Cap. 62- I rivali di Roma – Herio

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

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91-88 a.C. I popoli italici vengono convocati a Corfinium per decidere di passare alle armi contro Roma – Nasce la nazione Italia – Vengono ratificati un Consilium Italiae, un Consiglio di guerra e la nomina di Gavio Papio Mutilo e di Quinto Poppedio Silone a Consoli – Inizia la Guerra sociale (dal latino socius, alleato), denominata anche guerra italica (bellum Italicum) o guerra Marsica (bellum Marsicum): otto nazioni italiche, Sanniti, Marsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Frentani, Piceni ed Irpini, contro Roma– Contro ogni previsione la guerra si apre con la spedizione punitiva romana contro Asculum per l’omicidio del locale pretore romano – Cresce l’astro di Lucio Cornelio SillaLa guerra si protrae con alterne fortune fino ad un periodo di stagnazione dovuta allo scontro, a Roma, tra Mario e Silla.

Denario sannita in argento del Bellum Sociale con legenda sul rectus MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi,sul versus un toro nell’atto di abbattere una lupa, in exergo [C] PAAPI in caratteri oschi.

            91-88 a.C.– Quinto Poppedio Silone,informato dalla madre di Druso dell’uccisione dell’amico, ha ritirate le sue truppe ma, in linea con la posizione da tempo assunta da Gavio Papio Mutilo,ha indetta una riunione dei vari capi italici a Corfinium. Credo che a Corfinium si voglia prendere, con l’adesione di tutti voi, l’irrevocabile decisione di passare alle  armi contro Roma.

            La città era stata prescelta per la sua posizione centrale rispetto alle nazioni che avrebbero inviati i loro rappresentanti e perché lontana dalle vie di comunicazione romane pur essendo facilmente raggiungibile. Rocciosa, inaccessibile, non lontana dal fiume Pescara era difesa da alte mura e disponeva di buone scorte di acqua corrente. Convocati da Silone erano accorsi i rappresentanti di otto nazioni italiche, Sanniti,  Marsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Frentani, Piceni ed Irpini, accompagnati da nutrite delegazioni. L’atmosfera che Herio trovò al suo arrivo era di eccitazione e tutti, ben conoscendo il motivo della convocazione, sembravano galvanizzati dalla importanza dell’evento che si preparava.

            La delegazione sannita era guidata ovviamente da Gavio Papio Mutilo che aveva come suoi collaboratori Mario Egnatio, Pontio Telesino, Caio Trebazio, Herio ed infine Fortio Duilio che nella delegazione sannita rappresentava la parte più giovane del paese. Ovviamente erano presenti Erio Asinio per i Marrucini, Caio Vidalicio per i Picentini, Caio Pontidio per i Frentani, Tito Lafrenio per i Vestini e Lucio Afranio in rappresentanza della città di Venusia. Completavano il più ristretto gruppo Quinto Poppedio Silone Silone ed il suo inseparabile Publio Vettio Scattone. La nazione ospitante era rappresentata da Publio Presenteio. Ultima ad arrivare fu la delegazione irpina guidata da  Minatio Magio. Con rammarico, anche se in molti lo avevano previsto, si prese atto che Umbri ed Etruschi erano da considerare, per quanto su di loro si facesse affidamento, i grandi assenti.

            L’adunanza era stata organizzata nel vasto spazio del mercato presidiato, fin dal giorno precedente, da soldati impiegati non certo per proteggere i circa duemila convenuti ma per sottolineare il fatto che gli italici erano in armi di propria iniziativa. I lavori furono aperti da Gavio Papio Mutilo che tutti si disposero ad ascoltare in religioso silenzio.

            –Amici…. il dado è tratto.-furono le sue prime parole accolte da entusiastiche ovazioni dei presenti-. Oggi ci troviamo riuniti per un evento che non può non essere considerato che eccezionale. Oggi ci impegneremo tutti in un giuramento che supererà i vincoli nazionali di ognuna delle nostre nazioni di provenienza e che ci legherà indissolubilmente alla nuova nazione che nascerà dalla nostra unione. Una nazione, che vi  propongo di chiamare Italia!

            Un’ovazione entusiastica seguì l’annuncio e i presenti scandirono più volte all’unisono il nome della nascente patria comune. Quando il brusio generale cessò, Quinto Poppedio Silone riprese la parola.

            –Proclamo Corfinium  capitale della nuova nostra nazione ed annuncio che da oggi, come proposto dal nostro ospitante Publio Presenteio, la città sarà ribattezzata Italia.

            Nuovamente i presenti espressero, rumorosamente,  il proprio entusiasmo e Quinto Poppedio Silone poté riprendere la parola.

            -Da oggi non tollereremo più colonie sul suolo dell’Italia, né tributi né soldati stranieri. Da oggi ci dichiariamo affrancati dal nostro stato, coattivamente impostoci o con dolore subito, di “alleati” di Roma. Da oggi rinunciamo ad ogni nostra precedente aspirazione di diventare cittadini di Roma perché abbiamo acquistata la cittadinanza della nuova nazione ed in nome della stessa ci impegneremo anche a superare, senza per questo perderli, i particolarismi che ci hanno sempre contraddistinti. Un duro lavoro ci attende e sicuramente dovremo pagare un alto tributo di vite e di dolori per difendere la nostra riacquistata libertà ma sono sicuro che tutti noi saremo pronti ad ogni sacrificio per conseguire lo scopo che ci ha qui riuniti.

            L’auditorio ovviamente, e a gran voce, assicurò la propria disponibilità  e Quinto Poppedio Silone terminati gli annunci ad effetto di Gavio Papio Mutilo ritenne opportune poche ulteriori parole che a tutti  sembrarono espressamente rivolte a Gavio Papio Mutilo. .

            –Sono anni, e molti di voi lo sanno-esordì con voce commossa – che lavoro, insieme a molti di voi, alla realizzazione di questo sogno che oggi si avvia a completamento.  A molti di voi, e soprattutto al mio vecchio amico Gavio Papio Mutilo, devo delle scuse perché in questi anni a fianco l’uno dell’altro abbiamo mirato allo stesso risultato muovendo da due angolazioni diverse. Io infatti ho creduto,  ed a lungo fra voi mi sono battuto, che la nostra libertà ed uguaglianza potesse essere ottenuta conseguendo la cittadinanza romana. Ho creduto al sincero sogno del mio caro amico Livio Druso che, come tutti sapete, ha pagato con la vita il sogno di una grande ed unica cittadinanza, quella romana, che superasse ogni particolarismo e ponesse fine alle molte vicende che ci hanno visti contrapposti gli uni agli altri. Do atto a Gavio Papio Mutilo, che pur a malincuore non si è opposto a questo mio tentativo, forse utopico e sicuramente troppo fiducioso e  pacifista, di attendere che Roma potesse scendere a più miti consigli con le altre genti di questa nostra terra. Oggi do ragione a Gavio Papio Mutilo, che da sempre ha sostenuto come praticabile la sola soluzione armata, ed a lui ed alla sua gente pubblicamente chiedo scusa per gli anni perduti ed anche per il sangue che, al di là delle mie intenzioni, il popolo sannita ha recentemente versato. Ritengo quindi che proprio lui, Gavio Papio Mutilo, porti  avanti il discorso.

            Così dicendo Quinto Poppedio Silone si ritirò facendo posto al capo della delegazione sannita, Gavio Papio Mutilo, che prese nuovamente la parola.

            -Il passato. . il passato lo abbiamo lasciato alle nostre spalle ed abbiamo imboccata la via che ci porterà sicuramente a riacquistare la nostra dignità e la nostra libertà. Una via sicuramente non facile e che potrà costarci sacrifici e vite umane. Ma questa via l’abbiamo imboccata ben consapevoli delle conseguenze e quindi siamo arrivati ad affermare la nascita della nostra patria comune. All’amico Quinto Poppedio Silone rispondo che non mi deve alcuna giustificazione perché seguendo la sua strada abbiamo avuto,  al di là di ogni ragionevole dubbio,  la certezza che non potevamo aspettarci nulla da Roma e che quindi la sola anche se più rischiosa via che ci rimane è quella che ora ci accingiamo ad imboccare senza rimpianti. Ma oggi non siamo riuniti solo per celebrare la nascita della nostra patria comune siamo soprattutto riuniti per dare avvio al duro ed impegnativo lavoro per costruire realmente questa nostra patria. Dobbiamo darci delle strutture, delle regole, degli obiettivi che facciano dell’Italia una vera nazione in grado di opporsi o meglio sovrapporsi a Roma perché, non dimenticatelo, questo è il nostro obiettivo. Dobbiamo darci quindi un Consiglio, un forte vertice politico militare ed economico, dobbiamo battere la nostra moneta, dobbiamo scrollarci di dosso ad un tempo e Roma e i nostri precedenti particolarismi. Non lasceremo quindi la nostra nuova capitale finché questo lavoro non sarà completato e finché non saremo sicuri di aver fatto un buon lavoro. Ora amici vi leggerò il sacrale giuramento che ci legherà alla nostra Italia e che voi vorrete ripetere con me impegnando voi stessi e le vostre genti di fronte agli dei ed agli uomini.

            Dopo che con commozione fu pronunciata la formula  che suggellava il patto fra gli italici, Publio Presenteio provvide a costituire i diversi gruppi che avrebbero provveduto a dar vita alle nuove strutture e formulare le comuni regole ricordando che, fra l’altro, si sarebbe dovuto dare anche un nuovo volto urbanistico alla città in funzione del ruolo che avrebbe assunto negli anni a venire.

            -Questo nuovo volto della nostra capitale-sentì l’obbligo di precisare– non vuole essere una vanagloriosa imitazione di Roma ma servirà a costituire il simbolo evidente della nuova realtà che ci accingiamo a edificare.

            Seguirono per tutti giorni di faticoso lavoro ed alla fine i vari gruppi poterono presentare all’Assemblea Generale i rispettivi lavori. Fu così ratificata, non senza alcune obiezioni circa l’elevato numero dei suoi componenti,  la costituzione di un Consilium Italiae che,  con i suoi cinquecento membri- in modo non molto dissimile, anche per quanto riguardava i compiti, da quello che era il Senato di Roma- avrebbe pariteticamente rappresentate le diverse nazionalità viste ora non nella loro particolarità ma come componenti della nuova patria comune. Fu altresì ratificato un Consiglio di guerra composto di dodici pretori e la nomina di Gavio Papio Mutilo e di Quinto Poppedio Silone Silone a Consoli.

            Si provvide anche a trovare simboli per la nuova nazione e la scelta cadde sull’effige del toro sannita.

Per le monete che vennero coniate fu scelta invece una testa muliebre che doveva raffigurare la “dea Italia” mentre per il verso della stessa moneta furono riportati otto guerrieri, tanti quanto erano le pregresse nazioni,  che con le spade in mano uccidevano, con palese riferimento a Roma, un maiale.

Denario sannita in argento del Bellum Sociale con legenda sul rectus una testa muliebre e la scritta Italia, versus, Il giuramento dei Cinfederati della Lega Italica con gli otto popoli insorti

            Si poté stimare in circa centomila uomini, perfettamente addestrati, la forza  da mettere in campo e tale forza fu ritenuta sufficiente per affrontare una guerra che si prevedeva  non dovesse protrarsi oltre i due anni. Le forze romane si prevedevano costituite da centoquarantamila uomini dei quali quarantamila forniti dagli italici rimasti fedeli o costituiti da truppe specialistiche Baleariche,  Numidiche, Iberiche e reparti di Galli. Parlando delle forze in campo prese la parola Herio.

            – I nostri soldati avranno sicuri vantaggi sui romani in questa guerra. Conoscono ormai bene il modo di combattere dei romani avendo militato nelle loro legioni spesso sotto i migliori comandanti ma soprattutto conoscono il territorio sul quale questa guerra sarà combattuta cosa che non  si potrà certo dire dei romani che per fronteggiarci dovranno richiamare le loro legioni, spesso in gran parte composte da elementi locali,  da lontane province dove da tempo operano.  I nostri combatteranno per liberare la loro terra e per riacquistare una libertà perduta cosa che certo non potrà dirsi per gli iberici, i galli ed i numidi che possiamo considerare come mercenari al soldo dei nostri nemici. Forse i nostri avversari si mostreranno spietati come noi non sapremmo mai essere ma ricordate ai nostri soldati che le loro spade devono difendere non solo la loro terra ma anche le loro famiglie ed i loro beni. Per suggellare questo nostro comune e reciproco impegno al di là dei giuramenti fatti propongo che secondo una antica tradizione, peraltro a tutti noi comune, ogni nazione o città consegni, a garanzia del nuovo patto giurato, un certo numero di propri bambini alle altre.

            Ulteriore decisione, dettata dalla esigenza di guadagnare tempo, fu di inviare una delegazione a Roma per annunciare la nascita della nuova nazione e conseguentemente denunciare come non più validi trattati od accordi che le singole nazioni o città avevano in atto. Perfino Gavio Papio Mutilo questa volta fu favorevole a questa iniziativa, del tutto formale,  perché ritenne  utile un ulteriore lasso di tempo prima di affrontare in campo il nemico. Contro questa decisione, chiaramente solo dilatoria, invano si batté Mario Egnatio che sembrò  l’unico convinto che si dovesse subito affrontare in armi Roma  perché impreparata alla nuova situazione che si era venuta a creare e perché l’inverno si preannunciava mite. Il consiglio di guerra affrontò i problemi connessi alla  sicurezza dei propri confini in vista del futuro operare delle forze sui  diversi fronti.

A Nord,per la mancata adesione di Umbri ed Etruschi la situazione si presentava come la più rischiosa anche perché, come notò Caio Vidalicio, il suo Piceno, pur aderendo all’idea italica, era incontrovertibilmente in gran parte sotto un effettivo controllo della potente famiglia romana dei Pompei che disponeva di una propria ed organizzata milizia personale. Ma su quel fronte si sarebbe aspramente combattuto per bloccare il rientro delle legioni dalle province e per riconquistare la colonia di Alba Fucezia.

            Ad  Est non si correvano rischi di sorta visto che Vestini, Marrucini e Frentani erano della partita e che più a Sud si poteva contare sull’appoggio degli Apuli e dei Frentani. Questa situazione garantiva quindi anche la disponibilità dei maggiori porti e quindi di tranquille vie di comunicazione tanto interne che marittime.

            Importante sarebbe stato il fronte meridionale per la presenza delle numerose colonie latine che costituivano vere e proprie  enclaves nella nuova nazione e buone basi operative per il nemico.  L’obiettivo prioritario doveva essere riprendere le colonie o se non altro isolarle  e isolare i romani da Brindisi, Tarentum e Reggio in quanto principali porti per il rientro di truppe dalle colonie.

Quanto alle possibile iniziative romane tutto lasciava ritenere che si sarebbe tentato in ogni modo di evitare che Roma venisse tagliata fuori dalle legioni tanto del settentrione che del meridione e che si doveva prevedere  un attacco romano dalla Campania vista l’importanza,  per entrambi i contendenti,  dei  porti di Neapoli, Capua, Pozzuoli e Nola dove gli italici potevano contare su di  un appoggio interno costituito dall’ancor forte elemento filosannita. A Sud gli obiettivi primari furono individuati in Brindisi e Taranto e immediatamente dopo in Reggio.

            Così valutata la situazione Quinto Poppedio Silone e Gavio Papio Mutilo dichiararono che l’offensiva italica avrebbe prese le mosse dalla Campania. Stabiliti gli obiettivi fu naturale nella spartizione dei fronti fra i due consoli che Gavio Papio Mutilo ottenesse quello dell’Italia centrale e Quinto Poppedio Silone Silone quello del Nord. Da parte romana si apprese che il console P. Rutilio Rufo avrebbe avuto il comando al settentrione e L. Giulio Cesare quello al meridione. I pretori furono poi ripartiti fra i consoli in relazione alla loro provenienza geografica e quindi del territorio cosa che peraltro era già avvenuta nella ripartizione tra i consoli.

            Ad Herioera stato inizialmente proposto per affiancare Gavio Papio Mutilo fermamente deciso a muovere su Aesernia ma poi per le sue doti di negoziatore si preferì incaricarlo di una missione esplorativa nell’Umbria e nell’Etruria per un ulteriore tentativo di trascinare quei popoli al fianco delle altre nazioni italiche. Tutto sembrava lasciar ritenere in un successo della sua missione perché, ovunque andasse,  non appena si sapeva della sua presenza a Cominium nei giorni decisivi per la nazione italica,  tutti dimostravano un grande interesse ed una fame di notizie circa quello storico evento.

             Ma se gli strati medio bassi della popolazione dimostrarono una aperta disponibilità alla causa italica, più cauto fu l’atteggiamento dei notabili e dei detentori dell’effettivo potere che,  pur professando una tendenziale propensione alla causa italica,  lamentando la presenza sul proprio territorio di cittadini e di truppe romane si mostrarono piuttosto prudenti tanto più come Herio appurò che per il timore che la rivolta dilagasse tutto lasciava ritenere che i romani fossero ormai propensi a concedere a chi rimanesse fedele la tanto agognata cittadinanza.

            Mentre era impegnato nella sua missione accettata solo per l’importanza che rivestiva per la causa italica, Herio  venne a conoscenza di quanto nella stessa primavera era accaduto ad Ausculum. Apprese che ad Ausculum, dove forte era la presenza romana e dove il pretore romano Quinto Servilio  era inviso agli ascolani, che lo stesso era stato trucidato in teatro e che la sua uccisione aveva dato avvio ad una indiscriminata strage di tutti i romani presenti in città.

            –Il pretore – come gli venne raccontato- assisteva ad uno spettacolo del celebre attore sannita Egnatio Sauno e questi, secondo il suo costume, e per accattivarsi l’auditorio locale,  ha cominciato a parafrasare le parole del testo irridendo, con grande sollazzo degli spettatori,  il pretore e i cittadini romani. Quinto Servilio improvvisamente, ma senza minimamente scomporsi, ha presa la lancia da uno dei suoi soldati e l’ha scagliata contro Egnatio Sauno uccidendolo sul colpo. Dopo un innaturale momento di silenzio, mentre i cortigiani del pretore apertamente si complimentavano con lui per il perfetto lancio, la folla all’unisono si è slanciata nella parte dell’emiciclo riservata ai romani e, seppure senza armi, in preda ad una furia omicida, ha letteralmente fatto a pezzi il pretore, la sua scorta ed i romani presenti. Il sangue versato, l’aver in mano le armi tolte ai caduti, ammonticchiati al centro dell’arena in una macabra e sanguinolenta pira, ha accecato gli animi e si è dato avvio in tutta la città ad una omicida caccia ai romani senza alcuna distinzione di stato, sesso ed età.

            Come pure riferì lo stesso informatore, Quinto Poppedio Silone e Gavio Papio Mutilo, informati di quanto era accaduto avevano violentemente stigmatizzato l’accaduto.

            –La condanna dei consoli italici– aveva proseguito l’uomo- è stata unanime perché si temeva per le conseguenze che gli avvenimenti di Ascoli avrebbero avuto sull’ambasceria italica che guidata da Publio Vettio Scattone, era in marcia o forse già arrivata a Roma per rinnovare la richiesta di ottenere la cittadinanza ma in pratica per guadagnare tempo sui preparativi di guerra nascondendo le reali intenzioni degli italici. .   Infatti a Roma-proseguì l’uomo- la città, informata da due attori romani scampati al massacro,  era già a conoscenza, da quattro giorni,  dell’accaduto ed il Senato ha rifiutato di ricevere la nostra ambasceria e ha richiesto agli italici riparazioni. Publio Vettio Scattone si è battuto come un leone per dichiarare la assoluta estraneità degli italici ai “fatti di Ausculum”. Ma alla nostra delegazione, constatata l’inutilità dei  tentativi, si è dovuta limitare a inviare al Senato un documento sottoscritto dai soli Marsi che, secondo la tradizione, annunciava che gli stessi si dichiaravano sciolti dai trattati con Roma ed in guerra. Un documento il Senato non ha inteso come una dichiarazione di guerra di tutti gli italici e che ha quindi sottovalutato tant’è che Pompeo Strabone si è mosso verso Ausculun per portare la vendetta di Roma.  Su un piano prettamente formale il fatto che il primo atto ostile sia stato messo in atto da Pompeo ci ha messo dalla parte degli aggrediti tacitando i non pochi che nel nostro consiglio  non volevano che fossero gli italici ad aprire le ostilità.  A malincuore lontano dai luoghi dove si era cominciato a combattere ad Herio non restò che tenersi informato di quanto cominciava a succedere sul fronte militare.

Contro ogni previsione la guerra si apriva quindi con la spedizione punitiva che Pompeo Strabone, uno dei legati del console Rutilio, portava contro Ausculum che risultava non difesa dal pretore italico Iudalicio Ascolano impegnato in Apulia dove aveva ottenuta fra le altre la resa di Canusio e Venusta.

Ausculunm, come apprese,  pur in assenza di Iudalicio, avendo con successo affidata la sua difesa ad Agamemmone, un pirata che i romani avevano dato in consegna agli ascolani, seppe tener testa ai romani e con il rientro di Iudalicio Ascolano e dei due pretori italici Tito Lafrenio e P.  Ventidio  Pompeo Strabone fu costretto a chiudersi in Firmum assediato da Lafrenio.

Terminata senza apprezzabili risultati la sua missione, Herio rientrato a Corfinium riferì l’esito della missione i cui deludenti risultati, per quanto prevedibili, furono per molti una doccia fredda.

            -Temo che senza una nostra rapida e decisiva azione in danno di Roma –riferì -non otterremo nulla di più che simpatia e bei discorsi. L’aver combattuto nelle file delle legioni romane ha convinto etruschi e umbri della supremazia delle legioni sopratutto qualora lo scontro si dovesse protrarre nel tempo ed ora dopo che agli abitanti di Tuder stata concessa la cittadinanza sperano che la stessa venga estesa a tutti coloro che terranno fede ai patti con Roma. Non è da escludere che dalla affermata neutralità si possano ottenere vantaggi pratici ma credo che sia del tutto pretestuosa l’affermazione che il loro intervento al nostro fianco non sarebbe concludente in quanto i loro migliori soldati al momento militano in terre lontane sotto le insegne romane.

            Dopo aver riferito in Consiglio e prima di raggiungere Gavio Papio Mutilo Herio lungo la via si concesse una breve sosta dopo a casa per un saluto a Helena e per dare disposizioni a Placidio perché tutto potesse essere pianificato nel non improbabile caso di un suo mancato rientro.

            -Non ho figli cui lasciare i miei beni che peraltro non si può certo dire che abbia meritato con il mio personale lavoro. Se non dovessi tornare voglio che tu divida i miei beni fra la nostra gente dopo aver riservata una adeguata parte ad Helena. Se non dovessi tornare vorrei che tu la convinca a ritornare nella sua terra. Credo che in cuor suo lo desideri e che senza di me si sentirà ancor più un’estranea fra la nostra gente. Per quanto non abbiamo mai parlato di questo credo di saper leggere nel suo cuore anche se lei non ha mai pensato di lasciarmi. Voglio anche che tu provveda con larghezza a te stesso ed alla tua famiglia. Hai lavorato duramente e con coscienza per mantenere ed accrescere i miei beni ma hai già il piccolo Minutio cui pensare e spero che altri figli lo seguano. Sai bene che ho sempre sentito Minutio quasi come un figlio.

            –Questi discorsi non sono di buon auspicio alla vigilia della partenza per la guerra-lo interruppe Placidio.

            -Forse è vero ma è meglio essere previdenti. Se non dovessi tornare due sono le possibili alternative per il Sannio e per l’Italia. Se vinceremo la guerra ci sarà qualcosa da spartire per tutti, se invece avverrà il contrario a tutti voi resterà ben poco e sarò contento di poter contribuire ad alleviare i sacrifici della mia gente.  Comunque- aggiunse per tranquillizzare lo sconfortato Placidio– stai pur sicuro che è mia ferma intenzione tornare e tornare vittorioso!E se tornerò, come spero, sarà anche per me, nonostante i miei cinquant’anni, il momento di prendere moglie sperando che gli dei mi concedano dei figli. Ho promesso ad un amico che se il nostro sogno si realizzerà farò di tutto perché la mia stirpe si perpetui su questa terra. Come vedi il destino della nostra gente, il mio e quello di una mia ipotetica discendenza sono riposti nelle mani degli dei. 

            Quando raggiunse il suo comandante sotto le mura di Aesernia la città era circondata da un lato da Scatone ed i Marsi e dall’altro dai Sanniti.

Non ho intenzione– lo informò Gavio Papio Mutilo- di lasciarmi invischiato in un assedio che tutto lascia ritenere lungo e difficile.  Adagiata come è su di un crinale, di per sé garantisce agli assediati di  controllare la valle circostante e le due  possibili vie di attacco. Il versante occidentale, nonostante la modesta altezza delle fortificazioni,  permette un agevole controllo della situazione mentre il versante est, più accessibile nonostante una serie di valloni, è stato protetto da una serie di opere e di palificazioni che, ove ce ne fosse stato bisogno, testimoniano le capacità ingegneristiche romane.  Aesernia del resto rimarrà assediata e non potrà né darci fastidi né essere utilizzata come base dai romani anche se ora si ritrova sotto il comando di un buon soldato come Marco Claudio Marcello che dopo aver abbandonata Venafrum prima dell’arrivo di Mario Egnazio è riuscito a forzare il nostro blocco entrando con i suoi uomini in città. Anche Nola  è passata dalla nostra parte in rivolta e sarà sicuramente in difficoltà  vista la presenza delle truppe romane a Capua e quindi dirigeremo sulla Campania.

Durante la marcia si apprese che la rivolta di Nola era stata domata e che il console Lucio Cesare era diretto su Aesernia. Gavio Papio Mutilo impaziente di affrontare il nemico,  e come lui i suoi uomini,  rimase però deluso quando fu informato che P.  Vettio Scattone lasciato l’assedio di Fermo si era mosso verso Aesernia ed imprevedibilmente si era trovato tra Atina e Cassino sulla strada di Lucio Cesare sconfiggendolo e costringendolo a rinchiudersi a Teanum Sidicinum. Deluso ma comunque soddisfatto di come si stavano delineando le prime operazioni Gavio Papio Mutilo riprese la sua marcia verso la Campania.

Le buone notizie continuavano ad arrivare.  Il più volte console romano Caio Mario ora sotto il comando del console Lupo responsabile del fronte nord romano sembrava deciso, contro il parere del suo comandante,  a non muovere le sue truppe da Capua ritenendole ancora non sufficientemente addestrate e quando il console diede ordine di muovere sulla colonia di Alba Facezia minacciata dai Marsi l’anziano Caio Mario si era rifiutato di obbedire.  L’ordine del console Lupo era stato impartito allora a Perpenna intercettato dai Peligni e sanguinosamente sconfitto da Presenteio e si parlò di quattromila caduti romani e di seimila in rotta dopo aver abbandonate le armi. Una successiva vittoria dei Marsi costò la vita dello stesso console e di ottomila romani ma questa vittoria fu pagata cara perché Mario che su un altro percorso seguiva il console vendicò l’amara sconfitta attaccando i Marsi lasciandone duemila sul terreno.  Un ulteriore successo fu la vittoria riportata da Q. Poppedio Silone in danno di Cepione subentrato unitamente a Caio Mario nel comando di quel fronte. Il console italico infatti fingendo di voler disertare la causa italica e di avere con sé il tesoro dei Marsi e di volerlo consegnare ai romani non solo aveva fatto cadere in un’imboscata le legioni di Cepione ma l’aveva personalmente ucciso vendicando la uccisione del suo amico romano Livio Druso.

            I Sanniti di Gavio Papio Mutilo muovevano quindi su Nola con un grande entusiasmo dovuto ai recenti successi. Il commento di Gavio Papio Mutilo ad Herio era stato lapidario.

La vittoria riportata dal vecchio Mario sui nostri non ci voleva ma dobbiamo ammettere che quel vecchio soldato sembra essere l’unico nel campo romano che non solo sa ragionare ma sa comandare e farsi amare dai suoi soldati. Di lui sicuramente sentiremo ancora parlare nel corso di questa guerra! Ma facendo un rapido conto un po’ cinico, ma comunque da soldato, direi che il conto dei caduti finora sia decisamente positivo per noi e questo è quello che conta perché i caduti non si rimpiazzano rapidamente.

Conil Volturno ed il Calore alle spalle e con il morale alle stelle quando Nola era ormai vicina l’esercito sannita fu raggiunto da corrieri nolani con la notizia che la città, non appena si era saputo che Lucio Cesare sconfitto era bloccato a Teanum,  si era nuovamente ribellata e che duemila romani della guarnigione erano tenuti prigionieri.

            Fu quindi in un clima festoso che Gavio Papio Mutilo entrò a Nola

Epifane Rodio il nolano che aveva assunto il controllo della città accogliendo Gavio Papio Mutilo appariva molto fiero nel mostrargli i duemila prigionieri ammassati nel recinto del macello cittadino.

-Per renderli inoffensivi- informò- do loro da mangiare ogni otto giorni e da bere ogni tre giorni ma ti confesso che questo gran numero di bocche da sfamare anche se poco sta diventando un problema. Sapendo del tuo arrivo ho preferito attendere tue direttive al riguardo perché non pochi dei miei concittadini reclamano una drastica risoluzione del problema.

Epifane non aveva esagerato parlando di duemila prigionieri e dicendo che essi rappresentavano un problema per la città peraltro stremata dagli ultimi violenti avvenimenti. I prigionieri erano stati effettivamente raccolti nello stretto spazio del macello e sembravano essi stessi degli animali tanto era il fetore che si levava da quell’ammasso di uomini costretti in uno spazio angusto e privo del benché minimo supporto igienico.

Temo-lo informò Epifane –che possa scoppiare un’epidemia e che questa dilaghi in città  hanno cominciato a morire a diecine!Molti erano già feriti e non è stato possibile curarli adeguatamente. Se non si potrà trovare altra soluzione sarò costretto a ordinare ai miei uomini di ucciderli.

            -Questo no! Un eccidio di tale ampiezza non potrà certo giovare alla nostra causa anche se così agendo in pratica non faremmo nulla di diverso da quello che avrebbero fatto i romani nei confronti di nostri prigionieri. Parlerò io ai prigionieri-lo assicurò Gavio Papio Mutilo- e credo che il problema potrà risolversi rapidamente.

Gavio Papio Mutilo infatti non appena possibile parlò ai prigionieri informandoli dell’andamento della guerra, delle vittorie degli italici, e della convinzione che la guerra in corso si sarebbe conclusa con una vittoria degli italici. Sapendo di parlare a molti soldati reclutati tra le popolazioni italiche parlò delle loro nazioni in guerra sotto la comune bandiera italica e concluse il suo discorso proponendo loro di cambiare campo.

            Gli rispose sdegnato e rifiutando la proposta anche a nome dei suoi commilitoni il comandante romano distinguibile dagli altri prigionieri non tanto dalle sue insegne quanto dal fatto di essere attorniato dai superstiti ufficiali e da uno sparuto numero di centurioni. Un gruppo non meno ridotto allo stremo dalle misere condizioni di vita ma nel quale gli uomini avevano evidentemente cercato di mantenere con dignità le loro vesti lacere e sporche e le loro rispettive insegne.

            Gavio Papio Mutilo non ritenne opportuno insistere e da quel momento si disinteressò al problema incaricandone Herio.

-Dai loro non più di quindici giorni per decidere e scaduto questo termine senza che abbiano accettata la nostra proposta eliminali. Ricorda loro che gli è stata offerta una possibilità che non hanno certo avuto i loro compagni nelle diverse città che abbiamo conquistate o che si sono ribellate a Roma.

            Nei giorni successivi si appresero altre buone notizie. Caio Vidalicio aveva invaso l’ Apulia incontrando una scarsa resistenza da parte dei romani. Larino, Teanum Apulum e Luceria si erano schierate per gli italici e quasi tutta la zona costiera era ormai sotto controllo italico mentre le truppe romane, disorientate,  non riuscivano a decidere una linea di azione.

            Mentre Herio lasciato con un presidio a Nola aspettava lo scadere dei quindici giorni concessi ai prigionieri romani e organizzava l’afflusso di rifornimenti Gavio Papio Mutilo aveva raggiunto Stabia, Salernum, Sorrento e Pompei che lo avevano accolto come un liberatore dichiarando la loro adesione alla causa italica.  L’arrivo delle truppe sannite, viste come liberatrici, aveva ovunque suscitato il favore delle popolazioni che fra l’altro si trovavano  anche a beneficiare di una abbondante ripartizione delle scorte lasciate in loco dai romani in rapido ripiegamento per ricongiungersi al grosso delle truppe romane di Neapolis ed Hercolaneum che dovevano costituire i capisaldi di una resistenza che precludesse agli italici la risalita lungo la costa tirrenica.

            Prima dello scadere del termine dei quindici giorni Herio fu informato che il comandante romano voleva parlargli.  L’uomo decisamente allo stremo lo informò di aver convinto i suoi soldati a cambiare campo e annunciò che lui ed i suoi quattro ufficiali ed i pochi centurioni rivendicavano il diritto di essere uccisi da romani.

            E ovviamente Pompei, la più sannita delle città Campane,  fu, più di ogni altra,  la riprova del fatto che l’antico legame con il Sannio non si fosse incrinato.  E questo, vista la ricchezza ed il grado di generale evoluzione degli abitanti, sembrava un ottimo auspicio per la avanzata, finora indisturbata, delle truppe sannite.

            Pompei inoltre mise a disposizione dei liberatori la sua numerosa flotta composta di un buon numero di navi da guerra e Gavio Papio Mutilo,  informato che Hercolaneum era pronta ad aderire alla causa italica  si sentì pronto a sferrare l’attacco su Neapolis che ora poteva colpire tanto dal mare che da terra ritenendo  che la guarnigione romana, pur essendo presente in rada  una buona flotta al comando di un Otacilio da tutti considerato fra i migliori comandanti navali, non si aspettava oltre che un attacco via terra  anche un attacco via mare. Gavio Papio Mutilo volle assumere il comando delle operazioni marittime delegando ad Herio il comando delle truppe terrestri che contemporaneamente dovevano assalire la città. .

            Nella marcia sull’obiettivo finale costituito da Neapolis,Herio avrebbe dovuto impadronirsi di Hercolaneum che, seppure fortemente protetta, poteva garantire ai sanniti, in caso di loro attacco, un consistente aiuto dall’interno da parte della popolazione. Quando i sanniti  mossero all’attacco notarono con piacere che grandi nuvole di fumo segnalavano che in città erano scoppiati numerosi incendi e che quindi si poteva fare affidamento sul promesso aiuto. Prima di iniziare lo scontro vero e proprio Herio impartì l’ordine di evitare a tutti i costi che reparti romani in fuga potessero ricongiungersi con la guarnigione di Neapolis. Per quanto chiaramente non espresso era evidente che quest’ordine autorizzava i suoi uomini anche all’odioso compito eufemisticamente  detto “non fare prigionieri”. Guidando i suoi uomini  riuscì,  nonostante l’intenso lancio di proiettili dalle catapulte e i nugoli di frecce, a raggiungere le mura con poche perdite. Probabilmente aiutato dalla rivolta scoppiata all’interno della città non fu poi difficile forzare le difese romane e dilagare in città. Fra le intese raggiunte con i rappresentanti della città era stato consentito a questi ultimi  di avere carta bianca per  regolare personalmente i conti con le truppe occupanti romane e con i numerosi cittadini romani ivi residenti. Ancora una volta controvoglia Herio dovette mantenere questo impegno ma non si sarebbe certo immaginata la furia dei ribelli e lo scempio che venne fatto dei romani. . In pratica Herio ed i suoi uomini dovettero attendere due giorni interi prima che in città si completassero le vendette in atto. Fingendo di non ritenere essere una sua interferenza rispetto all’impegno assunto, Herio si dimostrò disponibile a concedere la protezione sannita a quanti, e furono sopratutto donne e bambini,  gliela chiesero. Purtroppo la protezione che riusciva a garantire  si riduceva a salvare la vita dei rifugiati per poi consentire loro di abbandonare indisturbati la città per cadere forse poi nelle mani degli abitanti delle vicine campagne particolarmente ostili  ai cittadini, soprattutto se romani. Dopo due giorni tuttavia  convocò i capi della rivolta per invitarli a porre un freno agli evidenti eccessi.

            –Ora basta-tuonò irato-le vostre dispute e vendette personali non saranno più tollerate. Ho dato ordine ai miei soldati, che finora si sono limitati al controllo delle mura e delle porte, di entrare in città e ripristinare l’ordine e la legalità.

            –Richiami all’ordine noi-reagì uno degli anziani-forse che non ti ricordi quanto gli italici hanno fatto ad Ausculum ?

            –Sei tu che dimentichi qualcosa!-replicò Herio- Ricorda che il Consiglio italico ha  biasimato quanto è avvenuto e se ne è dissociato in modo chiaro ed inequivoco. La colpa dei fatti di Ausculum ricade sui cittadini di quella città e non sugli italici!Vi ordino di fermare i vostri uomini perché ho già per troppo tempo tenuto fede ai patti e comincio a sentirmi vostro complice in quanto sta accadendo.  E questo è un ordine!Un ordine che ho il potere di darvi in nome del Consiglio italico che  rappresento!

            L’uomo che aveva parlato chiaramente non accettando l’ordine impartitogli mosse deciso verso Herio mettendo mano al pugnale ed Herio, meravigliandosi della propria freddezza, senza porsi alcun problema lo trafisse a morte con la sua spada. La determinazione del comandante sannita mostrò a tutti che non era il caso di replicare e la delegazione cittadina si dissolse rapidamente mentre gli uomini di Herio, armi alla mano, entravano in città per ristabilire l’ordine.

            Per giorni e giorni pile di cadaveri vennero bruciati, incendi spenti, e protetti coloro che ancora potevano temere da parte dei ribelli. Herio selezionò con calma alcuni cittadini di tendenze più moderate e li insediò nel governo locale per poi muovere, dopo aver lasciato un presidio, verso Neapolis per non mancare all’appuntamento con Gavio Papio Mutilo. Secondo i programmi prese posizione intorno alla città attendendo che cominciasse lo scontro navale e che ne fosse intuibile l’esito.

            La flotta italica, puntuale all’appuntamento, avvicinatasi alla città cominciò a tempestarla di una pioggia di fascine  e proiettili incendiari. In pari tempo si bersagliava la flotta romana, sicuramente presa di sorpresa ma presto in grado di togliere gli ormeggi e di manovrare al duplice scopo di sottrarsi all’attacco e di opporsi alla flotta nemica.

            Octacilio dimostrò subito, forte anche della maggior manovrabilità dei suoi legni, la sua perizia puntando sulle navi italiche quasi volesse speronarle. Come conseguenza la flotta attaccante ruppe il fronte ponendosi in posizione difensiva e interrompendo il bombardamento. La veloce manovra delle navi romane aveva comunque disorientati i comandanti delle più pesanti navi da trasporto truppe che preferirono  prendere il largo per porsi in salvo. Per Herio, non avvezzo allo spettacolo, la battaglia che si svolgeva tra la flotta romana, certamente più addestrata, e i più piccoli e manovrieri legni italici aveva una suggestione particolare e costituiva una novità. Navi che bruciavano, altre speronate che colavano a picco, altre abbordate dall’uno o dall’altro dei contendenti.

            Alle truppe sannite di terra sembrava che lo scontro navale non dovesse aver mai fine ma in effetti la battaglia fu intensa ma non lunga durata. Fu con rabbia che ci si dovette infine arrendere all’evidenza che la flotta romana stava prendendo il sopravvento e lo sgomento pervase le truppe sannite impazienti di sferrare l’attacco da terra. Ma era chiaro che lo sbarco previsto non si sarebbe avuto ma con Gavio Papio Mutilo era stato concordato che Herio tenesse fino a nuovo ordine la sua posizione perché l’attacco si sarebbe ritentato nei giorni successivi e che nel frattempo sempre via mare si sarebbero attaccati i porti di Pozzuoli Cuma e Terracina.

            Fallito un ulteriore attacco navale su Neapolis, Gavio Papio Mutilo sbarcate le sue truppe decise di muovere su Acerrae per puntare poi su Capua che restava la principale posizione romana del centro della penisola. Posto l’assedio ad Acerrae Gavio Papio Mutilo fu raggiunto da Mario Egnatio che fino a quel momento avevano operato nella parte sud della penisola. Il resoconto di Mario Egnatio tranquillizzò Gavio Papio Mutilo e diffuse un cauto ottimismo nelle file sannite.

            –La parte sud del paese-li informò –non dovrebbe presentare problemi o minacce per le vostre truppe.  I principali porti sono sotto il nostro controllo e sono state eliminate le possibili sacche di resistenza. Godiamo inoltre del pieno appoggio delle diverse popolazioni che guardano a noi con entusiasmo. Possiamo contare su buoni raccolti e, grazie anche agli approvvigionamenti romani caduti in nostre mani, disponiamo di abbondanti scorte tanto che abbiamo potuto distribuirne parte alle popolazioni locali. Spiacevole per noi è stato trovarci di fronte come nemici altri sanniti reclutati in Irpinia dal nostro connazionale Minatio Magio schieratosi dalla parte dei romani.

            Sopraggiunse anche Pontio Telesino da Aesernia.

            –Anche al nord-li informò Pontio Telesino- Silone ha fatto un buon lavoro e ha costretto il grosso delle truppe nemiche, comandate da Pompeo Strabone, a richiudersi a Fermo Piceno in una posizione di stallo non dissimile da quella nella quale i romani si trovavano di Aesernia. Si sta inoltre bonificando il paese da sacche di resistenza locali e sembra che tutto ciò sia seguito con crescente interesse da umbri ed etruschi.

            -Possiamo contare sulla possibilità di un loro diretto coinvolgimento?-lo interrogò fiducioso Gavio Papio Mutilo.

            –Per il momento non credo. Fanno tante domande, forniscono generiche e blande assicurazioni, hanno ridotti al minimo i tributi a Roma ma cercano di muoversi con circospezione così da non poter essere accusati di violazione dei trattati. La situazione rimane quindi fluida  ed una brutta notizia  che duemila cavalieri numidi sono sbarcati sulla penisola per rinforzare i diversi fronti e, a quanto si dice questo non è che un primo contingente.

            -Questo lo sapevamo anche noi-confermò Gavio Papio Mutilo- in quanto i numidi (popolazione del nord-africa tra Marocco e Tunisia)hanno già raggiunto le truppe romane di Capua. Dal quadro generale della situazione appare sempre più chiaramente che dobbiamo prendere con decisione l’iniziativa per ricongiungerci alle forze di Silone e per puntare insieme su Roma. Dopo Acerrae punterò su Capua prima che riceva ulteriori rinforzi.  Tu Herio verrai con me mentre tu Mario Egnatio proseguirai il blocco di Neapoli. Con Capua ed ovviamente Acerrae in nostre mani potremmo con tutta tranquillità mantenere l’assedio a Neapoli e disimpegnare gran parte delle truppe per puntare su Roma di concerto con Silone.

            Il piano appena delineato dovette essere rivisto alla notizia che due legioni romane comandate da Lucio Cornelio Silla, legato anziano del console Lucio Giulio Cesare,  erano in marcia su Aesernia per liberarla dal lungo assedio cui era sottoposta.

            Gavio Papio Mutilo dovette rivedere i propri piani e valutò a lungo quale contromisura prendere a questa iniziativa romana che avrebbe potuto rimettere in gioco i romani in danno del territorio sannita. Le sue conclusioni furono rese ad alta voce.

            –Silla dovrà procedere attraverso le gole della Melfa e lì troverà ad attenderlo il nostro Duilio che sicuramente si troverà avvantaggiato occupando  una posizione migliore rispetto a chi intende attraversare il passo.  Duilio è un ottimo comandante e saprà trarsi d’impaccio ma Silla potrebbe anche cambiare i suoi piani ed evitare Duilio  aggirando le gole dove si potrebbe trovare a mal partito. In pratica probabilmente mira a tenere bloccate le truppe di Duilio e costringerci a muoverci su di lui e quindi a togliere l’assedio ad Acerrae. Per non cadere in questa sua probabile manovra non toglieremo  l’assedio ad Acerrae ma tu con parte delle nostre forze dirigerai su Aesernia. Sta a te decidere secondo le informazioni che riceverai se  unirti  a Duilio per difendere il passo o se puntare direttamente su Aesernia.  Da quanto mi è dato di sapere questo Silla anche se finora non ha dato grandi prove di sé in battaglia è non solo uno dei migliori soldati romani ma anche un ambizioso arrivista che a quanto mi si dice vuole a tutti i costi mettersi in mostra

            Herio non pose indugi alla partenza e in lotta con il tempo si mise sulle traccie di Silla. Un tremendo temporale lo investì e fu costretto a rallentare la marcia. Quando infine raggiunse Duilio chiese di essere ragguagliato sui movimenti dei romani.

            –Le truppe romane sono arrivate in prossimità del passo due giorni fa e subito si sono date da fare per allestire un campo trincerato che non ho attaccato perché ormai la notte era alle porte. Ho ritenuto quindi che volesse espugnare la nostra posizione per assicurarsi il controllo di un accesso permanente verso oriente. Mi sono quindi ripromesso di attaccarle alle prime luci dell’alba ma ho dovuto constare che le posizioni appena allestite erano vuote e che le colonne romane erano a stento visibili verso est e non verso ovest sicuramente dirette ad Aesernia.

            –Due giorni?-domandò incredulo Herio che nulla poteva rimproverarsi circa la celerità della sua missione. Duilio percependo lo sgomento nella voce di Herio pose la domanda che da due giorni lo tormentava.

            -Avrei dovuto  lasciare la mia posizione e mettermi al suo inseguimento?

            – Forse avresti potuto farlo ma la cosa sarebbe stata una violazione degli ordini di conservare a tutti i costi il passo.

            -Ho comunque mandato dei messaggeri a Aesernia per informare Caio Trebazio delle mosse di Silla.

            -Hai fatto bene. Non hai nulla da rimproverarti. Io proseguirò per Aesernia.

            – Avete bisogno di riposo-lo ammonì Duilio constatando lo stato di Herio –Prendete qualche ora di sonno ed al risveglio tutto sarà pronto per la vostra partenza. . . non credo che nelle condizioni in cui tu ed i tuoi vi trovate potresti resistere a lungo.

            Herio, sfinito dalla lunga cavalcata, intirizzito dal freddo e dalle vesti bagnate non ritenne opportuno sottrarsi al giusto consiglio di Duilio ed ordinò ai suoi di riposarsi. Cinque ore dopo, ristorato e di nuovo in sella puntò su Aesernia dove giunse in serata.

            Non appena in vista del campo sannita percepì subito di essere arrivato in ritardo.

            –Silla ci è piombato addosso come una furia – lo informò Caio Trebazio- ma ha fatto di tutto per non lasciarsi impegnare, come ci aspettavamo. Ha solo rotto il nostro schieramento e si è rifugiato con i suoi in città.

            Nei giorni che seguirono non si registrò, come i sanniti temevano, nessun tentativo di forzare l’assedio. La situazione di forze, con Silla e le sue legioni all’interno della città, si era invertita a favore dei romani ed Herio aveva mandato messaggeri a Gavio Papio Mutilo per chiedere rinforziNell’attesa dei rinforzi i sanniti continuarono il bombardamento della città constatando come l’abitudine di costruire case in pietra diminuisse notevolmente in una città assediata il numero degli incendi.

            –Queste dannate città con mura e case di pietra stanno cambiando tutto– commentò amaramente Caio Trebazio in risposta ai commenti di Herio.

            -La stessa cosa l’abbiamo imparata a nostre spese nell’assedio di Neapoli– fu la risposta di Herio- La guerra cambia e penso che dovremo adattarci.

            Mentre  stavano constatando gli scarsi effetti del bombardamento in corso, la porta sud della città si aprì ed a passo di corsa le truppe nemiche si lanciarono sulle postazioni sannite chiaramente intenzionate ad aprirsi un varco che permettesse loro una via di fuga. Seguì uno scontro breve e concentrato e Caio Trebazio inutilmente cercò di arginare il nemico rinforzando il punto d’attacco. Quando lo scontro ebbe temine Caio Trebazio era furente.

            -Quel dannato Silla mi ha beffato per la seconda volta!

            -Sei sicuro che fosse lui?

            –Certo!E’ impossibile non riconoscerlo e poi solo lui cavalcherebbe un mulo invece di un cavallo!

            -Non te la prendere Caio Trebazio– lo rincuorò Herio- se anche è riuscito ad allontanarsi non ha minimamente alterata la situazione precedente anzi ha ripristinato lo status quo. Penso che sia ora che io rientri da Gavio Papio Mutilo.

            Raggiunto Gavio Papio Mutilo constatò come questi fosse furente.

            -Silla, che gli dei lo stramaledicano, è rientrato indisturbato a Capua mentre Lucio Cesare, convinto di trovarci ancora in inferiorità numerica per il vostro distacco, è pronto ad attaccarci e tu sei rientrato giusto in tempo perché temo che l’attacco sarà sferrato proprio domani. Domani attaccheremo Acerra ma, se non cadrà subito, mi vedrò costretto a ritirarmi perché ora con l’arrivo di Silla a Capua siamo noi ad essere in stato di inferiorità numerica.

            L’indomani le previsioni pessimistiche di Gavio Papio Mutilo si rivelarono esatte perché la l’esercito consolare attaccò il campo sannita.L’attacco era guidato dalla cavalleria numidica che veniva quindi dopo il suo arrivo utilizzata per la prima volta. Gavio Papio Mutilo sorrise soddisfatto vedendo quei terribili cavalieri muovere contro le sue fila ed il suo ordine stupì Herio.

-Portatemi il prigioniero che mi è stato inviato e fatelo vestire con tutte le sue insegne regali.

Dopo un primo momento di perplessità Herio ricordò che quando Venusia era caduta per mano del picentino Caio Vidalicio ed era passata dalla parte degli italici si era trovato in mano romana, come ostaggio, Oxintas uno dei figli di Giugurta re di Numidia. Un ostaggio che era stato mandato a Gavio Papio Mutilo che non aveva particolarmente gradita la sua presenza ma che evidentemente riteneva utile per fermare l’attacco dei numidi. Oxintas vestito delle insegne del suo rango fu scortato nelle prime file sannite e bastò la sua presenza per bloccare la carica dei duemila cavalieri numidici che ripiegarono vanificando ogni tentativo di attacco contro i sanniti che passati all’offensiva si erano poi sottratti alle prevalenti forze romane. Purtroppo quando il disimpegno sannita fu completato e Gavio Papio Mutilo ed i suoi completarono il ripiegamento su Nola si dovette constare che l’attacco infruttuoso aveva comportato la perdita di cinquemila uomini dovuta però in buona parte alla defezione dei reparti costituiti dai prigionieri romani.

            –Non è nulla di grave-urlava furioso Gavio Papio Mutilo- ma purtroppo i romani potranno vantarsi di aver fatto fallire un mio attacco e di aver salvato da noi Capua dimenticando che le loro perdite non consentirebbero certo di vantarsi di quanto è accaduto.

            Una volta rientrato a Nola, Gavio Papio Mutilo fu informato da un efficiente servizio di informatori che due delle legioni che lo fronteggiavano erano state inviate agli ordini di Silla sul fronte Nord per unirsi a Caio Mario in un decisivo attacco contro i Marsi e che nei piani del console romano rientrava marciare su Aesernia ritenendo che solo sbloccando l’assedio sannita a quella città potesse assicurarsi un successo equivalente a quello che Caio Mario riteneva di poter conseguire al nord. Ma per il momento era evidente che nulla di decisivo si sarebbe avuto sul fronte campano e che la partita decisiva si sarebbe combattuta al nord e significativo era il fatto che i romani definissero la guerra in corso come Marsica

A Roma si erano eletti i nuovi consoli per l’anno 89 nelle persone di Gneo Pompeo Strabone, ritenuto artefice di una vittoria su Piceni e Peligni,  come console anziano e responsabile del fronte marsico e Lucio Porcio Catone Liciniano come console giovane responsabile del fronte campano. Non passava inoltre sotto silenzio il fatto che l’astro nascente Silla fosse stato nuovamente destinato al fronte campano dove a Capua si stava attivamente adoperando a riorganizzare le legioni decimate nel fallito tentativo di impadronirsi delle gole della Melfa. Di Pompeo Strabone si apprese che non aveva lasciata Roma e che dopo aver affidata la prosecuzione dell’assedio di Ausculum ad un suo legato si era vittoriosamente impegnato nel fare ottenere con la sua “lex Pompeia”il riconoscimento della cittadinanza ad ogni città di diritto latino a sud del Po e dei diritti latini a molte città a nord del Po. Ma successivamente per la morte del suo legato occupato nell’assedio di Ausculum Pompeo Strabone aveva preso egli stesso la direzione dell’assedio riportando sul suo cammino una vittoria su quattro legioni picene dirette in Umbria per provocare una rivolta. Un corriere portò ad Herio una notizia alla quale gli fu difficile credere anche se in cuor suo dovette accettarla per vera.

-Publio Vettio Scattone ha avviato amichevoli trattative, e di persona, con Pompeo Strabone per concordare una onorevole cessazione delle ostilità e ha richiesto che in base alla “lex Plautia Papiria”di potersi presentare con un salvacondotto di Strabone ad un pretore di Roma per ottenere la cittadinanza per sé e per i suoi uomini che prometteva si sarebbero sciolti e disarmati. Ma il romano non solo ha rifiutato la proposta ma ha assalito le truppe dei Marsi facendone strage e a quanto si dice solo Scatone e pochi superstiti sono riusciti a rifugiarsi sulle montagne.

Ulteriori notizie informarono che Quinto Poppedio Silone ed i suoi Marsi avevano riportata una vittoria presso Alba Fucezia costringendo i romani ad una disastrosa ritirata su Tibur dove il comando era stato assunto da Lucio Cornelio Cinna. Un messaggero sannita coperto di polvere entrò nella stanza del comando  reclamando il diritto di parlare con urgenza con Gavio Papio Mutilo.

            -Gavio Papio Mutilo è lontano in questo momento-lo informò Herio muovendo verso il trafelato corriere-Io lo sostituisco.

            –Sei Herio Pentro, vero?-lo interrogò l’uomo che senza attendere un’inutile conferma proseguì ansante. – Silla è alle porte di Pompei dove ha messo il suo campo e la città viene bombardata dal mare dalle navi al suo comando. Lucio Cluenzio mi ha mandato a chiedere rinforzi.

            Herio radunate le forze disponibili mosse quindi su Pompei e nel corso della marcia di avvicinamento le sue avanguardie lo informarono che il campo romano era in parte sguarnito perché vari reparti romani erano stati inviati alla ricerca di approvvigionamenti così che le sue truppe si venivano a trovare in forte superiorità numerica su quelle romane. Con una imprevedibile decisione le truppe romane inferiori di numero, e personalmente guidate da Silla, riconoscibile fra i suoi per l’ormai famoso e personalissimo cappello,  mossero contro quelle di Lucio Cluenzio che seppure colto di sorpresa riuscì a tenere saldo il fronte sannita. Con l’intervento dei rinforzi di Herio sembrò che i romani stessero per avere la peggio ma l’imprevisto e provvido rientro dei vari reparti romani contribuì ad un ribaltamento della situazione ed Herio e Lucio Cluenzio decisero di ripiegare su Nola dove si trovarono di fronte ad una situazione del tutto imprevedibile.  I magistrati nolani tardarono ad aprire le porte e con le spalle alle stesse i soldati sanniti si trovarono a combattere una disperata battaglia durante la quale lo stesso Silla uccise Cluenzio.

            Herio e buona parte dei sanniti riuscì con pochi dei suoi a rientrare in città da una delle piccole porte della città che alla fine i magistrati nolani o il presidio sannita rimasto in città,  pur lasciando chiusi i grandi portali cittadini, avevano aperto

Herio ritenendo che Silla, avendo in animo di liberare le città campane, non si sarebbe impegnato in un lungo assedio a Nola, che avrebbe saputo e potuto resistergli a lungo,  pensò che Stabia od Hercolaneums arebbero stati i suoi prossimi obiettivi e comprese che suo dovere tentarne la difesa. Herio raggiunse quindi Hercolaneum poco prima che due legioni romane la cingessero d’assedio.  Poté constatare che la città era fortemente motivata a resistere all’assedio che, con Silla occupato al riacquisto delle altre città della costa,  veniva condotto dal suo legato Tito Didio che come Herio apprese contava fra le sue truppe anche le formazioni irpino- sannitiche di Tito Magio. Gli assedianti quasi giornalmente informavano gli assediati della sottomissione delle vicine città campane ed il fatto che non fosse mai fatto il nome di Nola assedio lasciava sperare che, nonostante che i romani l’assediassero, per il momento non intendevano conquistarla per non rinviare programmi che dovevano essere più ambiziosi e che quasi con certezza riguardavano l’invasione del Sannio.

            Un ordine fattogli pervenire da Gavio Papio Mutilo gli ingiunse di raggiungere il presidio sannita della Gola della Melfa mentre lo stesso Gavio Papio Mutilo si era nel frattempo portato nella Pentria,  sui confini dell’Irpinia,  per cercare di intercettare Silla che, morto il console aveva assunto il comando del fronte campano. A metà maggio,  avendo come guida il rinnegato Minato Magio,  era entrato in Irpinia.  Dopo i successi riportati in Campania sembrava che Silla potesse senza grandi difficoltà dilagare anche nel Sannio. Si sapeva che favorito dal fatto che la città fosse protetta da mura di legno aveva dato alle fiamme Aeclanum con tutti i difensori e cittadini chiusi all’interno,  e che la stessa sorte aveva subito Compsa. Tutto quanto gli fu riferito indicava che Silla si stava comportando senza una minima parvenza di pietà verso le popolazioni sannite incontrate sul suo passaggio.

           –Dove passa-lo informò il messaggero- l’ordine è sempre lo stesso “Uccidete tutti, uomini, donne, vecchi e bambini e per quanto riguarda le donne godetene a piene mani prima di ucciderle. Noi non faremo schiavi in questa campagna”.

             Si sapeva anche che per ordine dello stesso Silla due legioni erano state inviate in Lucania con il compito di togliere a Marco Lamponio ogni città. Non migliori erano le informazioni che arrivavano dal fronte settentrionale dove i legati di Pompeo Strabone stavano riportando significativi successi contro Vestini, Marucini e Marsi.

            A marce forzate Herio ed i non numerosi uomini al suo comando mossero, in lotta con il tempo,  verso le gole della Melfa. Lungo il percorso al suo piccolo esercito in marcia furono via via aggregati reparti di sbandati e un reparto di cavalleria che usò per compiti di avanscoperta. Vedendo che i reparti romani avevano posto il campo in prossimità della gola decise di non unirsi ai difensori sanniti ma di tenersi celato al nemico per poter intervenire di sorpresa in caso di attacco. Era evidente, osservando il campo nemico, che i romani dovevano essersi separati nell’ultimo tratto di marcia dai rifornimenti che avevano al seguito e che,  a detta degli osservatori sanniti,  dovevano essere consistenti.  Herio constatando che le forze in campo dopo il suo arrivo erano riequilibrate e contando in suo favore l’elemento sorpresa ordinò al reparto di cavalleria di muovere alla ricerca dei rifornimenti romani per impadronirsene. Si attese quindi che Duilio,  certo di non aver ricevuti i richiesti rinforzi,  si gettasse nella mischia con la determinazione massima per intervenire solo quando i legionari, sentendo vicina la vittoria, allentarono la foga dei loro assalti. Per i romani, assaliti alle spalle,  non ci fu possibilità alcuna di difesa ed i soldati di Herio crearono grandi vuoti nelle loro disorientate file. All’insperato attacco dei rinforzi sanniti seguì  il grido di gioia dei soldati di Duilio che sembrarono decuplicare le evanescenti forze. Molti dei legionari romani presero a gettare per terra le armi sperando di guadagnare una via di fuga o di godere come prigionieri della pietà dei nemici. Ma Herio, riscoperta la frenesia del battersi e con nelle orecchie i racconti delle crudeltà di Silla, si sentì lanciare alto il fatidico grido del vincitore.

            -Niente prigionieri! Niente prigionieri!

            Se l’avanzata romana aveva subìto una battuta di arresto nelle gole della Melfa non altrettanto poteva dirsi su altri scenari del fronte meridionale. Cominciava infatti a delinearsi un piano messo in atto da Silla per portare l’attacco finale al Sannio.

          Un contingente romano, guidato da Caio Cosconio, che si era imbarcato con la dichiarata intenzione di sbarcare in Oriente, era sbarcato in Apulia ed aveva conquistato senza colpo ferire Canne. Un successivo scontro con Caio Trebazio si era risolto a favore degli italici successivamente sconfitti sulle rive dell’Ofanto. Si parlava di quindicimila caduti sanniti e se anche il dato poteva essere preso con cautela era certo che le perdite dovevano essere state gravi. Quel corpo di spedizione romano, che sicuramente mirava con una operazione a tenaglia a ricongiungersi con le truppe di Silla, aveva rasa al suolo Canosa, inutilmente difesa con coraggio da Caio Trebazio,  e puntava, senza fare prigionieri, verso la terra dei Frentani e nei pressi di Larinum si era scontrato con i sanniti e frentani guidati da Mario Egnatio. Una battaglia ancora vittoriosa per i romani nel corso della quale Mario Egnatio aveva persa la vita.

           Herio era stato intanto richiamato da Gavio Papio Mutilo e si era a lui ricongiunto nel campo che lo stesso da più di due mesi teneva tra Venafrum ed Aesernia in attesa di decidere sul da farsi. Fu un Gavio Papio Mutilo quasi irriconoscibile per il palese nervosismo che traspariva dal suo comportamento a ragguagliare Herio sulla situazione in atto.

           –Quel dannato Silla ci sta mettendo alle strette. Avevo sperato inviando Mario Egnazio contro i suoi a Larinum di fermare le sue legioni che avanzano dall’Apulia ma ho solo perso un generale ed amico e ulteriori buoni soldati. Ora abbiamo Silla ad otto giorni di marcia su noi e tocca a noi cercare di fermarlo e quanto prima ci muoveremo.

            Ma i progetti di Gavio Papio Mutilo dovevano andare in fumo quando pochi giorni dopo,  e quindi prima che potesse prendere ogni iniziativa, e quando il suo campo si era cominciato a smantellare fu assalito alle prime luci dell’alba da Silla.

            I sanniti per quanto colti di sorpresa,  e con il campo nel più completo disordine per i preparativi di partenza in atto,  seppero reagire con determinazione.  Herio e Gavio Papio Mutilo confusi fra i loro soldati tentarono, battendosi con coraggio ed esponendosi nelle prime file, di ridare una organizzazione alle loro truppe inizialmente disorientate. Fu subito chiaro che le forze in campo erano determinate,  ben sapendo che l’esito della battaglia poteva rivelarsi decisivo per il proseguimento della guerra, ad infliggere una pesante sconfitta all’avversario. Con grande spargimento di sangue su entrambi i fronti lo scontro si protraeva in un altalenarsi di ripiegamenti e di contrattacchi sanguinosi ma non risolutori. Alle prime luci della sera, mentre si continuava a combattere, Herio fu informato che Gavio Papio Mutilo,  gravemente ferito e in pericolo di morire dissanguato, gli ordinava di raggiungerlo. Ceduto il comando si era precipitato dall’amico che si affrettò non fidandosi delle sue residue forze ad impartirgli suoi ordini.

            -Devi tener duro fino al calare delle tenebre. Non devi permettere che i romani lascino questo campo di battaglia con la convinzione di averci sconfitti. Non accendere i fuochi per continuare lo scontro  a meno che non lo facciano i romani. Penso che non lo faranno perché non possono sperare di concludere in nottata la battaglia in corso. Se nessuno accenderà i fuochi, nella notte disimpegna le nostre truppe e punta su Aesernia dove io mi vedo costretto a ritirarmi. Ma mi raccomando non chiudere comunque la battaglia se hai il sia pur minimo dubbio che i romani possano anche solo vantarsi di averci sconfitti.

            Né i romani né i sanniti accesero le fascine ed obbedendo agli ordini Herio riuscì a completare il suo silenzioso ripiegamento. Non tardò molto, portata dai pochi superstiti di Bovianum, ad arrivare la notizia che la città era caduta in mani nemiche e che i romani stavano compiendo sanguinose scorrerie in tutto il Sannio per razziarlo, per dare un segno che la guerra era ormai vinta e per impedire che si potessero fare arrivare rinforzi agli assediati di Aesernia. Gavio Papio Mutilo era stato curato e apparve evidente che la sua forte tempra gli avrebbe consentito di sopravvivere nonostante il sangue perso e la grave ferita. Fu però altrettanto evidente che sarebbe rimasto paralizzato dalla vita in giù. Se il corpo di Gavio Papio Mutilo era leso la sua mente restava lucida ed il pensiero assillante che lo angustiava era il sapere come procedesse la situazione al Nord. –Notizie di Quinto Poppedio Silone?-continuava a chiedere ogni qual volta un corriere portava nuove notizie.

            Il regolare arrivo di corrieri lasciava chiaramente comprendere come i romani, pur avendo presa posizione intorno alla città per non farne uscire gli assediati,  non intendevano bloccare i corrieri ben sapendo che le notizie che essi portavano sarebbero suonate preoccupanti  per i difensori di Aesernia così come non bloccavano la folla di civili, per lo più donne vecchi e bambini che cercavano di entrare in città e questo nella certezza che un maggior numero di bocche da sfamare avrebbe resa più difficile la pozione degli assediati

            La rivolta italica sembrava ormai avviarsi alla sua conclusione.  Ausculum era stata ripresa dai romani che avevano decretata la decapitazione di tutti i maschi di età superiore ai tredici anni ed avevano lasciate per lunghi giorni in piena balia delle truppe le donne per poi avviare quelle superstiti con i figli più piccoli verso i mercati degli schiavi. Non pago Pompeo aveva anche dato ordine di non bruciare i corpi delle migliaia di italici uccisi disponendo che i loro corpi dovessero imputridire nella città ormai abbandonata e con le porte sbarrate ed inchiodate dall’esterno. Ad Aesernia giunse anche, senza che nessuno tentasse di impedirglielo, Pontio Telesino ed i pochi superstiti delle sue truppe. Era evidente, anche in questo caso,  che i romani non ritenevano che gli esigui rinforzi potessero costituire un sostanziale rafforzamento del presidio assediato mentre, al contrario,  la loro presenza avrebbe aggravata la situazione in città sotto il duplice aspetto e delle scorte e sanitario. Un ulteriore gruppo di italici cui fu consentito di superare il cerchio assediante diede la risposta tanto attesa da Gavio Papio Mutilo perché a guidare il gruppo era Quinto Poppedio Silone per quanto a prima vista irriconoscibile. Dopo essersi lavato e ridato un aspetto presentabile, il comandante dei Marsi si presentò a Gavio Papio Mutilo ed i due vecchi amici rimasero a lungo chiusi nella stanza dello stesso Gavio Papio Mutilo. L’arrivo di Quinto Poppedio Silone comportò un unico cambiamento consistente nel fatto che Gavio Papio Mutilo gli delegò il comando ed Aesernia fu da quel momento considerata la capitale degli italici. 

            I mesi dell’autunno e dell’inverno, normalmente non dedicati ad operazioni militari, presero a scorrere con una lentezza esasperante registrando, con il calare delle scorte, un peggioramento delle condizioni degli assediati. L’inattività forzata portò anche fra i soldati un diffuso scontento, imputabile al doloroso pensiero delle famiglie lontane, mentre fra i civili cominciava a serpeggiare un forte malumore dovuto alla presenza di tanti soldati. Con l’approssimarsi della primavera Gavio Papio Mutilo convocati i suoi ufficiali rese note le sue decisioni.

            – E’ inutile nasconderci che la situazione in città vada degradando di giorno in giorno. Siamo tagliati fuori dal  mondo e sempre più raramente abbiamo notizia di quanto và accadendo lontano da qui. In queste lunghe giornate di inattività mi capita sempre più spesso di ripensare a tutto quanto è accaduto. Personalmente sono certo di non aver approfittato della fiducia che i popoli italici ci hanno accordato ma non posso non riconoscere, così come mi ha confermato Quinto Poppedio, che la nostra situazione ha portato in pratica all’estinzione del popolo dei Marsi, alla triste fine degli abitanti di Ausculum ed a migliaia di morti in tutti i popoli scesi in campo contro Roma. Dovrei concludere che la nostra grande avventura si sia trasformata in un colossale errore!

            Una lunga pausa aveva fatto seguito a questo esordio e l’ultima frase di Gavio Papio Mutilo poneva in tutti una domanda che molti dei presenti si erano già posti o sentivano latente.

            – Maproseguì Gavio Papio Mutilo- non credo che tutto sia finito e sono sempre più convinto che avremo ancora una possibilità di riprenderci la nostra libertà e di tenere alto il nostro onore ed orgoglio che non possono, comunque stiano andando le cose, essere da nessuno disconosciuti. Abbiamo anche mandato ai romani un chiaro segnale dell’unità di tutti gli italici che si sono visti costretti a questa guerra dall’arrogante politica di Roma di non trattarci da pari. Non siamo i soli a resistere perché lo stesso avviene anche a Venusia e più a sud Marco Pomponio rifugiatosi sulle montagne continua le sue azioni di guerriglia ed i Marsi,  anche se decimati,  non hanno voluto sottoscrivere alcuna resa con i romani. Anche Nola infine è ancora sannita. Occorre dare un pò di respiro a questa città stracolma ed evitare ulteriori problemi tra civili e militari. Ho quindi accordato a Quinto Poppedio Silone, che me lo chiedeva,  il permesso di effettuare una sortita con trentamila uomini ai quali si aggiungeranno alcune migliaia di schiavi affrancati al momento tra i più invisi alla popolazione civile. Se la sortita avrà successo Quinto Poppedio Silone conta di puntare su Bovianum per riconquistarla. Questo dovrebbe dimostrare che non siamo del tutto finiti e potrebbe riportare una certa libertà di movimento di truppe e di rifornimenti.

            La sortita fu messa a punto nei vari particolari e le porte di Aesernia si aprirono per fare uscire parte degli assediati. Sulle mura era accorsa tutta la popolazione per seguire, con trepidazione e grida di incoraggiamento,  l’audace sortita. E Silone come previsto, colpì nel punto risultato più debole lo schieramento romano, lo infranse, e si sottrasse con i suoi all’assedio. Una sortita che portò Silone fino a Venosa dove trovò la morte combattendo.

            La guerra degli italici non era ancora finita ma si avviava ad un periodo di stagnazione dovuta alle molte novità che si andavano registrando a Roma. Roma si trovava, infatti, nella necessità di affrontare una lontana guerra contro Mitridate e per l’affidamento di quel prestigioso comando si era acceso un duro scontro tra il vecchio Mario e l’ambizioso Silla che forte delle  precedenti esperienze fatte proprio con Caio Mario sia in Numidia, contro Giugurta, che contro i Cimbri ed i Teutoni, dopo i personali successi conseguiti nella guerra sociale, ormai cinquantenne, aspirava a gloria e potere che riteneva a lui da tempo dovuti.

Mario e Silla

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

 

 

 

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