Cap. 55 – I rivali di Roma – Gavio – Parte cinquantacinquesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

Sintesi: 210 – 207 a. C. – Continua la guerra tra Roma e i cartaginesi di Annibale – Gavio è disgustato degli scempi che i romani commettono dopo le loro vittorie – Asdrubale corre in aiuto del fratello Annibale – Viene sconfitto e muore – Annibale non approfitta di una situazione di difficoltà dei Romani usciti indeboliti dallo scontro con Asdrubale e ripiega verso la terra dei Bruzi (Calabria)

Battaglia-del-Metauro (Rievocazione)

210 – 208 a. C. –  L’anno, che seguì la caduta di Capua, vide Gavio e le sue truppe  impegnate in Campania ad eliminare sacche di resistenza filocartaginesi mentre Fabio Massimo eletto console per la quinta volta dirigeva contro Taranto mentre Annibale nel frattempo se sottometteva Reggio perdeva in Apulia Erdonea e Canne.

Ancora un anno dopo Taranto nell’estate del 209 cadde in mano romana per il tradimento del comandante della piazzaforte. Gavio si riunì alle truppe romane proprio mentre entravano a Taranto ed ancora una volta fu  testimone della vendetta romana. La città fu svuotata non solo di tutti i suoi beni pubblici o privati ma quasi tutti gli abitanti vennero destinati ad essere venduti come schiavi.

Assistere ancora una volta allo scempio di una città ricca di storia e di tradizioni e vedere i suoi abitanti incatenati in dolorose e meste file lo disgustò e cominciò a desiderare  di non far più parte di quell’esercito crudele e vendicativo. Nella sua mente immaginò cosa dovesse aver vissuto nella sua infanzia suo padre e con lui tutta la sua famiglia e gli montò una rabbia contro i romani ed i loro metodi .

Non restava che sperare che quella lunga guerra avesse ormai fine. Dalla penisola iberica arrivavano notizie che il giovane console Publio Cornelio Scipione stesse mettendo alle strette i cartaginesi impedendo l’invio di quei rinforzi che Annibale da tempo chiedeva e che gli erano sempre più indispensabili per presidiare il territorio e per opporsi al sempre crescente numero di romani in armi.

Molte delle crescenti speranze che la guerra si avviasse a soluzione svanirono quando (208) Annibale affrontò, sconfisse ed uccise entrambi i consoli in una battaglia alla quale Gavio non si trovò a prendere parte perché impegnato in quel compito che assolutamente non gli piaceva di razziare i necessari approvvigionamenti e come se non bastasse corse anche voce che Scipione convinto di aver sgominato i cartaginesi nella penisola iberica si era spostato in Africa per convincere uno dei maggiori alleati dei cartaginesi a cambiare campo in vista di una successiva campagna d’Africa e Asdrubale fratello di Annibale eludendo il blocco romano era passato in Gallia mirando di portare al fratello quei rinforzi tanto attesi e più o meno numericamente equivalenti all’iniziale forza di Annibale.

        207 a.C. – I romani ritennero prioritario in quel dodicesimo anno di guerra impedire il ricongiungimento dei due eserciti cartaginesi perché se questo fosse avvenuto avrebbe spostato l’ago della bilancia a favore di Annibale momentaneamente in difficoltà. 

            Delle ventitré legioni che era stato possibile mettere in campo, con circa duecentomila uomini complessivi,  tre vennero tenute di riserva a Roma e Capua, otto erano nella penisola iberica e le restante dodici vennero divise sui due fronti per affrontare i due fratelli, separatamente. 

Gavio fu aggregato all’esercito del console Claudio Nerone che a Venosa fronteggiava Annibale accampato a circa venti miglia di distanza e al suo reparto fu affidato il compito di intercettare eventuali corrieri che i due fratelli si inviassero per fissare un punto di incontro e fu quindi il suo reparto che riuscì a metà giugno ad intercettare i corrieri cartaginesi che portavano ad Annibale i messaggi con i quali Asdrubale comunicava tanto il previsto punto di ricongiungimento quanto la  direttiva di marcia che il suo esercito avrebbe seguito. 

            Ricevuto dal console per consegnarli gli importati messaggi Gavio fu tra i primi a conoscere il futuro piano delle successive operazioni.

            Disimpegnandosi da Annibale l’esercito romano si sarebbe dovuto sdoppiare e la parte più consistente si sarebbe  dovuta ricongiungere all’esercito del nord comandato dal console Livio Salinatore che si sapeva acquartierato a Senigallia in previsione del fatto che Asdrubale sembrava intenzionato a marciare lungo la costa adriatica.

            Nottetempo seimila fanti e mille cavalieri, guidati dallo stesso console che aveva come diretto subalterno Marco Vittone, effettuarono il previsto disimpegno muovendo nel massimo silenzio  iniziando  una estenuante marcia di circa quattrocento chilometri per portarsi sul Metauro dove si prevedeva di affrontare, in superiorità numerica, le truppe di Asdrubale.

            Nelle file romane furono messi da parte i problemi e malumori che serpeggiavano nella convinzione che ci si preparasse ad uno scontro importante che avrebbe potuto contribuire a dare una svolta definitiva alla guerra in atto. Romani ed “alleati” ritrovarono un affiatamento che sembrava perduto.

Fu una marcia estenuante visto che si era in marcia per diciotto ore giornaliere, rare le soste visto che i pasti si consumavano rimanendo nei ranghi, e vista la stagione calda non si procedeva per le sei previste ore di riposo nemmeno ad allestire il campo. 

Gavio ebbe il non facile compito di precedere il grosso delle truppe per approvvigionare per tempo nei villaggi e città che si sarebbero incontrati cibi e bevande visto che per muovere velocemente i romani marciavano privi di ogni rifornimento.

Dopo dieci massacranti giorni di marcia  il ricongiungimento fu operato in piena  notte e quindi all’insaputa di Asdrubale che continuava quindi a ritenere di avere di fronte a se un esercito di forze equivalenti alle sue.

            Nell’attesa dei preannunciati rinforzi che gli avrebbero garantita la superiorità numerica Livio Salinatore si era preparato allo scontro approntando posizioni ben fortificate che i cartaginesi nella loro marcia verso il sud non avrebbero potuto in alcun modo evitare.

            Dopo un solo giorno di riposo concesso ai nuovi arrivati si decise di dare inizio all’attacco nel timore che nonostante tutte le precauzioni prese, Annibale potesse rendersi conto di trovarsi in superiorità numerica al Sud. 

            Ma Asrubale dovette rendersi conto di trovarsi di fronte truppe più consistenti del previsto e avendo iniziato a muovere contro il nemico preferì ritornare nel suo campo non meno fortificato di quello romano tant’è che a loro volta gli stessi romani non ritennero opportuno attaccarlo.

            Nottetempo Asdrubale decise di attraversare il Metauro (fiume delle Marche) per sottrarsi al combattimento e per prendere la via dell’Umbria. La fortuna arrise ai romani visto che le guide di Asdrubale in parte lo abbandonarono ed in parte non seppero trovare il guado così che i cartaginesi non riuscirono a disimpegnarsi e vagarono per tutta la notte in un terreno paludoso.

Con il sorgere del sole i romani si trovarono di fronte un avversario disorientato che non aveva altra soluzione che affrontare la battaglia addossato ad una collina che se non altro garantiva la possibilità di mettere i romani in condizione di attaccare dal basso verso l’alto con il Metauro che gli avrebbe costituita una protezione sulla destra.

Lo schieramento cartaginese prevedeva i Galli in cima alla collina e lungo il pendio che scendeva fino al fiume i Liguri,  i veterani della guerra di Spagna ed i pochi reparti di cartaginesi. Contro i Galli costituendo l’ala destra si dispose l’esercito di Nerone mentre le legioni dell’altro console avrebbero tenuto il centro e l’altra ala.

Gavio ed i suoi che si trovarono ad aver di fronte i Galli avanzarono sotto un forte getto di pietre e di giavellotti e quando si giunse al corpo a corpo si realizzò che per quanto duramente si combattesse molto più dura appariva la resistenza degli iberici e dei liguri che si andava trasformando in una vera e propria carneficina costringendo i conduttori dei superstiti dieci elefanti ad uccidere i loro animali che più che si stavano rivelando un elemento di confusione.  Asdrubale in quella fase di sanguinoso stallo che tuttavia sembrava più favorevole ai suoi, si lanciò con la cavalleria lungo il fiume per tentare di accerchiare l’ala sinistra romana che indusse il console Nerone a desistere dall’assalto alla collina e portare tutte le sue forze alle spalle dei veterani iberici.

Quella manovra segnò le sorti dei successivi combattimenti e la superiorità numerica dei romani fece il resto.  L’esercito di Asdrubale pur se colto di sorpresa tenne coraggiosamente fino all’ultimo uomo le posizioni anche perché procedendo il combattimento appariva chiaro che i romani non intendevano fare prigionieri.

            Un grido si levò improvvisamente al di sopra del clangore delle armi e delle urla di incitamento o di dolore dei combattenti.

            -Asdrubale è morto! Ecco la testa di Asdrubale!

Si vide un cavaliere romano percorrere a spron battuto  l’intero schieramento reggendo infissa su una picca una testa e quella notizia da tutti chiaramente intesa fu  ripresa poi a gran voce dalle file romane.

            Si seppe poi che Asdrubale spada in pugno si era lanciato in una improbabile carica nella quale in pratica aveva cercato da soldato valoroso l’unica onorevole via di uscita alla sconfitta subita.

            Da quel momento tutto si avviò ad una rapida conclusione. Lo schieramento cartaginese si frantumò e si videro galli e iberici che, gettate le armi, cercavano una via di fuga travolgendo chiunque tentasse di trattenerli. Al contrario le truppe romane sembrarono ritrovare una impossibile riserva di energia e con rinnovato zelo cercarono di infierire il colpo di grazia al disorientato schieramento nemico.

            Lo stesso Gavio si meravigliò dell’ impeto e della sete di sangue che sembrava aver contagiato tanto lui che i suoi soldati . Qualcuno cominciò a urlare che il nemico in fuga era carico di bottino e questo fu un ulteriore incentivo a non dar tregua al nemico  ormai vinto e a far strage di coloro che, in parte disarmati, non erano più in grado di opporre alcuna resistenza.

            In effetti quando il combattimento ebbe termine il bottino si rivelò superiore ad ogni ottimistica previsione e questo servì a far dimenticare ai sopravvissuti i compagni morti, le ferite ricevute e l’immensa stanchezza dello scontro.

            Mentre le truppe si dividevano il bottino, il console Claudio Nerone annunciò alle sue  truppe di lasciare quanto avevano preso perché l’indomani avrebbero presa la via del ritorno ed avrebbero proceduto ancora una volta a marce forzate e senza bagaglio e che l’unica cosa che avrebbero riportata dalla loro vittoriosa battaglia sarebbe stata, per farne dono ad Annibale, la testa di suo fratello.

            Il viaggio di ritorno, compiuto nel terrore latente che Annibale potesse essersi accorto dell’indebolimento delle truppe che lo fronteggiavano e che conseguentemente avesse dato battaglia, fu quasi altrettanto celere.  Gavio marciava con la morte nel cuore perché il giorno prima facendo la conta dei suoi compagni aveva dovuto prendere atto che ancora una volta fra il tanto sangue sparso la più parte era quello degli “alleati” dei romani  anche se onestamente doveva ammettere che nello scontro appena concluso ciò non era avvenuto per una preordinata scelta operativa dei consoli. Insistentemente gli si poneva, anche se non voleva affrontarla, la domanda di quale sarebbe stata la sua vita e quella della sua gente se non fossero stati i romani a condurre il gioco. La morte del suo comandante Marco Vittone avrebbe dovuto comportare che un altro ufficiale romano ne dovesse prendere il posto ma ciò non era accaduto e quindi Gavio si trovò al diretto comando del console,  che superando regole, o forse pregiudizi, sembrava considerarlo alla pari degli altri suoi ufficiali romani.

            Riprese le iniziali posizioni, non solo si constatò che Annibale, ignaro dello sguarnimento del fronte, non ne aveva approfittato ma che anzi, altrettanto ignaro dello scontro svoltosi nel Nord del paese, aveva deciso di spostare le proprie truppe a Larino in attesa che Asdrubale lo raggiungesse.

            E ancora una volta l’esercito romano si mise in marcia per non perdere il contatto con il nemico e una volta presa posizione di fronte all’esercito cartaginese il console nottetempo fece lanciare nel campo nemico la testa di Asdrubale.

            E ancora una volta Annibale intuendo quanto doveva essere successo ai tanto attesi rinforzi, per lui determinanti, lasciò il campo appena posto muovendo verso la terra dei Bruzi (Calabria), lasciando che i romani riprendessero il controllo dell’Apulia.

            Gavio correttamente interpretò quella decisione come una scelta obbligata di Annibale che,  comprendendo di non poter controllare un più vasto territorio, intendeva attestarsi in una zona ricca di porti che potessero, all’occorrenza,  garantirgli o un rapido reimbarco delle sue truppe verso la patria lontana o l’arrivo di quei rinforzi che ormai potevano giungergli solo dal mare .


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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