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Cap. 50 – I rivali di Roma – Gavio

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

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Sintesi: Gavio torna a Roma per i giochi della gioventù. Murcus, suo padre, spera che Gavio non dimentichi le sue origini. A Roma, Gavio incontra Herio, l’amico di Murcus che aveva giurato eterna vendetta ai romani, il quale, adottato da un ricco romano, era diventato anch’egli ricco e grasso commerciante molto influente grazie anche al matrimonio con Marzia Licinia. Herio è diventato obeso brutto e preso da altri vizi. Marzia Licinia si sente sola…. I giochi della Gioventù terminano con la vittoria di Gavio.

 

            L’anno 228 a.C. a Roma furono organizzati grandiosi giochi per la gioventù che dovevano riunire i più promettenti atleti del sempre più esteso mondo romano.

            Gavio ovviamente fu tra i prescelti a rappresentare la sua gente e riprese con gioia la via per Roma.

            Il suo entusiasmo lasciò chiaramente intendere alla più attenta Placidia che, oltre all’indubbio interesse agonistico, Roma doveva rappresentare per il figlio qualcos’altro e ne dedusse che in quella città il figlio fosse stato iniziato, cosa del resto più facile che nel ristretto mondo nel quale vivevano, a piacevoli esperienze.

            Murcus in certo senso si dispiacque dell’entusiasmo del figlio per quell’ulteriore soggiorno a Roma perché se anche la logica e la realtà corrente lo inducevano ad una non ostile convivenza con il mondo romano in cuor suo non poteva dimenticare l’odio verso i romani che aveva permeata prima la sua infanzia e poi il periodo successivo alla disfatta del suo paese..

            Gavio dovette intuire i sentimenti del padre e ritenne quindi opportuno tranquillizzarlo.

            –Quando sarò in gara lo sarò sopratutto per il nostro popolo. Oggi l’unico modo consentitomi di rivaleggiare con Roma è quello di confrontarmi sul piano atletico ed allora  dimostrerò che siamo sempre i migliori.E’ un terreno di gara ben diverso da quello sul quale tu e la mamma vi siete misurati ma è il solo che ,al momento, ci consente di affermarci.La mia eventuale vittoria sarà in nome del Sannio.

            Murcus comprendendo che il figlio aveva compreso il suo stato d’animo si sentì obbligato a replicare perché era anche abbastanza obiettivo da ammettere di non vedere nulla di male nella presenza di Gavio nella città simbolo delle sue lotte e di quelle dei suoi avi e nella quale il nonno di suo figlio era stato portato in catene.

            -Sia chiaro Gavio che reputo un onore per tutti noi che tu gareggi a Roma.Nel mio cuore,come saprai dai tanti racconti,c’è stato nell’infanzia un grande odio per Roma.Ma oggi devo ammetterlo questo odio non c’è più, o almeno non nello stesso modo, e come vedi conviviamo con i romani. Ma, ma non posso non ricordare che sono stato testimone della disfatta del nostro popolo e dello scorrere del  sangue sannita versato in quella atavica lotta ma capisco pure che per te deve essere diverso.Sei nato e cresciuto in un mondo diverso dal mio e non sei stato testimone e vittima di quello che io ho vissuto. Sarebbe assurdo se tu provassi del risentimento per la città che ti ospiterà o per i suoi abitanti. Spero comunque, e le tue parole me lo confermano, che tutto quello che stai vivendo o che vivrai non sradichi dal tuo intimo l’orgoglio di appartenere a questa nostra terraSpero che la tua vita non ti porti mai a prendere le armi contro Roma ma se un giorno il tuo paese dovesse chiedertelo sono certo che lo farai. Ho sempre creduto, per gli insegnamenti ricevuti e per retaggio familiare, ma contro ogni evidenza della mia infanzia, che un giorno sarebbe stato il popolo sannita ad amalgamare intorno a se i diversi popoli italici. Così non è stato forse perché non siamo stati in grado di farlo o  forse perché era scritto che così non dovesse essere.

            Questo difficile discorso tra padre e figlio che cercavano faticosamente e reciprocamente di trasmettersi un segnale fu ben accetto da Gavio che pur non avendo mai affrontato l’argomento  sentiva fortissimo nel suo intimo il legame che lo univa alla sua terra ed al suo popolo ricollegandolo alla sua storia e facendolo soffrire dello stato attuale. Più volte la sua ira era scoppiata violenta quando qualcuno dei compagni o qualche sconosciuto aveva irriso la sua origine, ma questo non voleva si sapesse.

            Agli atleti convenuti era stata destinata una vasta area urbana di nuova costruzione con non celati intenti di controllarne i movimenti e di imprimere un forte messaggio della potenza della città- stato ospitante.Non celati erano anche i tentativi di assimilazione messi in pratica nei confronti degli atleti non cittadini presenti.

            Mescolandosi agli altri Gavio incontrò nuovi e vecchi amici e fra questi i  compagni della precedente esperienza romana, l’irpino Stazio Trebio ed il caudino Quinto Festazio.

            Durante la preparazione in un momento di pausa degli allenamenti al gruppo sannita si avvicinò, attirando la generale attenzione, una lettiga scortata da numerosi schiavi. L’uomo grasso e sudato,che era adagiato nella lettiga trasudava una vistosa opulenza resa più che mai evidente  dai numerosi anelli che portava alle dita di entrambe le mani.

            Uno schiavo staccatosi dal gruppo si diresse verso gli atleti sanniti chiaramente in cerca di una qualche  informazione.

            – Gavio– annunciò la voce di Stazio Trebio- quest’uomo cerca il figlio di Murcus Pentro.

            Gavio temette che ci fossero guai in vista perché non conosceva nessun romano di così alto rango.Temette potersi trattare del marito di una delle sue precedenti conquiste ma, senza tradire la minima esitazione, si fece spavaldamente avanti.

            -Sono Gavio figlio di Murcus Pentro. Chi mi cerca?
-Il mio signore Erio Poppedio Crasso.-e poi sottovoce e quasi amichevolmente lo schiavo aggiunse a solo beneficio di Gavio- E’ uno dei più ricchi commercianti di granaglie.

            Incuriosito Gavio lo seguì verso la lettiga dove il grasso occupante,vedendolo arrivare,cercava di mettersi a sedere per scendere .

            La goffaggine dei suoi tentativi suscitò un divertito schiamazzo fra gli atleti che seguivano interessati e divertiti la scena e questo sembrò rendere ancora più goffi i movimenti dell’uomo.

            Con i piedi ormai a terra l’uomo finì per inciampare nelle sue stesse vesti e sarebbe certamente rovinato per terra se Gavio,ormai vicino,non l’avesse sostenuto.

            -Mi cercavi?Sono Gavio Pentro figlio di Murcus.

            L’uomo lo osservò a lungo studiandolo quasi a voler avere una conferma alle parole appena pronunciate.

            -Il figlio di Murcus e Placidia?-domandò– Il nipote di Lollio?
           –Proprio quello.-replicò Gavio.

            Pur rispondendo alle domande gli sembrò strano che un romano non solo conoscesse il suo nome e cosa più strana quello dei suoi genitori ma che lo stesso parlasse come lui l’osco.

            -Come stanno i tuoi genitori?Sono vivi?
           –Certo che lo sono.-fu la laconica risposta.
Hai altri fratelli o sorelle–  ragazzo?
           -Sono figlio unico.Ma perché queste domande,chi sei?

            L’uomo si asciugò faticosamente il sudore facendo nel gesto sfavillare al sole i suoi molti anelli.Il suo viso si distese,compatibilmente con le pieghe di grasso che lo coprivano e gli occhi espressero la sua gioia.

            –Un tempo-proseguì l’uomo- il mio nome era Herio e vivevo ,credo, dove tu vivi.
            –Herio l’amico d’infanzia di mio padre?Il nipote di Ursidio?- domandò incredulo Gavio faticando ad immaginare che quel grasso romano potesse essere,come suo padre gli aveva raccontato,l’amico  che aveva giurato eterna vendetta ai romani.
Proprio quello. Ho saputo che tra gli atleti sanniti c’era qualcuno con un nome che mi ricordava tempi lontani e sono venuto a cercarti.Sentivo che fosse mio dovere ,e sopratutto mio grande desiderio,parlare con qualcuno che potesse darmi notizia del mio più caro amico e di tanti vecchi compagni.Sarei lieto se potrai raggiungermi nella mia casa per parlare con calma e senza tante orecchie indiscrete.
            -Dopo il tramonto potrò farlo se lo desideri.
            -Bene  Gavio manderò uno schiavo a prenderti.

            Detto questo sorretto da due schiavi riprese posto nella portantina e con un gesto autoritario dette ordine di muovere.

            Rientrato fra le file degli atleti sanniti,che avevano percepito che il dialogo si era svolta in osco, Gavio si mantenne sul generico nelle risposte non riuscendo ancora a valutare le conseguenze di quell’incontro e sopratutto la posizione dell’uomo .

            Puntualmente guidato da uno schiavo diressero verso il Palatino  raggiungendo una ricca villa che ,se pure per le sue precedenti avventure galanti aveva acquisita una certa esperienza in fatto di ville patrizie, non mancò di impressionarlo per l’evidente ricchezza resa evidente da molti particolari. Herio l’attendeva con evidente impazienza all’interno della casa di fronte ad un ricco banchetto imbandito.

            Una volta preso posto sui triclini dei giovani schiavi di entrambi i sessi presero a servirli ed Herio, spiluzzicando con ingordigia tra i vari piatti, rivolse numerose domande al suo giovane ospite che garbatamente soddisfece ogni sua curiosità.

            All’occhio attento di Gavio non sfuggirono le attenzioni che il suo ospite,anche se distrattamente, riservava agli schiavi che li servivano e che le sue mani unte di cibo spesso cercassero con audaci carezze quei giovani corpi.

            Solo quando sembrò non aver più domande da fare Herio prese a parlare di sè.

            – Si potrebbe dire che io sia un uomo molto fortunato. Grazie all’adozione da parte dell’uomo con il quale tanti anni fa lasciai la Pentria , il suo nome era Gaio Poppedio Seniore, sono diventato, cosa assolutamente impossibile per chi non ha le giuste conoscenze e…diciamo le giuste leve, un cittadino romano e grazie alla mia personale esperienza ho notevolmente contribuito ad aumentare le già cospicue sostanze dell’uomo che mi ha adottato.Oggi a questa tavola vengono ,ed alle volte pregano di venire,i più potenti ed influenti uomini di Roma.Non vengono però per il piacere della mia compagnia né per le  eccelse qualità dei miei cuochi o la giovanile e per loro disponibile bellezza dei miei schiavi. Vengono per chiedere prestiti e favori. Devi sapere che molte carriere politiche  a Roma si devono  ai soldi che ho  investito sui miei ospiti e chi si è rivolto a me per aiuto ha saputo e, alle volte, dovuto onorare gli impegni assunti nei miei confronti. Conosco più cose io su questa città e sugli uomini più in vista ed influenti di ogni altro cittadino e se un giorno dovessi parlare potrei far tremare molte persone.

            Continuando a ingurgitare il vino dalla coppa che gli schiavi non  lasciavano mai vuota Herio proseguì con una nota di rimpianto nella voce.

            – Ma…ma tutto ciò ha comportato un prezzo che alle volte mi sembra troppo alto ed altre irrilevante rispetto al mio attuale potere.

            Le parole di Herio ormai giungevano quasi inintelligibili  perché la sua voce era impastata da una  avanzata ed evidente ubriachezza.

            Pur ascoltando con scarso interesse le non richieste notizie sulla vita del suo ospite, Gavio si rendeva sempre più conto che la sua serata si stava trasformando in un completo fallimento dovendo sopportare le confidenze di un vecchio ubriacone che poco o nulla ormai doveva assomigliare all’uomo che un tempo era stato l’inseparabile amico di gioventù di suo padre.

            Herio risvegliandosi da un lungo momento di sonnolenza, o forse di sonno, riprese il filo logico interrotto.

            – Gaio Poppedio Seniore anni fa non vide in me soltanto l’uomo di esperienza che potesse aumentare le sue fortune ma vide anche un giovane di piacevole aspetto, quale io allora ero, per soddisfare il suo bisogno d’amore.

            Si interruppe quasi per accertarsi che Gavio avesse compreso quanto le sue parole sottintendevano cosa che del resto  Gavio aveva intuito da tempo.

            –Per mia fortuna quel vecchio sporcaccione volle adottarmi in ciò aiutato dalle sue conoscenze e a ciò spinto dai miei dinieghi e dalla mia insistenza. In pratica presi la mia rivincita perché da vinto qual’ero nel Sannio finii con l’essere  vincitore a Roma. Ho imparato molto da Gaio Poppedio Seniore,in affari,in fatto di relazioni sociali,di intrighi e di sfrenatezze sessuali.Col tempo man mano che le sue forze diminuivano ho preso il suo posto nel suo sordido mondo di ricatti e di bassezze fino ad essere io ,lo sconfitto sannita Herio , l’uomo, temuto, al quale tutti, prima o poi, si rivolgono a Roma. Morto il vecchio ho cercato di darmi una parvenza di rispettabilità pretendendo che un vecchio senatore, per non vedersi svergognato per le sue ruberie commesse in Sicilia, a me ben note, in pratica mi vendesse come moglie la figlia. Il matrimonio con Marzia Licinia Livia mi ha aperto le ultime porte che ancora si ostinavano a tenermi fuori ed eccomi qui.

            Detto questo Erio ripiombò nel sonno lasciando il suo imbarazzatissimo ospite alle prese con le giovani schiave che cercavano di dimostrargli,come doveva di solito essere loro richiesto, la loro disponibilità mentre gli uomini  avendo compreso che l’ospite non sembrava interessato a loro si erano appartati godendo delle prelibatezze di quella ricca tavola.

            Riscuotendosi ancora una volta dal sonno Herio pose al suo giovane ospite una imbarazzante domanda.

            -Ora che ti ho raccontato tutto di me cosa ne pensi?
            – E’ questo dunque che voleva da me-pensò Gavio-.La sua confessione mirava ad una assoluzione da parte del figlio del suo migliore amico.

            Pensando comunque che non si sarebbe potuto liberare di Herio se non avesse data una risposta con la franchezza che gli era abituale formulò ben chiara la sua risposta.

            -Avrei preferito non incontrarti e non capisco perché tu mi abbia cercato. Non sei più un sannita e forse non sei neanche un romano. Hai perso la parte migliore di te che ti rendeva caro a mio padre e per non dargli un dolore non gli dirò di averti conosciuto.

            Avrebbe proseguito nella sua franca condanna ma si rese conto che Herio era piombato in un sonno decisamente profondo e pensò di approfittarne per allontanarsi dalla casa non sopportando le sempre più audaci proposte rivoltegli dalle schiave.

            Ma improvvisamente le donne si ricomposero ed indietreggiarono  assumendo una servile compostezza.

            Una giovane matrona era entrata nella stanza e la sua sola presenza aveva riportato le schiave al loro posto facendole poi dileguare con un gesto perentorio.

            La donna si avvicinò e tutto denotava in lei rango ed autorità.Era anche particolarmente bella di una bellezza antica ed aristocratica che non poteva non suscitare in Gavio forti sensazioni.

            -Ho ascoltate le tue parole giovane sannita ed ho ammirato il coraggio nel condannare quest’uomo che forse ti aveva cercato, forte della sua ricchezza e del suo potere, per suscitare ammirazione in chi vive ancore nel suo mondo di un tempo. Io sono Marzia Licinia,la donna che come lui ti ha detto ha comprata. Eppure quest’uomo che tu oggi vedi distrutto dal vino, dalle debolezze, dalla lussuria, un tempo,anche se lui mi ha comprata, io l’ho amato perché era giovane e bello e questo gli faceva perdonare le sue debolezze. Era un vero sannita che conservava ancora intatti degli ideali in un certo senso romantici che lo spingevano a prendersi, come poteva, la sua rivincita sulla nostra gente. Oggi è solo un vecchio ubriacone che però potrebbe, se solo lo volesse, far tremare Roma. Lasciamolo dormire, ormai dormirà fino a domani. In un certo senso sono contenta che il sonno gli abbia impedito di sentire la tua condanna perché può essere molto vendicativo e forse non ti avrebbe perdonato anche se sei il figlio del suo unico vero amico. Vieni lasciamolo dormire.

            La donna lo invitò a seguirla e lo guidò verso una parte della casa che doveva essere a lei riservata. Gavio si sentì di nuovo intrappolato ed intuì che la donna in lui volesse ritrovare la svanita giovinezza sannita del marito, l’uomo che lei stessa ammetteva di avere amato e, allo stesso tempo, vendicarsi su di lui con una vendetta che venisse dal suo passato.

            L’intuizione si rivelò giusta.

            Entrata nella sua camera la donna si strinse a lui e le sue mani cercarono avidamente il suo membro frugando fra i vestiti. La gioventù di Gavio ovviamente rispose a quel previsto assalto e cercando anche le sue mani il desiderabile corpo della donna la prese in piedi appoggiandosi ad una colonna.

            La donna rispose  con una furia che sembrava denotare una lunga astinenza .

            Solo dopo questo primo frettoloso amplesso Marzia lo trascinò verso il letto strappandogli i vestiti di dosso e Gavio reagì imitandola e montandole addosso la trovò pronta ad accoglierlo.

            Un urlo liberatorio segnò il momento in cui Marzia raggiunse il piacere ben lieta che Gavio fosse ancora disponibile per continuare.

            – Un’altra volta che sono costretta a chiedere, come un tempo avveniva con Herio, una tregua ad un sannita – ansimò – Ma questa considerala solo una tregua perché voglio ancora combattere con te e sarò sempre lieta di perdere.

            L’incontro si era ormai sdrammatizzato ed entrambi si sentirono liberati dall’accanimento che ognuno di loro, per ragioni diverse, aveva messo in quegli abbracci. Gavio in effetti avrebbe voluto ricominciare per poter finalmente assaporare il gusto della donna ma Marzia lo respinse anche se gentilmente.

            – Basta ragazzo, non sono più abituata a questo genere di battaglie.

            Gli incontri con Marzia si ripeterono nei giorni seguenti e fu Gavio a condurre il gioco. Marzia al secondo incontro cercò delle giustificazioni al suo precedente impulsivo comportamento attribuendolo proprio a quei motivi che Gavio aveva intuiti. Ciò nonostante fu subito chiaro che non intendeva  sottrarsi alla passione del giovane sannita forte della riscoperta di una sessualità sopita che si andava risvegliando e che la spingeva ad una spregiudicatezza che la riportava indietro nel tempo.

            Aboliti falsi pudori, regole e convenzioni fra la nobile romana e l’irruento sannita si combatterono molte battaglie alle quali ognuno di loro cercava ogni volta di dare nuovi apporti sempre più audaci e spregiudicati.

            Solo nell’imminenza dei giochi le visite di Gavio si dovettero, con reciproco dispiacere, diradare.

            I giochi furono aperti in un tripudio di folla e Gavio sapeva che tra quella folla c’era una donna a lui cara che sperava in una sua vittoria. Come previsto, fu incoronato vincitore delle gare del lancio del giavellotto e della corsa, Quinto Festazio vinse nella lotta avendo come secondo Stazio Trebio.

            Mentre i giochi volgevano alla conclusione ripresero più frequenti gli incontri con Marzia anche se all’iniziale passione ed irruenza cominciava a subentrare una gioia più pacata man mano che la conoscenza reciproca si approfondiva. La sera dell’addio fu dolorosa per entrambi e Marzia volle salutarlo più che come un amante come un vecchio amico ristabilendo una distanza affettuosa ma ferma fra le loro così discordanti età e mondi.

            Gavio trovò giusta la nuova impostazione data da Marzia al loro rapporto comprendendo di essere stato nella vita di lei una parentesi che non si sarebbe riaperta e che alla fine, dopo tanta passione, era rimasto fra loro un legame di amicizia  che  avrebbe anche potuto dargli più gioia di un rapporto amoroso.

            Nel salutarlo Marzia espresse chiaramente il suo pensiero.

            -Spero che tu torni a Roma e che tu lo voglia. I tempi che i nostri popoli erano nemici sembrano lontani ma anche se non fosse così io ti sarò sempre amica.Ho amici influenti, amici miei personali, che potrebbero esserti utili. Non mi scordare!


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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

About Paride Bonavolta

Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio. Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.  e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

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