Home / Cultura / Storia / Italici / Cap. 63- I rivali di Roma – Herio

Cap. 63- I rivali di Roma – Herio

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

Per il Cap. 62  Cliccare QUI


Questa è l’ultima parte della storia romanzata di Paride Bonavolta. Il seguito si legge su Viteliù di Nicola Mastronardi.


            87-82 a.C.  – A Roma scoppia la guerra civile tra le fazioni di Mario e Silla – I sanniti si alleano con Mario e la Guerra Sicoale o Italica cessa – Con la fine della guerra, i sanniti ottengono il riconoscimento della cittadinanza, la restituzione di tutti i territori occupati e dei beni sottratti, la restituzione dei prigionieri di guerra, la consegna dei disertori – Mario e Cinna Muoiono – Silla torna dalla guerra in Oriente – I Sanniti si mobilitano sapendo della ferocia anti-sannita di Silla – I sanniti arrivano fino alla Porta Collina di Roma – Qui subiscono la ferocia di Lucio Cornelio Silla che si propone di sterminare tutta la popolazione sannita – Espone la testa di Gavio Papio Mutilo, morto suicida e ritiene di aver raggiunto il suo scopo di carnefice – In effetti, come leggiamo su  su Viteliù di Nicola Mastronardi, Mutilo non è morto – Dopo una prigionia romana riesce a fuggire e a … …..(segue su Viteliù) –

Porta Salaria detta Collina. Incisione di Giuseppe Vasi

            La guerra degli italici non era ancora finita ma si avviava ad un periodo di stagnazione dovuta alle molte novità che si andavano registrando a Roma. 

Roma si trovava infatti nella necessità di affrontare una lontana guerra contro Mitridate e per l’affidamento di quel prestigioso comando si era acceso un duro scontro tra il vecchio Mario e l’ambizioso Silla che forte delle precedenti esperienze fatte proprio con Caio Mario sia in Numidia, contro Giugurta, che  contro i Cimbri ed i Teutoni dopo i personali successi conseguiti nella guerra sociale ormai cinquantenne aspirava a gloria e potere che riteneva a lui da tempo dovuti.

            Nell’Aesernia assediata queste frammentarie notizie arrivavano per vie traverse in un certo senso lasciando ancora sperare che la partita non fosse definitivamente chiusa. La confusa ma attendibile notizia,  che Silla muovendo dalla Campania avesse marciato su Roma al comando delle sue truppe,  che Mario si era visto costretto a lasciare la città per rifugiarsi prima in Sicilia e poi nella Provincia d’Africa lasciavano sperare in una relativa stasi delle operazioni militari. Altre notizie riguardarono la nomina di Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna come consoli per l’87, che subentravano a Silla e Q.  Pompeo Rufo, e l’attribuzione a Silla del prestigioso comando per condurre la guerra oltremare.

            A fronteggiare gli italici ancora formalmente in guerra al nord le operazioni militari erano state affidate al nord a Pompeo Strabone che sembrava poco interessato ad una definitiva eliminazione delle ultime sacche di resistenza in atto e sull’altro fronte a Metello Pio,  già distintosi in Apulia e contro i Lucani, che si ritrova a fronteggiare Aesernia e ad Appio Claudio Pulcher,  parente acquisito di Silla,  che continuava ad assediare Nola.

            Suonò come una buona notizia il  montante disaccordo tra i due consoli presto sfociato in una aperta ostilità che costrinse Cinna a fuggire con i suoi sostenitori da Roma e che venne dichiarato decaduto dal consolato.

Come conseguenza di quella che ormai poteva definirsi una guerra civile fra i romani una prima novità fu rappresentata dall’arrivo ad Aesernia in piena notte di un misterioso cavaliere che tutto lasciava ritenere volesse celare il suo arrivo non tanto agli assediati quanto agli assedianti. L’uomo, ed era chiaramente un romano, non volle parlare con altri che con Gavio Papio Mutilo al quale, per essere ricevuto, fece recapitare quelle che presumibilmente dovevano essere le sue credenziali. La sua richiesta fu accolta da Gavio Papio Mutilo che da solo a solo si intrattenne a lungo con lo sconosciuto.

Non molti giorni dopo una delegazione degli assedianti, in pieno giorno ed in piena visibilità, si presentò,  apertamente disarmata, chiedendo di parlare a Gavio Papio Mutilo su incarico di Metello Pio. Gavio Papio Mutilo non volle ricevere gli inviati romani delegando Herio ad uscire dalle mura per avere un primo contatto con loro e conoscere il motivo della richiesta.

            –Metello Pio–come Herio riferì rientrando- chiede di incontrarti su incarico del Senato Romano per comunicarti alcune decisioni importanti prese dallo stesso ed afferma di aver ricevuto i pieni poteri per trattare le condizioni per porre fine alle ostilità. Chiede  un colloquio riservato in terreno neutro e lontano da orecchie indiscrete.

            Gavio Papio Mutilo aveva sorriso e dichiarando la disponibilità all’incontro aveva fatto un commento che aveva lasciato Herio interdetto.

            – Aspettavo da giorni questa richiesta.

Il giorno fissato per l’incontro Gavio Papio Mutilo per non mostrare al nemico, che lo avrebbe già trovato seduto su uno dei due scranni posti su una pedana all’uopo predisposta, la sua invalidità si fece portare al luogo prefissato con due ore di anticipo.  In effetti seduto sullo scranno e rivestito della sua più bella armatura nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse condannato all’immobilità. Né Gavio Papio Mutilo accennò alcun tentativo di alzarsi all’arrivo di Metello Pio quasi volesse fargli intendere che il comandante supremo non solo sannita ma degli italici tutti si considerava di rango superiore al suo interlocutore.

            Il colloquio avvenne lontano da orecchie indiscrete e sembrò a tutti che Gavio Papio Mutilo facesse di tutto per prolungare l’incontro divertito dal fatto che il console romano, sotto il sole sempre più alto, sudasse copiosamente mentre lui sembrava invece personalmente fresco e riposato. Il colloquio si concluse quando Gavio Papio Mutilo preso un rotolo che aveva posto vicino al suo scranno lo porse console.

            A sera Gavio Papio Mutilo riferì quanto era stato oggetto del colloquio.

            –Il console romano, dopo aver fatto sfoggio di prosopopea ed avermi illustrato la precarietà della nostra posizione, mi ha detto di essere venuto in nome del Senato per negoziare le condizioni per porre fine alla guerra e per informarmi che il Senato ha deliberato di concedere la cittadinanza a tutti gli italici che decidano di arrendersi L’ho fatto parlare a lungo, gli ho posto duemila domande tanto per tenerlo sui carboni ardenti e gli ho poi presentato un rotolo con le nostre richieste precisandogli che le stesse sono irrinunciabili tanto per noi che per gli italici che rappresento e che non c’è margine alcuno di trattativa. Non ci resta che attendere una risposta che non può essere, questo l’ho ben ribadito, altro che un sì od un no.

            Gavio Papio Mutilo appariva allegro e sicuro di sé e sembrava aspettarsi che qualcuno dei suoi collaboratori gli chiedesse maggiori ragguagli e fu Herio a farlo.

            –Come certamente sapete–fu la soddisfatta risposta- Roma sarà presumibilmente presto coinvolta in una guerra civile.  Cinna, seguendo l’esempio di Silla,  distogliendo le legioni che assediano Nola intende muovere su Roma per assumere con Mario, sbarcato in Etruria con   ancora integro ascendente fra i militari,  il potere.Come conseguenza del ritiro delle legioni che l’assediavano Nola dichiaratasi dalla parte di Mario ha dato vita a spedizioni in danno di città campane e  spero che la stessa cosa possa prima o poi potesse verificarsi anche per Aesernia. e Mario e Cinna stanno per muovere sulla città per assumerne il potere.  Per controbilanciare questa defezione il Senato romano ha bisogno delle legioni che sono impegnate nel nostro assedio ed è quindi pronto a tutto non solo per disporne ma se del caso anche a vederci impegnati contro Mario e Cinna.  Ho quindi fatto sapere a quel borioso Metello Pio, che detto per inciso è noto come Porcellino, le nostre condizioni che sono poche ma precise tant’è che non servono neanche tutte le dita di una mano per contarle.

Dopo una lunga pausa ad effetto Gavio Papio Mutilo proseguì.

          – Pretendo la restituzione di tutti i territori occupati e dei beni sottrattici, la restituzione dei prigionieri di guerra, la consegna dei disertori, che ci siano lasciate le nostre prede di guerra ed il riconoscimento della piena cittadinanza per tutti gli italici al di là di un formale atto di resa che ho dichiarato non avrei mai sottoscritto.

            –Ma queste sono le richieste che potrebbe fare solo un vincitore. . . -mormorò allibito Caio Trebazio a voce sufficientemente alta da essere da tutti sentita.

            Gavio Papio Mutilo che continuava a non nascondere il proprio buonumore fu lieto del meravigliato commento.

            –Sono invalido ma non certo pazzo– replicò divertito- ma penso che sia il momento di ragguagliarvi sul misterioso incontro notturno di qualche giorno fa. .

            Dopo una ulteriore lunga pausa, studiata per catturare ancor più l’attenzione dei suoi subalterni, riprese a parlare.

           Lo sconosciuto che ho incontrato, e che era evidente a tutti voi che non volesse essere visto dagli assedianti, era C. Flavio Fimbria un emissario del vecchio console Caio Mario che mi ha offerto carta bianca per formulare le nostre richieste per schierarci con il vecchio console e con Cinna.  A lui ho avanzate le stesse richieste che vi ho appena elencate e le stesse sono state accettate senza battere ciglio cosa che invece non è certo avvenuta nel colloquio con il Porcellino. Al di là del fatto che Flavio Fimbria abbia incondizionatamente accettate le nostre richieste sono personalmente più contento di aver raggiunto l’accordo con Mario che come me è un vecchio generale che non è mai venuto meno alla parola data. Dietro l’analoga richiesta del Senato c’è, anche se al momento lontano,  Silla,  un arrivista infido che non solo si è macchiato vergognosamente le mani dei nostri concittadini.

– L’accordo con Mario e Cinna– obiettò Herio convinto che tutti i presenti pensassero la stessa cosa- però presuppone che Mario e Cinna riescano a prendere il potere ed a conservarlo anche quando Silla dovesse rientrare.

            – Questo lo so bene ma se non dubito che al momento i nostri nuovi alleati siano,  anche con il nostro apporto,  in grado di raggiungere  i loro obiettivi mentre sono convinto che Silla al suo rientro non esiterebbe a rinnegare ogni accordo stipulato in un momento di necessità come quello che si sta vivendo tanto più che l’accordo non sarebbe stato da lui personalmente raggiunto. Quell’uomo ci odia e non ha mai perdonato al Senato di non avergli dato al momento opportuno i mezzi per il nostro completo annientamento. Fino al momento della sua partenza ha continuato a insistere perché Aesernia e Nola venissero non solo conquistate ma severamente punite e a mio avviso la punizione che intendeva superava quella che Pompeo Strabone ha inflitto agli ascolani e che gli è valso il soprannome di “Carnifex” e la disgustosa e penosa sfilata di migliaia di orfani italici con la quale ha celebrato il suo trionfo.

            Come prova che con l’accordo raggiunto con Mario e Cinna il Sannio era pronto a combattere i loro nemici, Gavio Papio Mutilo diede ordine per prepararsi ad una sortita che non avrebbe comunque presentato grossi problemi visto che da Roma si era provveduto a richiamare parte delle forze che assediavano Aesernia che si trovava quindi presidiata dalle inadeguate truppe del legato A.  Plozio.

            Ma prima che la sortita avesse inizio, i romani tolsero in gran fretta l’assedio e le operazioni furono portate a compimento a tempo di record.  L’assedio di Aesernia si concludeva così in modo del tutto incruento e si poteva ritenere anche conclusa la guerra che aveva contrapposto gli italici a Roma.

            Con Aesernia ed i suoi assediati nuovamente liberi ed in grado di muovere sul territorio, Gavio Papio Mutilo dispose che Herio e Caio Trebazio, ognuno alla testa di un esercito, provvedessero a liberare città e villaggi dalle guarnigioni romane non schieratesi con Mario e Cinna e lasciate a presidiarle. L’operazione fu condotta con estrema rapidità perché in campo romano si registrava un forte disorientamento come conseguenza della disputa in atto.

            L’anno 87si chiuse con il Sannio ritornato libero da ogni occupante romano e con Mario e Cinna che dopo aver circondata Roma vi entravano da padroni e questo nonostante che Pompeo Strabone fosse stato richiamato in città dal Senato per contrastarlo ma che poi si astenne dal farlo dopo aver posto il campo fuori delle mura di Roma davanti a Porta Collina.

            Le promesse fatte a Gavio Papio Mutilo furono tutte mantenute ed i sanniti si ritrovarono riconosciuti a pieno titolo come cittadini romani e ripartiti fra le tribù Voltinia e Galeria anche se  quest’ultima ricompresse principalmente gli Irpini.

            Il Sannio sembrava ritrovare se stesso man mano che intere zone si scrollavano di dosso ogni parvenza di dominio di Roma. Alcune zone del paese avevano maggiormente sofferto altre erano state appena sfiorate dalla guerra e dalle sue brutture ma tutti sembravano determinati a ritrovare nuove energie per ricostruire quanto distrutto e per avviare iniziative che ristabilissero il precedente equilibrio perduto.

            Dopo anni quelli che erano stati soldati poterono ritornare nei campi ed i raccolti si preannunciavano abbondanti. Lo sconforto dei periodi bui fu dimenticato ed ovunque ci fu una gara di reciproca solidarietà. Gavio Papio Mutilo più di ogni altro percorse in lungo ed in largo il paese quasi volesse ovunque cancellare con la sua presenza dolori e privazioni delle quali intimamente doveva in parte considerarsi colpevole.

Mentre il popolo nei suoi strati più bassi ritrovava la pace perduta, Gavio Papio Mutilo ed i suoi collaboratori si imposero l’obbligo di pensare al futuro e di prepararsi a quanto questo poteva ancora riservare alle genti del Sannio e si dedicarono a smobilitare parzialmente l’esercito.

            Con Silla lontano dalla penisola i sanniti poterono contare su anni di pace ma restava viva se non nel popolo quanto nei suoi capi la preoccupazione di quanto sarebbe potuto succedere al suo rientro. Il futuro non sembrava infatti poter garantire alcuna certezza e la scelta di campo che aveva riportata la pace e l’ottenimento della cittadinanza poteva  risultare foriera di conseguenze ben più gravi di quelle sofferte dagli altri popoli scesi in campo contro Roma perché, se Silla al suo rientro avesse ripreso il potere, la sua vendetta sarebbe stata tremenda e avrebbe potuto eclissare le già crudeli repressioni operate da Pompeo Strabone in danno dei Piceni e dei Marsi. Quando si sparse la voce che Mario, ormai settantenne, era morto,non rimase che sperare in  Cinna indeciso se affrontare Silla in Oriente od attenderlo al suo rientro in Italia.

           Herio sciolto dai suoi doveri di soldato e rientrato nel suo villaggio poté constatare con gioia che gli anni di guerra sembravano averlo risparmiato. Nelle braccia di Helena ritrovò tutte le gioie dimenticate quasi che fosse ritornato da una sposa affettuosa, in Placidio ritrovò il fidato amministratore sempre solerte nell’assolvimento dei compiti affidatigli e infine scoprì in Minutio, il figlio primogenito  di Placidio, la piacevolezza di un rapporto, a lui finora sconosciuto, fra un adulto, quale lui era, ed un bambino.

          Nell’84 a.C.  con l’approssimarsi del rientro di Silla, Cinna ed il nuovo console Carbone cominciarono a reclutare nuove truppe sperando che gli italici, ora cittadini romani, si schierassero compatti al loro fianco. Se molti dei soldati sanniti che avevano preso parte alla precedente guerra abbandonarono i campi ed il lavoro per prendere le armi, altri, potendolo fare,  preferirono un atteggiamento di prudente attesa.

          I reclutatori ed i magistrati locali cercarono soprattutto di avere dalla loro parte chi tra i comandanti sanniti aveva dato buona prova di sé ed anche Herio fu avvicinato nella speranza di fargli assumere un comando. Ma i tempi erano decisamente cambiati così come era cambiato lo spirito dei vecchi combattenti. La guerra civile che presto si sarebbe prevedibilmente combattuta era una guerra “tra romani”priva quindi di quelle aspirazioni nazionalistiche e di libertà che avevano massicciamente armato contro Roma non i singoli individui ma intere nazioni.

          Herio preferì quindi rifiutare ogni incarico militare dopo essersi posto il problema di coscienza se ciò facendo si potesse considerare ingrato verso chi aveva finito per ridare al suo Sannio una pace onorevole e quella cittadinanza che per anni si era cercato di ottenere. Ritenne, ricordando i caduti in battaglia ed i civili massacrati,  che i sanniti e lui personalmente avevano duramente pagato quanto avevano ottenuto.

           Rifletté anche che avendo da due anni compiuti i sessant’anni, anche se gli anni in effetti non gli pesavano e sentiva di avere ancora integre le sue energie, che la sua scelta non trovava una giustificazione nell’età ma nel fatto che quella guerra sarebbe stata combattuta non in nome di un ideale ma per una semplice logica di potere.

            Quando seppe che anche il suo vecchio compagno di lotta Gavio Papio Mutilo, che pur se invalido con il grande prestigio che aveva tanto sui sanniti che sugli italici poteva avere un ruolo importante in quella guerra imminente, aveva rifiutato avere un ruolo nella stessa ebbe una conferma di avere fatto una giusta scelta. Dovette pur tuttavia ammettere che il suo cuore come sicuramente quello di Gavio Papio Mutilo e probabilmente della gran parte dei sanniti sarebbe stato dalla parte degli avversari di Silla non potendosi in nessun modo dimenticare il pugno di ferro che, in particolare verso i sanniti, aveva usato in guerra e che sicuramente con maggior vigore avrebbe usato nuovamente se una volta rientrato fosse risultato vincente. Concluse quindi la sua sofferta introspezione con la certezza che sarebbe stato pronto a prendere nuovamente le armi solo se e quando fosse stato necessario difendere la sua terra e la sua gente.

           Agli inizi dell’anno 84 a.C. Cinna uscì  di scena  vittima di un attentato.  Quando nell’83, durante il consolato di Norbano e Scipione Asiageno Silla sbarcò con le sue esigue truppe a Brindisi,  e non come previsto a Rimini dove l’aspettava il grosso delle truppe a lui contrarie,  poté farlo impunemente.  Con tutta tranquillità senza incontrare alcuna resistenza diresse,  attraversando anche il Sannio,  su Capua.

          Herio fu tra i pochi che fece in modo di trovarsi sul cammino di Silla quasi volesse finalmente vederlo in volto e cercare di capire se quell’uomo ed il suo esercito potevano costituire un pericolo.

           Di Silla, facilmente riconoscibile per il suo vezzo di cavalcare un mulo poté vedere poco, perché come di consueto aveva il capo coperto dall’ormai famoso cappellacio che gli nascondeva parte del viso ed i capelli rossi.  Vide però i suoi occhi freddi con i quali sembrava voler trafiggere i pochi sanniti che assistevano al passaggio delle sue truppe. Perfino Herio che non tendeva a demonizzare quell’uomo che riteneva un buon soldato ritenne di leggere nei suoi occhi il disprezzo e l’odio per chi assisteva alla sua marcia in un silenzio che, suonando  ad un tempo come dimostrazione di timore ed odio, sicuramente lo feriva.

           Non era preoccupante invece il numero dei soldati che formavano il suo esercito che a quanto si diceva andava tuttavia crescendo per le defezioni di intere guarnigioni o reparti delle varie città che erano state attraversate. Per averlo incontrato anni prima ad Aesernia riconobbe al suo fianco Metello Pio il Porcellino che si era subito unito a lui con le truppe al suo comando. Se Silla si diceva odiasse i Sanniti anche in virtù di una retaggio familiare che includeva, ultimo tra i suoi antenati, P. Cornelio Rufino due volte console durante la terza guerra sannitica e la guerra di Pirro, altrettanto nota era l’avversione che Metello Pio non aveva mai cercato di nascondere verso i popoli di lingua osca e che sicuramente si era acuita dopo l’incontro ad Aesernia con Gavio Papio Mutilo ed il rifiuto sannita di cedere le armi.

           Quello che ad Herio appariva certo osservando quegli uomini in marcia era che nell’immediato non potevano costituire un pericolo e che Silla ben sapendo dell’ostilità del Senato e dei sostenitori di Mario, particolarmente numerosi soprattutto in Etruria, ora ostilmente schierati al fianco di Caio Mario il Giovane. Era chiaro che Silla per diventare un reale pericolo doveva avere il tempo di reclutare nuove truppe e che se i consoli in carica avessero cercato di fermarlo avrebbero ancora potuto avere buon gioco su di lui. Successive notizie informarono che a Capua il console  Norbano,  complice la defezione di gran parte delle sue truppe che presidiavano la città,  era stato sconfitto e che l’altro console, non meno di Silla antisannita,  era portato a vedere il nemico più nei sanniti che in Silla.  Conquistata Capua Silla svernò con le sue truppe che si andavano via via ingrossando nei pressi di Teanum.  Se non ci furono operazioni militari questo non significò un’inattività di Silla che attivamente si adoperò per portare gli “italici” dalla sua parte.

            Le notizie che filtrarono dopo tali incontri suonarono come un campanello di allarme per i Sanniti che si videro ignorati.  Cominciò a prendere corpo la voce che Silla anche per conquistare il favore dell’opinione pubblica romana, radicalmente anti sannita, non solo non cercava l’appoggio sannita ma si era eretto come paladino di una futura guerra sannitica contro gli eterni rivali di Roma. 

            Nel Sannio allarmato si procedette  alla mobilitazione anche per rispondere alle richieste dei consoli, per l’anno 82 a.C., Carbone e Caio Mario il Giovane. Con il pericolo di una futura guerra che potesse coinvolgere il Sannio riprese vita  il Consiglio della Lega Sannitica che tuttavia rese subito evidente che non tutte le pregresse tribù sannite avrebbero tenuto il medesimo comportamento perché se apparve subito evidente che Pentri ed Irpini erano pronti a riprendere le armi, i Caudini, divisi al loro interno, si erano mostrati meno determinati mentre i Caraceni in pratica si erano tirati fuori da un futuro conflitto.

            Herio, presente nella prima riunione del Consiglio ritrovò molti dei vecchi compagni di lotta notando alcune defezioni e la presenza dell’irpino Minato Magio che dopo essere stato considerato un rinnegato per essersi schierato nella guerra sociale al fianco dei romani ora era, forse giocoforza, ritornato al fianco della sua gente in quanto Mario per gratificarlo lo aveva inserito con la sua gente nella propria tribù. Gavio Papio Mutilo aprì il Consiglio riassumendo la situazione.

            -A suo tempo la nostra scelta di campo in favore di Mario fu in parte una scelta obbligata ed in parte fu fatta per la fiducia che si nutriva nell’uomo in quanto a sua volta homo novus e quindi più sensibile alle nostre istanze di non cittadini.  Mario però è morto senza aver eliminato il suo rivale Silla e Cinna non si è dimostrato all’altezza di farlo.  Silla è tornato.  Le sue truppe sono in continuo aumento e dalla sua parte sta portando i nostri vecchi alleati italici.  Il senato di Roma gli oppone due consoli non alla sua altezza che ci chiedono di procedere alla mobilitazione. Non rifiuteremo la loro richiesta non perché in questo frangente ci sentiamo in dovere di obbedire loro o al Senato di Roma ma in quanto sappiamo che Silla, anche alla luce dei recenti accordi con i nostri vecchi alleati italici,  ha giurato vendetta alla nostra gente. Ci mobiliteremo e combatteremo con i romani ma non per i romani. La nostra è ancora una volta una scelta obbligata e la posta è sempre la stessa :la sopravvivenza del Sannio!

            Il Consiglio ratificò la decisione ed il Sannio si preparò alla guerra. A consiglio ultimato Gavio Papio Mutilo, sempre più smagrito e distrutto dalla forzata immobilità volle trattenersi con i vecchi amici. Il suo viso coperto da una fitta ragnatela di rughe e di sempre più radi capelli bianchi si rischiarò trovandosi insieme agli amici di un tempo.

            -Ne sono passati di anni dal nostro primo incontro!Fu a Fregelle vero?

            –Sono passati quarant’anni-precisò Caio Trebazio con una nota di tristezza.

            Herio spostò su di lui la sua attenzione e notò come anche in Caio Trebazio gli anni avessero lasciato il segno.

            Ponzio Telesino, al contrario, grazie al fisico asciutto ed al viso fortemente abbronzato, sembrava quanto meno simile al giovane di un tempo.

            –Noi tre siamo coetanei-pensò- chissà,  rivedendoci riuniti dopo tanto tempo, come appaio loro.

            Ma Herio al di là di ogni vanità si sentiva in perfetta forma fisica nonostante i suoi capelli imbiancati ed il  viso solcato da due profonde rughe sulla fronte.

            –Quanti volti nuovi-commentò Gavio Papio Mutilo quasi a rimarcare il tempo trascorso- Ma è giusto che sia così perché il nostro tempo l’abbiamo fatto!E’ giusto metterci da parte.

            –Nessuno ha messo da parte te-replicò amichevole Herio- Sei sempre tu che prendi le decisioni e come un tempo noi siamo ancora pronti a rispettale ed a seguirti. Certo non siamo più i ragazzi di Fregelle ma non credo che ci si possa ancora, nonostante tutto, buttare via.  

            -Di noi vecchi manca solo Mario Egnatio- riprese  Gavio Papio Mutilo– Forse è stato il più fortunato di noi morendo da soldato. Sarebbe stato ancora un ottimo generale. Comunque vadano le cose io sarò a casa a Teanum e di lì seguirò l’evolversi della situazione e saprete quindi all’occorrenza dove trovarmi.

           Ancora una volta il Sannio si ritrovava in armi ma questa volta per combattere nella guerra civile che dilaniava Roma.

           I reparti sanniti dovevano portarsi nel Lazio per ricongiungersi alle forze comandate da Mario il Giovane che aveva la responsabilità di Roma e del fronte meridionale mentre il suo collega Carbone fronteggiava a Rimini le forze nemiche al comando di Metello Pio Porcellino.

            –Non mi sento sicuro di Mario il Giovane-aveva sostenuto Gavio Papio Mutilo in un successivo incontro con i suoi più stretti collaboratori- né dei volontari umbri ed etruschi che guiderà contro Silla. Quei volontari a quanto mi consta non sono particolarmente addestrati nonostante l’impegno con il quale si stanno adoperando i centurioni del vecchio Caio Mario. Mi spaventa coinvolgere i nostri preziosi soldati in questa avventura ma da quanto mi scrive Mario il Giovane le sue forze dovrebbero trovarsi in buona superiorità numerica e questo potrebbe fare pendere la bilancia a suo favore. Non volendo rischiare nessuno di voi e mentre si sta procedendo alla mobilitazione ed al concentramento delle nostre unità ad Aesernia ho affidato il comando di un nostro primo ma non certo numeroso contingente dei nostri a Stennio Mettio che fra i giovani comandanti sembra essere uno dei più promettenti. Aspettiamo di vedere cosa succederà ma tenetevi tutti pronti ed intensificate l’addestramento dei vostri reparti.             

            Si attesero con ansia notizie di quel primo scontro che poteva rivelarsi decisivo e quando le prime notizie arrivarono non furono le migliori. Si seppe infatti che i due eserciti si erano scontrati a Sacriportus (Colleferro) e che già prima dell’inizio della battaglia nel campo di Mario il Giovane si erano verificate numerose defezioni a favore del nemico.

          –Ci siamo trovati–riferì ad Herio uno dei pochi superstiti di quella battaglia- con improvvisi vuoti nel nostro schieramento e non è stato facile porvi rimedio. Il console romano temendo altre defezioni ha fatto particolare affidamento sulle nostre truppe certo che noi non avremmo mai cambiato campo. Non sono in grado di giudicare se Mario il Giovane abbia saputo essere come comandante pari al suo famoso padre ma sono stato testimone di numerosi ordini che a prima vista sembravano contraddirsi e che non hanno certo giovato alla coesione del nostro schieramento. Sicuramente è stato un errore muovere incontro alle forze nemiche e poi frettolosamente ripiegato su Sacriportus dove invece avremmo potuto attenderle su un terreno più favorevole. Quello che è certo è che si è combattuto intensamente ma  la battaglia iniziata nelle prime ore del pomeriggio poteva considerarsi perduta nel giro di una sola ora. Noi per quanto disorientati da un ripiegamento che sembrava trasformarsi in una fuga di fronte al nemico abbiamo tenuto con determinazione il settore affidatoci e non avendo  una visione d’insieme di quanto stava succedendo intorno a noi siamo stati sorpresi quando ci è arrivato l’ordine di ripiegare su Praeneste. Abbiamo eseguito l’ordine cercando di mantenerci uniti ma non tutti siamo riusciti a raggiungere Praeneste e alcuni hanno trovato rifugio a Norba. Ho visto soldati gettare le armi e darsi alla fuga ma soprattutto molti che a gran voce chiedevano fosse loro concesso di unirsi ai nostri nemici. Personalmente e con molta fortuna non sono stato preso prigioniero.

          Gli occhi dell’uomo cominciarono a lasciare scorrere delle lacrime.

         – Quello che è successo ai nostri prigionieri l’ho saputo da un amico campano che il giorno dopo la battaglia ha disertato dall’esercito nemico perché disgustato da quanto gli era stato ordinato di fare a battaglia conclusa. Mi ha raccontato che per ordine personale di Silla i nostri soli connazionali sono stati isolati dagli altri, e potevano forse anche essere cinquemila,  ed è poi stato impartito l’ordine di passarli per le armi. Alcuni soldati di Silla che hanno inizialmente rifiutato di eseguire l’ordine sono subito stati uccisi ed il mio amico campano si è quindi visto costretto, con altri soldati,  a percorrere le lunghe file di prigionieri sanniti inermi e denudati come un instancabile carnefice.

            Silla aveva gettato la maschera rivelando in modo spietato il suo odio per i sanniti  e Gavio Papio Mutilo conseguentemente, con l’inverno ormai alle porte,  convocò i suoi più stretti collaboratori non ritenendo che le decisioni che andavano urgentemente prese potessero essere discusse ed adottate nei tempi più lunghi che sarebbero occorsi al Consiglio della Lega. Tra i convocati Herio e Ponzio Telesino.Gavio Papio Mutilo non perse tempo in convenevoli ed affrontò subito l’argomento.

         – Dopo la sconfitta di Mario il Giovane la nostra situazione si è fatta drammatica come ha drasticamente evidenziato il massacro dei nostri prigionieri decretato a mente fredda da Silla. Credo che sia inutile dirvi che aver affiancato Mario il Giovane nel tentativo di fermare Silla si è rivelato oltre che inutile anche disastroso. Quel ragazzo non ha né la stoffa di suo padre né il suo ascendente sulle truppe che continuano a disertare. Ci vediamo costretti a combattere e visto che dobbiamo farlo penso sia inutile farlo in nome di un inesperto console di Roma e tanto meno per Roma che non meno di Silla ci considera suoi cittadini di secondo rango da utilizzare per i propri fini. Penso sia quindi inutile continuare a pensare di liberare Mario il Giovane dall’assedio di Praeneste dove si è cacciato con scarse possibilità di esserne liberato visto che sono risultati vani anche i suoi tentativi di sottrarsi all’assedio ed i tre falliti tentativi dai luogotenenti  del suo collega Carbone che seppure in superiorità numerica rispetto alle forze di Silla si ostinava a fronteggiarlo a Chiusi senza attaccarlo. Gli assedianti hanno sicuramente l’ordine di tenerlo inchiodato in quella città. Egualmente assediata è anche Norba,  dove presumibilmente potrebbero trovarsi dei nostri soldati,  ma la situazione di quella città se interessa meno ai romani a noi non può interessarci affatto. Come sapete il grosso del nostro esercito, e non si tratta di poca cosa perché conta quarantamila sanniti, i ventimila lucani di Marco Lamponio i diecimila campani di Gutta di Capua a suo tempo ha lasciato Aesernia per liberare Praeneste dall’assedio.

           Gavio Papio Mutilo a questo punto si era interrotto cedendo la parola a Ponzio Telesino.

             -Tutto intorno a Praeneste in breve tempo è stato realizzato  un muro alto nove metri  e  a regolari intervalli torri fortificate che lo sovrastano di una altrettanta altezza e come se non bastasse si è anche scavato un fossato di sei metri di profondità. Il lago del Fucino sembra essere stato trasformato in un canneto tanti sono i pali acuminati che vi sono stati infissi e come se non bastasse si sono realizzati posti di guardia su ogni via porta alla città. Con Marco Lamponio e Gutta dopo numerose accurate ricognizioni abbiamo ritenuta una follia muovere sulla città.

              Gavio Papio Mutilo riprese la parola.

       -L’ alternativa lasciata a Ponzio ed agli altri comandanti se non avessero potuto conquistare Praeneste era di lasciare Mario il Giovane al suo destino e muovere su Roma percorrendo la via Latina. Ma sul loro cammino hanno trovato Silla che aveva lasciato Chiusi affidando il comando a Gneo Pompeo. Ma anche sulla via Latina, in una gola che permette il controllo anche della intersecazione della via Appia i nostri si sono trovate di fronte opere di fortificazione che hanno tentato per ben tre volte di superare.  Ponzio ed i suoi hanno conseguentemente  preso quartiere presso il lago Fucino dove si sono uniti ventimila romani comandati da Bruto Damasippo che costituivano i superstiti dell’esercito del console Carbone nel frattempo sconfitto a Chiusi da Gneo Pompeo e forse imbarcatosi  per raggiungere Marsiglia.  Si è reso necessario rivedere i nostri piani e per questo oggi siamo riuniti. Quello che è certo é che nulla ci potrà fermare dal marciare su Roma ma con i due consoli fuori del gioco d’ora in avanti torneremo nuovamente a combattere solo in nome dei nostri ideali e di quelli degli amici Lucani, della fedele Capua e di tutti coloro che un tempo hanno combattuto contro Roma e che hanno creduto, come noi sbagliando,  di poter barattare le proprie aspirazioni nazionali e di indipendenza con l’ottenimento di una diversa cittadinanza che si è in pratica rivelata un semplice espediente adottato dai romani in un momento particolarmente difficile della loro storia recente.  I romani dopo le promesse di Mario hanno in pratica dimostrato di volerci tenere in una condizione di inferiorità e mentre nei rapporti con alcuni  dei loro nemici di un tempo hanno messo una pietra sul passato non intendono farlo con altri e forse non lo faranno mai perché in definitiva ci temono così come temono la nostra diversa concezione di concepire una nazione italica unita. 

            Dopo una breve pausa a questo suo amaro sfogo ascoltato dai presenti in un silenzio che era prova e testimonianza della condivisione delle sue parole Gavio Papio Mutilo concluse.  

             -E’ la nostra ultima occasione.  Quell’occasione che forse le generazioni che ci hanno preceduto hanno avuta a portata di mano senza saperla cogliere e con il nostro valore e con l’aiuto degli dei finalmente  faremo Roma nostra perché non abbiamo ormai altra alternativa se vogliamo continuare ad esistere. Avremo al nostro fianco  Bruto Damasippo, Censorino e Carrina e quello che resta delle legioni romane disperse da Pompeo e Crasso al nord. In questa confusa guerra civile nulla esclude, anche se lo credo solo un sogno,  che la città possa arrendersi visto che dei consoli poco o nulla si sa, che con noi marciano gli ultimi superstiti dei quadri militari degli eserciti consolari e, perché no, in fin dei conti anche noi potremmo essere considerati null’altro che una ulteriore fazione di cittadini che si inseriscono nella contesa in atto per prendere il potere. Forse …forse, finalmente,  si sta realizzando una soluzione che concilia le diverse concezioni che tanto a lungo hanno mi hanno tenuto diviso da quanto sostenuto dal povero Quinto Poppedio Silone Silone perché altro non siamo che cittadini, poco importa se considerati di secondo rango,  che con le armi intendono assumere il controllo di Roma non più per vendetta dei tanti torti patiti ma per guidarla nella riscoperta dei valori italici e per proseguire il cammino che ha intrapreso nelle sue guerre lontane che sono divenute patrimonio comune e comune, anche se costosa in termini di vite umane, fonte di conoscenza e di ricchezza.

            Parlando, impossibilitato, come un tempo faceva, a percorre a lunghi passi nervosi la stanza agitava  freneticamente una mappa consunta che Herio non ebbe difficoltà di riconoscere per uno dei lavori di Minio.

          – Sono state esaminate tutte le possibili soluzioni per raggiungere Roma evitando di incontrare Silla e cercando di prenderla di sorpresa. La strada per Roma è in questa mappa! E’ un vecchio tratturo che attraversa i monti che circondano Atina costeggia Sora, Treba e Subiaco. Vi condurrà a Mandela  e a questo punto sarete a trenta miglia e ad un giorno di marcia da Roma rapidamente raggiungibile percorrendo la via Valeria. Non sarà difficile raggiungere Roma e forse farla nostra ma con Silla non lontano e tagliati fuori da ogni possibilità di ricevere rincalzi forse sarà difficile tenerla ma è proprio  per questo che ho scelto voi, perché so di poterlo chiedere a voi ed agli uomini che guiderete. 

            Herio che sarebbe stato della partita raggiunse quello che tutti ormai nonostante la sua eterogenea commozione ritenevano “l’esercito sannita” e la marcia su Roma ebbe inizio così come programmata e con la speranza, visto che si stavano attraversando territori i cui abitanti erano atavicamente ostili a Roma, che Silla non ne venisse a conoscenza.

 Non fu  impresa da poco far avanzare un esercito di novantamila uomini su una strada stretta ed accidentata nata per il transito dei pastori e delle loro greggi ma gli uomini in marcia verso Roma erano i migliori soldati che sanniti, lucani e campani potevano mettere in campo e la loro determinazione era ferrea.

            Gli ultimi chilometri sulla via Valeria avrebbero  portato al campo Esquilino dove si sarebbe dovuto allestire il campo per un breve riposo e per cingere d’assedio Roma ed attaccarla.

            Herio in prossimità della meta fu mandato con una pattuglia di esploratori in avanscoperta ed al suo rientro portò la buona notizia di aver  trovato,  come se fosse stato pronto ad accoglierli,  l’enorme campo che Pompeo Strabone aveva allestito in difesa della città quando Cinna e Mario l’avevano assalita.

            Posto il campo in un rapporto dei vari comandanti Ponzio Telesino  informò che, viste le scarse notizie che si avevano del non lontano esercito di Silla che comunque veniva stimato con una consistenza della metà inferiore,  il giorno successivo sarebbe iniziato l’attacco.

            Il primo novembre dell’ 82 lo stupito presidio di Roma ebbe la sorpresa di trovare l’esercito sannita schierato in formazione di battaglia sotto le mura. I sanniti stavano per iniziare l’assalto finale quando videro prendere posizione all’esterno del loro campo la cavalleria di Silla. Seguirono momenti di indecisione non sapendo se la cavalleria fosse l’avanscoperta dell’esercito nemico o se lo stesso fosse già schierato così da costringere gli attaccanti a combattere su due fronti contrapposti. Nel dubbio si dovettero rischiarare le truppe per fronteggiare tanto le mura che i nuovi sopravvenuti ed il tempo trascorse con i Sanniti in ansia. Due ore prima del calare delle tenebre furono le truppe di Silla ad ingaggiare il combattimento.

         Ponzio Telesino ed Herio con quarantamila sanniti fronteggiando l’ala sinistra avendo ormai ingaggiato un furioso corpo a corpo con i nemici avessero superato il momento di sbandamento dovuto all’attacco nemico. I due comandanti, a cavallo, percorrevano lo schieramento incitando i loro uomini, intervenendo nei punti critici e combattendo con la piena convinzione e risoluzione di vivere un momento storico. Lo schieramento romano prese ad indietreggiare e non pochi cercarono di rifugiarsi in città visto che la porta era stata aperta.

            Era evidente a tutti i  combattenti sanniti che l’unica loro speranza di riuscita e l’altrettanto unica speranza di salvare la vita era ormai condizionata dall’esito del combattimento in corso visto che se anche  la città fosse caduta se Silla,  che si vedeva personalmente intervenuto cavalcando un cavallo bianco, fosse rimasto in vita e con forze sufficienti sarebbe stato poi impossibile tenerla. Silla infatti,  a differenza dei sanniti e dei loro compagni di lotta che non avrebbero potuto contare su rinforzi, avrebbe richiamate sul posto tutte le forze disponibili prime fra tutte quelle della vicina Praeneste.

              In previsione del combattimento e per la possibilità che lo stesso in quanto decisivo per entrambe le parti sarebbe proseguito anche nella notte su entrambi i fronti come anche sulle mura di Roma erano stati preparati grandi falò che progressivamente cominciavano ad essere accesi. Per fruire della luce dei falò i sanniti ripiegarono verso l’accampamento. Nelle file sannite cominciò a circolare insistente la voce che l’ala destra tenuta agli alleati era in rotta e questo e forse un nuovo apporto di truppe sembrò dare nuova forza all’attacco romano creando i primi cedimenti nelle file sannite che finirono poi per essere travolte.

           Nelle file romane cominciò a risuonare il fatidico grido “Niente prigionieri”. 

            Herio  avvisato che Ponzio Telesino era stato gravemente ferito riuscì a trovare l’amico e comandante rendendosi subito conto che non sarebbe potuto sopravvivere a lungo.

            -Come va, amico mio?-lo interrogò pur convinto di non poter ricevere risposta.

            – E’ giunto il mio momento-riuscì a malapena a mormorare con sforzo il ferito-Sono contento di morire da soldato. . ricordi quanto ha detto Gavio Papio Mutilo di Mario Egnatio?Com’è la situazione?

            -Per stasera penso che non succederà nulla. Siamo circondati e domani con calma ci daranno il colpo di grazia.

            -Salvati Herio. . . và da Gavio Papio Mutilo. . . Scusati per non essere riusciti.

            Ponzio chiuse gli occhi sfinito dallo sforzo  ed Herio pensò che li avesse chiusi per sempre. Ma non era così.

            –Andando da Gavio Papio Mutilo-riprese a parlare sempre più stentatamente il ferito-passa a Praeneste e se puoi porta il mio addio a mio figlio che è lì con Stennio Mettio. E’ il più piccolo. . . l’ultimo che mi è rimasto. Se puoi aiutalo così che qualcuno mi sopravviva per piangere la mia morte.

            –Stai tranquillo farò quanto mi chiedi-lo rassicurò  pur senza alcuna certezza di uscire vivo dallo scontro.

Nel momento in cui Ponzio Telesino fu scosso da un accesso di tosse che presto si trasformò in un rivolo di sangue e la sua mano che teneva quella di Herio si contrasse, Herio si rese conto di essere stato raggiunto da un giavellotto nemico. Herio, stupendosi di essere vivo si guardò intorno e scorse vicino a sé due giovani soldati sanniti addormentati. Lentamente realizzò di essere lontano dal campo, ferito e ritenne che dovesse la sua salvezza ai due soldati che erano con lui perché ebbe chiaro il ricordo di quando colpito in pieno petto era caduto al suolo.

            Quando dopo un lungo sonno i due soldati si risvegliarono gli confermarono di averlo portato via approfittando del fatto che i romani erano indaffarati ad ammonticchiare i corpi dei caduti,  a spogliarli delle armi e delle insegne,  ad inquadrare i sopravvissuti  ed a passarli sistematicamente per le armi.

            –Gli dei devono aver guardato a noi-disse il più giovane- perché ancora ora ci chiediamo come abbiamo fatto a salvarci. Stavamo scivolando via tra i morti per guadagnare una via di fuga quando passandoti vicino ti abbiamo sentito respirare e ti abbiamo preso con noi.

            Quando il giorno dopo Herio fu in grado di muoversi,  sia pure con difficoltà,  i tre superstiti diressero per suo ordine su Praeneste intendendo Herio rispettare se possibile le ultime volontà dell’amico. Ma il caso volle che incontrasse il giovane figlio dell’amico in ben altra circostanza quando nei pressi della città incontrarono un gruppo di sbandati sanniti  e fra questi proprio  il figlio di Ponzio Telesino gravemente ferito. Quando Herio gli si avvicinò percepì subito l’inconfondibile odore di morte e di putrefazione.

            -Gli abbiamo amputate entrambe le gambe ma la cancrena lo sta divorando-lo informò il suo accompagnatore.

            Chinatosi sul corpo coperto da un mantello Herio rimase colpito dalla giovinezza del ragazzo e dalla devastazione del suo viso.

            – Vibio, sono Herio Pentro.

            Il ragazzo si riscosse dal torpore.

            -Mio padre?

            – E’ caduto sotto le mura di Roma pensando a te.

            Due lacrime rigarono il povero viso di Vibio.

            -Dammi il tuo coltello Herio che io possa raggiungere mio padre ed i miei fratelli il più in fretta possibile.

            Herio comprese che quella era l’unica via di uscita concessa al ragazzo e gli mise in mano l’arma. Fu evidente che Vibio non aveva la forza di alzare il braccio per quanti sforzi facesse.

            –Puoi aiutarmi Herio Pentro?-lo interrogò

            Ed Herio, convinto di essere nel giusto,  strinse l’inerte mano nella sua destra e guidò l’arma sul cuore del ferito. Poi con un colpo secco affondò la lama.

            -Raggiungi i tuoi cari, ragazzo e che il tuo viaggio sia felice!

            Uno dei superstiti di Praeneste gli raccontò poi quanto era successo in città.

         – Quando i romani ieri hanno sferrato l’ennesimo attacco che è subito apparso come quello definitivo, Mario il Giovane si è suicidato ed i suoi si sono arresi. Siamo rimasti solo noi sanniti a combattere ed abbiamo, approfittando della confusione, una sortita che ha permesso solo a pochi di noi di sfuggire alla morte. Da quello che ho saputo da altri superstiti che ci hanno alla spicciolata raggiunti il nostro comandante è caduto combattendo ed è stata la sua fortuna perché tutti i nostri e tutti gli abitanti della città sono stati uccisi e si sono risparmiati solo i soldati romani arresisi.  Il giorno dopo la caduta di Praeneste è caduta anche Norba o meglio gli abitanti ed i difensori sapendo quanto era successo a Praeneste chiusi in città le hanno appiccato il fuoco

            Messosi a capo di quel misero gruppo di sbandati a malincuore lasciati al loro destino i feriti più gravi e quelli non in grado di affrontare la marcia Herio si mise in marcia  verso Capua. Dopo la prima notte di marcia alcuni dei superstiti aveva disertato, sicuramente per far ritorno alle proprie case, ma nessuno fece alcun accenno al fatto.

            E lungo la marcia si apprese quanto era successo, dove Silla era entrato a Roma il cinque di novembre dell’82 a.C. seguito da cavalieri che infilzate sulle lance portavano le teste di Mario il Giovane, del console Carbone raggiunto ed ucciso da Pompeo il Giovane in Sicilia, di Bruto Damasippo, Censorino e Carrina che avevano combattuto con i Sanniti a porta Collina, di Ponzio Telesino e di Gutta di Capua ed infine anche quella di Gavio Papio Mutilo che si era suicidato. Al riguardo si diceva anche che Silla ricevendo la testa di Gavio Papio Mutilo mandatagli dalla moglie dello stesso Gavio Papio Mutilo avesse ordinato che la donna venisse uccisa.

            Dei comandanti di Porta Collina, come Herio constatò con amarezza, egli stesso e Marco Lamponio, del quale non si aveva notizia, e forse Caio Trebazio erano gli unici sopravvissuti. Pensando a Gavio Papio Mutilo Herio ricordò che in uno degli ultimi loro incontri  Gavio Papio Mutilo gli aveva con amarezza raccontato come sua moglie sempre più spesso gli rimproverasse non solo la morte dei loro figli tutti caduti combattendo le guerre idealizzate dal padre ma anche quella di gran parte della gioventù sannita.

             –Quella donna non saprà mai quanto le sue parole mi feriscano– aveva concluso Gavio Papio Mutilo- Mi ritrovo vecchio ed invalido e troppo spesso quando sono solo piango i miei figli, gli amici morti in guerra, i tanti sanniti che hanno creduto nel mio sogno. Ma qualcosa se non altro ho ottenuto visto che un tempo cercavamo seguendo Quinto Poppedio Silone Silone di diventare cittadini romani ed ora lo siamo. Abbiamo riottenuta anche la nostra terra e la nostra autonomia di governo, pur se limitata,  e la guerra che abbiamo combattuta non ci ha visti ancora una volta chiedere la pace ai romani.  Ora, se dovessimo prendere Roma,  potremmo anche arrivare alla realizzazione del sogno di essere noi a governare sulla penisola intera. Sono ad un passo dalla realizzazione delle nostre aspirazioni ma pur sentendomi svuotato e stanco cerco ancora di vivere il ruolo che il fato e la fiducia del mio popolo mi hanno destinato. Ma se la nostra ultima impresa non dovesse conseguire l’obiettivo non sarò certo esibito nel trionfo di Silla o almeno non lo sarò da vivo.

            Gavio Papio Mutilo aveva quindi fatta la sua dignitosa uscita di scena così come aveva sempre pensato e sua moglie aveva infine avuta, anche se le sarebbe costata la vita, la vendetta che sognava sul marito.

            La lunga marcia dei pochi sanniti scampati fu triste e quando la Capua, blandamente presidiata, fu raggiunta apparve evidente che al momento opportuno non sarebbe stata pronta anche sul piano psicologico ad opporre una valida resistenza e la stessa atmosfera sicuramente doveva regnare a Nola e Pompei e nelle città della Campania, del Sannio e della Lucania ormai preparate a subire l’ira di Silla nel frattempo nominato “dictator”e quindi munito a tempo indeterminato di ogni potere.

            E Silla non perse tempo nel prendersi la sua vendetta sui Sanniti. Era infatti trascorso poco più di un mese quando quattro legioni al comando di Cetego e Verre mossero per porre fine alle ultime frange di resistenza con l’ordine perentorio di non lasciare nel Sannio pietra su pietra e di spargere di sale i suoi campi per renderli improduttivi. In pratica per Silla del Sannio non doveva restare alcuna memoria.

            Allontanandosi da Capua per tornare nel Sannio Herio fu spesso testimone della violenta repressione che si andava applicando e fu perseguitato anche  dalla cruda visione di innumerevoli croci poste lungo la vie sulle quali erano stati inchiodati soldati o ribelli campani con appeso al collo il cartello “Amico dei Sanniti”.

            Herio fu bloccato ancora in terra campana da una pattuglia romana; non gli restò che lasciarsi catturare e legare.I prigionieri ribelli tanto lucani che campani erano stati risparmiati e via via aggregati a lunghe colonne di altri prigionieri. Non fra loro molti i sanniti  perché veniva rispettato l’ordine di Silla di non lasciare in vita soprattutto, ma non solo,  chi dei sanniti avesse preso le armi contro di lui o fosse in avvenire in grado di prenderle contro Roma.  Si era iniziata, incatenati gli uni agli altri, una lunga marcia che era costata la vita a molti di loro.

            Quando in lontananza si videro alte montagne sorgenti quasi a ridosso del mare si realizzò, anche ascoltando i discorsi delle guardie,  che erano state raggiunte le Alpi Apuane meta ultima del loro viaggio. Gli schiavi erano destinati al massacrante lavoro di cavatori del marmo, un lavoro duro e pericoloso che creava grandi vuoti fra i cavatori e che quindi richiedeva un continuo rifornimento di schiavi. Nelle cave, o meglio alla base delle stesse, ed incatenati per la notte alla roccia,  gli schiavi, sotto improvvisati e precari ripari avevano la base dalla quale ogni mattina venivano avviati al lavoro.

La sua fortuna fu che alla semplice attività di scavatore, pian piano, aggiunse quella di segreto scultore, la qual cosa creò attenzione da parte prima di un sorvegliante e poi del padrone della cave. Da semplice cavatore legato con le catene alla roccia, Herio passò la vita a fare lo scultore fino a quando il suo padrone non fu incolpato di gravi evasioni fiscali. Fu allora che Herio fu affrancato e potè tornare nel sua terra. Erano passati 6 anni.

            Tornato libero Herio iniziò il lungo viaggio di ritorno verso il Sannio. Fino a Pisae viaggiò in compagnia di uno degli altri schiavi liberati, poi, da solo,  diresse verso Volterrae, Perusia, Interamna ed Alba Fucens. Quest’ultima portava ancora visibilissimi, nonostante il tempo passato, i segni del lungo assedio  subito. Ma più di questo colpiva il fatto che l’elemento indigeno doveva essersi estremamente rarefatto per fare posto a cittadini romani. Il territorio dei Marsi evidenziò ancora di più tale situazione e fu preso dallo sconforto per quello che avrebbe trovato nel Sannio che sicuramente doveva aver pagato duramente e più di ogni altro il prezzo della rivolta. Disceso il corso del Liri fino a Sora entrò poi nel Sannio caraceno e le sue peggiori aspettative furono pienamente confermate.

            Silla aveva mantenuto i suoi propositi di cancellare ogni memoria del Sannio.  Aufidena era ridotta ad una distesa di pietre biancheggianti tanto che da lontano non si sarebbe potuto immaginare che lì fosse sorta una delle più ricche città del Sannio. Addentratosi in quella che un tempo era stata la città poté constatare che intorno alle rovine del tempio erano state ricostruite rudimentali baracche fra le quali era possibile intravedere pochi uomini,  perlopiù invalidi,  timorosi all’approssimarsi di un forestiero. Il senso di sconforto che l’aveva pervaso lo spinse a dirigere il più velocemente possibile verso il suo villaggio preparandosi al peggio.

            Da lontano non scorse sul crinale sul quale il villaggio stesso sorgeva la familiare schiera di case ed una volta giunto  gli si presentò uno spettacolo non dissimile da quello che aveva già veduto ad Aufidena solo che i rovi stavano più rapidamente ricoprendo, quasi a volerle far scomparire, le pietre che un tempo erano state case.

            Le stesse mura ciclopiche che un giorno erano state costruite a protezione del villaggio erano state distrutte e ne restava come sola traccia qualche grossa pietra disseminata al suolo. Delle antiche  mura solo un paio di metri ne restavano in piedi quasi a voler essere la prova tangibile di quanto era stato disfatto. A valle del villaggio di un tempo sembrava esistere ancora un embrione di vita intuibile per lo più dal fumo di qualche fuoco che era l’unica testimonianza di una possibile presenza umana.

            I campi non erano lavorati e la natura aveva ovunque ripreso il sopravvento sul duro lavoro di centinaia di anni. Quelli che erano stati pascoli erano assolutamente privi della pur minima traccia delle greggi di un tempo ed il silenzio che tutto avvolgeva non era rotto da nessun abbaio, un tempo frequente, dei cani dei pastori. Avvicinandosi ai fuochi che aveva intravisto si sentì osservato e studiato da invisibili occhi sicuramente diffidenti visto che la sua presenza ed il suo aspetto dimesso non potevano terrorizzare certo nessuno. Nelle poche capanne ricostruite, ora che era appena calata la sera, non erano stati accesi lumi segno evidente del fatto che l’olio doveva essere scarso e che doveva essere risparmiato. Fattosi coraggio si avvicinò ad una delle case dove un fuoco brillava e bussò alle rudimentali travi bruciacchiate che ne chiudevano l’ingresso. La porta non venne aperta ed una voce dubbiosa lo interrogò.

            -Chi sei straniero e cosa vuoi da noi?

            -Sono. . . sono Herio Pentro e sto cercando Placidio.

            – Herio Pentro?-si stupì la voce sconosciuta.

            Le assi si dischiusero ed un volto rugoso lo studiò a lungo dubbioso.

            -Lo troverai più a valle nell’unica casa in muratura che troverai, non puoi sbagliare perché è l’unica. Ma sei proprio Herio Pentro?

            – Perché dovrei mentire?

            Raggiunta la casa vide che si trattava di quel modesto fabbricato che un tempo serviva durante la stagione ad ospitare i tosatori e che in altri periodi era utilizzato per la stagionatura del formaggio. Per quanto mal ridotta e con le mura annerite dagli incendi era pur tuttavia una realtà e forse era stata risparmiata perché fuori mano rispetto all’abitato e nascosta alla vista da un filare di alberi sempreverdi che dovevano essere stati recentemente tagliati per farne legna.

            Timoroso  bussò e la porta venne aperta da una figura massiccia che non poteva che essere Placidio anche se all’uomo di un tempo poco o nulla assomigliava. I capelli radi e bianchi incorniciavano un viso distrutto dalle bruciature e l’uomo, appoggiandosi ad un bastone, si reggeva su una sola gamba.

Placidio. . . –mormorò felice di ritrovarlo in vita.

L’uomo ebbe un attimo di indecisione squadrò lo sconosciuto riconoscendone la voce.

Padrone?-mormorò dubbioso

-Proprio io amico mio.

            Placidio si slanciò verso di lui,  dimentico della  gamba perduta barcollò incespicando nel bastone che gli era sfuggito di mano,  e gli piombò addosso  stringendolo tra le braccia ancora poderose.

            –Sei vivo! Sei vivo!– ripeté più volte con il viso rigato delle stesse lacrime di gioia che scorrevano dagli occhi di Herio.

            –Entra padrone-lo invitò recuperando il bastone e l’equilibrio-Entra in casa tua. Non è quella che mi hai affidato. . . ma non ho potuto fare di più. Avevano detto che eri morto sotto le mura di Roma.

            Entrò nella povera casa felice di aver ritrovato qualcuno ad aspettarlo. Ma quel qualcuno si limitava al solo Placidio che ne era chiaramente il solo occupante. Dopo aver mangiato del pane e del formaggio e bevuto un bicchiere di vino dal gusto familiare, timoroso,  chiese notizie.

            -Helena è partita quando è parso inutile aspettarti e tutti ti davano per morto. Ti ha pianto a lungo e solo perché tu l’avevi ordinato è partita prima che arrivassero i soldati romani. Ho potuto quindi darle quanto tu desideravi e vorrei che tu avessi visto le lacrime che ha versato dandoti atto della tua generosità. Mia moglie si è uccisa per non essere violentata e sono quindi rimasto solo.

            -E tuo figlio?Ne hai avuti altri?

            -Ho solo Minutio perché non erano tempi da mettere al mondo altri figli. Oggi non è a casa ma presto tornerà. E’ un grande lavoratore nonostante i suoi quindici anni e senza di lui forse non sarei ancora qui perché non avrei avuto più nulla che mi legasse a questa vita. Ti preparerò un giaciglio vicino al fuoco perché sarai stanco, domani parleremo.

            Nei giorni successivi Herio fu messo al corrente di come Placidio avesse messo in pratica le sue disposizioni e sul come  aveva diviso tra i dipendenti di un tempo quanto il padrone lo aveva autorizzato a fare. Quella somma, affermò Placidio, aveva loro permesso di sopravvivere in quegli anni difficili. Rimuovendo una lastra del pavimento  aveva poi estratta una cassa.

            -Questo è l’ultima cosa che tu mi hai ordinato. Ci sono i soldi che dovevo tenere per te se fossi tornato ed il libro cui tanto tenevi.

            Herio si chinò a raccogliere il libro polveroso carezzandone amorevolmente la copertina.

            -I soldi che hai conservato erano destinati a tuo figlio.

            -Lo erano nel caso  che tu fossi morto, ma io ho sempre detto a Minutio che avrebbe dovuto attendere che tu compissi cento anni prima di averli. Io. . . io ho sempre pensato che tu un giorno saresti tornato e non volevo che  potessi avere alcun motivo per lamentati di me.

            –Sempre fedele e prudente il mio Placidio– commentò Herio- Perfino più prudente di me.

            Cercando di reinserirsi in quello che era stato il suo mondo, Herio dovette lentamente assimilare i cambiamenti che erano intervenuti. Le grandi proprietà erano scomparse in parte incamerate dallo stato e concesse dietro pagamento a ricchi proprietari romani ed in parte frazionate fra i veterani che avevano partecipato alla conquista del paese. Erano state create alcune colonie nei punti chiave del paese per assicurarne il controllo del territorio e per creare un deterrente per eventuali ma del tutto improbabili tentativi di riscossa. Numerosi abitanti non erano sanniti in quanto provenivano da terre lontane,  anche se della penisola,  ed erano stati trasferiti per colmare i vuoti creatisi nella popolazione sannita o per essere sradicati dal loro ambiente per essere resi inoffensivi. Le condizioni dei sanniti erano regredite, era stato loro vietato di disporre liberamente dei propri beni, di ricevere o disporre di lasciti e legati senza il preventivo assenso delle autorità romane sempre pronte a mettere mano su ogni possibile transazione immobiliare con il duplice scopo di arricchire l’erario o di accrescere le proprie personali risorse.

            La nuova organizzazione romana, come una macchina perfetta si andava rapidamente sovrapponendo ad ogni precedente struttura amministrativa- politico-sociale sannita e gli zelanti e corrotti funzionari romani si adoperavano in ogni possibile modo per cancellare ogni passata memoria della preesistente struttura socio-politica sannita. La lingua osca era stata bandita  e si era reso obbligatorio l’uso di quella romana tollerandone l’uso fra le sole persone anziane ma non nei giovani sempre più richiesti, al raggiungimento dell’età virile, per essere inquadrati nelle legioni romane e sopratutto destinati alle campagne che si combattevano nelle lontane province d’Asia e del Nord Europa. Usi, costumi, tradizioni e riti sanniti erano stati progressivamente sostituiti dagli equivalenti romani o decisamente aboliti.

            Herio comprese che nulla ormai poteva opporsi a tutto questo e, a malincuore, dovette imparare a convivere con la nuova dominante realtà romana imposta dai vincitori consolandosi al solo pensiero che non avrebbe lasciato dietro di sé discendenti che, a differenza di una lunga tradizione di famiglia, dovessero piegarsi all’evidenza di aver persa l’identità sannita per la quale si erano tanto battuti sia lui che i suoi avi. Imparando i metodi della corruzione importata dai vincitori riuscì, con il capitale custodito da Placidio, a costruirsi una modesta casa sulle rive di quel lago cui erano legati i piacevoli ricordi della sua famiglia e in questa ancora incontaminata solitudine si dedicò alla pittura ed alla scultura.

            La terra del Sannio era abbondantemente cosparsa di pietre e marmi che un tempo avevano costituito o abbellito templi, teatri, terme ormai distrutti e quindi non ebbe a penare per trovare la materia prima per il suo lavoro. La sua figura, girovagante a dorso di mulo per il paese, divenne a molti familiare. Unico suo compagno divenne Minutio cui cercò di insegnare quanto anni prima aveva lui stesso appreso.  Minutio tuttavia dovette presto ammettere di non aver alcuna vocazione artistica e confessare che il suo desiderio era quello di far parte delle legioni romane. Il quindicenne Minutio dimostrò invece interesse per il libro che suo padre aveva gelosamente custodito per Herio impedendogli di toccarlo e che ora poteva invece, non sapendo leggere,  sfogliare con evidente interesse.

            Dopo che Silla aveva dato ordine di distruggere ogni memoria del Sannio ribelle si era proceduto ad una sistematica distruzione di ogni memoria scritta del popolo vinto e persino poche erano le epigrafi un tempo abbondanti. A Roma gli storiografi romani, al soldo delle famiglie patrizie, stavano riscrivendo la storia di quegli anni di guerra esaltando il ruolo delle famiglie romane minimizzando quanto in fatto di cultura ed arte il Sannio avesse prodotto e dipingendo i sanniti, a memoria delle generazioni future, come un popolo rozzo ed ignorante che stoltamente si era opposto alla penetrazione della civiltà romana.

            L’interesse di Minutio spinse Herio a leggergli alcuni passi salienti del libro e poi insieme procedettero ad una completa rilettura dell’intero libro di Gavio. Dalle pagine emerse per Minutio un mondo sconosciuto ed affascinante e lentamente andò acquistando un orgoglio, prima sconosciuto,  per le sue origini.

            –Voglio che il Sannio di un tempo torni a rivivere– esclamò con sorpresa di Herio.

            –I tuoi  discorsi sono molto pericolosi di questi tempi-lo ammonì Herio- Quel mondo è finito, ne sono convinto anche io che per esso mi sono battuto. Il tempo del Sannio è finito ed ora, come nei secoli che verranno si parlerà solo della grande epopea romana della quale saremo solo un insignificante corollario. Forse la storia di questa nostra penisola sarebbe potuta essere diversa se avessimo prevalso noi sanniti. Ne abbiamo avuta l’opportunità ma purtroppo non abbiamo saputa afferrarla quando era il momento.  Ma- aggiunse con consolante convinzione-la nostra lunga rivalità con Roma porterà di sicuro i frutti a tutti i popoli italici perché Roma non potrà più ignorare la realtà delle nostre genti anche se vinte. Ben presto i romani non potranno più continuare a tenere le loro porte chiuse alla nostra gente tanto nella vita pubblica che in quella militare  e la gente orgogliosa del Sannio che, unica fra gli italici,  non si è affollata al seguito dei romani in cerca di fama e di fortuna darà il suo contributo alla nuova nazione che non potrà  identificarsi con la sola Roma ma con l’intera Italia per la quale io ed i miei compagni di un tempo ci siamo battuti. Si tratta solo di aspettare che si ricrei una nuova gioventù che rimpiazzi quella che abbiamo persa negli ultimi anni e che si senta orgogliosa del suo retaggio come sempre è stato per le generazioni che l’hanno preceduta.  E quando quel giorno verrà forse anche noi potremmo dire di non aver sprecato i nostri anni di lotta.

            Negli anni successivi Herio trovò conforto ponendo mano agli scritti di Gavio, convinto di avere un dovere morale di aggiornare quelle memorie che forse un giorno avrebbero potuto rendere nota al mondo la lunga guerra che il suo popolo aveva combattuta con Roma. Prima di mettere mano alla penna rilesse ancora una volta quanto Gavio aveva voluto testimoniare conscio del ruolo che quegli scritti avevano giocato nella sua stessa vita. Quando, terminata la lettura, si sentì pronto mise mano alla penna e nomi, fatti, eventi affiorarono ordinatamente  alla sua memoria facendogli rivivere con gioia e con dolore quella che era stata la sua lunga vita e gli ultimi sprazzi del sogno sannita.

             Da tempo i suoi occhi si andavano velando e si trovò a lottare con tenacia contro il tempo per portare a compimento quello che riteneva il suo dovere conclusivo verso la sua famiglia e la sua gente. Gli dei furono benigni e riuscì a terminare il lavoro e, dopo aver attentamente riletto quanto di suo pugno aveva aggiunto all’antico libro, lo ripose amorevolmente protetto in una cassa che seppellì sotto il  pavimento della casa del lago.

FINE


Il seguito di questa storia romanzata può essere letto su Viteliù, storia romanzata di Nicola Mastronardi. Questo il legame tra la due storie.

La Guerra Italica, combattuta da Sanniti, Marsi, Peligni, Frentani, Marrucini, Vestini, Piceni contro Roma dal 91 all’88 a. C. per l’ottenimento della cittadinanza romana, è oramai finita. I Romani non hanno vinto militarmente, ma hanno solo saputo difendersi. Gli Italici, invece, hanno ottenuto la cittadinanza romana. Questo non ha frenato l’odio di generali romani nei confronti dei Sanniti. È il dittatore romano Lucio Cornelio Silla che, tornato dall’Oriente, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, marcia su Roma, si scontra con i Sanniti e li vince nell’81 a.C.; in seguito tenta di sterminare tutti i Sanniti Pentri. Più in particolare, Lucio Cornelio Silla ha in odio Gavio Papio Mutilo, Meddis [2] supremo dei Sanniti Pentri, l’Embratur dei Vitelios, in altre parole comandante in capo dell’Esercito Italico che aveva condotto la Guerra Italica. Gavio viene fatto credere morto suicida.

Nel 79 a. C., 9 anni dopo la fine della Guerra Italica, Lucio Cornelio Silla riesce a catturare Gavio Papio Mutilo, da tempo cieco. Non lo fa uccidere perché vuole che Papio assista, in stato di umiliazione, alle conquiste di Roma e alla correlativa distruzione del popolo sannita. Silla è convinto di avrelo domato e distrutto moralmente. Ma Gavio Papio Mutilo resiste alle umiliazioni, assiste al disfacimento fisico di Silla che muore nel 79 a. C. e, proprio nel 72 a. C., decide di fuggire da Roma per tornare nella sua terra sannita con …….

 

Fine

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

 

 

 

About Paride Bonavolta

Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio. Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.  e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.