Coi binari fra le nuvole ….. A Carpinone si conclude l’avventura

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Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE [1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). con Video  di Enzo C. Delli Quadri)

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Stazione di Carpinone

Allora iniziamo l’attacco finale alla vetta. Un pannello distanziometrico dice che mancano cinque chilometri, pochissimo, ma per come sono messe le mie gambe potrebbero essere cinquemila.

Almeno il vento ha smesso di picchiare.

Ad ogni passo le caviglie, gonfissime, sembrano esplodere sotto la pressione impazzita del sangue che batte come un tamburo. Cammino ormai senza il piegamento delle ginocchia, a gambe divaricate. Un po’ come quando da bambino mi capitava di fare la pipì addosso. Mi sento anche la febbre. Stefano invece, con mio stupore e invidia, sembra passarsela decisamente meglio: camminata più fluida e salterelli ancora tonici fra una traversina e l’alta. Anche Sergio pare non passarsela male. Ma non vale, lui cammina solo da questa mattina.

Davanti a noi si apre la vetta spelacchiata del Monte Patalecchia, con le sue antenne. Oltre, dove si perde il drittone che attraversa la piana di Sessano, Sua Maestà il Matese, con le vette ancora innevate. Carpinone, là dove oggi è stata posta la frontiera del mondo ferrato, è là in fondo. Ancora non si vede ma dovrebbe mancare pochissimo. Solo che sento ormai di camminare in apnea, con movimenti legnosi e rallentati. Ogni passo è uno sforzo colossale e mi vengono in mente certi racconti degli alpinisti da ottomila metri, quando a un passo dalla meta, con l’ossigeno a gocce, si devono guadagnare gli ultimi centimetri impiegando anche ore, mentre si affonda nella neve  in preda alle allucinazioni.

Devo avere un aspetto orribile e Sergio se ne accorge.
«Dai Rick!» mi sprona «Lo sai cosa dice il motto del Genio Ferrovieri? “Fervidis rotis ad metam”: alla vittoria con ruote impetuose! Dove sono finite le tue ruote impetuose? Coraggio che siamo arrivati!»

E invece non è vero.

Dopo due ore di rettilineo, quando do già per scontata l’apparizione della stazione, i binari s’imbudellano nella gola formata dal torrente Carpino, ritrovando per un attimo la vocazione selvatica tipica del passaggio abruzzese. Una vocazione peraltro accentuata dall’orto botanico che si sta formando sulle rotaie, divorate da razze e rampicanti che avanzano implacabili come piovre.

 Entriamo nell’ultimo chilometro con l’ingresso in un’inaspettata galleria, rivestita di colate di calcare come cascate di ghiaccio. Dobbiamo ripetere per l’ultima volta il rito della preparazione di torce e frontalini. 

            I sassi ormai sono carboni ardenti, su cui cammino con l’instabilità di un neonato: da questo momento il mio personale concetto di “stringere i denti” ha un nuovo standard.

La stazione appare sulla destra, ad alcune centinaia di metri, proprio all’uscita dalla galleria, dopo che il binario proveniente da Sulmona s’immette sulla linea Campobasso-Isernia sotto a un viadotto stradale. Facciamo scendere il carrello d’atterraggio di questa lunga trasvolata oceanica, proprio come Clementino Maitino, un carpinonese emigrato in Argentina ed entrato nella leggenda del paese perché nell’agosto del 1958, con un aereo bimotore a quattro posti e 105 cavalli, partì da Buenos Aires in compagnia di un amico e dopo mille peripezie riuscì a raggiungere l’Italia per un saluto ai parenti.

Proprio mentre stiamo arrivando all’incrocio Sergio sente sferragliare.  «Presto, tiratevi giù, arriva un treno. Se ci beccano adesso sono guai!»

Arretriamo di qualche passo e ci chiniamo fra i cespugli. Davanti a noi passa placida un’ALn 663, proprio identica a quella che fino a un anno e mezzo fa scendeva anche dal binario su cui adesso siamo acquattati noi. Lo prendiamo come un abbraccio affettuoso e proseguiamo verso gli scambi.

«Ehi, voi… giovani! Che fate?»

Un anziano, accompagnato da un barboncino petulante, ci sta urlando dietro dall’altra parte della sede ferroviaria.

«Siete impazziti? Andate via subito! Non va bene, non va bene…»

Anche solo cinque chilometri fa, ci saremmo fermati a fare amicizia, ma in questo momento gli strepiti del nonnetto e del suo cane valgono quanto una scoreggia in un tornado. Proseguiamo senza neppure girarci verso i marciapiedi. Dalla pensilina della stazione qualcuno si accorge di noi. C’è movimento.

            Esce un uomo di mezza età che ha tutta l’aria di essere il capostazione. Si mette sul primo binario e ci aspetta immobile.

            Stefano e Sergio mi precedono. Io, lentissimo, con ancora sventolante nello zaino la bandiera di Co.Mo.Do., arrivo dopo un paio di minuti.

«Beh?» mi fa severo il capostazione, come a un figlio rincasato troppo oltre l’orario concordato.

«Siamo qua!» rispondo con un sospiro, mentre avvolto da crampi inverosimili, cerco di piegare le ginocchia quel tanto che basta per posare il culo sulla banchina del binario.

«Lo vedo che siete qua. Ma è proibito camminare sui binari».

«Lo sappiamo, ma noi veniamo da Vastogirardi, la linea è chiusa…»

«Ve la siete fatta a piedi da Vastogirardi? Veramente?»

«In realtà siamo partiti da Sulmona tre giorni fa…»

«A piedi?»

«A piedi, certo».

«Per queste cose ci vuole il permesso però…»

«Di chi?»

«Di chi… Ci vuole il permesso, di qualcuno delle Ferrovie, sicuro! Di certo a me non mi ha avvertito nessuno».

«Ha ragione, ma poi ce l’avrebbero dato?»

«E che ne so… però c’era da chiederlo, sicuro… Scusate ma perché siete venuti fin qua a piedi da Sulmona?»

Già, perché?

Saranno i quattro giorni di viaggio, densi di vita e ricordi. Sarà la stanchezza allucinante che mi ha assalito alle spalle e mi torce il collo fino a togliere il fiato. Ma adesso il perché di tutto questo me lo sto chiedendo anch’io. Per turismo? Per un ultimo saluto alla linea da viaggiatore romantico? Per protesta verso la colossale indifferenza a cui è stata abbandonata la ferrovia? Per verificare l’intuizione della “sfida longitudinale” all’Appennino? Per testardaggine? Per amore? Forse tutto questo assieme? Boh!
In ogni caso alle sette e mezza, con gli occhi che si chiudono dalla fatica, qualunque spiegazione sarebbe difficile.

«Senta, ma almeno una foto con lei posso farla?» gli chiedo prendendolo in contropiede.

«Una foto? Beh… sì…» mi sorride quasi imbarazzato «ma è sicuro?»

«Sicurissimo».

«Allora aspetti qua un attimo, vado dentro a mettermi almeno il cappello da ferroviere».   

 

 Riccardo finelli

 

 

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Coi binari Copertina-libro[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

 

 

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