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Cap. 48 – I rivali di Roma – Murcus

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

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Murcus e Placidia arrivano a Carvilium. Nulla è mutato. Ritrovano Lollio e anche Glauco. I romani, dapprima indifferenti a quel che succede a Cavilium, di fronte alle provocazioni di Lollio, decidono di intervenire. Nel 269 a.C., i romani hanno ragione dei sanniti arroccati a Carvilium. Lollio e Glauco, insieme a quasi tutti gli occupanti la rocca, vengono uccisi. Diversi sannini e, loro malgrado,  Murcus e Placidia vengono fatti prigionieri. Il console romano li condanna tutti alla crocifissione, ma  per un caso del tutto particolare, salva la vita a Murcus e Placidia i quali riprendono la loro vita di cittadini sotto il dominio di Roma. Nel 245 a.C. Placidia dà la notizia dell’attesa di un figlio. Di lì a pochi mesi nascerà Gavio.

L’atmosfera che si respirava alla rocca di Carvilium sembrò ai due giovani la stessa di quella che avevano vissuta un tempo che sembrava ora lontano. Nulla sembrava cambiato da allora e per quanto molti visi fossero nuovi sembrava  di essere tornati fra vecchi amici.

         Lollio pur dimostrando molti più anni di quelli che aveva, e sicuramente ciò era dovuto alla sofferenza della sua prigionia,  aveva conservato negli occhi la giovinezza di un tempo ed il suo rinnovato entusiasmo sembrava più che mai contagiare i giovani che si stringevano a lui nel patto di risollevare le sorti del Sannio.

         Con gioia ritrovarono anche Glauco che, ovviamente,  era stato fra i primi a rispondere all’appello del suo vate,  e che aveva ripreso con l’entusiasmo di un tempo il suo ruolo di braccio destro di Lollio. Segnato dalla guerra da una vistosa mutilazione alla mano destra e da evidenti bruciature che avevano trasformato il suo bel viso in una maschera di dolore accolse, con gioia non minore di quella di Lollio, i vecchi amici.

         – Devo ammettere Placidia– confessò abbracciandola e cercando di nascondere la parte bruciata del suo viso – che la tua scelta di un tempo è stata quella giusta. Guarda qui come sono ridotto mentre Murcus sembra ancora il ragazzo di un tempo.

         – Non saranno certo le tue ferite che mi impediranno di voler bene come un tempo al mio caro fratello– replicò Placidia abbracciandolo di slancio dopo aver controllato un istintivo gesto di repulsione per quel bel viso sfregiato.

         L’entusiasmo fra vecchi e nuovi amici era indescrivibile e ogni giorno si accoglievano nuovi adepti anche se molti dovevano essere respinti per la giovanissima età ed a loro Lollio,  instancabilmente,  ripeteva,  per addolcirne la  palese delusione quello che oramai suonava come un ritornello.

         – Voi siete il Sannio del futuro,  non sprecate la vostra meravigliosa giovinezza con noi. Non è ancora il turno della vostra generazione a dover versare il proprio sangue! Sarebbe un peccato farlo,  voi avete un altro ruolo non meno importante,  dovete guardare,  dovete ricordare,  e dovete soprattutto raccontare.

         Ben presto fu chiaro che i romani erano perfettamente al corrente di quanto si andava organizzando a Carvilium ma che non avevano alcuna intenzione di dare gran peso alla cosa.

         Toccò quindi a Lollio prendere l’iniziativa e piccoli reparti muovendo dalla rocca cominciarono a colpire obiettivi romani,  anche se non di  determinante importanza,  per dimostrare,  soprattutto al paese,  che esisteva ancora una parte del Sannio in armi. Queste scorrerie sembrarono riaccendere nel paese delle speranze ed alla fine costrinsero i romani ad inviare truppe a cingere d’assedio Corfinium.

         Lollio prevedendo che prima o poi i romani avrebbero posto l’assedio alla sua rocca inaccessibile aveva nel frattempo provveduto a far realizzare tutta una serie di gallerie che avrebbero garantito una possibilità per gli assediati di mantenere libertà di movimento e di azione.

         – Le gallerie– spiegò Lollio a Murcus- ci permetteranno di mantenere le nostre azioni offensive contro le posizioni romane,  di rifornirci,  e di dare un chiaro segno della  nostra presenza. Sono state costruite in numero tale che se anche i romani dovessero scoprirne qualcuna potremmo sempre farla crollare e averne altre disponibili. Come vedi siamo ben determinati a far sì che il nostro sacrificio sia il più possibile lontano nel tempo così da essere ricordato come uno smacco ed una beffa allo strapotere dei nostri nemici.

         Passando poi ad un argomento più personale affrontò l’argomento della loro presenza alla rocca.

         – Se è innegabile che sia contento che mi abbiate raggiunto devo anche ammettere che egoisticamente avrei preferito che non l’aveste fatto. Ma per essere sincero fino in fondo devo dire che la vostra presenza per me è molto importante perché altrimenti come avrei potuto chiedere il sacrificio di tanti giovani se i miei stessi figli non fossero stati qui con me?

         – Non temere Lollio, io e Placidia ti abbiamo raggiunti ben sapendo quel che ci aspetta e lo abbiamo accettato liberamente. Io stesso inizialmente ho spinto Placidia a ritornare a casa dopo averti riabbracciato ma,  ovviamente,  tutto è stato inutile e ne siamo felici entrambi perché separarci sarebbe per noi equivalso,  in un certo senso,  a morire.

         Chiuso l’argomento  non vi tornarono più su.

         Una delle regole delle truppe di Lollio era quella di farsi riconoscere come tali dalle truppe romane che attaccavano per evitare che possibili rappresaglie venissero compiute in danno di gente indifesa. Per questo erano stati apprestati dei vessilli con impressa la testa di ariete e quei vessilli presto segnalarono ai romani l’ubiquità e la determinazione delle forze di Lollio.

         Murcus e Glauco alternativamente compivano queste estemporanee azioni beffando l’accerchiamento di Carvilium e riaccendendo nei cuori di molti sanniti la speranza.

         L’azione dei reparti con la testa di ariete costrinse i romani ad intensificare gli apppstamenti necessari per assediare ed assaltare la rocca e a ridistribuire le truppe sul territorio per rendere meno vulnerabili i piccoli presidi finora sufficienti a garantire il controllo del territorio sannita.

         Presto fu chiaro che a Roma si era deciso che quella “rivolta” dovesse aver fine. Ingegneri esperti iniziarono la ricerca delle possibili gallerie ma la libertà di azione e di movimento degli assediati non sembrò risentirne.

         Con la primavera del 269 fu chiaro a tutti i difensori della rocca che il cerchio intorno a loro si stava irrimediabilmente chiudendo e conseguentemente si ridussero le incursioni all’esterno per non tradire l’esistenza degli ultimi passaggi ancora disponibili. In estate le opere d’assedio erano ormai quasi completate e Lollio ritenne opportuno parlare alla sua gente riunita.

         – Credo che sia giunto il momento di prepararci a quello che tutti sappiamo sarà il nostro destino. Per coloro che decidessero di non condividerlo ulteriormente ci sono ancora poche vie di accesso all’esterno e non credo che nessuno dei presenti giudicherà la loro scelta in modo negativo. Le ultime notizie che ci sono giunte dall’esterno sono che il Senato ha dato ordine di porre fine a questa nostra “incresciosa rivoltae che un nuovo console arriverà presto per assumere il comando dell’attacco finale.  Abbiamo raggiunto lo scopo che ci eravamo prefissi. Nel Sannio,  a Roma ed in centri grandi e  piccoli di questa nostra penisola occhi ammirati guardano a questa rocca e al  sacrificio che in essa si sta per compiere.  E’quindi arrivato il momento della verità e voglio ringraziarvi tutti per quanto è stato fatto e questo indipendentemente dal fatto che rimaniate o che decidiate di lasciarci.

         Pochi tra i presenti usciti dalle fila si allontanarono abbracciando in lacrime i compagni che lasciavano.

         L’assedio vero e proprio ebbe presto inizio e le catapulte romane cominciarono a bersagliare di una serie interminabile di lanci le posizioni degli assediati. Molti dei colpi erano costituiti da materiale incendiario e nella rocca assediata si cominciarono,  anche se non numerosi,  a contare i primi morti. Ma il morale restava alto ed ai colpi nemici si rispondeva solo con canti che si levavano alti nella notte.

         Murcus e Placidia,  che avevano ripreso possesso della casa dove era nato il loro amore,  vissero momenti di grande intensità sul piano psicologico e fisico sapendo che ogni giorno poteva essere l’ultimo.

         Poco prima che la prima neve potesse rendere più difficoltose le operazioni,  le grandi opere in terra realizzate dagli  ingegneri romani potevano considerarsi ultimate. La rocca un tempo inaccessibile era circondata da imponenti terrapieni che partendo dalla sua base puntavano alte verso la cima costituendo delle vere e proprie vie d’accesso alla  sommità della rocca. La campagna circostante era costellata di crateri laddove si era provveduto a scavare la terra necessaria per questa colossale opera,  che era costata anche,  per incidenti e per le offese degli assediati, un considerevole numero di vite umane ed i boschi circostanti mostravano grandi vuoti dovuti al taglio del legname necessario in fase di attacco a fornire le grandi passerelle che avrebbero consentito ai romani “lo sbarco” nella fortezza nemica ormai in parte devastata dai colpi ricevuti e dagli incendi quotidiani.

         E il giorno della resa dei conti arrivò e le truppe romane incuranti delle perdite mossero all’attacco  e misero infine piede nella rocca iniziando l’ultimo e diretto scontro con i suoi occupanti.

         Secondo l’ impegno preso di non cadere vivi nelle mani dei romani quando tutto fu perso sia Lollio che Glauco si dettero la morte di propria mano presto imitati da altri compagni. Quella morte orgogliosa sarebbe stato,  infatti,  l’ultimo loro ricordo lasciato ai posteri.

         Murcus al momento della scelta finale improvvisamente realizzò di non avere Placidia al suo fianco. Il loro reciproco impegno,  da sempre,  era stato,  se necessario,  quello di morire insieme e Murcus come un invasato cominciò a cercare,  anche fra i corpi dei caduti,  la sua donna.

         Fu mentre cercava Placidia che un centurione romano lo colpì facendolo finire proprio fra un gruppo di caduti fra i quali aveva appena intravista Placidia che ancora viva gli tendeva la mano per non mancare a sua volta alla loro promessa.

         Quando tutto fu finito a Carvilium, i romani poterono contare solo pochi prigionieri per lo più feriti che non erano riusciti a darsi la morte.

         Fra di loro,  e loro malgrado,  Murcus e Placidia.

         I pochi prigionieri vennero condotti,  incatenati,  al campo romano per essere giudicati dal console come traditori e subire poi una pubblica morte che doveva suonare come un monito.

         Il console rivestito della smagliante toga curule simbolo del suo imperio attendeva i vinti seduto sul suo scranno e circondato dai littori e dai più stretti collaboratori. Le truppe romane,  o almeno una parte di esse,  era schierata come in parata con le corazze lucenti e le insegne ben in mostra.

         Ben più triste e misero era lo spettacolo dei prigionieri,  fra i quali poche le donne,  portati al giudizio. Quasi tutti avevano ferite frettolosamente rabberciate per permettere loro di affrontare tra non molto la morte,  molti dovevano essere sorretti dai compagni ed alcuni giacevano su improvvisate barelle. Fra loro Murcus che sorreggeva Placidia  la cui tunica era rossa del sangue che aveva perso abbondante da una ferita al fianco.

         La puntigliosità dei romani esigeva che ognuno dei prigionieri pronunciasse il proprio nome che un solerte funzionario doveva annotare non certo per tramandarne ai posteri la memoria come eroi ma come traditori.

         Man mano che il funzionario chiedeva a ciascuno il nome la persona interpellata sembrava avere un guizzo di vitalità ed orgoglio e lo scandiva con voce la più ferma possibile.

         Quando fu il suo turno Murcus scandì con voce chiara il proprio nome.

         –Murcus Pentro figlio di Brutolo e Placidia,  mia moglie,  figlia di Lollio.

         Il console pronunciò sommariamente il verdetto capitale e si dette pubblicamente inizio alle crocifissioni dei vinti.

         Man mano che venivano chiamati i sanniti dovevano spogliarsi, o essere aiutati a spogliarsi,  ed avviati verso le croci che,  già erette in una triste fila,  li attendevano.

         Il nome di Murcus  e quello di sua moglie non fu fatto nel macabro appello e pensarono,  essendo rimasti gli ultimi ancora in vita  fra i sopravvissuti,  che il fatto di essere parenti di Lollio avrebbe comportata una punizione forse ancora più crudele o peggio che sarebbero stati tradotti in catene a Roma per essere esibiti,  al posto di Lollio,  nel trionfo del console.

         Si stupirono quando furono loro tolte le catene e scortati verso una tenda ben vigilata dove un medico provvide a medicare Placidia.

         La mattina seguente fu separato dalla moglie e scortato alla tenda del console che lo attendeva da solo.

         – Il tuo nome è Murcus Pentro?-esordì il console senza preamboli.

         –Si.

         – Mamerco Pentro è per caso uno dei tuoi antenati? Tuo nonno?

Mamerco figlio di Tauro e nipote di Papio era mio nonno – replicò stupito Murcus.

         – Il mio nome,  se non lo sapessi– riprese il console – è Caio Giunio Valerio figlio di Mario Valerio. Il fato alle volte gioca strani scherzi a noi  mortali ed oggi ha voluto che noi ci incontrassimo.

         Dopo una lunga meditazione il console riprese a parlare.

         – Noi due, per quanto strano possa sembrarti,  abbiamo in parte lo stesso sangue nelle vene. Mio padre mi ha sempre confessato di essere figlio, diciamo “non regolare”,  di un gladiatore sannita di nome Mamerco Pentro che mia nonna amò in gioventù. Quando mi confessò questo non provò vergogna,  ma anzi con un certo orgoglio affermò che il nostro sangue era del migliore proprio perché frutto della fusione di quello dei due maggiori popoli della nostra penisola.  “Abbiamo il miglior sangue da guerrieri che scorre nelle nostre vene” affermava. Mi disse pure che il caso aveva voluto che incontrasse in battaglia suo padre avendo così occasione di conoscerlo e di apprezzarne il valore. Ha sempre voluto che io sapessi questo per il caso che un giorno il fato mi avesse posto di fronte ad un mio consanguineo sannita. Ed il caso eccolo qui realizzato.

         Murcus trasecolato aveva ascoltato questo amichevole monologo cercando disperatamente nella sua memoria un ricordo che gli confermasse quanto il console andava dicendo. Ma sicuramente nei suoi tanti ricordi questo mancava per non avergli mai nessuno parlato di un ipotetico figlio romano del nonno.

         -I tempi che viviamo non sono dei migliori ed io oggi mi trovo ad essere arbitro involontario della tua giovane vita. Hai una bella moglie ed i medici che l’hanno medicata mi hanno assicurato che sopravvivrà alla ferita. In ricordo della vita che tuo nonno dette a mio padre io oggi risparmierò la tua vita e quella della tua donna. Ma vorrei sperare che questo suoni,  anche per te,  come un segnale di pacificazione fra i nostri popoli. So che sarà difficile per te,  unico degli eroici difensori di questa rocca ancora in vita,  accettare questa mia proposta ma non essere impulsivo. Se non per te fallo per la donna che ami. Il mio gesto nulla toglie al tuo onore di soldato e di sannita.  E poi– aggiunse sorridendo cortese – non potresti opporti alla mia decisione. Ho già dato ordine che siate liberati e nella mia posizione non devo spiegare nulla a nessuno. Raggiungi la tua sposa e che gli dei ti assistano!

Anni 269 -245 a.C.

Murcus si ritrovò quindi con Placidia ad essere l’unico superstite della rocca di Carvilium. Ancora scosso da quanto così imprevedibilmente gli era capitato a piccole tappe rientrò a casa cercando di non stancare Placidia che dava evidenti segni di ripresa.

         Solo dopo esser rientrato fra la sua gente svelò alla moglie che la loro vita era dovuta ad un imponderabile caso che aveva voluto che un console romano avesse loro risparmiata la vita.

         Ripreso il suo posto nella società sannita pur controvoglia si ritrovò ad ammettere che la fine della rivalità con Roma stava riportando l’ordine e la pace nel paese.

         Avendo riposte per sempre le armi,  prima forzatamente e man mano con crescente interesse, aveva ripreso sotto la guida di un Herio ormai pratico,  e grato agli insegnamenti di un padre che da giovane non aveva saputo apprezzare,  ad occuparsi della conduzione delle terre e del bestiame unica ricchezza ancora possibile per chi nonostante le spoliazioni avesse ancora la fortuna di possedere una piccola parte di quelli che erano stati i suoi beni.

         Salvo rari momenti di nostalgia per il passato più remoto di quello che lui stesso aveva vissuto ora la sua vita era incentrata sul buon andamento dei raccolti e sulla produzione del suo bestiame.

         Ben presto,  e ne soffrì,  si dovette separare da Herio che, avendo acquisita fama di buon amministratore, aveva infine deciso di seguire a Roma un ricco possidente romano e,  da quel poco che di tanto in tanto di lui si seppe,  aveva dato inizio ad una vera e propria scalata sociale aiutato dal suo vate che alla fine,  non avendo eredi diretti e contando su appoggi influenti,  aveva finito per   adottarlo.

         Non gli restava altro da fare che osservare come nella sua terra e come negli altri paesi italici ormai sottomessi a Roma la presenza romana andasse via via rafforzandosi e come i romani procedevano nei territori  un tempo nemici a fondare nuove colonie.

         Quando i rapporti tra Roma e Cartagine, alleate ai tempi della guerra contro Pirro, cominciarono a deteriorarsi, Murcus inizialmente seguì con distacco gli avvenimenti non pensando che l’evolversi degli avvenimenti potesse essere di alcun interesse per il Sannio. Motivo del contendere era stata la richiesta di aiuto formulata tanto ai romani che ai cartaginesi, dai mamertini, ossia da quei mercenari campani che avevano militato al soldo del precedente tiranno di Siracusa, e che  nel 265 si vedevano minacciati dal nuovo tiranno di Siracusa. Considerava i mamertini, come del resto faceva la stragrande maggioranza delle persone, come una banda di briganti che si erano impadroniti a tradimento e sanguinosamente di Messina facendone un vero e proprio stato autonomo e non riteneva che Roma volesse invischiarsi negli affari siciliani che il trattato in atto con i cartaginesi riservava a Cartagine.  Gioì quando i romani varcato lo stretto pur essendo entrati a Messina furono poi costretti dai cartaginesi ad abbandonarla ma di fatto si aprì una guerra che comportò conseguenze anche per il Sannio.

         Roma infatti pretese che gli “alleati”, e fra questi i sanniti,  fornissero le truppe per la sua guerra e fu impossibile sottrarsi alla richiesta e Murcus fu sollecitato tanto dai suoi compatrioti che dai romani ad assumere il comando di uno dei reparti che avrebbero dovuto combattere sotto le insegne romane. La richiesta fu pretestuosamente disattesa perché avrebbe considerato un tradimento ai suoi ideali ed ai suoi antenati combattere una guerra non contro ma con Roma ma nel solo interesse dei suoi compatrioti che anche se giocoforza avrebbero combattuta quella guerra mise la sua esperienza al servizio dei reclutatori offrendosi per addestrare i reparti sanniti.

         Sapendo che gli uomini che lui stesso aveva nel loro esclusivo interesse preparati a quella guerra erano impegnati in combattimento finì per seguire l’evoluzione di quel conflitto che si protrasse per oltre sedici anni e che alla fine portò alla estromissione dei cartaginesi dalla Sicilia.

         Fu mentre quella guerra si combatteva che nel 245 una Placidia piuttosto imbarazzata gli annunciò di aspettare un bambino Murcus ringraziò con fervore gli dei perché nonostante i tanti discorsi aveva sempre in cuor suo sofferto della mancanza di un a propria discendenza.

         A quarantacinque anni nulla se non un figlio sembrava mancargli. Era,  infatti,  un ricco proprietario di campagna,  godeva del favore del suo popolo e,  rassegnatosi alla fine  ad accettare come ineluttabile la convivenza coi romani,  aveva finito con intrattenere ormai cordiali rapporti con le autorità che un tempo avrebbe considerato come usurpatori senza titolo.

         Quando seppe di essere in attesa di un figlio,  senza nulla dire alla moglie,  sacrificò agli dei il più bello dei suoi arieti pregandoli di dargli un figlio maschio ed in ciò fu accontentato dalla nascita di Gavio.

 


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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

 

About Paride Bonavolta

Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio. Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.  e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

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