco dopo l’uscita della galleria . 

«In quel punto, la pendenza iniziava a essere significativa. Una sosta con tutto quel carico da trainare avrebbe potuto significare non riuscire più a ripartire» ricordava ancora Attilio, che di questa avventura ebbe modo di scrivere, qualche anno dopo sulla rivista “I Treni”. 

Quando la piana di Castel di Sangro si aprì davanti ai fanali del primo locomotore già albeggiava, ma tutte le carrozze riuscirono ad arrivare al cuore dell’area terremotata, con tanto di piccolo premio (ventimila lire) agli involontari eroi di quella traversata. 

Anche noi, quando inizia a farsi timidamente largo il cono di luce dell’uscita, un po’ eroi ci sentiamo. All’uscita della galleria, la linea si stiracchia in una “esse”, che battezza il tracciato alla sua montuosità. Inizia qui la vera pendenza della ferrovia, ventotto …………..

 


[1]320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2]
I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

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