Cap. 57 – I rivali di Roma – Herio – Parte cinquantasettesima

0
55

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

 203 – 127 a.C.Finita la seconda guerra punica,Gavio dedica le sue energie alla sua Pentria – Si batte perché la lingua osca non venga dimenticata – Organizza giochi per tenere unite le genti sannite – Scrive un libro sulla storia della sua famiglia – Nel 183 a. C. Gavio muore e con lui sua moglie Giulia.  Il suo libro passa di mano in mano da suo figlio Marco al nipote Porzio e da questi Didio e infine ad Herio che, alla morte di suo nonno Porzio, diventa il depositario del libro delle memorie di famiglia nel 127 – Leggendo il libro, Herio scopre che suo padre Didio, sannita convinto, è morto per mano romana.

Guerriero_Sannita

           203 – 183 a.C.Una volta a casa lentamente Gavio si reinserì nella vita della famiglia e del paese.  A casa tutto era ormai pianificato ed un suo apporto sarebbe stato superfluo o ridondante.

            Preferì quindi dedicarsi alla lettura ed agli affari del paese curando i rapporti con i funzionari di Roma e cercando di mitigare le richieste di esazione che il proseguimento oltremare della guerra con Cartagine ancora pesantemente richiedevano.

            Nel corso del 200 le perentorie richieste di Roma impegnata nella sua seconda guerra contro la Macedonia gli fecero temere che il suo primogenito, ormai ventunenne, dovesse prendere le armi in quella guerra lontana che tutto lasciava ritenere sarebbe stata combattuta con legioni composte di soli soldati composti dagli alleati che agli occhi dei romani sembravano sempre più contare solo per il contributo militare che potevano offrire. Forte delle sue relazioni Gavio all’insaputa del figlio fece di tutto per non farlo ricomprendere fra i coscritti e lo stesso riuscì ad ottenere quando tre anni dopo si provvide al reclutamento di nuove leve da inviare in Spagna.

            Ciò facendo se da un lato si sentì in colpa giustificò il suo operato ricordando i lunghi anni che, primo della sua famiglia, aveva trascorso combattendo le guerre dei romani e lo consolò constatare che suo figlio non sembrasse particolarmente interessato alla vita militare preferendo occuparsi della gestione dell’azienda familiare.

            Ormai prossimo ai sessanta anni, con il viso incorniciato da una folta barba bianca,  che risaliva alla sua lotta per sopravvivere alle ferite di guerra, claudicante dedicò le sue energie alla sua Pentria che ormai costituiva un mondo, il suo, ben più ristretto di quello cui i suoi avi avevano dedicate le proprie energie, un mondo quello del quale,  forse, un giorno i giovani non avrebbero neanche serbato il ricordo.

            Questo pensiero lo angustiò al punto che si dette da fare per riallacciare rapporti con le altre genti sannite per organizzare, memore del suo passato, dei giochi atletici che riunissero tutti coloro che un tempo avevano costituito il Sannio dei suoi antenati. Parallelamente si dedicò a tutto quanto potesse mantenere in vita le feste e le tradizioni che da tempo immemorabile avevano consentito alla gente del Sannio di sentirsi parte integrante dello stesso popolo.

            Per fare tutto questo dovette affrontare e risolvere numerosi problemi con le autorità romane il cui obiettivo era diametralmente opposto al suo.

            Ma con caparbietà e facendo ricorso alle sue conoscenze a Roma e grazie  soprattutto all’appoggio dell’anziano suocero, divenuto decano del senato, riuscì a smussare gli ostacoli e raggiungere da buon mediatore ogni obiettivo che si era prefisso.

            Si batté perché la lingua osca non finisse per essere dimenticata nella quotidianità dell’uso di quella latina e spinse, con caparbietà la sua gente a mantenerne, anche se non ufficialmente, l’uso.

            Quando tutto fu avviato, anche con l’aiuto dei figli e di più giovani collaboratori, in lotta con il tempo, si accinse alla sua ultima impresa iniziando a scrivere la storia della sua famiglia vedendo in essa la lotta che il Sannio, da Papio Pentro in poi, aveva sostenuto per contrapporsi prima e per resistere poi alla penetrazione ed egemonia romana e comunque per mantenere la propria identità. In certo senso sentendosi colpevole per essere stato il primo della sua famiglia a combattere sotto le insegne romane con quanto andava scrivendo volle esaltare, per mantenerla in vita, l’anima di un Sannio che sembrava scomparire.

            Rendendosi conto che quanto andava scrivendo poteva essere inteso come una affermazione dell’ orgoglio sannita ed una pericolosa esaltazione anti romana si fece promettere dai figli che quanto  avrebbe scritto sarebbe rimasto esclusivo patrimonio della sola famiglia e che i primogeniti a venire ne restassero i segreti custodi.

            183-127 a. C.  – Nel 183 a. C.  Muore Gavio e con lui sua moglie Giulia.  Il libro di Gavio passa di mano in mano da suo figlio Marco al nipote Porzio e da questi Didio e infine ad Herio che, alla morte di suo nonno Porzio, divenne il depositario del libro delle memorie di famiglia nel 127 a.C. 

           Diciannovenne,  il giovane Herio mise mano al gran libro del quale tutti in famiglia conoscevano l’esistenza ma che sicuramente pochi avevano letto con l’interesse che ora lui sentiva crescere man mano che, religiosamente,  ne scorreva le pagine affascinato dalla precisa e minuta scrittura di Gavio.

            Fin dalle prime pagine la storia di Papio Pentro lo aveva affascinato trasportandolo in un mondo così diverso e lontano da quello che lo circondava risvegliando il suo orgoglio di appartenere ad una stirpe che tanto aveva contribuito a dare alla vita ed alla storia della sua gente.

            Fin dalle prime pagine si rese conto di essere cresciuto in un mondo ben diverso da quello dei suoi avi.

            Il suo mondo,  ora,  era la Pentria, un territorio aspro e selvaggio ma ricco di montagne boscose e di vette che dominavano imprevedibili vallate quasi a voler vigilare su di loro. Un mondo di sicuro meno vasto e di minor rilevanza di quello  che un tempo era stato il Sannio dei suoi avi e che solo ora si andava svelando alla sua avida lettura.  Ma, con orgoglio,  e solo ora, scopriva che quell’antico retaggio di tradizioni, usi e costumi che ancora costituivano un legame ideale con l’antico Sannio era dovuto all’opera di Gavio, un suo avo,  che tanto si era adoperato in tal senso.

            Quando, sacrificando molte ore di sonno, terminò la  lettura di quanto Gavio aveva scritto notò con rammarico che a questo seguivano solo poche e scarne ulteriori annotazioni apposte da mani diverse.

            Seguivano infatti indicazioni sulle genealogie successive e le stesse per lo più si limitavano ad una cronologia di date di nascita e morte, di matrimoni, di incarichi pubblici ricoperti dai membri della sua famiglia, nonché dati meticolosi,  ma non meno aridi, delle proprietà che negli anni erano state acquistate e vendute.

            In talune di dette annotazioni non era difficile intuire la scarsa dimestichezza che alcuni estensori dovevano aver avuto con lo scrivere e lo sforzo fatto, per lo più,  per non venir meno ad un obbligo morale di continuare ad annotare i fatti più salienti e significativi della  loro vita e di quella della famiglia.

            Le annotazioni rivelavano che la sua famiglia aveva sicuramente vissuto anni di pace con l’attenzione concentrata su aspetti pratici di vita, un mondo  ben diverso da quello che le avvincenti pagine di Gavio avevano riproposto alla sua attenzione. Ma quel mondo non era più quello del Sannio e dei sanniti ma il più vasto mondo romano nel quale certo non erano mancati grandi cambiamenti e grandi guerre. Le guerre che si erano susseguite non avevano però più interessata direttamente la penisola italica perché si era combattuto lontano dalla stessa contro macedoni, siriaci,  illirici e dalmati.  Cartagine era stata rasa al suolo,  si erano sconfitte e sottomesse genti delle quali quasi sicuramente i suoi avi poco o nulla dovevano aver saputo come Lusitani,  Celtiberici,  Giapidi e Liburni ma se anche il Sannio come entità territoriale non era stato interessato da quelle guerre altrettanto non poteva dirsi di una parte dei suoi abitanti che,  inquadrati nelle legioni romane,  avevano combattuto sui diversi fronti e continenti. Ma sicuramente nessuno della famiglia, dopo Gavio, aveva preso parte a quelle guerre militando sotto le insegne romane.

            Subito dopo le annotazioni di Gavio,  Marco,  suo figlio,  aveva annotato che suo padre e sua madre erano morti nello stesso anno 183.

            Di sé Marco aveva solo riportato di aver per molti periodi consecutivi ricoperto l’incarico di Meddix Decentarius e che ormai anziano era entrato a far parte del Consiglio della Pentria.

            Marco aveva anche ritenuto di dover annotare, anche se ciò non aveva alcuna attinenza diretta con la storia della famiglia, che il 189 era stata concessa la cittadinanza ai Campani ed alle  città di Arpino, Formia e Fondi. Aveva anche successivamente annotato che due anni dopo i non romani erano stati espulsi da Roma e che a questa prima espulsione ne era seguita una analoga  nel 173. Sette anni prima, sempre secondo le sue annotazioni, per colmare i vuoti delle deportazioni forzate dei sanniti, che i romani attuavano  nei territori loro soggetti per mescolare le popolazioni italiche ed evitare nazionalismi locali e focolai antiromani, erano stati trasferiti nel Sannio circa cinquantamila liguri. Marco aveva pure annotato che la sua terra aveva dovuto registrare una forte emigrazione volontaria da parte di singoli individui o di intere comunità sannite che cercavano fuori del paese, privo di risorse, per cercare altrove una vita migliore.

            Probabilmente le annotazioni  dovevano essere state originate, visto che per parte materna aveva sangue romano, dall’amarezza per la discriminazione che continuava a perpretarsi nei confronti dei popoli entrati non per una libera scelta nell’orbita di Roma continuavano a non vedersi riconosciuta la cittadinanza romana essendo destinatari di doveri ma non portatori,  rispetto ai cittadini romani,  di pari diritti.

            Questa supposizione poteva trovare una conferma nel fatto che Marco concludendo le proprie annotazioni si era orgogliosamente firmato come “ Marco Pentro Sannita”.

            Seguiva poi quanto Ponzio, figlio di Marco e quindi suo nonno, nato nel 201, aveva ritenuto di dover a sua volta annotare ed appariva evidente il suo orgoglio di aver notevolmente accresciuti i beni di famiglia mentre dal fatto che non si faceva alcun riferimento ad altri argomenti sicuramente si evinceva che oltre a non essere stato coinvolto né nelle guerre dei romani né in incarichi od attività pubbliche tanto nazionali che locali aveva vissuto con maggiore distacco di suo padre la difficile situazione della sua gente e la sudditanza a Roma.

            Sposato ad una ragazza di ricca famiglia, ed aiutato da una numerosa prole,  aveva aperte nuove terre alla coltivazione ed al pascolo ricavandone grandi benefici economici accresciuti da una programmata ed oculata politica matrimoniale dei figli.

            In pratica le annotazioni di Ponzio costituivano principalmente un orgoglioso quanto puntiglioso testamento-inventario che terminava con le disposizioni ai figli per la spartizione fra loro dei suoi beni.

            Suo nonno  non doveva certo aver avuto una grande dimestichezza con le cose della cultura e questo si evinceva chiaramente dalla sua incerta scrittura e da evidenti quanto grossolani errori di ortografia.

            Rileggendo quanto il nonno aveva annotato ad Herio pareva di rivederlo mentre parlando di sé amava definirsi “un buon contadino” vantandosi di gestire con patriarcale bonomia tanto la sua famiglia quanto le sempre crescenti proprietà.

            Una sola debolezza, unico retaggio dell’antico orgoglio sannita,  era stata per il nonno quella di non permettere mai che in casa sua venisse usata la lingua latina.  E ciò appariva evidente quando,  costretto ad usare quella lingua, mostrava una evidente difficoltà a farlo.

            Del resto, come pure ricordava,  sua nonna non aveva mai saputo il latino e non provava alcun imbarazzo ad ammetterlo rimpiangendo solo che questo le impedisse, come invece avrebbe desiderato, di ascoltare e comprendere i discorsi dei non numerosi  forestieri che in definitiva costituivano il solo legame del suo villaggio con il mondo esterno.

            Il nonno era stata la figura dominante dell’infanzia di Herio in quanto Didio, suo padre, avvantaggiato dal fatto di essere il primogenito e che in casa non mancassero certo le braccia, aveva scelto in quel macrosistema familiare un ruolo che lo portava lontano da casa e,  forse,  dalla bonaria ma tuttavia austera dittatura del padre.

            Suo padre infatti si era scelto il ruolo di commercializzare nella loro terra, ed al di fuori di essa, i prodotti dell’azienda paterna.

            Del padre, conseguentemente, ricordava sporadiche quanto imprevedibili apparizioni in famiglia che pur tuttavia, per lui, come del resto anche per il resto  della  famiglia,   costituivano ricordi assolutamente piacevoli e gioiosi.

            I suoi arrivi e la sua permanenza in famiglia erano caratterizzati dai tanti regali che sembravano inesauribili e dalla allegria che caratterizzava i suoi rapporti con la famiglia ed il prossimo in genere. Impagabili erano i racconti dei suoi viaggi e delle sue molteplici esperienze che sembravano sempre così vivide che ognuno poteva sentirsene partecipe.

            Perfino il nonno si lasciava coinvolgere dalle colorite storie del figlio maggiore e spesso, anche se controvoglia, abbandonava il suo austero riserbo scoppiando in fragorose quanto contagiose risate che ovviamente permettevano a tutti i presenti una più partecipe condivisione dell’allegria generale.

            Quel che ad Herio era parso sempre evidente era il particolare legame ed affetto che, nonostante i loro sforzi di nascondere questo loro rapporto privilegiato, sicuramente legavano suo nonno e suo padre. In modo del tutto vagoHerioricordava, pur tuttavia, che spesso padre e figlio, pensando che nessuno li ascoltasse, avevano avute dispute furibonde delle quali ricordava brandelli incomprensibili.

            -. . . . continuando così finirai per metterti nei guai-urlava il nonno.

            – Non temere, so essere prudente e comunque nessuno mai verrà da te a chiederti conto del mio operato-replicava suo padre.

            – Tu hai delle responsabilità verso tuo figlio e verso tutti noi. Non è per me che mi preoccupo ma per loro.

            Herio ricordava bene le parole che immancabilmente il nonno affrontava ad   ogni  visita di suo padre.

            -Perché non decidi alla fine di fermarti e di risposarti con una brava ragazza che sappia tirar su tuo figlio?Io non sono eterno e sono vecchio.  Herio ha bisogno di genitori che gli stiano vicini e non gli farebbe certo male avere dei fratelli.

            Herio non aveva conosciuto sua madre e non appena aveva avuta l’età per rendersene conto gli era stato detto che era morta mettendolo al mondo. Quando aveva più in avanti negli anni affrontato l’argomento con il padre aveva avuto delle risposte che non gli erano sembrate soddisfacenti ma che aveva comunque accettate.

            –Mi sono sposato tardi-gli aveva detto il padre-. Avevo superato di gran lunga la trentina e quando sei nato avevo trentasette anni. Ma ho sempre viaggiato e  non era nei miei programmi prendere moglie. Avendo molti fratelli sapevo inoltre che la continuità della nostra famiglia era già ampiamente assicurata e quindi mi sentivo libero anche da questo. La grazia e la bellezza di tua madre hanno fatto sì che alla fine cambiassi idea. Purtroppo dopo un solo anno, come sai, la mamma è morta ma mi ha lasciato te che sei proprio il figlio che avrei desiderato.

Dopo un lungo silenzio che Herio aveva rispettato, Didio aveva proseguito.

            -Mi rendo conto di non essere per te un buon padre  essendo sempre lontano da casa ma cerco di consolarmi immaginandoti circondato dalla nostra famiglia e coccolato dal nonno.  Sicuramente non è l’ideale per un ragazzo come te. Mi rendo conto anche di questo ma qualcuno in famiglia deve pur svolgere altrove il mio lavoro.

            -Ma non potresti fermarti con noi più spesso?

            -Per gli dei ti assicuro che lo vorrei!Ma non posso lasciare ad altri il mio compito.  A differenza dei tuoi zii io parlo il latino ed il greco e molti dialetti. Ho tanti di quei rapporti personali che nessuno  potrebbe mantenere così come io riesco a fare e. . . là fuori ci sono tante cose importanti da fare. . . forse quando sarai più grande lo capirai e potrai perdonarmi.

            -Ma quando sarò più grande potrò venire con te?

            -Certamente se lo vorrai.  E’ per questo che tu, a differenza dei tuoi ignoranti cugini ed amici, hai un precettore che, nonostante i borbottii di tuo nonno, ti insegna quelle cose  che io  stesso ho imparato e che ritengo ti  torneranno utili. Ricordalo e metti a  buon frutto quanto ti viene insegnato.

            Questo tranquillizzò Herio e gli permise finalmente di capire perché nella loro famiglia dovesse essere l’unico che oltre alle altre attività dovesse studiare.

            –Studio– rassicurò il padre-e studierò con più entusiasmo sapendo che questo può servire ad accompagnarti.

            -So bene che studi con profitto e non fidandomi di quelle che potrebbero essere lusinghe del tuo mercenario precettore cerco di metterti spesso, e te ne sarai accorto, alla prova. Continua così!

            Non molto tempo dopo questo tranquillizzante colloquio con il padre che gli aveva aperto nuove prospettive, e quando suo padre era ormai lontano da tempo impegnato in uno dei suoi viaggi, un corriere trafelato aveva chiesto di parlare in privato con il nonno.

            Herio aveva visto il nonno trasalire e sbiancarsi in volto mentre le sue braccia sembravano cercare un inesistente appoggio come se temesse di cadere.

            Congedato il messaggero il nonno l’aveva chiamato ed in silenzio si era allontanato con lui. Gli occhi del vecchio, nonostante i suoi evidenti sforzi, non riuscivano a trattenere le lacrime ed Herio si preparò ad una brutta notizia.

            –Tuo padre è morto Herio.Sei un uomo e ritengo di potertelo dire senza ricorrere a giri di parole!

            – Come è possibile nonno!Come è successo!-Aveva urlato Herio.

            –  E’ stato un terribile incidente.

            Dal tono del nonno Herio aveva compreso che non avrebbe saputo nulla di più e così fu anche nei giorni successivi. La tanto attesa spiegazione arrivò improvvisa al compimento del suo diciottesimo anno e quindi un anno prima della morte di suo nonno. Il discorso del nonno partì da lontano..  

            –Posso chiudere gli occhi da un momento all’altro e ritengo opportuno parlarti di alcune cose che devi sapere. Tu mi conosci bene e sai che mi sono sempre sentito orgoglioso di definirmi, come in effetti sono, un contadino. Ma la nostra famiglia ha alle spalle ben altre tradizioni e solo tuo padre, a differenza dei fratelli, si è sempre sentito più legato al nostro passato che al presente. Ti racconterò quella verità che caparbiamente hai cercato di sapere in tutto questo tempo e lo faccio perché tuo padre mi ha raccomandato di dirtela qualora non potesse essere in grado di farlo lui stesso. Avrai notato che tu, a differenza dei tuoi zii e cugini, hai ricevuta una buona preparazione culturale anche se io, per proteggerti, ho fatto di tutto per impedirlo.  Tuo padre fin da piccolo non è  voluto essere uguale ai suoi fratelli ed io mi  sono dovuto arrendere a questa evidenza. Contro il mio volere e di nascosto ha imparato non  solo  a leggere e scrivere ma ad interessarsi a cose ben più grandi di tutti noi…. ma era fatto così.

            Il vecchio aveva meditato a lungo forse rivivendo momenti di un passato che sembrava scorrergli nella memoria.  I suoi occhi sembravano sorridere al ricordo mentre con la mano destra tormentava l’impugnatura del suo rozzo ed inseparabile bastone sulla impugnatura del quale anni prima aveva intagliata una lepre nell’atto di saltare.

            Fu la lettura del grande libro delle memorie di famiglia che  decise del suo futuro.  Io quel libro non l’ho mai letto e ho solo provveduto a scarni aggiornamenti sentendomi a ciò costretto per un dovere di continuità che ho  rispettato nel sacro terrore che non facendolo mi sarei attirato addosso l’ira dei nostri avi.  Realizzai presto che quel libro aveva risvegliato in lui un orgoglio di stirpe e di nazione che io,  come forse prima di me mio padre, avevamo volutamente escluso dalla nostra vita.  Ma tuo padre era diverso e quindi si lasciò catturare dal fascino di quel mondo perduto che ha portato la nostra gente a rivaleggiare e combattere con Roma.  Didio, che gli dei lo proteggano, ha sempre vissuto male il suo rapporto con il mondo romano. Non si stancava mai di ripetere “cosa siamo noi per questa gente?Abbiamo solo doveri e non diritti. Noi i discendenti di un popolo che fu più grande di Roma ci pieghiamo, quasi fossimo schiavi, a richieste di tasse, di truppe e pendiamo dalle labbra dei loro corrotti funzionari e magistrati che pensano solo ad arricchirsi in nostro danno”.  Non accettava la tacita acquiescenza del nostro popolo alle regole di Roma e cercava certezze alle sue sensazioni, in principio latenti,  leggendo e rileggendo  come i nostri antenati si fossero nella loro vita adoperati in favore del Sannio.

            Ancora una volta occorse una lunga pausa per permettergli di riorganizzare i suoi pensieri. Era evidente che il grande sforzo che stava facendo lo sentiva doveroso per rispettare precise disposizioni del suo figlio maggiore e ciò facendo soffriva perché gli era stato richiesto di trasmettere sensazioni e messaggi che non condivideva.

            Conseguentemente Herio, ben conoscendolo, cercava di non interrompere il filo dei suoi ricordi ansioso, alla fine, di conoscere chi in realtà fosse stato suo padre visto che dai discorsi del nonno tutto sembrava un preambolo per delle conclusioni che finalmente gli avrebbero fornita una risposta.

            –Non si può dire che io non capissi tuo padre-riprese il vecchio- ma ho sempre preferito fingere di non capirlo perché sentivo che tutto ciò l’avrebbe allontanato dalla sua famiglia esponendolo anche, come i fatti hanno poi purtroppo dimostrato, a grandi pericoli per la sua vita. Eppure se fingevo di non capirlo, se trepidavo per lui e per la nostra famiglia, io lo ammiravo e  lo consideravo, che gli dei mi perdonino, al di sopra dei tuoi fratelli perché il suo coraggio avrebbe riscattata la mia passività e la mia, diciamolo pure, vigliaccheria. Quel suo mondo imbevuto di eventi passati lo ha spinto ad allontanarsi da casa e non ho saputo né voluto impedirglielo E se anche ci avessi provato sono sicuro che non ci sarei riuscito. Fin da piccolo era evidente che non avrebbe seguite le regole di vita della nostra tranquilla famiglia.  Sembrò acquietarsi solo quando mise mani su quel libro. Lo lesse e lo rilesse, come ti ho detto,  più volte e spesso la notte un lume ardeva nella sua stanza. Quel libro gli ha indicata la via che cercava con tanto affanno. In quelle pagine ha riscoperto l’orgoglio dei nostri antenati ed ha cominciato a sognare il riscatto del nostro popolo. I suoi viaggi lo hanno avvicinato a persone che nutrivano i suoi stessi ideali e sognavano una rinascita dell’antico Sannio e ben presto ha cominciato a guardare ad una realtà più ampia che comprendeva tutti i popoli di questa penisola soggetti a Roma e da questa trattati come cittadini di seconda categoria. Da allora ha cominciato a parlare non più, o meglio non solo, di Sanniti ma di Italici. Ha cominciato a tessere, con amici come lui temerari, le sue trame per il riscatto da Roma.

Ed io sempre di più ho cominciato a temere per lui ben sapendo quante spie i magistrati romani abbiano sui loro libri paga. Ed alla fine i miei timori si sono rivelati fondati perché in effetti tuo padre è stato sorpreso con altri congiurati italici a tramare una sollevazione contro Roma ed è stato ucciso dai soldati romani  e forse era proprio questo il suo sogno segreto,  morire con le armi in pugno in nome del suo ideale.

            A questo punto il vecchio era sembrato stremato dall’inconsueto lungo discorso che aveva dovuto affrontare e finalmente aveva guardato negli occhi il nipote.

            Le guance di Herio erano rigate di silenziose lacrime. Ora finalmente sapeva chi fosse stato in effetti suo padre e come l’avesse voluto, per affetto,  tenere all’oscuro del suo pericoloso sogno. Comprendeva anche che le parole del nonno gli consegnavano il testamento spirituale del padre che solo dopo morto aveva voluto che il suo segreto gli fosse svelato.

            A questo punto si sarebbe aspettato che il nonno gli consegnasse anche il libro di Gavio ma il vecchio non ne fece cenno ed Herio preferì non chiedere nulla perché forse anche in questo probabilmente suo nonno seguiva le istruzioni che sicuramente Didio doveva avergli dato. Quel libro lui, ora che sapeva,  l’avrebbe fortemente voluto quasi per stabilire un collegamento ideale con suo padre del quale condivideva, pur non  avendone mai fatto parola con alcuno, seppur latenti e quasi inconsci, i medesimi sentimenti di ribellione all’opprimente mondo romano.

            Quel libro comunque sarebbe toccato a lui, su questo il nonno era stato chiaro, dopo la morte del nonno e quindi non era il caso di insistere per averlo sopratutto ora che anche per suo nonno sembrava costituire un legame con il figlio primogenito.

            Il seme era comunque stato seminato nella sua giovane mente.

            Due anni dopo la morte del padre anche suo nonno morì ed il libro fu dallo stesso nonno consegnato a lui negli ultimi istanti di lucidità. Poco prima il nonno con mano incerta aveva faticosamente voluto aggiungere al libro una ultima annotazione.  A fianco della data di nascita del suo primogenito aveva vergato a fatica la data della morte, quasi che solo ora avesse accettata l’ineluttabilità della sua  morte,  ed aveva  scrittoFiglio adorato morto per mano romana perché sognava la rinascita del Sannio e la nascita di una nazione italica”.

.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here