Cap. 53 – I rivali di Roma – Gavio – Parte cinquantatreesima

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 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

221-216 a. C. Gavio e Giulia hanno una figlia, Marzia – Annibale, a capo dei cartaginesi di Spagna, intende continuare l’opera del padre Amilcare Barca – Attacca Roma in Spagna dando vita alla seconda guerra punica – Annibale travalica i Pirenei, le Alpi e, di vittoria in vittoria, giunge  verso il centro della penisola italica – Annibale cerca l’appoggio dei Sanniti contro Roma – Gavio è restio a prendere le armi conto Roma per timore di rappresaglie – il Sannio comincia a pagare nel sangue, dolorosamente, il rispetto al trattato con Roma – Nel prosieguo della guerra, il Sannio e i Sanniti di dividono tra chi denuncai il trattato co Roma e si allea con i Cartaginesi e chi resta prudentemente fedele. I pentri restano alleati di Roma – Annibale sconfigge i romani a Cannes – la guerra non ha fine.

Annibale sulle Alpi, particolare da un affresco del 1510 circa esposto ai Musei Capitolini

            L’unione di Gavio e Giulia mostrò subito il forte legame che li univa. La nascita di Marzia, la loro primogenita, fu accolta con gioia e con il reciproco impegno di mettersi subito al lavoro per darle altri fratelli e sorelle.

            Gavio, libero di diretti impegni politici ed amministrativi, pur facendo parte del Consiglio della Pentria, trovò nel suo lavoro e nei commerci ad esso collegati molteplici soddisfazioni e conseguentemente la sua prosperità ne risentì in maniera evidente. Il lavoro richiedeva spesso dei viaggi nei quali Giulia,  decisa a scoprire il suo nuovo paese e a non lasciare solo il suo uomo “per evitare- come affermava scherzosamente-che cadesse in pericolose tentazioni”, divenne la sua inseparabile compagna.

            Ma nuovi avvenimenti dovevano turbare la pace che sembrava regnare nella penisola. Le notizie che giungevano nel Sannio resero noto che Annibalel’anno successivo alla campagna romana contro i Galli era stato nominato comandante dell’esercito cartaginese di Spagna. Si diceva che giovanissimo avesse giurato al padre Amilcare Barca, unico comandante cartaginese che i romani non avessero sconfitto,  che se lo stesso non fosse riuscito a prendere sui romani quella rivincita che era stato il suo sogno e per la quale da anni si preparava in Spagna, lui ne avrebbe continuata l’  opera.

            Del resto la rinuncia alla Sicilia ed il pagamento di una indennità di guerra di 3.200 talenti (pari a 83 tonnellate d’argento) potevano essere un buon motivo per Cartagine di tentare una rivincita tanto più ora che la Spagna cartaginese ricca di metalli preziosi si era trasformata in un ricco impero che da solo avrebbe potuto affrontare Roma.

            La possibilità di una ripresa della guerra con i cartaginesi aveva spesso formato oggetto di discussione tra Marco Valerio e Gavio che ricordava ancora bene le parole del suo amico romano.

            -I Cartaginesi non sono per loro natura un popolo guerriero ma piuttosto degli intraprendenti commercianti che combattono solo per difendere le loro rotte commerciali e le varie colonie sparse nel  Mediterraneo. Per combattere queste guerre visto che non esiste da loro un obbligo di leva,  hanno sempre fatto ricorso a truppe mercenarie di valore quali i fanti libici, i cavalieri numidi, i frombolieri delle Baleari ed i bellicosi iberici però sempre posti sotto comandi elusivamente cartaginesi. Questo costituisce in un certo senso la loro inferiorità militare rispetto a noi e se non lo dovessi saper ti dirò che dopo essere stati da noi sconfitti hanno dovuto far fronte ad una dura rivolta dei mercenari che solo il padre di Annibale ha saputo sedare. Ma Annibale con i suoi mercenari iberici, peraltro valorosi, potrebbe decidere di passare all’offensiva.

Ma mentre eravamo impegnati in Gallia– ribatté Gavio- il vostro Senato non ha raggiunto un accordo proprio con i cartaginesi di Spagna?

– Certamente. Si è raggiunto un accordo con Asdrubale, genero di Amilcare,  ma non mi sentirei sicuro che Annibale ora che ha il comando supremo lo voglia rispettare anche se avendo fissato le rispettive sfere d’influenza al fiume Ebro in pratica abbiamo lasciato ai cartaginesi mano libera nei nove decimi della penisola iberica facendo salva la nostra colonia di Marsiglia.

            Le pessimistiche previsioni di Marco Valerio si rivelarono esatte perché quando Roma si alleò con Sagunto posta, in Spagna, a sud dell’Ebro e quindi nella sfera d’influenza cartaginese fu inevitabile, e giustificata, la reazione di Annibale che assediò e prese Sagunto (219) massacrandone gli abitanti.

            La guerra tra Roma e Cartagine era quindi ripresa (seconda guerra punica) ed i romani approntarono due eserciti consolari con l’intento di sbarcare tanto in Iberia quanto in Africa e rivolsero pressanti richieste ai loro alleati perché fornissero i previsti contingenti.

La mossa a sorpresa di Annibale che superando l’Ebro, i Pirenei e le Alpi piombò nella penisola raggiungendo la pianura padana, che costituiva la frontiera italica di Roma,  nel settembre del 218 forte di 20. 000 fanti  e 6. 000 cavalieri mutò i piani dei consoli costretti ad affrontarlo mentre in Iberia veniva inviata solo una parte delle forze disponibili sotto il comando di due proconsoli e con gli stessi partì anche Marco Valerio.

Le successive vittorie cartaginesi sul Ticino e sulla Trebbia dove si parlò di  più dei due terzi delle preponderanti forze romane decimate, la alleanza con Annibale dei Boi e degli Insubri, l’avanzata cartaginese in Etruria (217), la vittoria sul Trasimeno che costò ai romani non meno di quindicimila morti alle truppe di Roma se a Roma seminarono il terrore nel Sannio suscitarono l’entusiasmo. Gavio nuovamente al comando del contingente sannita combatté la sua prima battaglia contro Annibale al Trasimeno e nel corso della battaglia fu ferito in modo serio e dovette rientrare in patria non dopo essersi reso conto che la fama della poderosa cavalleria cartaginese, arbitra di entrambe le vittorie, e della sempre temuta  possanza degli elefanti,  del loro potenziale bellico e del deterrente psicologico che avevano sulle truppe inviate a contrastare la discesa dei cartaginesi,  infiammavano le speranze di chi anelava  sottrarsi alla supremazia romana.

            Il fatto che Annibale, il vincitore delle due importanti battaglie, lasciasse liberi gli italici inquadrati nelle legioni romani e caduti in mano cartaginese, sembrò un chiaro messaggio a tutti gli italici che  si voleva proporre come un come un campione della loro indipendenza.

            Ma a questi messaggi non avevano certo risposto le città dell’Umbria e dell’Etruria che, pur essendo scarsamente difese dai romani, essendosi rifiutate di aprire le porte a chi si proponeva loro come un liberatore finirono per essere messe a ferro e fuoco.

            Con il progredire delle truppe cartaginesi verso il centro della penisola emissari in avanscoperta sollecitavano tanto i Piceni che i Sanniti a passare dalla parte loro parte denunciando apertamente i trattati con Roma.

            Nella Pentria si presentò come messaggero di Annibale quello Stazio Trebio che aveva cercato nell’esilio di Cartagine la via per riprendere la guerra a Roma. Ovviamente l’irpino sapendo che Gavio era rientrato in patria, cercò appoggio rivolgendosi a lui.

            L’incontro  fu improntato alla gioia sincera di ritrovarsi e ben presto  fu posto sul tappeto quello che entrambi sapevano essere il motivo dell’incontro.

            -Amico Gavio porto al nostro popolo un personale messaggio di Annibale che ovviamente conosco da tempo personalmente e del quale godo la più ampia fiducia.  L’impegno di Annibale verso i popoli italici è  di aiutarli a liberarsi del giogo di Roma che è, in maniera evidente,  il comune nemico. Dopo di te visiterò gli altri meddix e gli uomini più importanti del Sannio per portare loro questo messaggio.

            Gavio cercò invano di guadagnare tempo spiegando di non essere più il meddix dei Pentri ma Stazio Trebio era già al corrente del fatto che il nuovo Meddix fosse Numerio Decidio e che questi teneva in gran conto il parere dell’amico.

            -Mi rivolgo a te perché sei un amico, perché ai tempi del nostro ultimo incontro non hai escluso che un giorno la tua gente avrebbe potuto riprendere le armi contro Roma, e perché so l’ascendente che godi sul meddix e sulla tua gente. So altrettanto bene che, come ti eri riproposto,  hai fatto le tue esperienze di soldato nelle file romane e che quindi  in pratica hai tutte le carte in regola per metterti a capo delle truppe sannite.

            Stazio che in effetti aveva contato su una immediata ed entusiastica adesione dell’amico sembrò dubitarne e tacque aspettandone le reazioni.  Gavio fu costretto quindi ad affrontare l’argomento.

            -Il Sannio ha già una volta ascoltate le promesse non molto diverse di un condottiero straniero e ne ha dovuto poi pagare, a caro prezzo,  la successiva defezione. Sono piuttosto perplesso nell’accordare la mia  fiducia ad un “liberatore” straniero e continuo a ritenere che se ci sarà una ribellione contro  Roma questa potrà esserci solo quando tutti combatteranno per una causa che sia solo nostra.

            –Dici questo perché ovviamente non conosci Annibale. -lo travolse nuovamente Stazio- Non puoi assolutamente vedere in lui un altro Pirro. Io lo conosco e posso assicurarti della serietà del suo impegno. Il suo obiettivo è di combattere Roma non per spirito di conquista ma per ridare spazio e libertà di movimento alla sua gente laggiù nella loro terra lontana dove Roma già pensa di espandere la propria egemonia. La sua è una guerra per la sopravvivenza e non potrà quindi tirarsi indietro se non quando avrà conseguito il risultato. Non è un mercenario come lo era Pirro e non coltiva certo mire egemoniche nella nostra penisola.  E’ fuor di dubbio che abbia grandi doti di comando e le vittorie riportate lo dimostrano. La sua cavalleria è decisamente superiore a quella romana e sta rapidamente adottando le tecniche romane per la sua fanteria . Potrebbe già fin d’ora pensare di muovere su Roma e solo la prudenza lo consiglia a compiere questo passo solo quando avrà fatto la conta dei suoi possibili alleati nella nostra penisola. Non dimenticare che in questa fase di attesa sta logorando le legioni di Roma peraltro pienamente impegnate contro le truppe cartaginesi anche nella penisola iberica .

            -Quello che  mi dici lo conosco bene e si può dire l’abbia vissuto di persona. Sono stato impegnato con il contingente sannita inquadrato nelle file romane e se ora mi trovi qui è solo perché proprio sul Trasimeno sono stato ferito. Saprai fin troppo bene che il nostro popolo rispondendo alle richieste formulate ha messo in campo romano quarantamila fanti e quattromila cavalieri. Come noi anche altre nazioni “alleate” hanno fornito truppe oggi inquadrate nelle legioni di Roma.  Nei campi e nei bivacchi ci  si è molto confrontati fra noi italici sulla domanda se fossimo in campo dalla parte giusta o da quella sbagliata. Non credo che la nostra gente sia pronta ad un cambio di fronte in maniera massiccia. Certo delle defezioni sono possibili ma saranno per lo più sporadiche e senza avalli ufficiali. Mi dispiace esprimermi con te in questi termini ma credo onesto farlo.

            –Hai dunque rinunciato alle tue idee di un tempo?-lo interrogò Stazio la cui voce tradiva una inattesa disillusione. –Sei dunque tra coloro che rimangono aggrappati ad una ignobile alleanza con Roma? Dov’è finito l’amico di un tempo ed il Sannio che conoscevo?

            -Non so se si possa parlare di rinuncia. So però per certo che c’è nell’aria un responsabile senso di prudenza ed una diffusa convinzione che se si dovrà cercare il riscatto da Roma questo dovrà essere cercato, come mi sembra di averti già detto,  solo contando sulle sole forze italiche senza fidarsi delle promesse di stranieri.

            –Non ti riconosco più Gavio-commentò amareggiato Stazio- e penso che non voler cambiare campo potrà costare molto caro alla nostra gente.

-Di questo purtroppo sono convinto anch’io che ho potuto vedere il prezzo pagato dalle città etrusche che non sono passate dalla sua parte. Probabilmente se Annibale dovesse continuare nella sua marcia vittoriosa ci troveremo semplicemente a dover cambiare padrone ma se con i romani possiamo considerare di avere una cultura e nonostante i precedenti contrasti una storia comune nulla ci lega ai cartaginesi. Non ti sembra strano che Assisi, Perugina, Spoleto come tante altre città italiche che come noi non sono certo liete di sottostare a Roma pur sapendo a cosa sarebbero andate incontro non abbiano deciso di passare in campo avverso? Lo stesso sembra avvenire ora anche per  Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani. Considera e non è cosa di poco conto che nostri soldati come quelli di altri “alleati” militano nelle file romane ed una defezione porterebbe a crudeli rappresaglie nei loro confronti.  Credo che nessuno degli “alleati” si senta garantito per rischiare una defezione.

            – Mi stai in pratica dicendo che non riuscirò a convincerti e che sto perdendo il mio tempo con te.

            -Lo credo anch’io, e posso assicurarti che perderesti il tuo tempo anche se cercherai di trovare un alleato in Numerio Decidio perché la posizione della Pentria è stata già decisa.  Forse è il momento adatto di sperare che Roma, per non perdere la nostra adesione, possa rivedere la sue posizioni verso gli “alleati” ed anche questo potrebbe rivelarsi un modo di riportare in vita il nostro Sannio. Forse questo  ulteriore tentativo di dare fiducia a Roma è, al momento,  meno rischioso di una avventura sul campo opposto. Il nostro dovere è verso la nostra gente al di là di grandi sogni. E’ tempo di verifiche . Roma in questa emergenza ha l’opportunità di dare un forte segnale agli italici mutando la  politica finora seguita in vista  di un nuovo assetto da dare a questa martoriata penisola.

            Stazio non insistette nelle sue richieste e rapidamente cercò di concludere quell’incontro deludente.  Gavio dal canto suo non cercò di trattenerlo ben comprendendo la cocente delusione dell’amico e la inutilità di un ulteriore dialogo.

            Terminato l’incontro Giulia cercò di confortare il marito decisamente turbato dalla convinzione che  Stazio in lui aveva visto il traditore degli  ideali che un tempo avevano animato il mondo sannita.

            -Ti deve essere costato molto ascoltare le parole di rimprovero di un vecchio amico.

            -In effetti è così anche se sono convinto di essere più che mai nel giusto.

            La scelta del Sannio presto si concretizzò, con il progredire delle truppe cartaginesi nella penisola,  in un pericolo immediato e diretto . I Piceni anch’essi sulla linea sannita già pagavano il prezzo della scelta operata e le truppe di Annibale  scorrazzavano razziando lungo la costa adriatica.

            A Gavio ormai guarito e pronto a riprendere il suo posto giunse l’ordine di non ricongiungersi al suo precedente reparto ma di organizzare la sua terra alla difesa garantendo così anche la sicurezza delle colonie latine.

            Giulia, in attesa del  terzo figlio,  comprendeva lo stato d’animo del marito essendo convinta che   in cuor suo,  per un atavico retaggio del suo sangue, avrebbe preferito essere in armi contro Roma. Nessuno meglio di lei, in quanto nata cittadina romana,  poteva, con rammarico,  constatare  la cecità della politica di Roma verso gli  italici ai quali, a suo avviso con arroganza, continuava a  chiedere di combattere non in virtù di un evidente comune interesse contro uno straniero ma solo in virtù di un legame di sudditanza sancito da accordi che forse era ora venissero rivisitati in un’ottica più lungimirante .  Cercava pertanto di essere il più vicina possibile a Gavio.

            -Nessuna più di me può comprendere la tua sofferenza. Io stessa, da romana, vivendo ormai da sannita, trovo ingiusto ed oppressivo il comportamento della mia gente. Mi consolo pensando che Marco Valerio ora che siede in Senato sia tra coloro, e sono veramente pochi, che cercano di opporsi a questa politica cieca verso la gente italica.

            -Lo so che Marco Valerio si sta battendo per noi ma tremo al pensiero che lo faccia perché si espone ad un grande pericolo. Ne abbiamo parlato spesso ma sono certo che né noi né la generazione che seguirà potrà vedere alcun cambiamento. Forse saranno i nostri nipoti, o i loro figli, a vedere realizzata un’unica grande nazione in questa nostra penisola.

            Dopo una dolorosa meditazione Gavio completò ad alta voce i propri pensieri.

            -Ci troviamo ancora una volta tra due fuochi e quel che è peggio  dovremo subire un esercito straniero che colpendoci vuole colpire Roma che, a sua volta,  non ci degna di alcuna considerazione e ci usa come carne da macello per difendere un suo mondo che a noi dovrà rimanere precluso.

            -Sono quasi convinta, e da romana quanto dico potrebbe suonare più che blasfemo, che se foste stati voi sanniti a prevalere nelle guerre conto la mia gente, oggi gli italici sentirebbero già la comune appartenenza ad un’unica nazione in grado di garantire a tutti  eguali diritti ed eguali doveri. In una simile condizione sarebbe stato per tutti più facile opporsi ad un invasore straniero.

            Ben presto giunsero notizie che Annibale risalendo dall’Apulia puntando su Arpi era entrato in territorio irpino forse fiducioso che la presenza e la convinzione di Stazio Trebio avrebbero portato ad una defezione in suo favore degli irpini. Ma l’atteggiamento della gente sannita non cambiò e il Sannio cominciò a pagare nel sangue, dolorosamente, il rispetto al trattato con Roma .

            L’atteggiamento temporeggiatore del console romano Fabio Massimo sembrò portare ad un deterioramento dei rapporti romano-sanniti . Il console infatti continuava a tallonare le truppe di Annibale cercando di evitare ogni e qualsiasi scontro e, così facendo, esponeva città e villaggi, peraltro sguarniti di validi presidi, alle incursioni cartaginesi mirate a procurarsi vettovagliamenti per il numeroso esercito in marcia ed inasprite dalla mancata adesione delle popolazioni sannite.

            Quando Annibale fallì nel tentativo di conquistare Beneventum fu la volta della Pentria ad essere  invasa dalle truppe cartaginesi.  L’avanzata su Allifae fece sperare che il cartaginese intendesse prendere la via della Campania ma la speranza andò delusa quando invece l’esercito cartaginese puntò verso l’interno della Pentria rinunciando per il momento alle sicuramente più ricche prede costituite da Capua e Nola.

            Presto anche i Caudini furono alle prese con l’esercito invasore e città come Calatia e Trebula si svuotarono di gran parte della loro popolazione all’approssimarsi del nemico. Sui monti Trebulani si provò pur tuttavia ad arginare l’avanzata nemica forti della convinzione che i fratelli della Pentria avrebbero inviati rinforzi contro il comune nemico. E come sperato i Pentri accorsero guidati da Gavio.

            La maggior conoscenza del territorio e la sua particolare aspra natura giocarono certo un ruolo determinante a favore delle truppe sannite convinte che la loro  pressoché disperata resistenza avrebbe convinto  le titubanti truppe romane ad affrontare il nemico. Ma i romani preferirono richiudersi, al sicuro,  a Cales.

            Sembrava ormai che l’eroico tentativo sannita dovesse trasformarsi in una completa disfatta ma, come sempre senza preavviso o motivo, le truppe cartaginesi presero la via della Campania puntando su Capua che sicuramente dopo Roma era la più ricca città della penisola. Ma Capua, per quanto impaziente di sottrarsi al giogo di Roma, non aprì le sue porte ad Annibale che decise di risalire il Volturno per entrare nel Lazio e tagliare i collegamenti tra Roma e l’esercito di Quinto Fabio Massimo che implacabilmente lo tallonava evitando di essere coinvolto in un combattimento.

            Nonostante il mancato intervento romano le superstiti truppe sannite al comando di Gavio raggiunsero l’esercito consolare a Cales per porsi sotto il comando di Quinto Fabio Massimo. L’accoglienza loro riservata doveva tuttavia riempire Gavio di amarezza.

            -Gli eserciti di Roma- aveva esordito uno dei collaboratori più stretti del comandante romano con non celata arroganza-non divideranno certo la loro sicura vittoria finale con un branco di straccioni che ancora vantano una identità propria quasi a volersi porre fuori del mondo romano.

            -Personalmente– ribattè piccato ed offeso Gavio- sono stato legato in Gallia dove i sanniti hanno versato il loro sangue per una causa certo non loro!

            -Con questo non hai fatto altro, come del resto i tuoi uomini, che adempiere ad un preciso dovere verso Roma. Continuate a sentirvi un popolo e non siete che dei sudditi. Spero che il Senato di Roma si decida infine a punirvi di tanta inspiegabile arroganza e decida di abbandonarvi al vostro destino. Non credo giusto che soldati romani debbano spargere il loro sangue per difendere delle terre che vi ostinate ancora,  contro ogni logica, a considerare esclusivamente vostre. Io ed i miei uomini avremmo dovuto combattere per aiutarvi pur sapendo bene che in qualunque momento sareste pronti a cambiare di campo se vedeste una sola remota possibilità di liberarvi di noi? Non mi fido di voi sanniti e personalmente avrei preferito che Annibale avesse fatto una buona pulizia sulle vostre terre che potrebbero più utilmente essere utilizzate.

            Constatando l’ostilità abbastanza palese degli ufficiali romaniGavio fece prendere ai suoi posizione fuori del campo romano deciso, visto che non facevano tecnicamente parte dei contingenti inquadrati nelle legioni romane, a riprendere la sua autonomia operativa.

            Ma il giorno successivo sembrò che cartaginesi e romani dovessero alla fine scontrarsi in campo aperto con i romani che si ritrovavano in posizione favorevole avendo in pratica accerchiato i cartaginesi disponendosi ad attaccarli l’indomani.

            La notte che doveva precedere lo scontro fu improvvisamente illuminata da torce che fecero temere un disperato attacco cartaginese ma quando fu evidente che non era il nemico a dirigere contro i romani ma centinaia di buoi, impazziti dal terrore per via di fascine ardenti che erano state legate alle loro corna,  ci si accorse che i cartaginesi si erano sottratti all’accerchiamento.

            Nel campo romano si valutò come positiva la fuga delle truppe cartaginesi ed invece di cercare di chiuderle in una morsa se ne facilitò il deflusso aprendo dei varchi nello schieramento delle legioni.

            -Tracotante romano-urlò al vento Gavio dall’alto del suo posto di osservazione-Ti sei lasciata sfuggire un’occasione d’oro di sbarazzarti di un nemico che tenevi sicuramente in pugno e che ancora una volta non hai avuto il coraggio di colpire. Se non fosse che i cartaginesi sono anche nostri nemici sarei felice di complimentarmi con Annibale che è riuscito brillantemente a tirarsi fuori da una difficile situazione.

            E riprendendo Annibale la via delle Puglie l’inverno portò alla stasi delle operazioni militari ed anche Gavio ed i suoi rientrarono nella Pentria.

            La stasi invernale riaccese inevitabilmente la discussione, fra la gente del Sannio,  sull’opportunità di rimeditare sulla pregressa decisione di tener fede agli impegni con Roma.

            Numerio Decidio anche a ciò sollecitato, e vista l’inconcludenza delle operazioni romane contro quello che sempre più si andava dimostrando un degno avversario, ritenne suo dovere convocare i maggiorenti della Pentria.

            -Le legioni di Roma si sono lasciata sfuggire la loro grande occasione e sarà difficile che Annibale si cacci nuovamente in una situazione come quella che ha appena evitata.  L’arroganza dei romani verso i nostri soldati accorsi a dargli man forte suona come una offesa e per di più lo stesso Quinto Fabio Massimo continuando a tallonare i cartaginesi ha chiaramente lasciato capire che non muoverà un dito in nostro favore qualora Annibale dovesse piombare nuovamente fra noi. Credo, se tutto ciò è vero, e credo che lo sia, che venga spontaneo chiedersi perché dovremmo ancora restare al fianco di un simile alleato. L’occasione di intervenire a fianco degli Irpini ci ha consentito di rimettere in campo un esercito tutto nostro e ha dimostrato, laddove ce ne fosse bisogno, che i nostri soldati ed i loro comandanti sono in grado di tenere perfettamente il campo contro qualunque nemico.

            I presenti rumoreggiarono dibattendo tra loro ad alta voce le contrastanti posizioni che si andavano delineando . Numerio, facendo segno ai presenti di voler il loro silenzio, riprese la parola.

            -Vi ho esposto dei fatti incontrovertibili  ma ora vorrei esprimere il mio personale parere. Insieme a Gavio Pentro ho a suo tempo parlato con gli emissari mandatici da Annibale per invitarci ad unirci a lui. Ho anche parlato con molti degli esuli dell’Irpinia rifugiatisi sulla nostra terra ed ho ascoltato con dolore come i cartaginesi abbiano infierito sui nostri fratelli irpini.  I nostri rapporti con il resto del Sannio sono precari e ritengo difficile che si possa prendere, come sempre si è fatto nei momenti più importanti per la nostra gente, una decisione comune. Caudini ed Irpini hanno finito per essere vittime di entrambi i contendenti e questo ha portato, al loro interno, a posizioni ben divergenti. Non dimentichiamo i problemi logistici che una nostra discesa in campo comporterebbe.  I nostri granai sono vuoti, i nostri raccolti depredati da entrambi i contendenti o in virtù di un trattato o in virtù del  diritto di preda che spetta ai più forti in campo. Per ora se ci siamo battuti è solo per difendere quel poco che, nonostante tutto,  è ancora incontrovertibilmente e sacrosantamente nostro e che nessuno può toglierci.  Se scenderemo in campo al fianco di Annibale metteremo a repentaglio anche quel minimo di beni e diritti sui quali  possiamo ancora contare. La mia personale, anche se dolorosa convinzione, è che in questo momento,  ad onta di tutta la storia passata della nostra gente,  ognuna delle nazionalità sannite si vede costretta a scegliere autonomamente la propria via. Il momento delle grandi scelte di libertà e di unità io al momento lo vedo lontano.

            Le parole di Numerio sembrarono convincere anche coloro che erano propensi ad una ripresa delle ostilità contro Roma e quindi la gente della Pentria optò ancora una volta per una prudenziale attesa .

            In estate (217)Annibale arrivando dall’Irpinia minacciò Gerunium,  dove i romani avevano allestito un grande deposito di viveri, e preparò il suo nuovo quartiere d’inverno. Quinto Fabio Massimo  era stato richiamato a Roma  il comando era nelle mani del suo magister equitum Minucio Rufo che preoccupato si rivolse ai sanniti per aiuto.

            La richiesta, avanzata in modo molto garbato e formulata non come un atto dovuto ma come sarebbe avvenuto fra stati di pari dignità, indusse Gavio e  Numerio a riunire tutte le forze disponibili e alla testa di cinquemila cavalieri ed ottomila fanti si ricongiunsero alle truppe romane. Nessuno mise in dubbio il loro ruolo di comandanti delle truppe sannite ed il diritto dei sanniti di combattere non sotto insegne romane ma sotto le proprie.

            Lo scontro che seguì si poté concludere con un ripiegamento dei cartaginesi verso l’Apulia e fu indubitabile che l’intervento sannita non solo avesse salvate le truppe romane dalla disfatta ma costituisse il primo chiaro successo contro le forze cartaginesi.  Alto fu il prezzo pagato dai reparti sanniti ai quali unanimemente si dovette dare atto del fondamentale apporto e Gavio ferito dovette essere rimandato a casa per essere curato.

            Le notizie che raggiunsero Gavio durante la convalescenza riguardarono,  nel mese di Agosto, l’importante vittoria riportata da Annibale a Canne.

            Gavio si stupì di essere lieto di non essere stato coinvolto in quello scontro che aveva registrato venticinquemila morti e diecimila prigionieri per lo più italici.

            Si diceva altresì che i pochi superstiti di Canne, pur avendo combattuto con valore, erano stati severamente puniti, e gli ufficiali degradati. Come se ciò non bastasse a far ricadere su di loro una colpa che certo non era loro ascrivibile, gli stessi superstiti erano stati costretti a due anni di servizio militare gratuito da prestare in veri e propri reparti di punizione cui in avvenire sarebbero stati affidati i compiti più pericolosi.

            -Sono contenta che tu sia stato ferito prima di Canne-dichiarò Giulia- Oggi sarei potuta essere una vedova e tu un soldato privato del suo onore.

            –Forse avrei potuto trovare la giusta morte per un soldato combattendo al fianco dei miei soldati-replicò Gavio- e sarei morto combattendo come sannita e non come romano. Non sento questa guerra come mia e quando sono stato in campo ho sentito sempre più forte il disagio di combattere al fianco dei romani.

            -Ma questa guerra finirà presto? Tu hai già fatta la tua parte. Ti sei impegnato lealmente, hai lottato perché questo mondo cambiasse e bene o male ne hai pagate le conseguenze. Ma non vedo,  nei rapporti della mia gente verso gli italici, alcun miglioramento sostanziale dei rapporti.

            -In effetti non credo che si siano fatti grandi passi fra i nostri popoli. Forse oggi siamo in una condizione ancor peggiore perché in questa guerra entrambe le parti non si fidano di noi e noi stessi finiamo per non riconoscerci.

            Assorto nei suoi pensieri  Gavio tacque a lungo .

            –Spesso mi chiedo-riprese con voce che rivelava la sua amarezza- se possa essere vero, come alcuni ritengono ancora,  che proprio io sia stato l’artefice di un tradimento dello spirito e della tradizione sannita. Ma mi consolo nella convinzione di aver scelto tra due mali il minore. Quanto a questa guerra non credo che se ne avvicini la fine.  Roma, è vero, è alle strette. Si arruolano ragazzi, si fanno prendere le armi a condannati per reati comuni non chiedendo loro di combattere per un ideale ma solo di scaricare sul nemico la loro indole sanguinaria.

            -Siamo dunque a questo punto?

            -Lo siamo e forse questo non è che l’inizio. Le poche notizie che ho sono che dopo Canne molte città del Sannio e dell’Apulia così come gran parte dei bruzi e dei lucani hanno deciso di passare dalla parte dei cartaginesi. Anche Capua, che da sola è in grado di mettere in campo trentamila fanti e quattromila cavalieri, ha aperto le sue porte ad Annibale.  E infine anche i nostri fratelli irpini hanno denunciato il trattato con Roma e Stazio Trebulo ha potuto mantenere la promessa fatta ad Annibale. Finora non si era mai verificato che gente sannita combattesse su due fronti opposti e di questo potrei, forse giustamente,  essere ritenuto responsabile.

            -E gli altri ?

            -Gli altri?C’è perfino da chiedersi se ancora si possa considerare che Caraceni e Caudini facciano parte del nuovo Sannio che si va delineando. Le loro terre sono devastate, i loro giovani morti o dispersi nei vari eserciti. Per ora si leccano le ferite che temono non siano le ultime e,  disorientati,  si sono rivolti a noi che per il momento siamo stati i meno colpiti per ottenere grano e viveri.  Molti, mi risulta,  stanno lasciando il paese per dirigere nel Nord.

            -Dobbiamo aiutarli Gavio!

            -Lo abbiamo fatto anche se questo ci ha messo in difficoltà. Anche le nostre terre sono in parte abbandonate, le nostre mandrie e greggi ridotte dalle razzie, i nostri uomini validi inquadrati in formazioni militari. Il nostro aiuto ha voluto essere qualcosa di più di quell’apporto puramente simbolico che avremmo potuto dare ma abbiamo voluto far sapere loro che ci sentiamo ancora i loro fratelli

            -E i nostri figli Gavio?Che mondo lasceremo loro?

            -E’ per loro e per le nuove generazioni del Sannio che mi preoccupo e che mi pongo la domanda se la mia scelta sia stata quella giusta. Il mondo dei nostri padri è finito e non mi sembra che si vada delineando un nuovo schema.

            -Non ti avevo mai sentito così preoccupato e non pensavo che sopportassi un così grosso peso. Eppure ti sono sempre stata vicina!Quando si potrà vedere la fine di tutto questo?

            -Non lo so ma sicuramente alla fine ci dovrà essere un vincitore e in quel momento io sarò giudicato definitivamente e senza appello.

            -Ma dovrai tornare ancora a combattere?

            -Penso di sì anche se forse non sono ancor certo  da che parte sarò . Credo che sarò al fianco dei romani anche se ciò comincia a suonarmi ripugnante visto il loro disinteresse per la nostra gente e per la nostra terra. Mi convinco sempre di più che sia proprio vero che si augurano che Annibale ci annienti perché così avranno più terre a disposizione da distribuire ai cittadini romani e per accrescere i beni demaniali.

            -Ma questo sarebbe ingiusto visto che a caro prezzo stiamo facendo la loro guerra!

            – E’ la realtà, purtroppo. Proprio per questo sto meditando di mandare te ed i nostri figli a Roma perché penso che da queste parti ce la vedremo brutta.

            -Non ci pensare nemmeno. Questa è la nostra terra e noi non la abbandoneremo!

            -Ma potrebbe essere pericoloso.

            -Ed allora vivremo i pericoli del resto della popolazione. Sarebbe inoltre un gesto che verrebbe giudicato male da chi ti vede come un amico dei romani.

            L’immobilità e l’attesa presto divennero insopportabili e Gavio cominciò a smaniare per riprendere un ruolo attivo fra la sua gente.

            -Devo vedere Numerio, non posso aspettare come un invalido!

            -Hai perso molto sangue e la tua ferita sembra appena accennare a rimarginarsi.

            -Devo vedere Numerio– insisteva caparbiamete Gavio.

            -Lo vedrai, stai tranquillo. Ero venuta ad informarti che Numerio ha mandato a dire che ti raggiungerà non appena possibile.

            -Non voglio che mi trovi come un invalido . Fa che sia avvisato per tempo del suo arrivo.

            -Conoscendoti ho già dato queste disposizioni e tu pensa a stare calmo se vuoi ricevere il tuo amico in piedi.

            Numerio giunse dopo una quindicina di giorni e trovò Gavio in piedi ed avviato ad una rapida guarigione. Saltati i preamboli Gavio pretese dal suo meddix una puntuale ricostruzione degli ultimi avvenimenti .

            – Devo informarti che anche i Caudini hanno denunciato i loro accordi con Roma. Ma questo non significa che si siano schierati con i Cartaginesi. Più che altro hanno voluto riappropriarsi della loro libertà decisionale aspettando, in pratica in posizione diciamo di neutralità filocartaginese, l’esito dello scontro in atto.

            -Quindi l’incrinatura nel fronte sannita va allargandosi. Ci sono state da noi ripercussioni a questa decisione?

            -Tranquillo Gavio, la nostra posizione rimane immutata e non ho avuto alcuna difficoltà a mantenerla tale in Consiglio. Sono in molti coloro che continuano a pensare che nonostante la indiscussa vittoria a Canne l’avventura di Annibale sia un fatto passeggero  che non sfocerà in un decisivo colpo di grazia al dominio romano. E’ fin troppo evidente che i romani hanno l’assoluto controllo delle vie marittime e non è un mistero che Annibale fatichi sempre più a trovare approvvigionamenti sufficienti. In più abbiamo dovuto imparare sulla nostra pelle che i romani nei momenti di crisi hanno sempre saputo trovare l’energia sufficiente per risollevarsi.  C’è poi da dire che in Iberia i romani stanno riportando qualche successo e comunque tengono bloccati gli unici possibili rinforzi sui quali Annibale potrebbe contare. Quanto alla nostra posizione verso i romani il nostro atteggiamento non è molto dissimile da quello dei caudini  fatta eccezione per il fatto che non intendiamo denunciare il trattato. E’ innegabile che, salvo il dover fornire, a richiesta,  contingenti di truppe ai romani, siamo in pratica ritornati padroni del nostro territorio perché, con la generale confusione dovuta alla guerra,  sembrano essersi volatilizzati tanto i reclutatori che gli esattori romani. Nessuno avanza in pratica richieste e nulla dobbiamo a nessuno. Abbiamo nuovamente armato un nostro esercito per garantirci quella difesa che Roma non sembra volere o essere in grado di assicurarci e, se non fosse che intorno a noi si combatte, potremmo guardare nuovamente al nostro interno e leccarci vecchie e nuove ferite.

            -Le tue parole mi confortano Numerio e mi tranquillizzano sulla bontà della scelta iniziale che abbiamo operata.

            -Del resto la denuncia del trattato, ove ciò è avvenuto, non è generalizzata. Caiatia per esempio si è dissociata dalla scelta dei caudini ed anche alcune città dell’Irpinia hanno seguito questa via.

E la seconda guerra punica continua

 

 

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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