Cap. 54 – I rivali di Roma – Gavio

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 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

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216 – 211 a.C. Annibale è padrone della Campania, salvo Napoli, Cuma, Pozzuoli, Nola e Capua, e di gran parte del mezzogiorno, fino a Taranto. Roma è padrona della parte a Nord del Volturno; Annibale prende anche Capua; i Romani  assediano Capua. Gavio è di nuovo sotto le insegne romane per intercettare i viveri che dal Mezzogiorno devono arrivare a Capua; qui incontra Amina prigioniera tunisina; se ne invaghisce. Roma riconquista Capua. Gavio saluta Amina con affetto e comprensione reciproca e torna nella sua erra sannita.

Roma assedia Capua in mano ai cartaginesi di Annibale – Rievocazione storica nel magnifico scenario dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (di A. Tagliacozzi)

216 – 212 a.C.E la guerra, una strana guerra senza grandi scontri, continuò a trascinarsi. Annibale aveva un esercito molto mobile e non attrezzato per i grandi assedi e preferiva pertanto rapidi colpi di mano contro città di modeste dimensioni e difese.  I romani dal canto loro,  occupando le principali città e fortezze ben difficili da espugnarsi e che comunque se assediate avrebbero richiesto un gran dispendio di tempo e di energie, sentivano di poter esercitare un buon controllo sul territorio e potevano  compiere rapide incursioni contro le vie di approvvigionamento cartaginesi.  Annibale dal canto suo aveva cominciato a fare intorno a sè terra bruciata per evitare che gli insediamenti minori potessero approvvigionare di uomini e rifornimenti le basi romane.

            Salvo Napoli,  Cuma,  Pozzuoli,  Nola e Capua la Campania era in pratica sotto il controllo cartaginese ed i romani saldamente attestati sul Volturno sembravano paghi di tenerlo confinato al sud e lontano da Roma. Mentre i suoi luogotenenti nei territori che controllava pretendevano atti formali di sottomissione, Annibale riprese l’itinerario ormai ben noto dei monti sanniti e del Volturno per impadronirsi di Capua che aveva sempre considerato uno dei suoi obiettivi e che fra l’altro sembrava in buona parte disposta ad aprirgli le porte.  A Capua, dove finalmente era stato accolto con favore (autunno 216), promise oltre all’affrancamento da Roma anche di farne la città guida della federazione italica che andava ribellandosi a Roma.

            Gli anni 215 e 214 passarono in una situazione di stallo e  i romani potevano con soddisfazione vedere che non si era in pratica verificata fra gli italici quella generalizzata defezione sulla quale Annibale aveva fatto affidamento e che nonostante i suoi sforzi non era ancora riuscito a raggiungere il mare che gli avrebbe consentito di ristabilire un diretto contatto con Cartagine e di sperare in rinforzi.

I romani cominciarono a riconquistare gran parte dei perduti territori irpini e caudini vendicandosi duramente su chi aveva tradito o dubitato di Roma e Gavio sentendo riportare gli strazianti resoconti dello spietato comportamento dei romani si convinse che la scelta fatta dalla sua gente,  almeno per il momento, fosse stata la più opportuna anche se poche e frammentarie erano le notizie di cui si disponeva di quella guerra che si trascinava da anni. Una notizia preoccupante fu che Taranto,  con Annibale che lasciata Capua per non rimanervi intrappolato era tornato in Apulia,  si era data ai cartaginesi anche se il presidio romano asserragliato nella rocca resisteva bloccando l’ingresso al porto e che l’esempio di Taranto era stato seguito dalle altre città greche della penisola mentre anche Siracusa era tornata in mano cartaginese.

            Capua era in pratica accerchiata da quattro delle venti legioni romane rimaste dopo la sconfitta di Canne, dove le legioni perse erano state otto.  La mobilitazione decretata dai romani portò nuovamente Gavio sotto le  insegne romane ed all’inquadramento nelle legioni che assediavano Capua e che con i rinforzi ottenuti arrivarono a sei nel 212.

            Il compito principale di Gavio e dei suoi era di intercettare i convogli di rifornimenti che Annibale dalla Apulia cercava di far pervenire agli assediati ormai ridotti allo stremo un compito che in un certo senso lo ricollegava al suo paese lontano perché i cartaginesi scortavano quei carichi fino a metà strada avanzando nel Sannio dove poi subentravano loro truppe campane che dovevano tentare di raggiungere Capua. E Gavio quando capitava di prendere prigionieri cercava sempre di sapere notizie di quanto avveniva in patria ricevendo notizie confuse e frammentarie che aumentavano i suoi timori per la sorte dei suoi familiari dai quali ormai da tempo non aveva più notizie.

                       Lontano da casa sentiva la mancanza di Giulia e dei suoi tre figli. Marzia contava ormai sette anni, subito seguita dai cinque di Marco e dai quattro di Octavio. Era  pensando a loro che continuava a combattere in quella guerra che sempre più gli sembrava necessaria  per la futura stabilità dell’intera penisola italica.

            La vita da soldato inoltre gli piaceva e l’unico suo cruccio era quello di dover essere sottoposto ad ufficiali romani che non sempre tenevano nei suoi confronti e degli alleati italici tenevano un atteggiamento corretto. Ma a questo Gavio era ormai abituato e se si trovava a trattare con comandanti che trattavano lui ed i suoi da pari ne gioiva mentre non si crucciava più del dovuto quando invece il suo rapporto con gli ufficiali romani metteva a nudo la loro arroganza verso gli alleati considerati cittadini e soldati di secondo ordine.

Nel 211 a.C., i Romani, che ormai avevano in campo complessivamente venticinque legioni, pari a circa trecentomila uomini, e intensificarono le operazioni di assedio a Capua.  Erano ormai quattro anni che Gavio era lontano da casa quando nelle giovani braccia di una donna annegò il desiderio struggente che aveva per la moglie lontana.

            Ancora asciutto nel fisico,  anche per la dura vita del campo,  aveva più volte  notato negli occhi delle donne un non celato interesse ed una aperta disponibilità che aveva sempre volutamente ignorato.  Ma nonostante la sua indiscussa lealtà verso la moglie lontana spesso nelle lunghe notti al campo aveva cominciato  a constatare con rammarico come  nei suoi pensieri si facesse sempre più evanescente il ricordo del viso e del corpo di Giulia mentre al contrario più pressantemente il suo corpo sembrava reclamare una compagnia femminile. Si sforzava di ricacciare queste inquietanti sensazioni per dedicarsi con ogni possibile impegno ai propri compiti volendo rimarcare, nell’ondivago rapporto con gli ufficiali romani,  un suo personale stato di parità nei loro confronti.

            Costante e vigile  era anche il suo sforzo per far sì che i “suoi sanniti” fossero considerati soldati di pari dignità con i cittadini romani inquadrati nelle stesse legioni e questo non era compito facile visto che il soldo dato ai soldati privilegiava i cittadini i quali si arrogavano anche il diritto ad una maggior parte dell’eventuale bottino da dividere tra le truppe.

            Fu durante un’incursione in territorio occupato dalle truppe cartaginesi che incontrò Amina, una giovane tunisina al seguito delle truppe nemiche.

            I sanniti avevano appena conquistata un’altura tenuta dai cartaginesi ed i suoi soldati stavano spartendosi lo scarso bottino caduto in loro mani.  Gavio,  non interessato alla  spartizione,  si era ritirato per riposare in quella che doveva essere stata la casa del comandante nemico . Vinto dal sonno,  era crollato su un invitante letto che dopo tante notti passate a dormire sul terreno avvolto in una coperta gli era parso particolarmente invitante.

            Era stato risvegliato da un rumore sommesso proveniente dalla stanza adiacente a quella dove si trovava. Per istinto fu lucido all’istante e con la spada in mano rimproverandosi l’imprudenza che aveva commesso nel non accertarsi che la casa fosse vuota.

            Mosse poi cautamente verso l’altra stanza pronto a colpire un eventuale nemico ed una volta entrato realizzò che il rumore che lo aveva destato era un pianto che proveniva da dietro una tenda. Con i nervi tesi, essendo nel frattempo cessato il pianto,  si avvicinò alla tenda e ne scostò con cautela il bordo pronto a colpire.

            Schiacciata contro la parete scorse una ragazza giovanissima i cui grandi occhi scuri brillavano di lacrime. La donna non più che ventenne vestiva i tipici abiti delle donne cartaginesi e tale era sicuramente visto l’ambrato colore della sua pelle.

            Rilassandosi  non poté non ammirarne la bellezza del viso e la perfezione della figura. Negli occhi di lei lesse il terrore ma anche un indiscutibile moto d’ira e di orgoglio.

            –Chi sei– le chiese istintivamente in osco ripetendo poi la domanda in latino.

            –Sono Amina Ben Darca– rispose altera la donna.

            –E cosa ci fai qui?

            –Sono la moglie dell’uomo che comandava questo reparto, la moglie di colui che ho appena visto uccidere dai tuoi uomini. Sono una donna libera e nella mia terra il nome della mia famiglia è temuto e rispettato-affermò con orgoglio quasi a voler creare un muro fra di lei e lo sconosciuto.

            Parlando mescolava parole greche e latine e tradiva un forte accento, piuttosto melodioso per Gavio, dovuto alla sua lingua madre.

            –Vuoi uccidermi straniero o vuoi forse usarmi violenza? E’ così che fate voi romani! Ma ti toglierò questo piacere perché sarò io stessa ad uccidermi- e ciò dicendo impugnò un sottile pugnale.

            –Riponi la tua arma. Non ho intenzione di farti alcun male né  te lo faranno i miei uomini. Io poi non sono romano, sono un sannita.

            –Sannita? Non so cosa significa sannita, io conosco romani.

            -Lasciamo perdere– mormorò Gavio più per sé che per la donna.

            –La mia famiglia, se lo chiederai,  ti potrà pagare un buon riscatto per la mia libertà-riprese la donna-Basterà che tu invii un messaggio al campo cartaginese e loro sapranno cosa fare.

            –Non combatto questa guerra per arricchirmi. Non so cosa farmene del tuo riscatto.

            -Allora vuoi il mio corpo?

            Gavio sorrise e, se anche non aveva presa in considerazione una tale ipotesi, pensò, del tutto accademicamente,  che la cosa, considerata la bellezza e l’età della donna,  avrebbe potuto rivelarsi piacevole.

            –Tranquillizzati non voglio usarti violenza alcuna. In effetti ero venuto qui solo per dormire e penso che così farò. Penseremo dopo a te. Per ora se non ti dispiace, per la mia e la tua sicurezza, ti legherò ovviamente dopo che mi avrai consegnata la tua arma.

            Così dicendo, e senza che la donna opponesse resistenza, fece a pezzi la tenda dietro la quale Amina si era inizialmente nascosta e, fatti dei lacci con il coltello appena consegnatogli, cominciò a legarle mani e polsi assicurandola ad un secondo letto che era nella stanza.

            Risvegliandosi istintivamente cercò con lo sguardo la sua prigioniera e vide che, distesasi sul letto al quale era stata legata, si era addormentata. Riposato rimase a guardarla nel sonno non stancandosi di ammirarne la bellezza.

            –Se fossi giovane-pensò- avrei fatto di tutto per convincerti ad essere mia.

            Fugò tuttavia questi pensieri e si dedicò ai propri doveri. I suoi soldati stavano per lo più riposando. Le sentinelle, vedendolo, lo salutarono con un amichevole ed informale saluto.  I feriti avevano già ricevute le prime cure ed il fuoco, quasi spento, di grosse pire dimostrava che si era già proceduto a bruciare i corpi dei caduti.

            Appartati dai suoi uomini e sotto stretta sorveglianza un gruppo di prigionieri attendeva di conoscere la propria sorte. Vedendo i prigionieri ricordò di dover affrontare  il problema della sua prigioniera.

            Ripensando al fatto che la donna gli aveva proposto di chiedere un riscatto pensò che quella soluzione si sarebbe potuta rivelare la migliore. Il riscatto sarebbe stato diviso tra i suoi soldati e lui non avrebbe avuto più alcun obbligo verso la donna che comunque avrebbe costituito una imbarazzante presenza ed un problema.

            Convintosi che questa fosse la soluzione giusta fece segno ad una delle sentinelle di portargli il più giovane dei prigionieri intendendo  farne il messaggero da mandare al campo nemico.

            Il prigioniero era giovanissimo e, in circostanze diverse dalle attuali, difficilmente si sarebbe potuto pensare a lui come ad un soldato. Il  ragazzo fu fatto alzare e condotto al suo cospetto ed i suoi occhi mentre si avvicinava tradivano odio e rabbia così come sicuramente volevano esprimere anche le parole sconosciute che come un fiume scaturirono, all’indirizzo di Gavio, dalle sue labbra . Gavio lo guardò stupito e un altro prigioniero, leggendo nei suoi occhi la perplessità, intervenne come interprete.

            -Lui dice di preferire la morte piuttosto che giacere come una donna con un romano.

            Gavio, realizzando quali pensieri dovevano essere passati nella mente del prigioniero, scoppiò in una risata alla quale  si unirono anche le sentinelle e, forse per compiacerlo, anche l’occasionale interprete.

            –Portatemi anche l’uomo che ha parlato-ordinò Gavio ai suoi- penso che ne avrò bisogno se non voglio creare altri equivoci.

            –Oggi deve essere proprio la mia giornata-pensò-. Sono stato visto come uno stupratore prima da una donna e poi da un ragazzo.

            Quando i due prigionieri furono di fronte a lui, ordinò loro di seguirlo nella casa dalla quale era appena uscito e dove probabilmente la sua prigioniera l’attendeva per conoscere la propria sorte. La donna era sveglia ed in piedi. Le comunicò la decisione appena presa tenendo a precisare che il riscatto sarebbe stato di esclusivo appannaggio dei suoi soldati. Poi rivolto ai due prigionieri li incaricò di portare la sua richiesta al campo nemico precisando loro che, potendolo, avrebbe attesa la risposta nella  posizione appena conquistata. Sembrò che i prigionieri avessero ben chiara la sua richiesta e la stessa donna provvide, con un fiume di incomprensibili parole, a fornire loro ulteriori  e personali indicazioni. Dopo che i prigionieri si furono allontanati Gavio lasciò la casa alla donna e si trasferì nell’accampamento così da non creare ulteriori malintesi.

            I giorni passarono senza notizie dei due messaggeri e Gavio,  preso dai lavori di fortificazione della posizione conquistata, che gli ordini ricevuti lo impegnavano a difendere fino a nuovo ordine, finì in pratica per dimenticarsi della sconosciuta.  Una notte il suo sonno fu interrotto da pensieri angosciosi circa la famiglia lontana e, sentendo di non potere o volere riprendere il sonno cercò di riacquistare la calma perduta  in una passeggiata notturna. Il campo era immerso nel sonno ed era debolmente rischiarato dai fuochi dei posti di guardia. Mossi i primi passi alle sue orecchie giunse un canto dolce e malinconico che  realizzò provenire dalla casa della  prigioniera.

        Avvicinatosi, si fermò a scambiare alcune parole con il soldato di guardia, un giovane del suo stesso villaggio,  finendo per dirgli che  lui stesso avrebbe rilevato il suo turno di guardia. Il giovane, decisamente ben lieto,  si affrettò ad allontanarsi e Gavio si accinse, in prossimità della casa,  a svolgere il suo improvvisato turno di guardia. La casa ora era buia e il canto che l’aveva attirato era cessato. Immerso nei suoi pensieri  si dispose ad attendere l’alba quando a sua volta sarebbe stato rilevato dal suo insolito turno di guardia. Fu riscosso dal riprendere del canto e guardò verso la casa e verso uno spiraglio di luce  che filtrava da una delle tende. Istintivamente, avvicinatosi alla finestra vide la prigioniera che andava riempiendo di acqua, scaldata sul fuoco che illuminava la stanza, un grosso recipiente forse disponendosi a lavare i suoi panni. I suoi pensieri tornarono nuovamente alla casa lontana e,  quasi senza accorgersi del tempo, improvvisamente realizzò che la donna si accingeva a prendere un bagno. Si allontanò di scatto dalla finestra, quasi sentendosi in colpa, ma irresistibilmente si sentì nuovamente attratto dalla luce che trapelava e si riavvicinò.

            Amina aveva raccolti i lunghi capelli sulla testa e stava sbottonando i bottoni che chiudevano la parte alta del lungo caftano che indossava. Chinatasi raccolse l’orlo della lunga veste e con un gesto rapido sfilò l’abito dalla testa. Ora  nuda di fronte a lui mosse verso un tavolino dove erano poggiati alcuni flaconi e, presone uno, ne versò il contenuto nell’acqua bollente chinandosi poi ad agitarla con un braccio. Lo spettacolo di quel corpo nudo ed ambrato catturò l’attenzione di Gavio creandogli una imbarazzante erezione. Il corpo della giovane aveva una flessuosità e morbidezza che il colore della pelle e i bagliori del fuoco sembravano esaltare . I seni piccoli ed eretti erano sormontati da  capezzoli di un colore particolare che si intonava alla pelle ambrata mentre il ventre, asciutto e muscoloso,  era assolutamente privo di ogni traccia di peli così da risultare insolitamente esposto allo sguardo di Gavio. Con un gesto agile quanto femminile la donna, entrata nella tinozza e rimanendo in piedi  nella stessa, prese a lavarsi usando  una spugna che di volta in volta immergeva nell’acqua .

            Gavio attese che il bagno avesse termine incapace di sottrarsi al piacevole spettacolo offerto ai suoi occhi indiscreti e solo quando Amina si infilò nel letto ritrovò la forza di staccarsi dalla finestra. Una folle cavalcata affrontata a spron battuto, non appena avvenuto il cambio della guardia, servì a riportare in lui la calma.

            La stessa mattina le sentinelle fermarono il più anziano dei prigionieri lasciati liberi  e questi chiese di essere condotto da Gavio essendo latore di un messaggio. L’uomo quando fu al cospetto del comandante sannita pur nel suo stentato romano rese ma inequivocabilmente la risposta al messaggio del quale era stato latore.

            –Nostro generale mandato ad Amina Ben Darca un pugnale e invito di fare quanto sa. Prega te di consentirle di riprendersi il suo onore.

             L’uomo avendo riferito il messaggio ritenne, dopo aver spiato nel viso di Gavio una reazione, di aggiungere un proprio non richiesto parere.

            –Nostre donne prigioniere essere per noi comunque contaminate. Per lei non riscatto ma morte.

            Detto questo l’uomo porse un ricco pugnale.

            Amina convocata per essere presente al colloquio impallidì e cercò negli occhi di Gavio un’autorizzazione a prendere il pugnale che il suo connazionale le tendeva.  Gavio la precedette e trattenne l’arma e, senza rivolgerle lo sguardo,  ordinò ai suoi di lasciare libero tanto il messaggero appena giunto quanto gli altri prigionieri. Poi si rivolse  ad Amina.

            -Sei libera anche tu di andare con loro, raggiungi la tua gente.

            Amina lo fissò incredula e non accennò a muoversi.

            –Ti prego di darmi il pugnale. E’ la mia unica via di scampo. Se mi lascerai andare con la mia gente la mia sorte è già decisa perché la mia vita non vale nulla per loro. Forse prima di uccidermi saranno loro a voler prendere il piacere sulla moglie del loro capo morto.

            Di fronte alla determinazione della donna, mentre gli altri prigionieri venivano liberati, rivolse ad Amina una domanda conseguente alla nuova situazione che si era andata delineando.

            -Cosa dovrò fare di te se non potrai raggiungere la tua gente?

            –La scelta spetta a te visto che non mi hai consentito di seguire la via indicatami dalla mia gente-replicò Amina- Ho solo due vie dinnanzi a me ora che è stato  rifiutato il riscatto che il nome ed il rango di mio marito imponeva loro: la morte che tu ti ostini a rifiutarmi o diventare  di proprietà di chi mi ha catturata. Sono una donna sola in un paese sconosciuto. Non ho alternative romano.

            –Ti ripeto che non sono un romano -si ostinò a controbattere Gavio- Sono un sannita.-e ciò dicendo scandì la parola quasi a volerle fare intendere l’enorme differenza.

            –Va bene sannita! A te la scelta!-e così dicendo tese la mano per prendere il pugnale che però non le fu dato.

            All’ulteriore rifiuto di Gavio si girò composta e diresse verso la casa che costituiva ormai la sua prigione. La sera Gavio notò nella casa una luce che rimase accesa per tutta la notte e la stessa cosa si ripeté nelle notti successive. Comprese che quella luce era per lui ma con uno sforzo si impose di ignorarla.  Dopo alcune sere sentì irresistibile quel richiamo silenzioso e si diresse verso la casa che ormai non era più presidiata da alcuna sentinella. Una lampada ad olio era posata sulla finestra e dalla casa non proveniva alcun rumore segno che la donna doveva essere addormentata. Dopo un momento di indecisione entrato in casa mosse verso la stanza della donna e vide che la sua prigioniera dormiva. L’osservò incerto e, per quanto il suo ingresso fosse stato silenzioso,  Amina dovette intuire la sua presenza perché i suoi occhi si aprirono cercandolo.

            -Dimmi il tuo nome sannita.

Gavio-rispose

            -Vieni Gavio, io ti appartengo.

Così dicendo Amina spostò la coperta che la copriva rivelando il suo corpo nudo.

            Vinto dal ricordo sensuale del bagno cui aveva assistito e della invitante nudità che ora gli veniva offerta  si avvicinò al letto mentre la donna si spostava per fargli posto.      Avvicinandosi si liberò delle vesti e una volta sul letto senza parlare e saltando ogni preambolo prese la donna con un impeto  che gli ricordava i tempi della gioventù.

            Non fu scambiata una parola ma Gavio realizzò subito che la donna era stata pronta a riceverlo e che la risposta al suo abbraccio non era stata passiva ma partecipe. Dopo quel primo intenso rapporto volle lentamente scoprire con le mani e con le labbra il corpo che Amina gli offriva senza falsi pudori . Un corpo giovane e sodo  che in tutto ricambiò baci e carezze che riceveva suscitando in lui sensazioni che credeva ormai lontane nel tempo. Alla passione subentrò poi una sorta di tenerezza come se entrambi sentissero il bisogno di dare, al di là del rapporto fisico,  una giustificazione a quanto stavano facendo. Gavio si lasciò trascinare dalle forti sensazioni che sentiva stupendosi di quanto  bisogno avesse di quel contatto che ora era qualcosa di più del solo contatto fisico.

            La mattina al risveglio il ritrovarsi di nuovo vicini scatenò nuovamente la passione e Gavio dovette dare atto alla donna di una indiscussa padronanza del proprio corpo finalizzata al solo scopo di dare piacere all’uomo che giaceva con lei.

            –Mio marito Magone era molto più vecchio di te-gli confessò Amina quasi a giustificare la sua attiva partecipazione e disponibilità. –Sappi che mi sono data a te con gioia e non come la prigioniera sottomessa al suo vincitore. Da noi le fanciulle vengono istruite all’amore dalle donne anziane ma forse è la prima volta che ho saputo e potuto  mettere a frutto questi insegnamenti mirati sopratutto a dare piacere al nostro uomo senza pretendere che lui si ponga lo stesso problema verso di noi. Con te è stato diverso e paritetico e te ne devo essere grata perché ho scoperto anch’io la mia sconosciuta gioia.

            Queste parole chiusero ogni parentesi discorsiva e quanto fra loro seguì rese superflue ulteriori spiegazioni.  Gavio inizialmente turbato dalla forza di questo rapporto si convinse che nulla aveva a che fare con i suoi sentimenti di lealtà verso la moglie lontana alla quale nulla avrebbe tolto sotto un profilo emotivo o affettivo e quindi ricercò in Amina la sua risvegliata virilità giovanile.

            Nel periodo che  i sanniti tennero  la posizione loro assegnata per ben due volte dovettero fronteggiare degli attacchi nemici e Gavio si sorprese ad augurarsi che il comando romano si fosse scordato di lui e di quel piccolo avamposto nel quale andava riscoprendo una parte dimenticata di sé stesso. .

            Ma la sua speranza ovviamente fu vana perché non appena fu chiaro che i Cartaginesi non riuscivano a forzare il blocco su Capua le truppe di Gavio furono richiamate sembrando che Annibale abbandonata Taranto fosse intenzionato a liberare la città dall’assedio. Seguirono attacchi contro le posizioni romane ad opera della cavalleria e degli elefanti ma ovviamente la cavalleria numida insuperabile negli ampi spazi aperti poco poteva contro la doppia cinta di trinceramenti approntati dai romani, contro i fossati larghi e profondi e contro mura solide ed alte.

            L’inutilità di quegli attacchi dovette finire per convincere il cartaginese a desistere dalla primitiva intenzione e nel campo romano si cominciò a pensare che volesse puntare su Roma.  I romani si affrettarono a mandare messaggeri a Roma per informarla del pericolo e per sapere se dovevano togliere l’assedio per tornare a difendere Roma. Ma in una Roma preoccupata e disorientata prevalse la convinzione che il comandante cartaginese non avesse nessuna intenzione di attaccare Roma e che la sua manovra mirava solo a distogliere buona parte delle truppe da Capua che rimaneva il suo principale ed immediato obiettivo. Fu Marco Valerio rientrato dalla penisola iberica a portare agli assedianti di Capua notizie di quanto era successo a Roma.

-Annibale nella sua marcia su Roma ha messo a ferro e fuoco le città incontrate sul cammino e soprattutto su Preneste e Fregelle ha sfogato la sua furia.  E’arrivato pressoché indisturbato alla confluenza del Tevere con l’Aniene e ha guadato quest’ultimo visto che tutti i ponti erano stati da noi tagliati ed ha dato avvio a scorrerie in tutto il territorio circostante saccheggiando anche il santuario di Feronia per far bottino di tutti gli ori votivi. Un giorno lo abbiamo visto arrivare con pochi cavalieri sotto le mura vicino a Porta Collina, era un giorno di pioggia come lo sono stati tutti i cinque giorni che è rimasto nei pressi della nostra città, ha lanciato di suo pugno un giavellotto incendiario oltre le mura e poi si è allontanato guadando ancora una volta l’Aniene per tornare qui da voi. Insieme al console Galba lo abbiamo inseguito ma una notte il nostro campo è stato attaccato ed abbiamo desistito dal seguirlo ulteriormente. Penso che presto sarà da voi.

Ma Annibale non fu visto a Capua e dai dispacci catturati ad un messaggero capuano si apprese che considerando irrimediabilmente compromessa la sorte della città aveva presa nuovamente la via per l’Apulia e per Taranto.

Dopo due anni di assedio a metà aprile Capua in effetti si arrese. Le speranze del cartaginese dovevano,  ancora una volta essere  vanificate perché stanca dell’assedio la città aprì le porte ai romani dopo aver sopraffatto gli elementi filocartaginesi al suo interno.

Gavio visse i giorni immediatamente successivi all’ingresso dei romani in città come un incubo con il pensiero giocoforza rivolto  a quella sua famiglia lontana della quale da anni non aveva notizie.

La vendetta romana, simile a quella che ogni vincitore esercita su un vinto che sia stato particolarmente ostile e combattivo, fu spietata. Un centinaio di senatori, magistrati e comandanti capuani furono fustigati e poi decapitati, semplici cittadini subirono violenze ed oltraggi che non tennero conto di sesso, età, condizione sociale e il numero dei morti, degli imprigionati e di quelli destinati ad essere venduti come schiavi raggiunse cifre altissime. Vennero emanati ordini di confisca dei patrimoni privati e decretato che tutti i possedimenti pubblici diventassero di proprietà dello stato romano. Le principali opere pubbliche, i palazzi, gli ampi giardini, le fiorenti fabbriche  che avevano fatto di Capua la più bella e ricca città della penisola dopo essere stati devastati e predati furono incendiati e distrutti.  Roma aveva inteso vendicarsi contro chi aveva osato ribellarsi e dare un esempio che suonasse di monito ai suoi “alleati” ma sicuramente si era anche sbarazzata di un vecchio concorrente in campo economico visto che  Capua quando le truppe romane l’abbandonarono era ridotta ad un modesto borgo agricolo.

Durante la permanenza a Capua Amina era stata  accettata non come una nemica ma come la compagna di un fedele alleato. Non era infatti inusuale per soldati lontani da tempo da casa che solidi legami si stabilissero con donne un tempo appartenenti ai nemici o con donne che avendo i propri uomini lontani su altri fronti, o morti, cercavano un nuovo, e spesso duraturo legame con i militari occasionalmente posti dal destino sulla loro strada . Inoltre Amina aveva stretto un buon legame di amicizia con una donna campana che era diventata la compagna di Marco Vittone comandante di Gavio. Questo rapporto fra superiore e subalterno era stato inizialmente favorito dalla amicizia nata fra le due donne  ma anche dal fatto che il legato romano apprezzava Gavio, conosceva le sue buone relazioni di a Roma e sapeva che sua moglie era pur sempre una cittadina romana. Un’amicizia quella con Marco Vittone che consentiva a Gavio di avere spesso informazioni confidenziali sull’andamento della guerra. Spesso fra loro avevano affrontato l’argomento dei non sempre idilliaci rapporti fra romani e loro “alleati”e questo quando Gavio riportava al suo comandante il malcontento si faceva sempre più palpabile fra gli “alleati”. Gavio lamentava infatti che agli “alleati” era imposto il fardello più pesante di quella guerra come chiaramente provava il fatto che i loro rincalzi, che periodicamente arrivavano per colmare i vuoti,  erano sempre più spesso formati da giovanissimi. Dai racconti dei rincalzi emergeva il quadro di carestie, di mancanza di forze lavorative e di un sempre più insostenibile peso per corrispondere a Roma quelle riparazioni di guerra imposte dai vessatori trattati.

            –Qualcuno di noi-diceva Marco Vittone- comincia a prendere posizione a favore delle popolazioni italiche sostenendo che è assurdo discriminare i cittadini alleati ma questi discorsi rischiano ancora di essere considerati  sediziosi e perciò se ne dibatte in cerchie ristrette senza avere il coraggio di sollevare ufficialmente il problema. Non è molto ma è, se non altro, un inizio. Tuo suocero Marco Valerio è fra coloro che maggiormente si è esposto in questo senso e solo la sua posizione sociale e la sua toga di senatore hanno,  per ora, impedito che venisse tacciato di tradimento.

            –E tu Marco Vittone cosa pensi di una riconciliazione e parificazione dei diritti fra romani ed italici?

            –Credo di non essere sulle stesse posizioni di tuo suocero. Non ho nulla contro gli italici e la nostra amicizia mi sembra ne sia la prova migliore. Ma l’orgoglio di essere cittadini romani e non voler considerare come nostri pari gli italici è qualcosa di fortemente radicato in noi. Le guerre che ci hanno visto come nemici sono ancora troppo recenti per essere scordate e non possiamo non tener conto del fatto che ancora molto diversi sono i nostri rispettivi, atavici,  bagagli storici e culturali. Se un giorno dovessimo pensare ad  equiparare voi italici penso che quel giorno perderemmo buona parte di quell’ orgoglio che per secoli è stato la chiave di volta della nostra politica.  Del resto tu stesso ad ogni occasione, e con non minore orgoglio del mio,  appena possibile tendi a puntualizzare di esser un sannita.Essendo entrambi dei soldati del resto ci è chiaro che l’obbedienza molto spesso si ottiene  mantenendo le distanze ed incutendo un timore reverenziale e credi che se voi sanniti foste al nostro posto vi comportereste in modo differente?

– Probabilmente sì visto che pur essendo fieri della nostra identità non abbiamo mai cercato di annullare l’identità dei nostri nemici ma al di là di questo non ameremmo certo disperderci fra gli altri fino a non riconoscerci.

            – Vedi? In parte mi dai ragione ma sii pur sicuro che il tempo, anche se sarà lungo,  porterà al superamento di tutto questo. Come ti ho detto dodici delle più antiche colonie latine hanno recentemente presa posizione contro la nostra politica rivendicando pari privilegi e per la prima volta in Senato si è timidamente ipotizzato di ammettere nello stesso due maggiorenti di ciascuna di dette città. La proposta non è passata ma si è fatto un primo passo aprendo a quei latini gli alti gradi delle magistrature.

 Quando era stato il momento di lasciare Capua aveva affrontato il problema dei suoi rapporti con Amina che era diventata una realtà nella sua vita.

-Devo partire. Sono contento che tu abbia trovata una amica nella donna di Marco Vittone così che non sarai sola come avevo temuto. So che non avrai problemi sotto un profilo economico, qualunque cosa dovesse succedermi,  e quindi parto abbastanza tranquillo.

            -Molte donne seguono i loro uomini in guerra ed io, come tu sai, ho sempre seguito mio marito.  Perché non posso venire con te?

            – In primo luogo perché ho una famiglia e come sai una donna che amo in secondo luogo perché se mi dovesse succedere qualcosa preferisco saperti al sicuro qui perché certamente non troveresti comprensione né fra la tua gente nè fra i nostri che ti considererebbero una splendida preda. Sarà come ho deciso!

            Poi per rincuorare la sua donna si sentì obbligato ad aggiungere ai ragionamenti pratici un qualcosa di personale.

            -Ti sono grato per la gioia e la felicità che mi hai dato pur sapendo dei miei sentimenti di lealtà verso la mia famiglia. Sappi che mi mancherai.                

Mi mancherai anche tu sannita– sorrise lei-Prendimi ancora una volta tra le tue braccia. Quando domani partirai spero di dormire, stanca dell’amore che avremo fatto, così da non accorgermi del fatto di essere di nuovo sola.

            Gavio accettò di buon grado l’invito stupendosi del fatto che il passare del tempo acuisse invece di diminuire il desiderio che provava per Amina.

            –Il suo corpo mi mancherà-pensò mentre ne esplorava i contorni- ma mi mancherà anche il suo calore ed il suo affetto leale.

            Come sempre l’imminenza di una partenza o di un’azione pericolosa dava ai loro abbracci una straordinaria vigoria ed Amina, abituata a vivere al fianco di un soldato,  sicuramente sapeva  che il pensiero di una ipotetica morte rendeva più esigente l’uomo in procinto di affrontare  il proprio destino. Appassionatamente fece ricorso ad ogni arma della sua seduzione e ad ogni tecnica in grado di assicurare al suo uomo il massimo piacere  e  la mattina successiva, quando le luci del giorno richiamarono Gavio al dovere, Amina dormiva, come aveva sperato,  certa che qualunque cosa fosse loro successa quella notte appena trascorsa sarebbe rimasta indimenticabile nei loro ricordi.

 

segue …….

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

 

 

 

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