Cap. 61- I rivali di Roma – Herio – Parte sessantunesima 

0
95

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

104 – 91 a.C. – Grazie a Mario Roma acquisisce nuove provincie – Herio approvvigiona di armi le popolazioni italiche in Gallia – Conosce Fillene e la porta con sé nel Sannio –   Quinto Poppedio Silone (capo supremo dei Marsi), contro il parere di Gavio Papio Mutilo(capo supremo dei Sanniti), ritiene che sia ancora possibile una soluzione pacifica con Roma per la cittadinanza dei sanniti – Passano molti anni da Fregelle tra posizioni diverse dei popoli italici tra chi vuole prendere le armi, come vuole Mutilo, e chi ritiene che occorra attendere, come ritiene Silone – Le speranze di Silone di ottenere la cittadinanza per gli italici viene delusa – Riunisce tutti gli italici a Corfinium per passare alla armi 

            104 – 91 a.C. – Gli anni che seguirono videro Mario, eletto console ogni anno aggiungendo all’illegalità della iterazione quella della continuazione,  affrontare prima i Teutoni (102) e poi i Cimbri (101) e farne strage. Come conseguenza a Roma fu deciso che la Gallia richiedesse per l’avvenire una stabile presenza di un magistrato romano e la Gallia Transalpina unitamente a quella Cisalpina costituì la nona provincia romana venendo ad aggiungersi alla Sicilia, alla Sardegna e Corsica, alle due Spagne, alla Macedonia, all’Asia ed all’Africa.  Mario si batté contro l’ostilità del Senato per la formazione di colonie nella Gallia Transalpina e grazie a lui anche i veterani italici si videro concedere delle terre.

Herio si recò sempre più frequentemente in Galliamentre più sporadici furono i suoi rientri a casa.  I suoi viaggi ora, a differenza dei precedenti, avevano assunto un elevato grado di pericolosità perché all’andata trasportava le ingenti somme con le quali pagare le armi mentre al ritorno scortava i trasporti di armi.

            Il lavoro  prese fin dall’inizio un ritmo serrato perché i ferrarii galli con i quali era entrato in contatto, ben lieti degli ingenti ordinativi, si misero al lavoro senza indugi producendo in gran quantità armi di altissima qualità.

            Viaggiando in quel paese a lui sconosciuto ebbe modo di apprezzare le doti di quel popolo che occupando la parte più a nord della penisola aveva sempre evitato duraturi contatti con le popolazioni italiche più meridionali.

            Certamente più rozzi nei costumi e più spartani nella quotidianità delle loro esistenze, i galli sapevano essere ad un tempo silenziosi ed instancabili lavoratori per poi trasformarsi in allegri e chiassosi compagni di bevute.

            Dopo una iniziale diffidenza i nerboruti artigiani del ferro presero a trattare Herio come uno di loro e quando ogni differenza linguistica fu superata Herio cominciò a sua volta ad apprezzarli.

            Quegli uomini abbrutiti dal fumo delle loro officine e dal loro assordante lavoro costituivano una corporazione assai rigida che sembrava chiudersi in sé stessa. Mentre gli uomini lavoravano nelle officine i compiti ritenuti più umili come l’agricoltura erano affidati alle loro donne che, sia pur considerate come delle inferiori, giocavano un ruolo fondamentale nell’economia familiare cosa questa ben diversa da quanto avveniva nel sud della penisola.

            Quelle donne quasi altrettanto forti e massicce dei loro mariti  nei momenti di riposo sapevano assumere un ruolo di chiassose compagne che non celavano, al pari dei loro mariti, la loro smania di vita che includeva altresì un quasi paritetico rapporto anche nel campo sessuale.

            Non dissimile dalle altre donne, ma accettata da pari nel mondo dei ferrarii,  Fillene,la piacente moglie di un mastro ferraro,curava buona parte degli ordini degli italici.

            Di alta statura colpiva l’attenzione per una fiammeggiante capigliatura e per la matronale eppure elegante figura.  A differenza delle altre donne, Fillene veniva accettata nel mondo dei ferrarii quasi fosse una di loro e non era infrequente vederla nell’officina del marito alle prese con magli e martelli avvolta da una nuvola di fiammeggianti scintille.

            Il primo incontro tra Herio e la donna era avvenuto in occasione di una colata e fra tanto fuoco la donna sembrava una divinità preposta a tale attività anche se poco di divino avevano gli ordini, spesso inframmezzati da colorite quanto grossolane imprecazioni decisamente più adatte ad una bocca maschile, che a gran voce impartiva ai suoi lavoranti Tutti però sembravano accettare e soprattutto temere la donna.  Herio realizzò che era in pratica la vera padrona di quella importante fabbrica e l’iniziale rapporto di affari  si trasformò presto in una paritetica amicizia.

            Finì, quindi, che Herio, anche per l’importanza dell’officina ed il particolare legame instaurato con Fillene, fece della casa di lei, subito messagli a disposizione, la propria base operativa.

            Seppe dalla stessa Fillene che il marito, un valente fabbro aveva cercato nel vino il conforto agli insuccessi organizzativi dell’azienda e che solo il giorno in cui la donna aveva assunto l’inconsueto ruolo direttivo della stessa le cose erano cambiate.

            Dai ferrari seppe che Fillene, prendendo a suo tempo in mano la direzione della fabbrica,  su due piedi aveva messo alla porta i più anziani collaboratori del marito introducendo nuovo personale e soprattutto nuove tecniche lavorative.

            Avendo questo quadro della donna non senza stupore, essendo stato una sera invitato a pranzo in casa della “domina”, come tutti la chiamavano, aveva scoperto una Fillene del tutto diversa da quella che aveva sempre visto nelle fucine.

            La donna indossava una tunica molto aderente che metteva in risalto le giuste proporzioni della figura, i suoi capelli, di solito raccolti senza grazia in una informe treccia, erano pettinati con cura secondo i canoni della moda corrente e sembrava assolutamente diversa dalla virago che nascondeva il corpo sotto informi camici da lavoro.

            Non indossando alcun tipo di calzature muoveva con passi che contribuivano a dare alla sua persona un che di sinuoso e felino conferendole un impensabile tocco di femminilità e di erotismo.

            Lo stesso alloggio di Fillene si presentava ricco, ordinatissimo e perfetto in ogni particolare e il tavolo sul quale erano disposti i cibi era oltre che esteticamente allestito anche invitante per la profusione di cibo.

            Fillene sicuramente apprezzò lo sguardo stupito ed ammirato di Herio e dovette compiacersene.

            Il pranzo fu perfetto ed il servizio, svolto silenziosamente da due schiave di rara bellezza, fu ineccepibile.

            Ben presto Herio si trovò a considerare la donna sotto una luce diversa ammettendo che la padrona di casa gestiva questo ruolo per lui inconsueto con la stessa maestria con la quale l’informe Fillene mandava avanti il lavoro delle fucine.

            Quando, quasi a nascondere il suo turbamento, affrontò i consueti e familiari discorsi di lavoro Fillene lo invitò educatamente a non farlo.

            –Non questa sera Herio, se non ti dispiace. Nella mia casa preferisco non essere la “ferraria” o la “domina”che tu conosci. Qui mi riapproprio del mio ruolo di donna.

            Parlando Herio rimase colpito dalla cultura  della donna che sapeva affrontare e dibattere  argomenti che di solito erano affrontati intorno ad una tavola di qualsivoglia famiglia di alto lignaggio. Dagli argomenti generali il discorso passò poi ad argomenti più specifici.

            -Parlami di te e della tua famiglia-lo invitò la donna.

            La domanda lo pose in certo senso in crisi in quanto  si accorse di aver poco da raccontare, non avendo una famiglia né interessi particolari legati ad una stabile vita sociale.

            -Credo, ora che mi fai pensare a me stesso, di non avere in effetti molto da raccontare di me se non dei miei viaggi e del fatto che alla loro base ci siano sempre stati motivi diciamo…. di lavoro. Mi fai rendere conto, e non l’avevo mai considerato, che vivo una vita anomala e che difficilmente mi sono fermato in qualche posto per il tempo sufficiente per vivere diciamo…. una vita normale.

            Fillene, che doveva aver intuito quanto Herio le confessava, sorrise e prese a raccontare di sé e di quello che come donna e non come “domina”sognava di fare.

            -Mentre tu hai sempre viaggiato io non ho mai lasciato questo posto. Ci sono tanti posti che vorrei vedere, tante cose che vorrei imparare.

            Dopo un lungo sospiro carico di rimpianti, gli occhi di Fillene si erano accesi come se un pensiero improvviso le avesse attraversata la mente.

            -Portami con te Herio. Liberami da questo posto dove vivo da reclusa.

            Dopo questa proposta ritenne di dover aggiungere qualcosa che suonasse tranquillizzante per l’attonito Herio.

            -Sarò un’amica discreta e non ho intenzione di interferire con i tuoi programmi e con i tuoi. . svaghi.  So stare al mio posto!

             Herio cambiò abilmente discorso anche se in cuor suo era certo che Fillene avesse avanzata quella richiesta senza pensare effettivamente di darle pratica attuazione.

            Le due schiave, riordinata la tavola, avevano preso degli strumenti musicali traendone una musica dolcissima dalla quale Herio, forse per aver fatto troppo onore agli ottimi vini degustati, si lasciò prendere.

            Si rese conto che Fillene aveva silenziosamente lasciata la stanza quando una delle due schiave, avendo smesso di suonare, presolo per mano lo invitò a seguirla. Seguì la donna e si ritrovò in un’ampia stanza, piena di luce soffusa,  che sembrava essere la camera di Fillene in quanto arredata in modo molto femminile e dominata da un gran letto. E su quel letto, quando ebbe abituato gli occhi alla minor luminosità dell’ambiente,  che lo aspettava nuda ed invitante Fillene. Obbediente ad un cenno  si avvicinò stendendosi al suo fianco.

            –Rimani fermo-lo invitò lei-sarò io a condurre il gioco.

            Mani agili e stranamente delicate lo denudarono lentamente accertandosi della disponibilità immediata del suo desiderio e Fillene montò su di lui prendendolo dentro di sé. Mantenendosi dritta su di lui fu sempre Fillene che condusse il gioco sapendo con perizia e con assoluto controllo dei loro sessi congiunti guidare i loro corpi in un lungo amplesso. Nella notte Fillene dette prova di una insaziabile voracità sessuale che grazie alle sue tecniche seppe trasmettere anche al suo compagno stupito dalle numerose varianti sul tema con le quali la sua partner seppe proporsi.

            Quando affrontò il viaggio di ritorno, Herio portò con sé Fillene, la quale, dette per scontata la sua partenza e non trovò nulla da ridire.

            La compagnia della donna, il suo evidente  entusiasmo per tutto quanto vedeva e sopratutto gli appassionati abbracci resero quel viaggio ben diverso dai molti altri che aveva fino ad allora compiuto. Fillene si rivelò un’ottima compagna di viaggio non imponendosi mai se non quando si trattava di scegliere il posto più accogliente per sostare o la locanda che fosse più rinomata per la sua cucina. Pretese solo qualche piccola deviazione rispetto al consueto itinerario di Herio e lui stesso ebbe a ringraziarla perché per la prima volta si ritrovò a viaggiare come un comune viaggiatore interessato alla  scoperta del paese e delle tante piccole o grandi cose che rendevano un viaggio indimenticabile.

            Sembrava che i tanti clienti della sua fucina le avessero fornito le indicazioni più appropriate per rendere interessante e piacevole la scoperta del paese in quanto Fillene sembrava tutto sapere dei posti che attraversavano e che tanto ardentemente doveva aver sognato di conoscere. Rendendosi conto che le maggiori spese di quel viaggio avrebbero potuto incidere sui bilanci dei suoi clienti italici, aveva affrontato il problema con l’abituale schiettezza.

            -La mia borsa è più  piena di quanto tu possa immaginare ed a casa ho una fortuna che mi sarà difficile spendere con la vita che conduco e che tu ben conosci. Lasciami  godere di questo viaggio e pagare come se fossi un qualunque tuo compagno di viaggio.

            Ma non era certo la mancanza di mezzi che aveva reso spartani i precedenti viaggi di Herio quanto la sua solitudine e quindi  la gioia e l’entusiasmo di Fillene si dimostrarono quasi sempre vincenti.

            Quando il viaggio poté considerarsi concluso, per quanto riguardava i compiti di Herio, viaggiarono più liberi da preoccupazioni e puntarono su Roma che Fillene voleva assolutamente conoscere prima di rientrare in patria.

            La stessa Roma che Herio ben conosceva gli apparve diversa ora che la viveva con la sua compagna di viaggio. Non persero nessuno degli spettacoli principali, girarono in lungo ed in largo la città ed Herio,  che si era sempre sentito un estraneo nei suoi precedenti viaggi   o peggio ancora una specie di spia, vinse ogni preconcetto e non poté che rimanere affascinato dalla città sentendosi, come poi in effetti era, un provinciale. Quando infine lasciarono Roma era rimasto inteso che Fillenelo accompagnasse nel Sannio e  che, dopo un breve periodo di riposo, riprendesse la via di casa verso la Gallia.

            Una volta rimasto solo, Herio, non volendo, si ritrovò a fare un bilancio degli anni passati .

            –A quarant’anni non ho conosciuto l’amore-constatò senza amarezza come un semplice dato di fatto. Ma un ricordo lontano riaffiorò nella sua mente            – Xenia! Io ho amato Xenia! Domani partirò, devo rivederla!.

            In viaggio per Nola, man mano che procedeva su quella stessa strada che per la medesima ragione aveva percorso quando era giovane ed innamorato, cominciò a meditare sull’impulso che lo aveva spinto a quel viaggio.

            –Sto agendo in modo irrazionale– ammise fra sè-sto inseguendo un sogno perduto che non potrò ritrovare. Io sono cambiato e lo sarà certo anche Xenia. Forse si è trasformata in una grassa matrona circondata da figli e nipoti. Forse ha seguito l’esempio della cognata e persa la ingenuità e freschezza che la rendeva bella ai miei occhi. Potrebbe anche essere morta, malata, inferma, essersi trasformata in un simulacro della donna che ricordo.

            Così riflettendo comprese che quel viaggio affrontato sull’impulso di un ricordo bellissimo di un amore lontano avrebbe probabilmente incrinato dei ricordi di bellezza e purezza che invece preferiva conservare intatti. Essendo in viaggio ed avendo rinunciato alla meta prefissatasi decise di puntare su Teanum per andare a trovare Gavio Papio Mutilo una volta tanto senza averne alcun motivo. Fu inevitabile che i due amici affrontassero argomenti connessi alle loro attività.

            Quinto Poppedio Silone– lo informò Gavio Papio Mutilosembra aver ripreso a credere in una soluzione pacifica dei nostri problemi. A Roma è diventato amico di quel Livio Druso che ad Aurasio gli ha salvata la vita e che a suo dire è un tribuno della plebe che ha in pari misura ricchezza, cultura, intelligenza e capacità oratoria, e si è entusiasmato dello slancio con il quale si interessa tanto ai problemi del proletariato quanto alle rivendicazioni dei popoli italici. Mi assicura che Druso porterà al senato una proposta di naturalizzazione per gli italici e chiede di rallentare i nostri preparativi.

            Il tono della voce di Gavio Papio Mutilo esprimeva chiaramente  lo scetticismo che da sempre aveva nutrito per una possibile soluzione incruenta.

            – Non ho potuto fare a meno di accogliere la sua richiesta impegnandomi a non precorrere i tempi. Sai bene che non credo che questo sia realizzabile e, se anche è vero che a Roma il problema dei popoli italici è stato posto sul tappeto, è anche vero che i cittadini ed il Senato  non sono maturi per risolvere la questione. Noi, al contrario, come sai, saremmo presto pronti a scendere in campo ed ogni dilazione può compromettere i nostri piani. Ma lasciamo perdere questi discorsi! Parlami di te, ti vedo piuttosto demotivato.

            – In effetti queste attese, questi rinvii dopo tanto lavoro spesso mi fanno pensare che tutto ciò che facciamo sia inutile. Spesso penso che non prenderemo mai le armi e questo mi fa pensare a quanto tempo ed energie tutti noi abbiamo sprecato e forse, questo è il peggio, abbiamo sempre saputo, non volendolo ammettere, che il nostro è stato solo un gioco fin dall’inizio. Sempre più spesso ormai dubito che un giorno vedremo nascere questa nazione italica che, libera da Roma, abbiamo da tempo sognata. Forse abbiamo sprecato la nostra vita!

            Questo amaro scambio di altrettanto amare sensazioni fu interrotto dall’arrivo della moglie di Gavio Papio Mutilo.

            –Sempre gli stessi discorsi! State invecchiando rimuginando sullo stesso argomento. Vi confesso che spesso ho pregato che alla fine vi decideste a farla questa vostra dannata guerra! Forse sarebbe meglio che sentirne parlare e forse finalmente tornereste ad essere realmente vivi! Ovviamente scherzo, ma guardati Herio, hai passato i quarant’anni e non hai ancora moglie e figli. Hai forse deciso che per questa ipotetica guerra debba estinguersi la tua antica famiglia?

            –Forse un giorno ci penserò-ammise Herio tra il serio e lo scherzoso-non sono poi ancora da buttare via.

            -Ma non pensi che se questa benedetta vostra guerra dovesse veramente scoppiare tu potresti venire ucciso?

            -Certamente ci ho pensato ma ho concluso che tutto è nelle mani degli dei.

            -Se non altro dimostri di esserti posto il problema.  E questo è già qualcosa!

            In effetti la risposta appena formulata metteva a nudo una domanda che Herio si era posta e ora d’impulso aveva data ad essa una inconscia ma non per questo meno veritiera risposta.

            -Credo che, se devo considerare finito il Sannio, potrò anche accettare che finisca una delle sue famiglie. Forse per me è meglio non avere un figlio che nasca romano e viva da romano.

            Nei successivi cinque anni Herio, sempre più deluso della sempre più lunga attesa di un evento che sembrava allontanarsi e svanirepreferì lasciare che altri si occupasse dei compiti a lui affidati tanto più che ormai i depositi erano completi e più che altro il suo compito si sarebbe dovuto concretizzare in una mera funzione di collegamento fra gli ipotetici ribelli. Tuttavia tornato a casa si dedicò- più che altro per avere qualcosa da fare -all’ addestramento dei suoi eventuali soldati. Fu quindi con gioia che ricevette un giorno l’improvvisa visita di Ponzio Telesino che aveva in sua vece assunto il ruolo di corriere tra i cospiratori italici.

            –Ti porto grandi novità Herio– annunciò l’amico

            –Buone o cattive?

            -Sta a te giudicare. Quinto Poppedio Silonemi ha incaricato di informarvi che i nuovi consoli Lucio Valerio Flacco e Marco Antonio Oratore hanno avuto l’incarico di procedere ad un nuovo censimento dei cittadini.

            -E allora?

            -Abbi pazienza. Questo censimento non avrà le stesse modalità dei precedenti in quanto non saranno i cittadini a recarsi nei municipia per la registrazione ma saranno i funzionari di Roma a percorrere in lungo e largo la penisola provvedendo al censimento.

            -Ripeto la domanda.  E allora? Cosa interessa a noi una cosa che riguarda i cittadini romani e solo loro ?

            -Questo è il punto.

            Ponzio Telesino creò una lunga pausa sospensiva quasi a voler suscitare l’insistente curiosità di Herio.

            –Quinto Poppedio Siloneinvita tutti noi e buona parte degli italici a registrarsi come cittadini romani.Dice di adoperare ogni possibile espediente per riuscirci e pensa che non sia difficile corrompere gli incaricati del censimento. Roma non potrà che prendere atto che molti italici si sono beffati di lei e si troverà di fronte ad una difficile scelta. Punire tutti coloro che si sono registrati irregolarmente o accettare una situazione di fatto.

            -Non credo proprio che si possa pensare che Roma riconosca valide delle registrazioni illegali.

            – E’ quello che sostiene anche Quinto Poppedio Silone ed è quello su cui fa affidamento. Per questo vuole che si registri il maggior numero possibile di italici, perché se a Roma si dovessero prendere drastici provvedimenti punitivi,  dato il gran numero degli individui da punire, sarà inevitabile che la nostra gente si veda costretta a difendersi prendendo le armi.  E non sarà quindi una sollevazione locale come a suo tempo fu quella di Fregelle ma coinvolgerà tutte le nostre nazioni.

            –Quinto Poppedio Silone può aver avuta una splendida idea-ammise Herio. –Farò quanto mi dici di fare e fornirò ai miei i mezzi per corrompere i funzionari.

            -Tu personalmente non farai nulla per quanto ti riguarda. Quinto Poppedio Silone mi incarica di dirti che tutti noi ci dovremo astenere da false registrazioni per non essere colpiti e per poter essere pronti a prendere in mano la situazione qualora, come prevedibile, si dovesse passare ad una fase insurrezionale.

            -Lo farò anche se mi sentirò in colpa dovendo chiedere ai miei di correre un rischio che non condividerò con loro.

            Dopo queste considerazioni i due amici si dedicarono a studiare i piani operativi ed organizzativi che a breve sarebbero potuti diventare una realtà. E quando le operazioni di censimento furono concluse non restò che aspettare le reazioni di Roma.

            Le prime notizie riportarono lo sdegno dei cittadini di fronte a quella palese sfida degli italici e la pressante richiesta che non si perdesse tempo a verificare le registrazioni per provvedere subito a passare alle operazioni punitive contro chi aveva tanto osato.

            –Non ti dico la rabbia di molti a Roma quando, avendo cercato i nomi, peraltro a loro ben noti, di molti di noi hanno dovuto prendere atto che non ci trovavamo negli elenchi. -comunicò Ponzio Telesino- Se i nostri nomi fossero stati in quegli elenchi stai pur certo che la punizione nei nostri confronti sarebbe stata immediata e avrebbe colto tutti di sorpresa.

            –Ma quali misure si intendono adottare?-interrogò Herio

            -Si è provveduto a dividere i territori italici in dieci parti ed in ognuna di esse sarà istituito un tribunale presieduto da un senatore. Poi si comincerà a punire.

            -Quale punizione è prevista?

            -Ogni individuo che si scoprirà illegalmente registrato verrà fustigato, verrà interdetta a lui ed alla sua discendenza ogni possibilità futura di ottenere la cittadinanza e dovrà pagare delle sanzioni pecuniarie cui sicuramente non potrà far fronte.

            -E se non pagheranno?

            -Chi non pagherà sarà ridotto in schiavitù per sette anni.

            -Penso che dovremmo fare di tutto per evitare almeno questo a coloro che hanno obbedito al nostro invito. Non potrei sopportare che delle persone siano ridotte in schiavitù per colpa mia, è già troppo che debbano subire la fustigazione.  Darò ordine ai miei di provvedere a pagare le ammende. Non credo che così facendo danneggerò la nostra causa perché lo sdegno sarà egualmente enorme e conseguirà il risultato voluto.

            Questa decisione tranquillizzò Herio e ben presto, essendo state insediate le previste commissioni senatoriali, iniziò la prevista campagna punitiva.

            Quello che i congiurati non avevano previsto fu che i cittadini irregolarmente registrati dovettero tornare alle rispettive località di origine anche se da lungo tempo avevano trasferito altrove la propria residenza.

            Iniziò quindi una trasmigrazione di numerose famiglie verso villaggi e località che molti di loro non avevano in gran parte conosciute e questo fu un grave motivo di malumore.

            Unica consolazione in tanto scontento derivava  dal fatto che i tribunali, pur avendo iniziato il proprio lavoro,  non sembravano voler lavorare in tempi brevi anche perché le commissioni, ben consce del malumore sollevato,  cercavano di procedere con molta lentezza quasi a voler scontentare il minor numero di persone passibili di punizione.

            Consolante– come riferì in un successivo incontro Ponzio Telesino- era anche il fatto che gran parte dei cittadini romani non vedeva di buon occhio queste drastiche misure temendo una reazione delle popolazioni italiche e comunque un generale sconvolgimento di un sistema in atto.

            –Lo stesso Mario– aveva aggiunto Ponzio Telesino- forse proprio per la sua origine italica ha apertamente espresso il proprio dissenso per la legge Licinia Mucia. E questo non per favorirci ma solo come segno di riconoscenza per i tanti italici che hanno fornito truppe a Roma pagando un alto tributo di sangue.

            –Ci sono buone speranze che la legge venga revocata?-aveva domandato speranzoso Herio.

            -Sono in molti a sperarlo ma sono senza dubbio in numero maggiore coloro che temono che un eventuale allargamento del diritto di cittadinanza possa sconvolgere irrimediabilmente quel sistema che è stato fondamentale per la grandezza di Roma.Direi che la ipotesi più probabile finirà per essere quella, da molti suggerita come intermedia,  di non tener conto dei dati del censimento, quasi non fosse mai avvenuto, e di lasciare le cose come stavano. Strano a dirsi sono soprattutto gli strati più poveri della popolazione romana a pretendere l’applicazione della legge. Penso che il fatto che costoro rappresentino una massa  notevole, che i capi non vogliono scontentare, finirà con il non consentire che le idee di una minoranza intellettuale, quale è quella cui Druso e Mario appartengono, possano prevalere.

            -Forse è questa la spiegazione del fatto che il lavoro dei tribunali stia procedendo a rilento. Inoltre gli stessi senatori delle commissioni sembrano essere disponibili a ogni corruzione se ben remunerata. Forse il risultato non sarà quindi quello che Quinto Poppedio Silone sperava.

            -Questo è quello che sostiene anche Gavio Papio Mutiloche, come ben sai, non è mai stato entusiasta per la scelta fatta. Lui è stato fin dall’inizio drastico e si è battuto contro chi di noi ha pagato per conto di terzi le multe. Continua a blaterare, e credo non senza ragione, che tutto quanto abbiamo messo in piedi sia solo un’ulteriore perdita di tempo che, per giunta, con tanti romani in giro per i nostri paesi mette a rischio la nostra struttura armata.

            –Per fortuna-aggiunse Herio-i tribunali sono operanti solo nelle grandi città dove non abbiamo depositi di armi e strutture militari di rilievo.

            – E’ vero come è anche vero che le truppe romane in questo periodo cercano di evitare di percorrere le nostre terre con la scusa di evitare incidenti e di dover proteggere i membri delle commissioni.

            –Comunque vada-fu il conclusivo commento di Herio- ancora una volta dobbiamo aspettare e ti confesserò che questo comincia a non piacermi.

            La successiva evoluzione degli eventi in atto fu costituita da un vertice, a Bovianum, tra Quinto Poppedio Silone Silone e Gavio Papio Mutilo. Herio in questa occasione ebbe l’incarico di garantire con i suoi uomini una discreta protezione e, prima dell’incontro, ebbe occasione di intrattenersi con Quinto Poppedio Silone sicuramente teso per il quasi fallimento delle sue speranze e chiaramente rassegnato all’idea di dover affrontare le critiche di Gavio Papio Mutilo.

            – Come va Herio? Sento la mancanza delle tue visite di un tempo.

            – Quest’attesa aveva finito per snervarmi e ho preferito tirarmi in disparte.

Quindi anche tu mi accusi di attendismo?-fu la domanda inevitabile e rassegnata di Quinto Poppedio Silone- Se fossi tu solo a dover decidere che cosa faresti?

            -Per mia fortuna sono solo un gregario e mi limito ad esserlo-fu la diplomatica risposta.

            -Le tue parole  suonano quasi fossero un rimprovero ma io continuo a pensare che la posta in gioco è troppo alta per correre rischi. Una volta giocata la carta di Gavio Papio Mutilo, e forse la tua, non avremo alternative e potremmo anche trovarci nella posizione di chi ha persa la posta sapendo di non poterla ricostituire.

            Dopo l’incontro Herio scortò Gavio Papio Mutilo sulla via del ritorno e poté quindi conoscere l’esito dell’incontro.

            –Quinto Poppedio Silone– lo informò Gavio Papio Mutilo- ha convenuto che si debba procedere tra dieci giorni ad un incontro allargato. Abbiamo deciso di incontrarci a Grumentum, quel posto sperduto nella terra dei Lucani. Non sembrano esserci grossi distaccamenti romani e siamo lontani da colonie latine.  A proposito sarai anche allora tu che dovrai garantire a tutti le vie d’accesso e vegliare che nessuno possa coglierci di sorpresa. Se ti sembrerà che qualcuno dei nostri sia stato seguito dirottalo in altre direzioni.

            -Farò di meglio– propose Herio-. Approfittando che da quelle parti ci sono un gran numero di sbandati dediti al banditaggio fingerò di essere io stesso un bandito. Potrò quindi plausibilmente trattenere elementi sospetti o sottrarre i nostri ad eventuali pedinatori indesiderati.

            -Ottima idea-ammise Gavio Papio Mutilo- Ti metterò in contatto con Lucio Alfanoche è l’indiscusso capo di questi “briganti”.   Come forse saprai in pratica spesso agiscono anche, con tale copertura,  per nostro conto.

Congedati i suoi uomini che rientravano a casa sotto le mentite spoglie di mercanti, si recò quindi da Lucio Alfano che volle a tutti i costi averlo per qualche giorno suo ospite.

            –Visto che dovrai forse mascherarti ancora da brigante è bene che impari qualcosa di più sui veri briganti-aveva scherzato Lucio Alfano. – Herio passa dei giorni con lui, fa conoscenza del  mondo dei briganti e mostra interesse per una ragazza al servizio di Lucio Alfano

            –Mi dicono che la ragazza sia un dono inviatomi da Cornelio Antipode. Mi sembra di capire dal tuo sguardo che tu non sappia di chi io stia parlando.

            -Non sbagli. Questo nome non mi dice assolutamente nulla.

Cornelio Antipode è il più famoso pirata che navighi su questi mari.  E’ un appulo costretto a diventare gladiatore della scuola di Capua per aver ucciso un esattore romano, ma, fuggito,  ha saputo trasformarsi rapidamente in un capo di altri sbandati e devo dire che da allora ha fatto molta strada tant’è che il suo solo nome semina il terrore tanto tra i greci che i romani. Dopo queste spiegazioni Alfano valutò attentamente la ragazza che sicuramente anche a lui risultava estranea.

            –Un pensiero gentile quello di Cornelio.-fu il suo commento.

            –Direi che è un bel regalo, visto che la ragazza è decisamente bella. -replicò Herio.

            -Senza dubbio, ma ho già tante di quelle donne che non credo di poterle dedicare tutta l’attenzione che meriterebbe. Faccio già fatica a soddisfare quelle che ho!-e con grandi ammiccamenti scoppiò nuovamente in una delle sue rumorose risate. -Ho deciso di regalartela !Ragazza vieni qui da me. Dimmi il tuo nome ragazza!-le ordinò Lucio Alfano.

            – Helenasignore-mormorò la ragazza con un filo di voce. Un moto di orgoglio sembrò illuminarle il viso coperto di rossore-Sono figlia di Euripide Xantio il cui nome viene pronunciato con grande rispetto a Creta, mia terra di origine.

            Herio seguiva a sua volta turbato quanto andava svolgendosi sotto i suoi occhi sentendo di essere parte di  quanto sarebbe, suo malgrado avvenuto.

            La ragazza, che non doveva avere certo più di quindici anni,  aveva lineamenti e modi che sembravano denotare una origine ben diversa da quella della gente nel cui mondo, suo malgrado, era finita. La orgogliosa puntualizzazione dimostrava che, pur nel terrore di quel mondo estraneo ed ostile, il suo carattere aveva mantenuta una innata fierezza.

            – Ragazza-annunciò a gran voce Alfano così che anche i più lontani fra i commensali presenti potessero udirlo- da questo momento sei di proprietà del mio amico Herio Pentro e voglio che tu sia all’altezza del regalo che intendo fargli.

            Ammiccando ai suoi uomini e guardando con occhio lascivo la ragazza soffermandosi ostentatamente sulle sue forme aggiunse, per il sollazzo dei presenti,  qualche altro particolare che i suoi uomini dovevano avergli rivelato.

            –Come sempre sono troppo generoso con gli amici e troppo preso dai miei affari. Mi dicono che oltre che bella-e così dicendo aspettò il commento rumoroso dei suoi uomini- il suo fiore sia ancora intatto.

            Sghignazzando dopo questo annuncio che fece ulteriormente avvampare la ragazza, sempre per la gioia dei presenti,  fingendo disperazione, aggiunse qualche altro commento cui immancabilmente fece seguito il rumoroso commento dei suoi.

            -Se avessi saputo che eri vergine forse avrei dovuto cogliere per primo il tuo fiore ma, pazienza, lascio questa fatica al mio amico!

            Ancora una volta i presenti rumoreggiarono alla battuta e si sprecarono i commenti salaci.  Herio turbato  stava per aprir bocca per rifiutare il non voluto regalo ma tacque credendo di leggere negli occhi della ragazza, che forse aveva intuito il suo pensiero, un invito a non rifiutarla.

            Si risvegliò l’indomani con un tremendo mal di testa. Una delle donne di Alfano gli portò i saluti del suo anfitrione annunciandogli che era dovuto partire all’alba ed Herio sentendosi quindi libero raccolse le sue poche cose desiderando allontanarsi da quel mondo a lui estraneo. Stava montando a cavallo quando sentì la donna che lo chiamava.

            –Non dimenticare che Alfano si augura di rivederti e  si è raccomandato di dirti che la strada per tornare per te è sempre aperta. E non dimenticare il regalo che ti è stato fatto.

            Così dicendo indicò Helena che, già montata su di un altro cavallo, attendeva in disparte vicino a dei muli stracarichi di bagagli.

            – Ma. . . cos’è quel carico?-interrogò Herio

            – Alfano stamani ha preparato per te questo carico divertendosi all’idea che quanto lui ha tolto ai romani possa andare in mano di chi si sta battendo contro di loro.Non rifiutare straniero perché Alfano non tollera che i suoi doni. . . quali che essi siano vengano rifiutati.  E poi, gli toglieresti la gioia di privarsi di qualcosa di suo per una nobile causa. Non è frequente che abbia questi momenti di generosità!

            Herio non se la sentì di replicare e lasciandosi guidare fuori dai boschi riprese la via del ritorno a casa. Nei pochi giorni di viaggio il suo interesse per Helena si limitò al minimo indispensabile anche se la ragazza si dimostrò particolarmente utile per la preparazione del campo e per i pasti. Quando il silenzio sembrò imbarazzante, e forse perfino offensivo nei confronti della sua silenziosa ed incolpevole compagna di viaggio,  Herio le chiese  di parlargli della storia che l’aveva portata al campo di Alfano.

            –Mio padre comandava una nave che teneva regolari rapporti commerciali con l’Apulia, sfortunatamente la sua nave fu intercettata e presa dai pirati e questo è costata la vita a mio padre ed ai suoi marinai. In quanto donna sono stata risparmiata perché i pirati speravano di ottenere per la mia liberazione un riscatto. Sfortunatamente per me, mia madre era morta da poco e a Creta i miei parenti non  hanno ritenuto opportuno,   essendosi appropriati di quanto apparteneva a mio padre, di pagare il riscatto richiesto ed eccomi qua, schiava dei briganti.

            Herio sentendo l’amarezza nella voce della ragazza si sentì obbligato a rassicurarla.

            -Io non sono un brigante anche se, per ragioni che è superfluo spiegarti, mi trovavo fra loro e ne vestivo i panni. Si può dire che sia un uomo ricco e se anche possiedo degli schiavi non mi occupo di loro, né li comprerei, perché queste sono faccende delle quali si occupa il mio amministratore.

            -Sarà allora a lui che mi affiderai?

            -No. Credo proprio di no. Francamente penso di lasciarti libera di tornare fra la tua gente perché mi sembra giusto e perché devi aver molto sofferto.

            -Sei molto gentile signore ma purtroppo mi ritrovo a non avere più né una famiglia né una casa cui tornare. Il fatto che nessuno a Creta abbia pagato un riscatto per me, e i beni di mio padre l’avrebbero ampliamente permesso, mi ha troppo chiaramente dimostrato che laggiù qualcuno abbia preferito perdermi. Sono quindi nelle condizioni di chiederti di tenermi con te. Avevo intuito che tu non fossi un brigante e, sola in una terra straniera, ho visto in te la mia unica salvezza.

            Herio sconcertato dalla richiesta  preferì rinviare ogni decisione ad un successivo momento.

            -Ne riparleremo una volta arrivati a casa e quando tutta questa tua brutta avventura sarà un ricordo.

            Placidio non pose domande quando Herio gli affidò la ragazza senza molte spiegazioni.

            – E’ una donna libera. Se vuole dalle un’occupazione e se così decide lascia che sia lei a sceglierla dopo che si sarà ambientata.

            Pochi giorni dopo il suo rientro Herio ricevette la visita di Gavio Papio Mutilocon le notizie di quanto era stato discusso nell’incontro.

            –Quinto Poppedio Siloneha ricevuta una inaspettata visita del suo amico romano. Druso gli ha consigliato di allontanare i nostri falsi registrati dalle città dove si sono registrati perché a Roma pare che si sia deciso di affrontare di petto la questione delle registrazioni e si cercheranno, per punirli, tutti coloro che non hanno obbedito all’ordine di tornare nelle località di provenienza. Sempre Druso ha informato che pur tuttavia non saranno impegnate le truppe su vasta scala perché sempre più si parla di una nostra possibile rivolta armata. Le commissioni senatoriali che dovranno individuare chi non ha ottemperato all’ordine di rientrare nei paesi dove sono stati inizialmente registrati avranno a loro disposizione un centinaio di cavalieri e questo renderà molto difficoltoso il loro lavoro. Lo stesso Druso, nella stessa occasione,  ha saputo convincere Quinto Poppedio Silone che  continuerà ancora a battersi  in favore della concessione della  cittadinanza agli  italici ed il nostro comune amico nell’incontro di Grumentum, e tu conosci la sua abilità dialettica, è riuscito a convincere i più a rinviare il ricorso alle armi. Quindi ancora una volta, e questo non me lo sarei aspettato, l’ordine è di attendere. Volenti o nolenti dobbiamo quindi adeguarci a questa direttiva.

            L’amarezza era così palpabile nella voce di Gavio Papio Mutilo che l’argomento venne chiuso senza ulteriori approfondimenti. Quanto annunciato si verificò puntualmente. Presto si insediarono ad Aesernia i due senatori che costituivano la commissione e la loro scorta si limitava ai previsti duecento cavalieri. Ovviamente fu per loro arduo il compito di rintracciare i falsi registrati e solo pochissimi caddero nelle loro mani.

            Sembrava infatti che un impenetrabile muro di omertà si erigesse per vanificare le ricerche.  I pochi che furono individuati erano per lo più cittadini abbienti che non se la erano sentita di lasciare le loro attività e che comunque si sentivano in grado di sopportare il peso delle pene pecuniarie. Poco o nulla a tutti in effetti importava la  minacciata perdita di una futura quanto ipotetica cittadinanza romana.

            Più penoso era stato il caso di piccoli coloni che senza alcun mezzo avevano preferito non lasciare i piccoli appezzamenti che costituivano la loro unica fonte di reddito ma per essi sarebbe valso l’impegno dei capi a pagare per loro conto le ammende e questo bastava loro.

            Quando i due senatori si resero conto delle difficoltà che incontravano ricorsero,  anche se di controvoglia,  a maniere forti torturando qualcuno dei loro sventurati prigionieri ma ciononostante non riuscirono a estorcere loro alcuna confessione utile. L’ opposizione popolare nei loro confronti crebbe e,  sentendosi poco garantiti dagli scenici dodici littori che li accompagnavano e delle poche truppe a disposizione, cercarono di concludere in fretta, anche se infruttuosamente, il mandato ricevuto.

            Quando Herio ebbe occasione di incontrare i due senatori percepì chiaramente che Quinto Lutazio e Catulo Cesare, in quanto estratti a sorte per l’ingrato compito loro affidato, avevano una dannata fretta di rientrare a Roma.  I due giovani senatori erano infatti turbati e preoccupati di una serie di contrattempi, incidenti e fortuite coincidenze che quotidianamente turbavano la loro giornata. Mai come allora la città che li ospitava sembrava essere invasa da serpenti ed insetti, mai come allora i cavalli si azzoppavano con frequenza ed i loro finimenti sembravano marcire.  I loro cibi e provviste, per quanta attenzione vi venisse posta, finivano per risultare avariati costringendoli a vivere in un continuo sospetto che fosse in atto una manovra ben congegnata per avvelenarli.

            Un periodo che doveva essere di terrore finì per trasformarsi inuna interminabile  sequela di  divertenti e spassosi  “incidenti”e sulla presenza dei due senatori fiorivano di continuo nuovi aneddoti e racconti.

            -Gli assaggiatori fingono casi di avvelenamento. -I senatori ed i loro cavalli stanno dimagrendo. -Il terrore che li circonda sta creando nei romani una grave crisi di astinenza sessuale. -I soldati ormai quasi apertamente si rifiutano di eseguire ordini che li esporrebbero a rischi di rivalsa. – Quella parte della  scorta formata da gladiatori, e che vede in tutto questo una liberazione dalle grinfie del lanista, sembra quasi schierata dalla nostra parte.

            In occasione di un suo viaggio ad Aesernia Herio si trovò inconsapevole testimone di una scena del tutto inaspettata. I due consoli, nelle loro lettighe precedute dai littori e scortate dai cavalieri,  stavano sfilando tra una folla di cittadini plaudenti e di tanto in tanto dalla folla si levavano irriguardose ed irrisorie battute nei confronti del corteo.

            –Cosa succede-si informò incuriosito.

            –Il tribunale ha chiuso i battenti– rispose un artigiano che aveva interrotto il lavoro per godersi la scena.

            -I romani vanno via. La loro missione è finita nel ridicolo– aggiunse un altro.

            Herio assistette divertito allo spettacolo, poi raggiunse i suoi amici “cospiratori” con i quali doveva incontrarsi. L’euforia che regnava nelle strade sembrava aver contagiato anche i suoi amici.  C’erano tutti, Mario Egnatio, Caio Papio Gavio Papio Mutilo, Ponzio Telesino e Caio Trebazio. Gavio Papio Mutilo fece il punto della situazione.

            – Caio Mario e Publio Rutilio Rufo sono riusciti a far approvare dal Senato romano un emendamento alla legge Licinia Mucia e i tribunali speciali sono stati aboliti.

            – Allora-lo interruppe Ponzio Telesino- se non si controllano più le registrazioni chi si è registrato sarà considerato cittadino?

            – E’ questo che speri?-replicò furibondo Gavio Papio Mutilo.

            – Non pensavo a questo– cercò di giustificarsi Ponzio Telesino.

            – Calma, calma amici-intervenne conciliante Mario Egnatio- Non mi sembra il momento di scaldarsi per delle sciocchezze e comunque dobbiamo essere contenti dell’abolizione dei tribunali.

            Poi rivolto a tutti e in particolare a Ponzio Telesino completò il discorso lasciato a metà da Gavio Papio Mutilo dopo l’interruzione.

            -Il censimento è stato annullato e se non altro abbiamo raggiunto lo scopo di mettere nel ridicolo una legge di Roma e di aver inequivocabilmente dimostrata la coesione dei popoli italici.  E non è poco. Oggi dovremmo forse festeggiare la nascita di una nazione italica e la sua prima vittoria perché la nostra è stata una vittoria.

            Questa volta fu Gavio Papio Mutilo ancora furioso ad interrompere l’amico.

            -Io sarò contento solo quando ci riuniremo per festeggiare ben altra vittoria!

            –Credo che tutti noi saremo più felici di poter festeggiare la vittoria cui ti riferisci– intervenne Herio- ma nonostante tutto oggi abbiamo lo stesso qualcosa da festeggiare.

            –Festeggiare?-riprese Gavio Papio Mutilo sempre più irato- Festeggiare cosa? Cosa è cambiato per noi oggi o negli ultimi anni? Abbiamo scrollato forse dalle nostre spalle il giogo di Roma? Siamo forse ritornati liberi? No amici! Forse dovremmo gioire per la partenza di due ridicoli senatori romani?  A me invero sembra ben poca cosa dopo anni di preparativi e di cospirazione!

            L’ira di Gavio Papio Mutilo calò su tuttifrenando il precedente entusiasmo.

            -Abbiamo solo perso sette anni! Vi sembra poco!- Poi riprese calmandosi ma sconsolatamente –Guardatevi amici miei, siamo tutti ormai sulla cinquantina. Ricordatevi gli anni che avevamo a Fregelle, io ne avevo venti e tu Herio solo diciassette e mi fermo qui con questo patetico conto. Sono passati trentatré anni da allora e noi. . . noi continuiamo a sognare. Siamo sempre gli stessi solo che ora siamo dei vecchi che ancora sognano, come allora, di. . . di vincere Roma!

            Amareggiato Gavio Papio Mutilo mosse per allontanarsi ma Herio lo trattenne.

            -Non andare amico, dicci cosa fare. Tu sei sempre stato la nostra guida.

            –Cosa fare? Io invoco una guerra fatta di morte e di dolori. Ma nessuna delle più recenti generazioni, fatti salvi i combattenti superstiti di Fregelle,  sa più cosa ciò significhi! I pochi che hanno combattuto l’hanno fatto sotto le insegne di Roma per una o più guerre che non erano le loro ed in questo c’è grande differenza! Io vorrei chiamarvi ad una guerra “nostra”ma forse il popolo sannita e quelli italici preferiscono per il loro bene che la mia voce taccia!

            Herio rientrato a casa meditò sulle parole di Gavio Papio Mutilo e sui trentatré anni di attesa che li separavano da Fregelle. Ma se anche Gavio Papio Mutilo aveva ragione di lamentarsi quei lunghi anni non erano trascorsi invano. A Fregelle i sanniti si erano battuti per il Sannio, oggi invece si parlava ormai dovunque di una posta più alta perché nel frattempo era andata crescendo e si era diffusa una comune mentalità italica.  L’unificazione infatti si era, lentamente, realizzata, pur senza guerre, e, come Quinto Poppedio Silone aveva sostenuto, si era affermata proprio con la massiccia ed unitaria reazione al censimento di Roma. Questo fronte comune poteva dirsi cementato ed il processo, ormai avviato, sarebbe stato inarrestabile. Quei trentatré anni avevano dato,  comunque, un loro frutto e l’avvenire, forse, ed in tempi brevi, avrebbe portata la risposta che tutti si aspettavano.

            –Se il processo si concluderà quando non saremo più in vita-concluse mentalmente Herio –ciò non significherà comunque che le nostre vite siano andate del tutto  sprecate.

            La lex Minicia de liberis del 91seguì questi avvenimenti prevedendo che i figli nati da matrimoni misti tra romani ed italicidovessero ottenere la cittadinanza meno favorevole e rafforzò quindi la posizione del partito che in Roma osteggiava qualunque apertura agli italici perché ora era precluso perfino ai romani di far riconoscere come tali i figli nati da donne non romane.

            Questa legge ebbe il pregio di sdegnare la parte più giovane degli italici che cominciò a invocare a gran voce la guerra. Gavio Papio Mutilo ed i vecchi amici furono da più parti sollecitati a prendere in mano la soluzione e quando si riunirono li accolse un Gavio Papio Mutilo raggiante.

            –Questa volta ci siamo! I giovani ed il popolo sono con noi! Non siamo più dei vecchi sognatori solitari. Ognuno di voi mi ha riferito che la propria gente reclama la guerra. Gli stessi romani sono ora preoccupati e i loro funzionari sembrano aver persa gran parte della loro arroganza.Ma ancora una volta Quinto Poppedio Silone, che oggi non ha potuto raggiungerci, ci invita alla calma e  propone a tutti gli italici di giurare di diventare clienti di Druso che,  ancora una volta, ci chiede di pazientare  per un anno convinto di poter ottenere la fine della nostra discriminazione. Giuriamo, ma sia chiaro che questa sarà l’ultima voltache, in rispetto degli sforzi del tribuno MarcoLivio Druso, cui devo dare atto di essere un uomo d’onore, cederemo alle promesse.  E giuriamolo di buon animo perché ormai siamo certi che i nostri popoli sono pronti a seguirci sulla più ardua via della guerra.

            L’invito di Druso fu accolto e gli italici in massa segretamente giurarono di diventare suoi clienti. In effetti Druso forte della segreta adesione degli italici riuscì a far approvare, riprendendo i discorsi di Tiberio Gracco, una legge agraria che ridimensionava le terre italiche che, trasformate in ager publicus, erano sotto il controllo delle più influenti famiglie romane. Ma la cosa, all’insaputa di Livio Druso, avrebbe comportato delle conseguenze proprio in danno degli italiciche al contrario mirava a favorire. Gavio Papio Mutilo si sforzò di far comprenderei lati positivi così come quelli negativi che  tale legge avrebbe comportato e,  ad un gruppo più ristretto dei suoi compagni,  fu suggerita una contromisura concordata fra i capi italici.

            -Una volta vinti e diventati “alleati” di Roma siamo stati costretti a cedere un terzo delle nostre terre migliori ai nostri vincitori. Ben presto per la cupidigia degli amministratori romani,  per la loro palese difficoltà di esigere canoni e rendite da una miriade di nuovi assegnatari romani,  per l’incapacità o scarsa volontà degli assegnatari a trasformarsi in coloni è stato facile per gli amministratori romani di rilevare quella miriade di appezzamenti per farla gestire da poche grandi famiglie. Per anni molti di noi per sopravvivere hanno lavorato per conto delle grandi famiglie romane quelle terre che un tempo erano state nostre, ma anche questo sta finendo in quanto dalle lontane colonie d’oltre mare sempre più  affluiscono numerosi schiavi. Ora Livio Druso riprendendo l’opera interrotta di Tiberio Gracco e del fratello Caio chiede che questi grandi latifondi vengano nuovamente misurati per sanare gli abusi in nostro danno effettuati. Purtroppo molti dei nostri,  approfittando della scarsa solerzia degli amministratori e proprietari romani, hanno avanzato a loro favore molti termini lapidei per riappropriarsi di qualche fazzoletto di terra. La situazione più che da noi si prospetta soprattutto pericolosa fra gli Umbri ed i Piceni. L’invito che a tutti viene rivolto è di evitare scontri per evitare le probabili rettifiche. Se dovremo batterci non sarà per pochi metri di terra. Abbiamo tuttavia concordato, per distogliere l’attenzione dei romani e per far capire comunque che siamo pronti a batterci, un’azione militarein danno dei consoli romani di ritorno dalle celebrazioni di Giove Laziale. L’azione sarà portata a termine da non più di duecento dei nostri ed ho chiesto ed ottenuto che venga condotta dai noi sanniti che per l’occasione sfodereremo nuovamente le nostre insegne.

            Fra coloro che Gavio Papio Mutilo personalmente prescelse ci furono Herio e Caio Trebazio cui Gavio Papio Mutilo ritenne opportuno fornire ulteriori spiegazioni.

            -Vi ho detto che Quinto Poppedio Silone Silone è al corrente di questo piano e che pur non condividendolo ci ha lasciato carta bianca. La verità è che Silone è apertamente contrario perché nutre molta fiducia nelle promesse di Livio Druso. Ma devo aggiungere anche che temendo che la nostra azione possa essere controproducente si è in pratica riservato di lasciare filtrare l’informazione all’amico romano. La nostra missione potrebbe pertanto, grazie a Quinto Poppedio Silone Silone,  trasformarsi in un clamoroso insuccesso.

            –Quinto Poppedio Silone non tradirà mai i suoi amici-affermarono con sicurezza alcune voci sdegnate.

            -Io non mi sento altrettanto sicuro. Non penso che ci tradirà ma potrebbe tradirci la sua eccessiva fiducia in Livio Druso che per i miei gusti sa troppo di quanto stiamo facendo. E’ pur sempre un romano! Per questo ho mandato persone di mia fiducia a verificare se ci siano in atto spostamenti sospetti di reparti romani. E’ bene quindi che  tu Herio e tu Caio Trebazio, visto che guiderete separatamente i due diversi gruppi che si riuniranno sul luogo dell’imboscata, vi teniate pronti, in caso doveste aver sentore di un pericolo,   ad agire di vostra iniziativa e a sospendere se del caso l’azione.

            E il giorno dell’imboscata vennee tutti i partecipanti sembravano galvanizzati all’idea di prendervi parte. I due contingenti si erano ricongiunti e  stavano prendendo posizione quando uno degli uomini messo di vedetta giungendo trafelato annunciò che il bosco nel quale si trovavano era circondato e che l’itinerario dei consoli era stato cambiato.

            –Disperdiamoci– ordinò Caio Trebazio.

            –No!-replicò Herio- oggi vestiamo le insegne sannite e come sanniti dobbiamo dimostrare che siamo pronti a batterci e morire!Il nostro doveva essere un segnale a Roma ebbene che lo sia lo stesso anche se ci dovrà costare la vita. Apriamoci la via con le armi e, se dovremo morire, moriremo con l’orgoglio che i nostri avi ci hanno tramandato.

            Caio Trebazio sembrava esitare ma un anziano centurione si fece avanti e parlò a nome dei soldati.

            -Siamo venuti per batterci e ci batteremo!Non è in ballo la nostra vita ma il nostro onore.

            Un urlo di approvazione si levò dalle file sannite ed Herio estratta la spada diresse verso l’ormai visibile cerchio di legionari romani mentre alle sue spalle i suoi uomini facevano risuonare alto il grido di guerra sannita. I romani impreparati a quella non prevista carica sembrarono sbandarsi ma la schiacciante superiorità numerica infuse ben presto un nuovo ordine e lo sparuto stuolo sannita fu presto circondato in un cerchio di spade.

            Lo scontro, duro e sanguinoso,  fu momentaneamente interrotto dalla voce  di Caio Trebazio che riuscito ad aprire un varco nelle file nemiche cercava di tenerlo aperto.  Herio ed i suoi si lanciarono nella direzione loro indicata proprio nel momento in cui un colpo di spada spezzò l’urlo di Caio Trebazio che crollò al suolo. Il varco era tuttavia aperto ed i sanniti iniziarono a ripiegare. Herio chinatosi sull’amico colpito registrando che era ancora vivo gettò via la spada per caricarsi sulle spalle il corpo del compagno. Una volta rotto l’accerchiamento la fortuna assisté i pochi superstiti sanniti, non più di una ventina, che si imbatterono negli incustoditi cavalli dei romani.

            –In sella-urlò Herio-e tagliate le corde agli altri cavalli per disperderli!

            L’operazione era conclusa e le perdite romane avrebbero dimostrato, laddove ce ne fosse stato bisogno, il valore sannita.Quando i fuggitivi si poterono concedere un momento di riposo essendo sicuri di non essere inseguiti, Herio si rese conto di avere un fianco squarciato ed una brutta ferita sul capo.

            –Andate– ordinò ai suoi uomini sentendosi mancare le forze-Non preoccupatevi di me.

            Il suo invito fu raccolto ma il centurione che prima aveva parlato a nome dei soldati si chinò su di lui, verificò la sua ferita e,  dopo averla tamponata, frettolosamente,  ma con mano abile ne ricucì i lembi e caricato senza sforzo il corpo del suo comandante sul  cavallo partì al galoppo.

            -Ti riporterò nel Sannio Herio Pentro, vivo o morto che tu sia e lo farò dovesse essere la mia ultima azione su questa terra.

            I giorni seguenti Herio li trascorse in stato di completa incoscienza poi il suo corpo stremato cominciò a registrare improvvise ed alterne sensazioni di caldo e di freddo come se il corpo venisse lavato ed asciugato a periodi che non sapeva quantificare. Con il passare dei giorni, pur sempre incosciente ma ormai certo di essere vivo, si rese conto che mani esperte curavano la sua ferita.  Cercò di guardarsi intorno ma era avvolto dal buio più completo tanto da convincersi di essere diventato cieco. Riacquistando lucidità realizzò che il caldo che seguiva ai frequenti lavaggi gli doveva essere trasmesso da un corpo che si stringeva a lui e non appena gli fu possibile muovere una mano ne cercò la conferma.

Realizzò con stupore che quel calore gli veniva effettivamente trasmesso da un corpo che si stringeva a lui per riscaldarlo e gli fu impossibile, percorrendone le forme,  non realizzare, nonostante i vestiti che lo ricoprivano,  che si trattava di un corpo femminile che giudicò, sentita la freschezza della pelle e la saldezza dei seni, giovane. Mentre la  mano esplorava curiosa quel corpo sconosciuto ebbe la sensazione che lo stesso sembrasse non sottrarsi alle sue indiscrete carezze favorendo anzi i lenti movimenti della sua mano. La successiva scoperta,  consentitagli dalla riacquistata anche se limitata capacità di movimento, gli permise di accertarsi che i suoi occhi erano, come del resto tutto il viso, coperti da una stretta fasciatura e questo gli permise di sperare di non aver perso, come temeva, la vista. Con il riacquistare progressivo delle forze e delle facoltà cominciò a distinguere la voce della sua benefattrice ma, per quanti sforzi facesse, non riuscì a collegarla ad un volto noto. Quando infine, impaziente, decise di mettere alla prova i suoi occhi liberandosi da solo delle bende che gli fasciavano il capo poté infine osservare la sua sconosciuta infermiera.

            –Come ti chiami?-mormorò la sua voce improvvisamente tornata alle sue labbra.

            Vide la ragazza sobbalzare al suo inatteso risveglio e notò che il viso di lei si copriva di rossore.

            –Sono Helena, padrone. Sono la donna che ti è stata ceduta da Lucio Alfano.

            -Sei cambiata.

            – E’ soltanto passato del tempo da quando mi hai vista l’ultima volta.-Rispose imbarazzata la donna.

            –E dove sei stata in questo tempo?

            -Non ricordi padrone? Mi affidasti a Placidio perché mi occupasse nella tua casa. Sono sempre stata qui anche se tu non mi hai più notata. Placidio è stato molto gentile con me ed ho ritrovata la mia serenità. . . mi ha sempre detto che gli ricordavo una sorella che ha perduta.

            Helena parlando si era avvicinata e provvedeva a finire di sbendargli il capo e sembrava che la consapevolezza del suo risveglio avesse reso meno sicure le sue mani fino ad allora sempre leggere e competenti. Dopo avergli lavato il viso e gli occhi le mani di Helena sollevarono la tunica di Herio che poté finalmente osservare il violaceo squarcio del fianco che tanto dolorosamente l’aveva fatto soffrire durante il suo stato di incoscienza. Ricordandosi della ferita e dell’azione durante la quale era stato ferito chiese notizie.

            -Quanto tempo è passato da quando sono strato ferito?

            -Hai lottato con il sonno e con le ferite più di un mese.  I migliori medici che ti hanno visitato avevano escluso un tuo risveglio

            -Sai qualcosa del mio amico Caio Trebazio?

            -Si è ripreso in pochi giorni e non manca di chiedere tue notizie. Ho l’ordine di avvertirlo qualora ti fossi risvegliato dal tuo sonno. Ma ora scusami signore, corro a chiamare Placidio che non mi perdonerebbe mai se non lo chiamassi subito.

            Così dicendo Helena scivolò via.

            Ritornando alla normalità con l’aiuto di Placidio Herio  notando che Helena non si era più fatta vedere ne chiese notizie a Placidio.

            -Helena mi ha chiesto di dispensarla dal tuo servizio ora che sei guarito. E’ tornata ad occuparsi delle scuderie come ha sempre fatto da che è con noi. Quella donna ci sa fare con i cavalli.

            -Ma devo ringraziarla, credo che molto merito della mia guarigione, che tutti voi giudicate miracolosa, lo debba a lei.

            -Non ti preoccupare, la rivedrai.-ed immancabilmente,  questa continuò ad essere la laconica risposta di Placidio, ogni successiva volta che ne chiese notizie.

            Quando fu finalmente in piedi ed in grado di muoversi senza aiuto si recò da solo in cerca di Helena e la scorse rientrare al galoppo con una focosa puledra. Poté ammirarne non visto la grazia ed il viso constatando che la poteva considerarsi una vera bellezza. Ammirandola gli sembrò quasi di risentire le sensazioni che le sue mani gli avevano trasmesso quando aveva cercato di scoprire qualcosa di quel corpo sconosciuto steso al suo fianco e sentì imperioso il desiderio di riaverlo vicino.  Facendosi avanti sentì la sua voce tradurre in parole quanto era passato per la sua mente.

            -Ho bisogno di te Helena.

            La ragazza si volse verso di lui arrossendo.

            -Io ti appartengo signore.

            -Non è questo che voglio. Mi sembra di ricordare che quando tornammo a casa ti dissi che ti consideravo una donna libera.

            -Lo ricordo signore e te ne sono grata.

            –E allora perché non sei più venuta da me, ti volevo ringraziare. -Herio tacque per qualche momento-Dovrò forse essere ferito un’altra volta per averti vicina?

            Helena dovette intuire molto di più di quanto Herio avesse detto e guardandolo dritto negli occhi formulò precisa la sua risposta.

            -Visto che mi ritieni una donna libera perché non mi domandi se voglio essere la tua donna?

            -Vuoi essere la mia donna?

            -Certo che lo voglio. . . Herio!

            A questo punto sembrò naturale ad entrambi dirigere verso casa e, nell’intimità della sua stanza, Herio finalmente abbracciò Helena lasciando che le sue mani riscoprissero il corpo di leiQuando il loro abbraccio, una volta liberatisi dei vestiti, si trasformò in un amplesso Herio comprese di essere stato il primo uomo di Helena e ne fu lieto. Dimentico di ogni altra cosa, in preda a quella che lui amava definire la sua passione senile, cercò fra le braccia di Helena una giovinezza che credeva perduta.

            Dimentico dei problemi fu riscosso dalla sua nuova vita quando un messaggero gli portò una improvvisa notizia.

            –Quinto Poppedio Silone Silone è in marcia verso con Romacon diecimila fanti in assetto di marcia leggero. Gavio Papio Mutilo mi ha ordinato di preavvertirtiin modo che tu possa tenerti pronto per gli sviluppi futuri.

            -Sarò pronto, ma dimmi Gavio Papio Mutilo sarà felice ora che proprio Quinto Poppedio Silone ha rotto gli indugi?

            –Gavio Papio Mutilo e Quinto Poppedio Silone si sono riappacificati. Gavio Papio Mutilo infatti aveva giurato che non avrebbe mai perdonato a Quinto Poppedio Silone i  sanniti sacrificati nel fallito attentato ai consoli quando tu stesso sei stato ferito. Ma Quinto Poppedio Silone ha formulato a Gavio Papio Mutilo le sue scuse giustificandosi con il fatto che pur avendo lui informato il suo amico romano, Livio Druso,non pensava che le cose precipitassero al punto che tu ben sai. In effetti pare che Livio Druso si fosse limitato,  con una scusa più o meno plausibile e senza svelare il nostro piano, a far cambiare l’itinerario del console. Ma qualcuno deve aver sospettato che ci fosse ben altro e quindi vi siete trovati davanti i soldati. Pare che non sia stato facile per lo stesso Druso evitare di essere considerato un traditore. Si dice anche che  abbia molti nemici a Roma che sarebbero stati fin troppo lieti di screditarlo per sbarazzarsene.

            -Quindi è stato veramente lui ad informare i romani?

            -Quinto Poppedio Silone se ne è assunta la piena responsabilità, ma ora questa è acqua passata.

            -Allora Quinto Poppedio Silone ha rinunciato a credere alle promesse di Livio Druso?

            -No, Livio Druso continua a battersi per il riconoscimento della pari dignità e diritti per noi italici ma purtroppo i suoi appelli non vengono raccolti. Quel che è peggio è che a Roma, come ti ho detto, si diffida di lui e lo si accusa apertamente di essere dalla nostra parte.

Quinto Poppedio Silone– continuò il messaggero- sta muovendo verso Roma e vuole essere considerato il solo diretto responsabile di questa grave minaccia. Vuole con il suo gesto, che molti definiscono folle, forzare la mano al Senato perché riconosca le nostre richiestee sembra che il Pontefice Massimo si sia dimostrato possibilista. Ha tuttavia  precisato che ritirerà i suoi uomini solo quando otterrà quanto richiede ed ha fissato il termine utile della sua attesa fino al giorno in cui cesseranno i tribuni in carica. Questa data è prossima e per questo Gavio Papio Mutilo ci vuole tutti pronti.

            Purtroppo lo stesso messaggero a novembre informò Herio che Livio Druso era stato uccisodopo che a Roma si era saputo del giuramento che aveva legato a lui gli italici  come clienti.

            –Quando si è saputo del nostro rapporto di clienti con Druso-precisò il messaggero- questo non lo ha fatto recedere dalle sue richieste in nostro favore. Anzi ha ribadito che gli italici, proprio in quanto suoi clienti, se riconosciuti cittadini non avrebbero potuto esercire il loro diritto di voto se non secondo le sue indicazioni e che lui si impegnava personalmente e pubblicamente sul fatto che mai le più importanti decisioni sarebbero state sottratte al popolo romano. E poiché Druso aveva minacciato di portare la questione italica all’Assemblea della Plebe, a lui favorevole, è stato ucciso.

            -Ora che Livio Druso è morto cosa succederà?

            –Quinto Poppedio Silone, informato dalla madre di Druso dell’uccisione dell’amico, ha ritirato le sue truppe ma ha indetta una riunione dei vari capi italici a Corfinium. Credo che a Corfinium si voglia prendere con l’adesione di tutti  voi l’irrevocabile decisione di passare alle  armi contro Roma.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.