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Cap. 9 – I rivali di Roma – Papio

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata di Paride Bonavolta

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In questa parte nona della storia romanzata  dedicata ai Sanniti, Papio, pur impegnato nella sua opera di Insegnante, viene coinvolto nelle questioni politiche, che riguardano l’atteggiamento da tenere con i Romani temibili avversari, e nelle questioni diplomatiche per mantenere ottimi rapporti con Taranto, unica colonia greca, tanto nella Magna Grecia che in Sicilia, fondata da coloni spartani.

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I rivali di Roma – Papio – Parte Nona

Non appena la scuola era stata pronta ad accogliere i numerosi discepoli, personalmente selezionati fra i numerosi aspiranti, Papio aveva dato inizio alla sua esperienza di maestro, rendendosi conto della gioia che gli dava insegnare e scoprendo che inconsciamente si trovava ad utilizzare parole e modi che a suo tempo Archelao aveva usato con lui. Per poter accogliere un maggior numero di giovani e per poterne ospitarne altri che venivano da paesi lontani la scuola, inizialmente aperta in una ala della vasta casa che Titino Sestio aveva messa a loro disposizione,  era stata poi trasferita in una vicina tenuta di campagna così che Papio tornando a casa potesse godere di un distacco fisico dai suoi possessivi discepoli e di un’atmosfera familiare.

Il 410, l’anno successivo alla nascita del suo secondogenito, anche lui maschio come il primo, era giunta voce che Roma era stata colpita da una pestilenza di vaste dimensioni che stava decimando la popolazione peraltro già duramente provata da una altrettanto grave carestia.

Le notizie che riguardavano Roma erano seguite con grande attenzione perché le legioni romane stavano operando nel territorio dei Volsci in danno degli Ernici. Truppe che non solo operavano in prossimità del Sannio ma in una zona che i sanniti avevano sempre considerata di propria ed esclusiva influenza.

Il fatto che Ernici e Volsci fossero in contrasto fra loro, quale che ne fosse la ragione, una estemporanea razzia, uno sconfinamento di greggi, il controllo di un corso d’acqua o anche più semplicemente la voglia di misurarsi in uno scontro per mettere alla prova i giovani soldati, era sicuramente affare loro. Queste dispute infatti di solito si chiudevano semplicemente come erano nate e non avevano mai portato ad interferenze esterne se non raramente a quelle sannite. Il fatto che ora Roma avesse deciso di intervenire non poteva non destare preoccupazione perché poteva presagire la rottura di consolidati quanto taciti equilibri .

Mentre nell’ambito del Consiglio della Lega si dibatteva se l’operato dei romani potesse essere considerato ostile, e se, conseguentemente, dovessero prendersi delle iniziative, a Bovianum era arrivata una delegazione romana per trattare l’ acquisto di grano indispensabile per combattere la carestia in atto. Il Sannio, per i buoni rapporti variamente stabiliti con le città campane, disponendo di abbondanti scorte, non avrebbe avuta alcuna difficoltà ad accogliere la richiesta ma la presenza di soldati romani ai propri confini aveva finito per dividere i membri del Consiglio in due opposti schieramenti.

Chi, nella recente interferenza di Roma nelle relazioni fra Volsci ed Ernici vedeva un primo passo dei romani per estendere la loro influenza, sosteneva che la richiesta andasse respinta per far giungere a Roma un chiaro segnale del disappunto sannita. Si sosteneva infatti che Roma, se non contrastata, avrebbe potuto pensare ad una tacita acquiescenza delle iniziative.

Questa è l’occasione di mostrare che il nostro popolo, che nulla mendica a chicchessia, non teme di scontentare un potente vicino al quale non si sente inferiore. Mostriamo di poter dire in tutta tranquillità un sereno no ad una potenza come quella romana non dovendo nulla da lei aspettarci o tanto più temere. Roma non potrà non capire le motivazioni del nostro diniego che in altri momenti non sarebbe stato così categorico visto che il nostro popolo é sempre stato sollecito a rispondere, se non altro per umanità, a chi gli ha chiesto aiuto.

I più concilianti, che avevano in Papio il loro portavoce, erano invece favorevoli ad accogliere la richiesta.

Condivido i dubbi di coloro che vedono nella più recente politica di Roma verso i nostri vicini un segnale preoccupante e sono anche certo che un diniego potrebbe suonare come un giusto monito. -aveva sostenuto Papio – E’ evidente che Roma, per essersi rivolta a noi per aiuto, si trova in una situazione particolarmente critica. Ma nel formulare la nostra risposta dobbiamo tener presente che, pressata dalla contingente necessità, sicuramente non si é rivolta solo a noi ma ha mandate similari ambascerie ad altri popoli. Agli etruschi, per esempio, che certo amici di Roma non sono, ed ai latini che per quanto da Roma tiranneggiati non sono certo in grado di rifiutare nulla per il solo fatto che Roma sia momentaneamente in difficoltà. Sicuramente delegazioni romane hanno anche raggiunte le città campane e probabilmente anche l’Apulia. Roma oggi ci chiede, e non certo di buon grado, di acquistare ciò che noi come ben sa, grazie soprattutto alle nostre relazioni con i popoli della Campania e dell’ Apulia, e alla ricchezza delle vallate del Sangro e del Volturno, possediamo in maniera sicuramente eccedente il nostro fabbisogno. Roma sarà comunque in grado di superare la crisi ed allora considererà come ostile il nostro rifiuto e, in un prossimo futuro, per non doversi trovare in una analoga situazione potrebbe decidere di guardare con un maggiore interesse alla Campania ed all’Apulia. Oggi a Roma solo una sparuta minoranza sostiene un’ espansione verso il sud del paese e questa é la migliore garanzia per una pacifica convivenza tra i nostri popoli. Ma messa alle strette, come ora lo è,  potrebbe dare un più attento ascolto a questa minoranza e mutare, per necessità inderogabile, i propri obiettivi per il futuro. Sarebbe lo scontro e coloro che oggi intrattengono con noi buone relazioni potrebbero lasciarsi convincere dalle lusinghe dei romani a ricusare gli accordi con noi e che sicuramente non sono, come molti di voi sembrano ritenere, immutabili nel tempo. Non siamo secondi a nessuno, questo é certo, ma non facciamolo troppo notare con un gesto che possa suonare di arroganza e di sfida. Se fossimo certi di poter prevalere su Roma con facilità o senza grandi rischi potrebbe essere il momento non solo di fare la voce grossa ma anzi di colpire. Ma siamo certi di essere in una simile condizione? Accogliamo quindi la richiesta di Roma e cerchiamo di mantenere una situazione di equilibrio trattando le comuni linee della futura politica dei nostri popoli.

Era seguita una accesa discussione. Tutti i presenti davano atto a Papio di una maggior conoscenza del mondo e della meditata pacatezza dei suoi consigli. Qualcuno riprendendo i suoi timori sulla possibile espansione di Roma al sud aveva levate grida di minaccia e di guerra. L’ordine era stato riportato con difficoltà ma la decisione finale era stata quella di respingere la richiesta .

Papio, delegato da entrambi gli schieramenti, aveva formulato alla delegazione romana la risposta sannita cercando di farlo con l’opportuna diplomazia.

In previsione di un conseguente e forse possibile deterioramento dei rapporti con Roma si era comunque ritenuto opportuno delegare a Papio il compito di guidare una ambasceria a Taranto ritenendo opportuno rinsaldare i rapporti in atto velati sempre da una aperta latente diffidenza.

Taranto, unica colonia greca, tanto nella Magna Grecia che in Sicilia, fondata da coloni spartani sul luogo dove un tempo sorgeva la città japigia-messapica di Satyrion aveva saputo progressivamente estendere la propria influenza sulle colonie achee di Sibari, Crotone e Metaponto che sorgevano nel suo ampio golfo ed aveva acquisito un tacito ed incontrastato ruolo guida delle città della Magna Grecia variamente riunite fra loro in non stabili leghe greco-italiote. La disponibilità di un ottimo porto e di una potente flotta, così come la ricchezza che le derivava dai commerci, aveva sancito questo ruolo guida che fra l’altro aveva consentito anche nel passato di resistere anche in armi agli attacchi delle tribù japigie dei Dauni, Peucezi e Messapi. Le diverse città greche, pressoché circondate da popolazioni di lingua osca e variamente con loro legate da vincoli seppur precari di amicizia o di commercio, si rendevano conto che, volenti o nolenti, solo la ricchezza di Taranto ed i buoni rapporti che aveva con Siracusa, potevano loro garantire, all’occorrenza, una garanzia per la loro indipendenza cosa che Taranto, grazie anche al ricorso alle costose truppe mercenarie greche, aveva già fatto nel passato.

A Taranto il Sannio poteva fare affidamento su una minoritaria componente cittadina su posizioni filosannite e compito di Papio era, oltre quello di rinsaldare con oculati accordi il legame con il partito filosannita, di tranquillizzare i governanti che non avevano nulla da temere dai tradizionali buoni rapporti che i sanniti avevano con i lucani lucani, atavici rivali dei tarantini, e di convincerli al mantenimento di uno status quo per entrambi conveniente.

Il viaggio aveva rappresentato l’ occasione di lasciare per un breve periodo la scuola ed i figli e prendersi una prima vacanza con Gaia che,  non avendo mai lasciato il Sannio, era stata ben lieta di seguirlo. Gli anni di matrimonio avevano fatto di loro una coppia affiatata e Papio doveva ammettere che i suoi sentimenti verso Gaia, anche se del tutto diversi da quelli che aveva provato per Demetra, forse potevano anche definirsi di amore, anche se di un amore meno giovanile e più maturo. Gaia si era rivelata fin dal principio una insostituibile collaboratrice, un’ ottima madre per i loro figli ed una amante appassionata . Nulla sembrava turbare la loro unione e Papio si sentiva pienamente realizzato. I suoi figli contavano rispettivamente otto e sei anni e, allevati con affettuosa durezza, promettevano di crescere nel migliore dei modi. Trascorreva con loro tutto il tempo disponibile e cercava di studiarne atteggiamenti e predisposizioni comunque convinto che non avrebbe in alcun modo interferito con le loro naturali inclinazioni. Sebbene si rendesse conto che era troppo presto per trarre delle conclusioni riteneva che entrambi mostrassero una naturale inclinazione verso la vita militare anche se non disdegnavano di dedicare parte del loro tempo allo studio.

Rientrato dalla missione a Taranto, Papio si era trovato sempre più coinvolto in attività di governo e con occhio attento seguiva l’ evolversi della situazione politica notando, con crescente preoccupazione, che mentre Roma si consolidava al suo interno con una struttura militare ed amministrativa centralizzata che le permetteva di estendere progressivamente la sua sfera di interessi sovrapponendosi ai suoi vicini, il Sannio si ostinava a mantenere una organizzazione fondamentalmente tribale peraltro imperfetta perché il potere rimaneva in mano agli abbienti che se anche a livello locale erano interpreti la volontà popolare sembravano perdere questa visione quando si trattava di prendere decisioni a livello di nazione sannita. Se condivideva il principio sannita di penetrazione senza sottomissione dei popoli si rendeva anche conto che questo poteva dimostrarsi elemento di debolezza anche se il pugno di ferro che i romani usavano con i popoli sottomessi finiva per accrescere negli stessi una latente ostilità all’ invasivo controllo romano. .

Si augurava quindi che non si arrivasse ad un aperto contrasto con Roma, o peggio ancora ad una guerra, perché, pur nella sua indiscussa forza e potenza, il suo popolo non sarebbe riuscito a compattarsi con la stessa efficienza di Roma. La sua partecipazione alla vita politica ed il suo insegnamento ai giovani l’avevano portato a trasfondere quanto più poteva la conoscenza delle forme di organizzazione interna degli altri popoli per cercare di seminare concetti nuovi di organizzazione che potessero rinsaldare, in pace come in guerra, il sentimento di coesione nazionale anche verso gli altri popoli di lingua osca che, pur orbitando nella sfera sannita, conservavano una piena autonomia che avrebbe potuto anche indurli a cedere alle altrui lusinghe.

Questo suo atteggiamento aveva finito per attirare su di lui e la sua scuola non poche critiche da parte di chi reputava pericolosi i suoi insegnamenti, ma ciò nonostante molte delle sue proposte che tendevano ad una maggiore integrazione degli originari quattro ceppi e delle comuni strutture, non escluse quelle militari, avevano finito per essere accettate.

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

About Paride Bonavolta

Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio. Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.  e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

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