Cap. 46 – I rivali di Roma – Murcus – Parte quarantaseesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

Murcus, con al suo fianco Placidia, torna tra la sua gente sannita e riprende la sua azione contro i Romani. Pirro, l’epirota, torna in Italia a combattere a fianco dei sanniti, ma Roma ben oprganizzata respinge le avanzate di Pirro, costringendolo a tornare in Grecia e, con l’anno 272 a. C., la resistenza sannita poté considerarsi vinta. (Nota di Enzo C. Delli Quadri).

         Rientrato fra la sua gente, Murcus gioì nel vedere la facilità con la quale Placidia seppe inserirsi nel suo mondo e come il suo apporto si dimostrasse utile in molte delle attività del villaggio e nei rapporti personali con le persone che frequentava per assolvere ai suoi molteplici incarichi.

         Un lungo viaggio nel Sannio per verificare l’efficienza e la preparazione delle truppe si trasformò in una piacevole scorazzata in un paese che Placidia vedeva per la prima volta e che la entusiasmò per i suoi tanti contrasti e per le sue naturali bellezze.

         Ma  trovatisi in zona di confine Placidia doveva stupire ed entusiasmare tutti quando in occasione di uno scontro con le truppe romane,  vestita come un soldato,  fu al fianco di Murcus adoperandosi senza risparmio e con grande abilità.

         –Tu vuoi eclissare la mia reputazione-scherzò divertito ed orgoglioso Murcus- D’ora in poi nel Sannio si dirà “Murcus?E’ forse il marito di Placidia figlia di Lollio?”

         –Non dire sciocchezze e pensa a prendere un bagno,  questa esperienza virile mi ha fatto venire un altrettanto virile appetito sessuale. Provvedi a compiere i tuoi doveri o dovrai pentirtene.

         Ovviamente Murcus,  obbediente,  fu lieto di accontentare  la sua donna sentendo che il legame  che li univa si andava sempre più rafforzando di giorno in giorno.

         Placidia,  infatti,  sapeva mantenere sempre vivo il desiderio di lui e schiva di inutili e falsi pudori affrontava i loro scontri privati da pari a pari senza nascondere che il suo corpo,  come del resto il suo indomito spirito,  aveva delle esigenze.

         Questo suo disinibito approccio alle lotte amorose sembrava non allentare mai i loro rapporti anche perché,  con il tempo,  il loro affiatamento sessuale si andava arricchendo di piacevoli ed estemporanee varianti che sembravano ad entrambi rendere sempre diverso ogni  approccio.

         La primavera del 275 si annunziò con l’inatteso ritorno di Pirro dalla Sicilia pronto a riprendere l’interrotta guerra contro Roma. Il re epirota tornava con forze superiori a quelle con le quali era partito.

         I suoi messaggeri mandati alla Lega ne tornarono con l’incondizionato appoggio del popolo sannita che si sentiva garantito dall’avere nuovamente al fianco un potente e sopratutto carismatico alleato. Messe da parte le recriminazioni per averli abbandonati per andare in Sicilia i sanniti gli fecero presente come durante la sua assenza se i romani non avevano messe in atto azioni significative contro le città greche, lucani e bruzi il Sannio aveva costituito il loro principale obiettivo e pur avendo sostanzialmente mantenuta la sua riacquistata libertà aveva subite forte perdite e pesanti razzie.

         Pirro ritrovandosi con Murcus garantì che non appena riorganizzate le forze avrebbe ripreso le ostilità contro i romani che peraltro sapeva in grandi difficoltà per una diffusa pestilenza.

         L’iniziativa fu però dei romani e mentre un esercito consolare agli ordini di L. Cornelio Lentulo mosse contro i lucani l’altro guidato da M.  Curio Dentato mosse contro i sanniti.

         Fu evidente che anche Pirro dovesse conseguentemente dividere le sue forze ma fu significativo il fatto che prese il comando dell’esercito che si preparava ad affrontare Curio Dentato perché si rendeva conto che i sanniti in sua assenza avevano sopportato il maggior peso della guerra e che gli stessi avevano costituito ed avrebbero ancora costituito i suoi più validi alleati italici. In effetti Pirro aveva anche avuto sentore che alcune città sannite nella riunione della Lega si erano dichiarate meno disponibili a confermargli la propria fiducia tant’è che il contingente sannita guidato da Murcus e ricongiuntosi alle sue forze non era particolarmente numeroso perché si era preferito che il grosso delle forze sannite rimanesse a presidiare il Sannio ed a contrastare le iniziative romane.

         I due eserciti nemici si ritrovarono contrapposti nell’Irpinia,  a Maleventum,  con forze pressoché equivalenti di circa ventimila uomini ciascuno.

         Fu Murcus pratico del territorio che con un’azione di avanscoperta verso il campo nemico riferì che i romani avevano posto il campo su una posizione elevata.  Pirro temendo che il secondo esercito consolare potesse riunirsi a quello che si trovava di fronte decise di sloggiare il console dalla sua posizione dominante occupando delle alture che dominavano il campo per tentare poi l’assalto.

         Decise quindi di attaccare il campo nemico all’alba con truppe scelte che nottetempo fece inerpicare su sentieri scoscesi ed in un bosco pressoché impenetrabile ma riuscì a piombare sul campo nemico solo quando ormai si era fatto giorno.

         Per quanto colti di sorpresa i romani fecero una sortita riuscendo a respingere le prime ondate dell’assalto nemico e questo successo convinse il console romano a scendere in pianura.

         Murcus realizzò che le operazioni non si stavano sviluppando favorevolmente anche perché il terreno non consentiva l’uso abituale degli elefanti e non si stupì quando Pirro dopo aspri combattimenti fece suonare il segnale della ritirata ma si meravigliò che i romani non inseguissero il nemico.

         Fu subito chiaro che il re epirota anche se tecnicamente non sconfitto non intendeva riprendere lo scontro che era stato particolarmente sanguinoso visto che i morti di entrambe le parti furono stimati in circa trentamila e Murcus informato che Pirro sarebbe rientrato a Tarentum preferì congedarsi con le sue truppe ritenendo più importante ricongiungersi alle truppe sannite che ora con i romani sicuramente convinti di aver riportato un successo si sarebbero trovate esposte alle rappresaglie romane.

         La caduta di Maleventum riaprì ai romani le vie più interne del Sannio e la loro avanzata romana sembrò inarrestabile.  Murcus ed i suoi si videro costretti ad un continuo ripiegamento incalzati dalle truppe romane mentre Egnatio Caudio dimostrava una completa incapacità di riorganizzare una possibile resistenza.

         Apprese mentre cercava combattendo di arginare le avanzanti truppe romane determinate ad annientare metodicamente ogni resistenza sannita che Pirro aveva abbandonata la penisola per fare ritorno in Grecia e se anche partendo aveva lasciato a Tarentum parte delle sue truppe al comando di Milone queste non sarebbero certo intervenute in difesa del Sannio ormai abbandonato a se stesso.

         Occorse del tempo prima che i due nuovi consoli Papirio Cursore e Carvilio Massimo, a suo tempo vincitori dei sanniti ad Aquilonia e Cominium, riuscissero ad annientare la resistenza dei sanniti che nella loro strenua difesa potevano contare solo sulla maggiore conoscenza del terreno.

         Con l’anno 272 la resistenza sannita poté considerarsi vinta. Si era combattuto per dodici anni e questo faceva della guerra appena conclusa la più lunga delle guerre romano-sannite caratterizzata da una serie di azioni di guerriglia salvo che il combattimento svoltosi ai Monti Graniti nel corso del quale Murcus era stato ferito.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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