Coi binari fra le nuvole, da Campo di Giove in compagnia di Liborio

1
1047

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). A fondo pagina un filmato di Enzo C. Delli Quadri.

Campo di Giove

 La prima notizia del giorno è che ho perso la scommessa con Stefano.

Liborio si presenta puntualissimo alle sette. Così puntuale che deve aspettarci un buon quarto d’ora nel parcheggio davanti alla Locanda Camilla, mentre finiamo di fare colazione e raccogliamo i nostri averi. Mezz’ora prima, aprendo le imposte della camera su una domenica uggiosa e pigra, lo avevo dato per certo a rigirarsi nel letto. E invece no: eccolo lì impaziente come un bambino prima della gita scolastica. Vuole proprio essere della partita, il ferroviere che si fece sindaco.

Del resto per i campogiovesi della sua generazione la ferrovia ha rappresentato tanto. Era al tempo stesso servizio per il quotidiano e speranza di un avvenire migliore. Non un mezzo da guardare con affetto o nostalgia e nemmeno patrimonio da difendere. Era semplicemente pane quotidiano in un’epoca in cui la montagna riusciva ancora a imporre ai suoi figli tempi e modi di vita diversi rispetto al resto del mondo.

 Era la regola, ad esempio, d’inverno, per decine di ragazzini del paese, uscire di casa alle sei e mezza e nel buio incamminarsi in fila indiana verso la stazione, con le scarpe avvolte in sacchetti di cellofan, sui minuscoli camminamenti ricavati fra muraglie di neve. Aspettavano il primo treno della mattina, quello che, prima delle sette, li avrebbe portati a Sulmona.

Se la ricorda bene quella stagione Liborio. La stessa in cui si pensava e sperava che il treno avesse portato anche turisti. Una specie di Sol dell’Avvenir che avrebbe spezzato le barriere di un secolare isolamento. 

È anche per questo che oggi si è voluto mettere in marcia con noi. E ci dà subito un consiglio: «La ferrovia guardatela dalle radici, dal basso».

All’uscita della stazione di Cmpo di Giove

Così la nostra giornata comincia al contrario, percorrendo con il naso all’insù lo sterrato che costeggia il versante occidentale della piana di Campo di Giove, lungo la base delle arcate che sostengono, in questo tratto, la linea. Non c’era il calcestruzzo nell’Ottocento, dunque la scelta di costruire queste opere con mattoni a vista, come fosse una villetta di periferia, non venne certo fatta sull’onda di chissà quale ambientalismo. Eppure queste arcate, più vicine nel gusto ad un acquedotto romano che ai pilastri di una grande infrastruttura, rappresentano uno dei più riusciti equilibri fra funzionalità, estetica e ambiente. Probabilmente anche uno degli ultimi. 

Così possiamo partire dall’unità minima questa mattina: il mattone. Cellula di base e quindi essenza stessa di una ferrovia evidentemente superata dal tempo, anzi dai tempi. Questi tempi. Ma che ancora ci racconta altri mondi e modi possibili: di vivere e di costruire. E forse è proprio la possibilità di scomporla in numeri primi, a rendere umana e accettabile un’infrastruttura a suo modo gigantesca. Un’opera che attraversa un vero e proprio tempio della natura, eppure costruita con grazia artigianale, dove ogni singola tessera dell’enorme mosaico non è mai uguale all’altra.

«C’avete mai pensato che nessun terremoto le ha mai fatto un graffio?» chiede Liborio «E dire che questa zona è fra le più sismiche d’Italia. Lo sapete perché? Perché è costruita bene, adattandosi a ogni piega del terreno, davvero mattone su mattone. Ma guardate con quale precisione, perfezione direi, sono state posate le pietre. E lo stesso vale per le gallerie. Una volta mi è capitato di vedere i documenti di progettazione originali. C’è da rimanere impressionati dalla cura maniacale con cui venivano fatti i rilievi».

Da questa prospettiva, si vedono bene anche le ferite che, con una manutenzione ridotta ormai al minimo, iniziano a minare velocemente l’animale. Pietre che si sgretolano, spaccate dal ghiaccio e trapassate dalla pioggia, e che lasciano senza la prima pelle un bel pezzo della parte inferiore delle arcate. 

Guadagniamo il tracciato poche centinaia di metri dopo la fine della grande pineta artificiale. La fece piantare Strade Ferrate Meridionali, la società costruttrice, al momento della costruzione della linea, per difendere i binari dalla furia delle bufere di neve che si avventavano sul piccolo villaggio di Campo di Giove come aliti di un monarca cattivo, sempre arrabbiato con i suoi sudditi. Una protezione intelligente e omeopatica, dove alla forza della natura, si opponeva un’altra forza naturale, l’algida solidità di alberi inaffondabili. 

Treno straordinario all’interno delle Pinete del Pizzalto di Campo di Giove

Dalla parte opposta, il sole combatte per spuntar fuori contro uno strato di nuvole che ballano il tango. Più in basso latrati dalla foresta, temibilmente vicini. 

Si parla subito di politica con Liborio, infoiato per la campagna elettorale in corso in paese. Anche lui è nell’arena, candidato in una delle tre liste su quattro, che presentano come candidato sindaco un iscritto al PD. La quarta non fa testo. È quella dei secondini del carcere di Sulmona, che pur di godere dei permessi elettorali, presentano liste fantasma nei comuni della zona. Ci mette poco la discussione a parare su cosa servirebbe per rilanciare il turismo, adesso che il Paese è diventato un enorme guscio vuoto di seconde case, in cui nessuno va più e dove negli ultimi quindici anni sono state perse, nei pochi alberghi rimasti, la metà delle presenze.

Anche la stazione Monte Maiella parla di questa decadenza. È una pensilina in muratura con il tetto spiovente, d’aspetto decisamente moderno, che sbuca inaspettata all’altezza delle piste da sci di Guado di Coccia.

«La chiamano stazione Liborio» si vanta il nostro compagno di scarpinata, «perché la feci fare io nel 1991». 

Campo di Giove Monte Maiella

Quando, nonostante si parlasse già di chiusura della linea, evidentemente si pensava che i giganteschi residence sul cui parcheggio dà la stazione, fossero destinati a miglior avvenire. Appartamenti potenzialmente per 450 famiglie, il triplo della popolazione del paese, costruiti all’inizio degli anni Settanta da palazzinari romani, secondo una concezione di sviluppo turistico che oggi farebbe rabbrividire. Un tempo seconde case di funzionari statali, ma ormai praticamente disabitate. Tanto che pure oggi, sabato di un lungo ponte di aprile, l’enorme complesso ci offre la visione lunare del vuoto assoluto.

«Dovremmo riuscire ad offrire qualcosa anche ai figli di questi, che a loro volta hanno famiglie e bambini» ci dice Liborio mentre riprendiamo il cammino, «ma fino ad ora non ce l’abbiamo fatta. È un peccato, perché guarda qua che meraviglia…» e allarga il braccio verso Guado di Coccia, un valico incredibile “a doppia vu”, che separa aquilano e chietino, alleggerendo per un attimo la potenza calcarea della Maiella. Che oltre il passo, in direzione sud-est, risale mutando il nome in Monte Porrara, rimanendo però logicamente un’unica catena, quella della Maiella appunto. 

Campo di Giove – Il massiccio della Maiella visto dalla ferrovia

Ma è una terra complicata l’Abruzzo, a cominciare dalla geologia. Perché se per la topografia Maiella e Porrara sono un’unità logica, geologicamente il Porrara è cosa a sé. Sarebbe un pezzo di Morrone, monte a una manciata di chilometri in linea d’aria più a nord, scivolato verso sud nel Miocene, fino ad arrotolarsi contro la Maiella. In fondo pure lui ha seguito il tracciato della ferrovia.

_______________________________________________________
[1]
320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 


Editing e video: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

1 COMMENTO

  1. Sempre belle e feconde le escursioni sulla Maiella soprattutto raccontate con l’entusiasmo palpabile di chi ama il nostro territorio e lo vive ancora a dispetto della politica palazzinara che negli anni addietro l’aveva quasi offerto in svendita ai ricchi romani e non solo. I villeggianti ora sono meno assidui, è VERO, e “il Paese è diventato un enorme guscio vuoto di seconde case”, ma i pini numerosi ed alti e le arcate fatte di migliaia di mattoni resisteranno tanti e tanti anni ancora e la loro bellezza attirerà altri villeggianti in un futuro prossimo, perché mi auguro che dopo il “CORSO” ci sarà un “RICORSO STORICO”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.