Cap. 7 – I rivali di Roma – Papio

0
708

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata di Paride Bonavolta [1]

per il Cap. 6.  Clicca QUI


 

In questa parte settima della storia romanzata, si racconta della vita avventurosa intrapresa da Papio Pentro, dopo le battaglie campane, con la sua compagna Demetra e del suo ritorno a casa.

Socrate sottrae Alcibiade alla voluttà olio su tela di Jean-Baptiste Regnault – 1791

I rivali di Roma – Papio – Parte Settima

415 a. C.   Numerio dopo una lunga giornata di caccia e dopo aver goduto di un bagno ristoratore sedeva sotto il porticato della sua casa di campagna in attesa che venisse servita la cena che sicuramente avrebbe compresi i suoi piatti preferiti. Sua moglie Livia quando lui si assentava, come in questo caso per alcuni giorni, era sempre attenta che non mancassero così come era pur sicuro che nulla sarebbe stato detto o fatto che potesse turbare il suo tanto desiderato ritorno a casa. .

A trentacinque anni reputava di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissi e di potersi considerare un uomo felice. Gli anni che erano seguiti alla spedizione in Campania erano trascorsi senza grossi impegni per un soldato quale lui era anche se era vero il vecchio detto che un soldato impiega il tempo di pace per prepararsi alla guerra.

Rientrato dalla spedizione in Campania, così come programmato, aveva sposato Livia che si era dimostrata una ottima moglie e compagna e che, in aggiunta, aveva portata una ricca dote ed un nome che tanto in Irpinia che nel Sannio aveva una grande rinomanza.

Dal matrimonio erano subito venuti tre figli, in età ricompresa fra i due ed i cinque anni e che avrebbero perpetrata la discendenza di Capi e delle sua famiglia.

La posizione di Numerio tanto in Irpinia che nell’intero Sannio era tra le più elevate e la monotonia di un periodo privo di imprese militari era compensato dal fatto che sedeva nel Consiglio della Lega Sannitica e che incarichi occasionali lo portavano ad occuparsi, anche fuori dei confini della sua terra, di problemi connessi allo addestramento delle truppe ed a sovrintendere alla organizzazione della rete logistica dei rifornimenti per un eventuale periodo di guerra. C’erano poi le cacce e qualche divagazione amorosa.

Prima di sedere a tavola aveva dedicato parte del suo tempo ai figli raccontando, ingigantendole, alcune sue precedenti avventure di caccia e di guerra divertito dalla attenzione che, pur così piccoli, riservavano ai suoi racconti. Li aveva poi spediti a letto minacciandoli di non dar loro, l’indomani, i piccoli doni che aveva in serbo. Non aveva che aspettare, secondo un rituale ormai consolidato, che la giornata si concludesse tra le braccia di Livia. La moglie, lui lo sapeva, in previsione della loro nottata d’amore, che avrebbe comportato che l’indomani si sarebbe levata più tardi, aveva già impartite ai servi tutte quelle disposizioni che di solito dava loro di buon’ora al mattino.

Sempre secondo rituale quando Livia lo aveva raggiunto a tavola i servi erano stati licenziati preferendo entrambi, come avveniva di regola dopo i suoi rientri in famiglia, rimanere da soli visto che nella loro quotidianità questo difficilmente accadeva visto che alla loro tavola quasi sempre sedevano ospiti od amici.

Avevano brindato levando la prima coppa di Falerno quando un servo, terrorizzato dalla infrazione alle regole, aveva annunciato l’arrivo di un forestiero che reclamava il diritto di vedere il padrone.

Che ripassi domani!– aveva intimato Numerio – o che vada al diavolo!
Scusa padrone ma insiste in modo tale che non vorrei offenderlo. Sembra una persona importante e non vorrei scontentare te usando con lui un tono troppo scortese.
– Ti ha detto il suo nome questo importuno?
– Non ha voluto farlo altrimenti te lo avrei detto subito. Mi ha incaricato solo di dirti che vuole farti una sorpresa.

Livia, conoscendo il marito, vedeva che la sua ira stava montando e conciliante aveva avanzata una proposta.

Penso che a questo punto convenga che tu lo riceva e, se del caso, rimandare a domani un colloquio.

A Numerio, al quale sembrava molto strano che qualcuno potesse così insistentemente richiedere di essere ricevuto, la proposta di Livia era sembrata l’unica possibile per sbarazzarsi dell’inopportuno visitatore ed aveva ordinato al servo di introdurlo. .

Non appena il forestiero era entrato nella stanza Numerio era letteralmente balzato in piedi, rovesciando ad un tempo lo scanno sul quale sedeva e la coppa di vino che aveva dinanzi, volando ad abbracciarlo.

Che tutti gli dei mi fulminino se non é vero!

Abbracciato allo straniero lo aveva coinvolto in un grottesco ballo di gioia dimentico di tutto ciò che lo circondava e dello stupore della moglie e del servo. Poi aveva urlato perentori i suoi ordini.

Servo non stare lì impalato come un idiota . Provvedi al cavallo di quest’ uomo, ai suoi servi se ne ha, scarica il suo bagaglio! Guarda che tutto sia fatto nel migliore dei modi, sveglia gli altri se serve aiuto, riaccendi i fuochi se necessario. Corri se non vuoi assaggiare la mia frusta!

Il servo si era affrettato a correre via mentre Numerio si rivolgeva alla moglie.

Lui é Papio, credo che non ti occorra dire altro per sapere cosa devi fare.

Poi si era rivolto a Papio .

Livia é la ragazza che mi aspettava quando eravamo a Cuma. Ora ovviamente é mia moglie.

Papio e Livia si erano scambiati un sorriso di saluto come tra vecchi conoscenti quali in pratica, seppure in modo anomalo, erano in quanto ognuno sapeva tutto dell’altra. Livia dicendo che doveva occuparsi dei suoi doveri di domina della casa era scomparsa intuendo i due amici, dopo cinque anni di lontananza, non avrebbero avuto tempo per lei.

Che gioia rivederti Papio! Quanti anni sono passati, quattro? No cinque! Raccontami vecchia volpe cosa hai combinato in questi anni viaggiando per il mondo mentre noi poveracci mandavamo avanti il vecchio Sannio! Bevi qualcosa ma parla, raccontami.

Papio aveva raccolta la sedia che Numerio aveva travolta e si era seduto al tavolo versandosi una coppa di vino e sorseggiandola quasi a prendere tempo per riordinare le idee.

Sono felice di rivederti, amico mio, e da quello che vedo i tuoi programmi di un tempo si sono concretizzati. Io sono appena rientrato nel Sannio e sei la prima persona conosciuta che incontro. Da anni ti devo ringraziare per il ruolo che hai avuto nel mio destino e spero tu mi perdonerai di farlo con tanto ritardo.
– Lascia perdere queste sciocchezze, non devi nulla a nessuno.
– Vedo che hai una gran bella casa, una bella moglie e ne sono felice. Hai figli? Hai sempre detto che non avresti perso tempo per farne un piccolo esercito.
– Così é stato infatti, ne ho tre e non mi sembrano pochi in cinque anni. Ma smetti di farmi domande, questa volta, contrariamente al solito, sono io che muoio dalla curiosità.
– No, Numerio non ti dirò una parola di me finché non avrò saputo tutto di te. E poi lasciami il tempo di riprendere fiato e di bagnarmi la gola dopo il lungo viaggio che ho affrontato per riabbracciarti.

E Numerio, sia pur inizialmente controvoglia, aveva sintetizzato all’amico gli avvenimenti salienti di quegli anni. Parlando di Livia aveva permesso a Papio di comprendere che la loro era un’unione felice e che quanto il suo amico aveva desiderato si doveva essere puntualmente realizzato. Numerio aveva poi parlato con evidente orgoglio dei suoi tre figli, della morte di suo padre al quale era subentrato nei compiti tanto in Irpinia quanto nell’ambito della Lega. Per sommi capi aveva ricordate le non significative campagne militari condotte sui confini del paese, e prevalentemente in Apulia,   al solo scopo di ricordare che la potenza sannita era vigile alle vicende interne dei suoi vicini e che dei tributi, seppur saltuariamente richiesti, più per una questione di principio che di necessità, non potevano essere rifiutati a chi aveva la forza di prendere tutto quanto avesse voluto. Quando aveva ritenuto di aver detto tutto quanto c’era da dire aveva taciuto aspettando che fosse Papio a fare il resoconto dei medesimi anni . Ma una domanda urgeva e non aveva saputo, sia pur timidamente, trattenersi dal porla

– Dimmi di Demetra.

Papio era parso chiudersi per un attimo in sé poi aveva cominciato il suo racconto.

Come ho già provato a dirti ti devo ancora ringraziare per il ruolo avuto te e da tuo padre nell’incarico affidatomi. Tu non saprai mai, pur conoscendomi meglio di chiunque altro, il grande dono che mi hai fatto ed io dal canto mio spero di aver messo a buon frutto quei viaggi. Come forse saprai mi sono imbarcato subito dopo il nostro ingresso a Pompei e di lì, su di una nave greca, ho raggiunto Atene anche perché Demetra da tempo desiderava riabbracciare i suoi genitori. Ho trascorso i primi anni in Grecia dove grazie agli insegnamenti di Archelao, e per il mio piacere, ho potuto apprezzare le opere dei grandi filosofi ed ammirare le opere dei più famosi artisti. Ma soprattutto, ritenendo che in base al mandato ricevuto fosse mio dovere farlo, ho viaggiato in lungo ed in largo nel paese dedicando la maggior parte del mio tempo a studiare le diverse costituzioni delle principali città stato, la loro organizzazione sociale, i loro commerci, la struttura delle loro assemblee ed i diversi mezzi di partecipazione popolare ai governi cittadini. Ho potuto constatare pregi e difetti della democrazia rendendomi conto del fatto che troppo spesso la stessa in pratica altro non è che il diritto riconosciuto al popolo, ma in pratica esercitato da abbienti e dal ceto medio, spesso abilmente manipolato se non corrotto, di eleggere per un periodo di tempo predeterminato uno stratega per potersi poi disinteressare agli affari politici. In pratica il popolo convocato in assemblea, al termine dei dibattiti, finisce per far ricorso alla liberatoria clausola “gli strateghi provvedano”. In pratica uno stratega molto spesso altro non è che un dittatore che tanto in tempo di pace che di guerra diventa il vero arbitro di ogni decisione tanto di politica interna che estera arrivando persino ad occuparsi degli affari più minuti come i regolamenti delle feste, la scelta di un artista, l’organizzazione dei giochi e così via. Ho potuto seguire le fasi conclusive di quella guerra decennale, definita come del peloponneso che ha viste contrapposte Sparta ed Atene ma non credo che la pace che è stata fra loro sottoscritta, e che dovrebbe impegnarle a non prendere le armi per cinquant’anni, sarà duratura. Alcibiade, infatti appena nominato stratega dagli ateniesi, sta apertamente portando avanti una politica antispartana e guerrafondaia. Questo Alcibiade, che ora governa a suo piacimento Atene, sicuramente sarà ricordato come un grande stratega ma, avendo avuto modo di conoscerlo, ho l’impressione che la scelta fatta dai suoi cittadini non sia delle migliori. Pur appartenendo ad una famiglia ricca sembra avere intenzione di arricchirsi senza prestare attenzione alla moralità dei mezzi impiegati e pur essendo per nascita un aristocratico e disprezzando il popolo, si presenta come un democratico in quanto il partito aristocratico diffida di lui. Ma non voglio ulteriormente tediarti con queste storie che al momento potrebbero sembrare lontane dal nostro modo di vivere ma un giorno, quasi inevitabilmente potrebbero divenire attuali qualora dovessero deteriorarsi i nostri rapporti con Roma. Ho attentamente osservata l’organizzazione militare greca che nella maggior parte delle città prevede che in primavera tutti i cittadini dai diciotto ai sessant’anni, se non oltre se ancora validi, sono tenuti a prestare servizio militare quale che sia il loro status personale e sociale. Mediamente un soldato ogni uno o due anni finisce per essere impegnato in una guerra che per quanto possa protrarsi nel tempo normalmente viene risolta in un’unica grande battaglia nella quale i contendenti si affrontano con tutte le forze disponibili. A differenza dei nostri eserciti strutturati in una serie di reparti flessibili dotati di un armamento leggero i greci in combattimento fanno quasi esclusivo affidamento su una struttura chiusa e pesantemente armata che deve essere in grado di resistere e vincere quando due formazioni cittadine si affrontano a ranghi serrati dopo essersi avvicinati di corsa ad una distanza di circa un metro dalla analoga formazione nemica. Una formazione che definiscono falange nella quale i combattenti che derivano il loro nome dall’hoplon, un grande scudo, sono definiti opliti . Questo grande scudo deve coprire non solo colui che lo imbraccia ma anche il compagno di sinistra e finisce per essere l’elemento coesivo di tutta la formazione. Una falange si articola su otto file di combattenti dotati di una lunga e robusta asta da urto che essendo a lunghezza variabile secondo la fila di appartenenza fa sì che gli opliti delle file successive alla prima poggiandola sulle spalle dei soldati delle file precedenti contribuiscono a formare sul fronte dello intero schieramento una serie di punte ad alto potenziale offensivo. Una curiosità, definiamola così, l’ho riscontrata nel sistema che è di reclutamento della falange tebana. Se di norma, per una maggiore coesione, i singoli contingenti della falange sono costituiti in base ad un’affiliazione tribale a Tebe il reclutamento predilige invece le coppie di amanti così che ogni soldato sia pronto a dare la vita per salvare quella dell’amante che procede al suo fianco. Celebre è il battaglione sacro composto di centocinquanta coppie di amanti.

Numerio non aveva saputo trattenersi da una critica.

Combattendo in una massa compatta come mi dici essere quella della falange quel che conta è la forza d’urto e la compattezza della stessa e quindi non conta il valore individuale!Basta andare avanti tenere i ranghi serrati e occupare i posti lasciati liberi dai caduti. Non mi piacerebbe certo combattere in questo modo!
-In effetti il combattimento si decide quando uno dei due schieramenti, non riuscendo a contenere la massa d’urto della falange nemica, perde terreno e compattezza e non è di norma ritenuto etico inseguire il nemico in rotta e questo, se non altro, ha il pregio di evitare successivi massacri. Ma non devi prendere alla lettera quanto ti sto esponendo. L’oplita infatti è anche dotato di una spada, con la quale si impegna in duelli individuali tanto nelle schermaglie iniziali quanto nelle fasi finali quando, con il suo schieramento in rotta, si vede costretto a lottare isolato per difendere la vita.

Numerio ripensando a quanto gli era stato detto circa l’età dei combattenti aveva fatto un rapido calcolo e ad aveva commentato ad alta voce.

Su quarantadue classi di età che in Grecia sono obbligate al servizio militare trenta sono composte da chi ha passati i trent’anni e quindi sono sempre i meno giovani quelli che sono chiamati a combattere. E’ pur vero, e succede anche da noi, che noi anziani siamo considerati, in quanto veterani, più affidabili dei giovani ma ti confesso che se dovessimo entrare in guerra la cosa comincia a non farmi più tanto piacere.
Conoscendoti dubito che ti farebbe piacere essere messo da parte ma sicuramente ti dovrai comunque rassegnare a non essere più, come è stato un tempo, tra coloro che sono impiegati in veloci incursioni od in compiti che richiedano doti atletiche che certo non possediamo più né io né te. Una cosa che, da prudente spettatore, ho notato in alcuni combattimenti è che in Grecia quando due eserciti nemici dispongono sul campo di forze equivalenti chi attacca è pronto a rinunciare al combattimento se l’avversario ha disposto i suoi uomini in ginocchio protetti dallo scudo e con le lance spiegate ed il puntale infisso per terra. Ma a questa tattica prudenziale si fa scarsamente ricorso perché sembra che ognuno dei due contendenti preferisca tentare la sorte affrontando anche un’impari battaglia. L’impiego della falange non esclude l’impiego dei frombolieri, degli arcieri e dei lanciatori di giavellotti e di una fanteria leggera che viene definita come peltasti dal nome pelta che viene dato al loro piccolo scudo. Molto più semplice rispetto a quello degli opliti è anche l’armamento individuale dei peltasti che di solito si limita ad un elmo una lancia e numerosi giavellotti.

Papio aveva poi, per rispondere alle domande dell’amico, dovuto affrontare una lunga descrizione dell’armamento individuale degli opliti che era decisamente diverso da quello più scarno e decisamente più leggero adottato dai soldati sanniti costituito da un disco metallico a protezione del petto ed un gambale che copriva la sola gamba sinistra per proteggere lo stinco dall’attrito dello scudo.

L’armamento di cui a proprie spese si deve dotare un oplita, da loro definito panoplia, comprende gambali, bracciali e protezioni alle caviglie, scudo, corazza di bronzo che avvolge tutto il corpo, od in alternativa un corsaletto interamente ricoperto di lamine di bronzo sia sul torace che sulla schiena, elmo, lancia e spada. Una dotazione individuale   che può arrivare a pesare dai venticinque ai trentacinque chili e che rende necessario che ogni combattente, se non altro per il trasporto, si debba avvalere dell’aiuto di un servo.

Aveva poi dovuto spiegare all’amico che lo scudo greco, rotondo e concavo e con un diametro di circa un metro, era realizzato in legno rivestito di bronzo e poteva arrivare a pesare fino ad otto chili . Uno scudo, a doppia impugnatura, decisamente diverso quindi da quello sannita, meno pesante e più maneggevole, che si allargava verso l’alto e si restringeva vero il basso. Differenti anche gli elmi perché quelli greci dovevano coprire la testa, il viso,   buona parte del collo ed avevano un peso di circa due chili mentre quelli sanniti erano invece molto più leggeri limitandosi a proteggere la sola testa . Unico elemento comune con quelli greci era il pennacchio di crini di cavallo attaccati direttamente sull’elmo al solo scopo di fare apparire più alti coloro che li indossavano. Tra i sanniti, come un vezzo che Papio contestava, qualcuno amava, sui lati, fissare una o più penne d’aquila.

Rispondendo a Numerio aveva aggiunto che anche la lancia usata dalla falange ed i giavellotti erano come quelli sanniti di corniolo o frassino. Una differenza che Papio si riprometteva di suggerire era che, a parte la lunghezza, le lance greche avevano una punta non meno acuminata alla loro estremità così che se si fossero spezzate durante gli scontri potevano continuare ad essere usate semplicemente rigirandole.

Esaurito l’argomento militare Papio si era concessa una lunga pausa apprezzando la bontà del pasto che Livia nel frattempo, senza farsi notare, e quindi senza turbare la loro conversazione, aveva servito.

Dalla Grecia sono poi passato in Palestina -aveva poi proseguito-e quindi in Egitto e a Menfi, la capitale, dove in particolare ho dedicata la mia attenzione alla loro rara conoscenza della medicina e dei poteri curativi delle erbe, ho fatto pratica con agronomi in grado di rendere produttive terre che a prima vista sembravano aride, ho studiato l’ingegnoso sistema che permette di sfruttare le esondazioni del Nilo ed ho avuto modo di scoprire un mondo in tutti i campi diverso da quello greco, dalla politica all’organizzazione dello stato e dei commerci. Ma ovviamente non ho trascurato di studiare l’organizzazione militare egiziana. Potrei definire l’esercito egiziano come una struttura permanente ed a carattere professionale in grado di garantire una rodata organizzazione con predefiniti reparti dedicati alla logistica, ai trasporti ed alle costruzioni militari. Quanto alla tenuta dei fanti di solito indossano un pettorale di coccodrillo, uno strano animale acquatico e squamoso molto diffuso nei loro fiumi, o in alternativa un pettorale di lino pressato e lo stesso materiale è pure usato per una protezione inguinale. Quanto alle armi sono costituite da una lancia con la punta di bronzo, non usata come arma da getto ma negli scontri ravvicinati, e da una tipica spada ricurva pure in bronzo. Completa la dotazione uno scudo di legno rivestito in pelle che quanto alla forma potrei definire a torre e che viene impugnato per mezzo di una maniglia in cuoio . Una fanteria che potremmo definire pesante anche se utilizza dotazioni di poco peso visto che le guerre che gli egiziani devono affrontare con i popoli vicini spesso comportano lunghe e faticose marce su terreni aridi se non desertici e su distanze per noi quasi inimmaginabili. Ma il vero e proprio nerbo dell’esercito egiziano è costituito da reparti montati su carri leggeri trainati da una pariglia di cavalli. Su quel carro oltre al guidatore prende posto un arciere. La grande mobilità di questi carri, che in un certo senso potremmo assimilare alla nostra cavalleria leggera, permette una mobilità impensabile per i reparti di fanteria ed ha un peso determinante per scompaginare e mettere in rotta lo schieramento nemico continuamente bersagliato con il ripetuto lancio di nugoli di frecce. La sorte dei combattimenti di solito è decisa proprio dall’impiego dei carri e la fanteria nella parte decisiva di un combattimento gioca un ruolo secondario per poi intervenire a dare il colpo di grazia ad un nemico già disorientato ed in rotta o per fare quadrato intorno ai loro generali se non allo stesso loro faraone se presente sul campo impedendone la morte o la cattura.
Un modo di combattere decisamente particolare – aveva commentato l’interessatissimo Numerio- ma forse di difficile attuazione da noi per il fatto che il loro impiego presuppone terreni pianeggianti che da noi non sono facili a trovarsi e che nelle nostre guerre, sempre che non si tratti di assedi di città o di campi trincerati, i comandanti, avendone la possibilità, spesso scelgono il campo di battaglia spesso sfruttando le difese naturali che lo stesso è in grado di offrire.

Papio riteneva, procedendo nel suo racconto, di fornire all’amico le informazioni che come soldato sicuramente maggiormente lo interessavano. Sicuramente più dettagliato e di più ampia portata sarebbe stato il suo resoconto al Consiglio della Lega dove si sarebbe trovato a dover rispondere a numerose domande che a seconda dei suoi interlocutori avrebbero investito anche altri e più specifici campi.

Sorseggiato un altro bicchiere di vino, aveva poi ripreso il suo racconto .

Essendomi riproposto, come punto di orgoglio, di non mettere mano alle disponibilità che la nostra gente mi aveva garantito nel corso degli anni mi sono sempre imposto di mantenermi da solo per dimostrare a me stesso se valessi qualcosa. A seconda dei casi mi sono guadagnato da vivere con il lavoro delle braccia o come maestro sembrandomi incredibile che io, un tempo l’incolto discepolo di Archelao, potessi attirare dei discepoli che in effetti non mi sono mancati e, come diceva Archelao, qualche seme credo di averlo seminato. A Cartagine ho avuto modo di conoscere una realtà più interessante di quanto mi sarei aspettato in quanto differente da quanto avviene tanto in Grecia che nei diversi popoli della nostra penisola. Ho innanzi tutto constatato come vero quanto avevo già sentito dire e cioè che si possa considerare la città più ricca del mondo. Se anche la maggior parte dei suoi abitanti è dedita al commercio è anche sviluppata la lavorazione dei prodotti che importati come materie prime vengono poi esportati come manufatti. Interessante si è anche rivelato prendere atto che unica delle città non greche, ha una costituzione che realizza una commistione dei migliori principi monarchici, aristocratici e democratici. Definirei i cartaginesi come fondamentalmente apolitici dove chi governa mette una cura particolare ed attenta a ridistribuire le ricchezze del commercio senza scontentare le masse popolari. Altra caratteristica è la netta divisione tra potere civile e militare. Il potere civile è esercitato da un sufet, annualmente espresso dagli aristocratici, che lo esercita in un certo senso collaborando o avvalendosi di un Senato, composto di senatori a vita, di un più ristretto Consiglio dei Cento e di una Assemblea Popolare. Particolare anche l’organizzazione militare che sicuramente per te può presentare aspetti di maggiore interesse.   Cartagine non ha in pratica nemici dai quali doversi difendere in Africa e le sue guerre, condotte per motivi prevalentemente commerciali, sono occasionali e sono combattute in terre straniere. I cittadini non hanno quindi nessun obbligo militare in quanto si preferisce, all’occorrenza, a far ricorso a milizie mercenarie poste sotto il temporaneo comando di generali cartaginesi scelti tra i membri di famiglie con alle spalle una tradizione militare. Ti parrà strano ma questi “generali”, per il personale rapporto che li lega ai mercenari, sono guardati, con diffidenza come possibili eversori. Quanto a questi mercenari ho notato che non si può parlare di una dotazione standard in quanto costituiti da gente delle più diverse etnie ciascuno è dotato delle armi che è abituato ad usare nella sua terra. Probabilmente derivando la loro preparazione militare da una pregressa tradizione più da cacciatori che di soldati prediligono l’arco o le armi da lancio, eccellono come arcieri,   frombolieri e lanciatori di giavellotti e preferiscono arrivare all’inevitabile corpo a corpo finale affrontando un nemico già indebolito da una distanza di sicurezza.  Quello che è certo, e l’esperienza della Grecia e di Cartagine soprattutto lo ha ampliamente confermato,   per il Sannio è indispensabile contare su accessi al mare e sulla disponibilità di porti sicuri. In questo Roma è certamente favorita rispetto a noi anche se al momento, come ho poi potuto successivamente constatare, non ha ancora una vocazione marinara. Dall’ Africa ho attraversate le colonne d’Ercole e ho risalito le terre dei Lusitani e dei Galli popoli certamente arretrati che nulla possono insegnarci ma che, bellicosi di natura, possono diventare, soprattutto i Galli, utili alleati se un giorno ci dovessimo confrontare con Roma. In Etruria ho avuto modo di constatare una scarsa coesione nazionale ed un paese in sicura decadenza, più che altro politica, rispetto ad un passato non molto lontano nel tempo. Ma gli etruschi in campo artistico e manifatturiero e conseguentemente commerciale ancora esprimono una realtà vivace in grado di insegnarci molte cose. Nel paese è latente anche un forte risentimento contro i romani che, in prospettiva di futuri contrasti con i romani, dovremmo coltivare. Sono arrivato infine a Roma dove, cominciando a pensare ad un mio rientro, ho trascorso un anno. A Roma infatti non si trattava più, come era stato fino a quel momento,   di studiare un mondo ed una realtà politica a noi sconosciuta ma di analizzare i punti di forza e di debolezza che un domani potrebbero rivelarsi utili qualora i nostri destini dovessero portarci ad un probabile confronto diretto. Il Sannio è considerato un pericoloso vicino ed il partito aristocratico che non ha visto di buon grado le nostre iniziative in Campania prima o poi prenderà il sopravvento sui moderati che preferiscono evitare un confronto con noi. Vista nel tempo l’ineludibilità di una guerra futura, pur non essendo un fautore della guerra, riterrei che dovremmo prendere l’iniziativa prima che Roma possa consolidare la sua posizione soprattutto sugli ancora insofferenti Latini e prima che prevalga il partito fautore dell’espansione verso il sud. Il momento che Roma non dovrà più temere che i popoli a lei soggetti vogliano riacquistare la loro indipendenza sarà decisamente per noi un nemico difficile perché negli accordi che ha agli stessi imposti si è assicurato il diritto di imporre loro pesanti coscrizioni che moltiplicano le forze militari da mettere in campo. Sono però altrettanto convinto che una guerra con i romani destabilizzerebbe un difficile equilibrio del quale altri popoli, primi fra tutti i Galli potrebbero nuovamente approfittare.

Numerio taceva sapendo che Papio aveva altro da dire anche perché era rimasta in sospeso la sua domanda relativa a Demetra.  

Era stato Papio a riprendere il discorso.

Mi hai chiesto di Demetra. La ricordi ancora? Era così bella, così giovane! Demetra é morta proprio alla vigilia della mia partenza da Roma quando ormai, dopo tanto viaggiare, finalmente sognavo di poterla portare in quella che desideravo diventasse la sua terra e dove avremmo avuta la nostra prima vera casa. E’ morta quasi senza che me ne accorgessi. Era sempre stata piena di vita e di entusiasmo, mi ha sempre aiutato nel mio lavoro ed era una compagna tanto dolce quanto insostituibile. Quel giorno fatale risalivamo il Tevere dopo aver visitato il porto di Ostia quando improvvisamente ha accusato un dolore al petto. E’ morta poco dopo mentre arrivati a Roma ci accingevamo a sbarcarla. E mi ha lasciato per sempre!

Papio aveva taciuto rivivendo con dolore quei ricordi.

Ti ho ringraziato -aveva ripreso con voce pacata- per la parte da te avuta in questo mio lungo viaggio ma ti dovrei molto più ringraziare per questi cinque anni di amore avuti con Demetra e vissuti condividendo, come entrambi desideravamo, esperienze tanto nuove quanto affascinanti . Il suo cruccio, il solo in tutti questi brevi anni, è stato il fatto che in Grecia un famoso medico, al quale si era rivolta, le aveva diagnosticato che non avrebbe mai potuto avere figli. Nei primi tempi, sperando che quel sia pur famoso medico avesse sbagliato, ne abbiamo consultati altri ricevendo nella migliore delle ipotesi assurdi suggerimenti per ovviare alla sua confermata impossibilità di generare. Sostenendo che compito di una sposa sia dare al proprio uomo una legittima discendenza Demetra non ha conseguentemente voluto, nonostante le mie ripetute richieste, diventare mia moglie. Mi diceva sempre, sorridendo, che una ulteriore sacralità nulla avrebbe potuto aggiungere al nostro amore bastando le promesse   che ci eravamo scambiate tanto tempo prima. Ed ora tutto quello che di mortale c’era nel nostro amore riposa alle pendici di un colle di Roma.

Una ulteriore pausa era sembrata ridargli un po’ di pace ed aveva concluso il racconto.

E questo é tutto. Sono venuto direttamente da te perché solo con te potevo sfogarmi di questa pena. Avevo assolutamente bisogno, forse per cercare di allontanare il dolore che mi assale ogni volta che rievoco vecchi ricordi, di parlarne con qualcuno che l’avesse conosciuta.
– Sono contento se, solo ascoltandoti, posso esserti stato di aiuto e conoscendovi entrambi, ed avendo vissuto le fasi iniziali del vostro amore, comprendo quanto ti fosse cara e quanto quindi ti debba mancare.
Se lo vorrai, Numerio, vorrei trattenermi per qualche tempo nella tua casa. Vorrei riabituarmi alla mia vita senza di lei. Ma prima di partire da Roma ho scritto a mio padre di trovarmi una moglie e l’ho fatto per onorare una promessa fatta a Demetra. Demetra infatti, affrontando l’argomento quasi per scherzo, mi ha fatto solennemente promettere che se per caso lei fosse morta prima di me io mi sarei dovuto sposare al più presto per avere quei figli che lei non aveva potuto darmi. Siccome quel discorso non mi piaceva mi ha convinto che non c’era alcun problema a che io promettessi avendo la certezza che se anche fosse morta prima di me la cosa con tutta probabilità sarebbe successa ad una età tale che la mia virilità non mi avrebbe concesso più il piacere di giacere con una donna. In effetti ripensando ai molti medici visitati ed ai colloqui che Demetra ha avuto privatamente con loro, credo che sapesse di avere un qualche male inguaribile e di non avere davanti a sé una vita lunga. Forse questo lo sapeva già il buon vecchio Archelao che a suo modo ha favorito il nostro legame perché sua nipote potesse vivere nell’amore i pochi anni di vita che le restavano. Ma forse queste sono solo mie fantasticherie

 

per il Cap. 8 Clicca QUI

 


[1] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.