Cap. 45 – I rivali di Roma – Murcus – Parte quarantacinquesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

Murcus lascia l’amico Lollio e la comunità Sannita che si era isolata sulla Rocca si Carvilium, sulle alte montagne, per essere, un giorno, pronta ad affrontare Roma. Rientra tra i suoi. Siamo nel 277 a.C., sui Monti Craniti i sanniti combattono vittoriosamente l’ultima battaglia che il popolo sannita in seguito avrebbe potuta considerare come una vittoria sui romani. Murcus viene ferito e portato a Carvilium dove ritrova Placidia (Nota di Enzo C. Delli Quadri).

            Rientrato fra i suoi ricevette ben presto l’ordine di dirigere verso il confine della Pentria in quanto sembrava che l’attività militare andasse intensificandosi acquistando una maggiore consistenza. Accolse ben volentieri l’ordine.

         – Queste scaramucce consentiranno ai nostri uomini di prendere confidenza con il nemico – commentò con Herio– ma d’altro canto ci distraggono dalla riorganizzazione interna del paese e nuovamente privano di braccia le nostre campagne.
           -Non è da escludere che proprio questo sia l’obiettivo di Roma – replicò Herio – Del resto sanno che non saremo noi a riprendere l’iniziativa e vogliono tenerci sulla corda.
           -Purtroppo quello che mi preoccupa è che il Consiglio  continui a non avere idee ben precise.

         La ripresa dell’attività militare permise a Murcus di relegare in un angolo della mente il ricordo,  sempre presente,  di Placidia anche se forti erano i morsi della gelosia immaginandola tra quella bella gioventù che la circondava in quel clima di tranquilla operosità.

         Quando per l’unità che comandava era prossimo il turno di avvicendamento, un improvviso attacco romano, portato su vasta scala, colse tutti impreparati.  Murcus pur realizzando che con le poche forze a disposizione non avrebbe potuto fermare il nemico decise di non ripiegare per avere il tempo di inviare Herio nelle retrovie per chiedere rinforzi .

         Deciso a dare battaglia per rallentare la marcia dei nemici prese posizione all’uscita di una vallata dove una fitta boscaglia e grandi massi muschiosi gli consentivano di non rivelare l’esiguità delle proprie forze e di opporre su un terreno poco agevole per i romani la massima resistenza possibile per consentire ai rinforzi sanniti di arrivare.

         Lo scontro che seguì si rivelò duro e le perdite romane, di gran lunga superiori a quelle sannite, consentì l’afflusso di rincalzi dalle seconde linee sannite.  Murcus, già certo che fosse arrivato il suo ultimo giorno, gioì vedendo giungere gli sperati rinforzi ma la momentanea disattenzione gli valse un terribile colpo,  vibratogli da un centurione romano,  che gli procurò una vasta ferita e una totale perdita di conoscenza.

         Quella battaglia sui Monti Craniti che i sanniti combatterono vittoriosamente nel 277 sarebbe stata l’ultima che il popolo sannita in seguito avrebbe potuta considerare come una vittoria sui romani.

         Si risvegliò in un ambiente a lui sconosciuto e portandosi la mano al petto che sentiva dolorante constatò di essere fasciato. Lo sforzo fatto lo fece svenire e ripiombò nell’oscurità.

         Si svegliò più volte ed altrettante volte cercò di realizzare dove fosse,  ma per quanto si sforzasse non riuscì a rispondere agli inquietanti interrogativi che gli si ponevano in quel torpore generale che l’avvolgeva.

         Unica sensazione di cui credette di potersi alla fine fidare fu che un uomo ed una donna dovevano alternarsi al suo capezzale curandolo,  ma i due visi erano troppo indistinti per capire se si trovasse fra amici o nemici.

         In uno dei suoi risvegli gli sembrò infine di scorgere nel viso della donna quello di Placidia e ne sussurrò il nome anche se convinto di essere in preda ad una di quelle allucinazioni che spesso si rendeva conto di vivere.

         Di rimando ai suoi pensieri gli sembrò però di sentire,  quasi in un sussurro,  proprio la voce, gioiosa, di Placidia.

         –Murcus,  sia resa grazia agli dei.-e poi ad alta voce –Herio,  corri!Si è svegliato e mi ha riconosciuta!

         Murcus fu certo di aver riacquistata la sua lucidità e riconobbe Placidia con certezza così come pure Herio quando precipitosamente irruppe nella stanza.

         Nei giorni che seguirono le forze sembrarono progressivamente rifluire in lui e poté finalmente chiedere a Herio le notizie che tanto anelava sapere.

         -Dopo la brutta ferita riportata hai avuto la fortuna che ti trovassi poco prima che morissi dissanguato. Ho cercato di portarti verso casa disperando purtuttavia di farcela. Quando anch’io mi stavo rassegnando all’idea che sarebbe stato inutile farti affrontare un viaggio che sembrava farti del male, Lollio, non so come informato della tua situazione,  ha voluto che ci fermassimo a Carvilium per tentare di salvarti. Da allora io e Placidia ci siamo alternati al tuo capezzale e pare proprio che i nostri sforzi abbiano sortito l’effetto desiderato. Devi molto a quella ragazza, non ha accettato il responso dei medici ed ha lottato con tutte le  forze rimanendo al tuo fianco e parlandoti per ore per evitare che il tuo sonno diventasse eterno. Ha preparato infusi con erbe che lei stessa ha cercato nei boschi affidandosi anche, come estrema risorsa,  ai consigli di una specie di strega locale ed alla fine ha avuto ragione!

         Nei successivi giorni sentì progressivamente acuirsi i suoi sentimenti per Placidia che sempre più spesso dedicava a lui tutto il suo tempo. Scioccamente pensò che se Placidia riusciva a trascorrere tanto tempo con lui questo poteva anche significare che nessun uomo fosse entrato nella sua vita e ne gioì.

         Essendo ancora troppo esausto per parlare ascoltava a lungo i discorsi della ragazza imparando a conoscere il suo mondo.

         -Ho un vago ricordo di mia madre-raccontava lei-. E’ morta dopo Aquilonia per mano dei soldati romani. Da allora ho sempre vissuto con mio padre che si è sempre fatto un cruccio per non avermi potuto “allevare da donna”. Ma finalmente ho capito che amo la vita che mi è stata offerta e che per me la vita che si conduce nella rocca è una mia libera scelta della quale non potrei fare a meno. Non saprei certo immaginare di vivere occupandomi di tutte quelle cose che di solito riempiono la giornata di una ragazza sannita allevata, secondo la tradizione, per vivere nelle ristrette mura di una casa o di una proprietà.  Amo la vita che si conduce alla rocca,  amo vivere fra giovani liberi,  maschi o femmine che siano,  amo saper usare le armi e sentirmi viva per quel senso di cameratismo che ci accomuna.

         Murcus l’ascoltava affascinato e sentiva crescere in se quello strano sentimento che doveva essere l’amore.

         Ben presto Herio che lo vegliava di notte dovette rientrare al reparto e lo fece con relativa tranquillità perché Murcus cominciava ad alzarsi per brevi periodi e perché sapeva di lasciarlo in ottime quanto certamente più gradite mani.

         Cominciando a muoversi per la piccola casa che lo ospitava Murcus realizzò che si componeva di due stanze rispettivamente occupate da lui e Placidia,  di un terzo locale attrezzato per preparargli i pasti e infine da un quarto destinato ad accogliere  una capace vasca,  dotato di un ingegnoso impianto che assicurava l’acqua corrente.

         Constatando il progredire della sua ripresa cominciò a temere di dover riprendere il suo posto nel mondo esterno alla rocca o di dover nuovamente sottostare  all’alternativa,  che Lollio sicuramente gli avrebbe riproposto, di rimanere o partire.

         Ma Lollio sembrava troppo occupato per preoccuparsi di controllare di persona il suo stato di salute del quale,  come affermava Placidia,  le chiedeva però periodicamente notizie. Anche Placidia probabilmente doveva pensare che una volta guarito sarebbe dovuto nuovamente partire e questa poteva essere la spiegazione,  Murcus se lo augurava,  per la quale sembrava minimizzare con lo stesso Murcus i suoi rapidi progressi nel riacquistare le forze.

         Per quanto entrambi nella diuturnità dei loro rapporti si rendessero conto del  reciproco amore, l’argomento veniva volutamente ignorato perché li avrebbe inevitabilmente posti di fronte ad una scelta che entrambi temevano non essere coincidente.

         Fu il caso a risolvere il problema.

         Murcus si alzava presto la mattina per prendere il suo bagno prima del risveglio di Placidia. Una mattina notò che la tenda che separava la camera di Placidia non era del tutto accostata, come di consueto,  e che vi ardeva,  anche se flebile,  una luce. Fu quasi istintivo guardare nella stanza dove Placidia dormiva.

         Entrato  nella stanza  restò a lungo a contemplare il tranquillo sonno della donna amata. Spinto dalla parte irrazionale che era in lui  e vinto dal desiderio di aspirare da vicino il profumo  inconfondibile della ragazza,  si accoccolò presso il letto.

         Altrettanto irrazionalmente dopo averle carezzato con mano lieve i capelli disciolti cercò con le sue le labbra di Placidia e cominciò a baciarla con dolcezza.

         Le labbra di lei si schiusero mentre gli occhi,  aprendosi,  rispondevano con stupore e gioia a quell’insolito risveglio.

         Il bacio iniziato dolcemente divenne presto lungo ed intenso e quando si separarono,  pur sorridendo,  i loro occhi mostravano un evidente imbarazzo. Placidia si spostò su di un lato del letto facendo posto a fianco a se e Murcus prendendo posto al suo fianco l’abbracciò sentendo montare il desiderio. Il successivo bacio fu appassionato e per entrambi era ormai impossibile ignorare la sensazioni che i rispettivi corpi  sommariamente coperti  loro trasmettevano.

         La mano di Murcus cercò il seno di Placidia e dopo averlo carezzato sopra la veste che lo copriva scendendo lungo il corpo di lei arrivò là dove la tunica stessa finiva per risalire poi in una lenta carezza del corpo nudo.  Sembrò che Placidia agevolasse la sua carezza mentre a sua volta con la mano cercava  il corpo di lui.

         –Placidia.. . -mormorò Murcus non sapendo se e cosa andasse detto in un momento così particolare che stava cambiando repentinamente i loro rapporti.

         –Non c’è bisogno che tu dica nulla-lo tranquillizzò lei intuendo la sua inespressa domanda-Lo abbiamo capito dal nostro primo incontro che questo doveva succedere e per troppo tempo ho temuto che tu non tornassi da me. Poi ho temuto che morissi fra le mie braccia ed ora tremo all’idea che tu debba o voglia partire. Non parlare.

         Le loro labbra e le mani presero a ricercarsi e Placidia inginocchiandosi sul letto con gesto deciso quanto pieno di grazia femminile sfilò la testa dalla tunica lasciandosi guardare nella rivelata nudità.

         Murcus la imitò prontamente ed inginocchiati l’uno di fronte all’altro sul letto lasciarono che le loro mani scoprissero i rispettivi corpi.

         Murcus dimentico della sua totale inesperienza scoprì in se una sicurezza di gesti e di movimenti ed entrambi,  consci dell’irripetibilità di quanto stava succedendo,  con dolcezza e passione arrivarono,  attraverso una serie di istintivi preamboli,  a trovare finalmente il piacere. Solo per un attimo,  incontrando la verginità della compagna,  Murcus sembrò avere un momento d’indecisione che però fu superata,  con l’autorità della crescente passione,  da Placidia che lo strinse forte a se perché tutto fosse compiuto.

         Certi che nessuno avrebbe violata la loro intimità, trascorsero l’intera giornata l’uno nelle braccia dell’altra e solo quando si resero conto che la sera stava scendendo Placidia si rivestì in tutta fretta per il consueto incontro serale con il padre.

         –Torna presto-le chiese Murcus.
Sarei una sciocca a non farlo-replicò divertita Placidia.

         Quella prima sera,  come poi nelle sere successive dormirono l’una nelle braccia dell’altro lentamente scoprendo i mille modi dell’amore.  Murcus  confessò la sua inesperienza al riguardo e la risposta maliziosa di Placidia lo rassicurò.

         –Non si direbbe affatto. Credo che per essere due neofiti ci comportiamo entrambi molto bene. Del resto quello che mi hai detto già lo sapevo perché uno dei crucci di Herio quando tu stavi per morire era che tu potessi lasciare questa vita senza aver conosciuto le gioie dell’amore. Ricordati di tranquillizzare il tuo amico e se vorrai potrò confermare. Come donna sono contenta che entrambi abbiamo vissuta questa splendida prima esperienza insieme. Ora non mi resta che sperare che tu non voglia provare se farlo con un’altra donna sia diverso.
           –Non credo che lo farò,  sapessi quanto mi è pesata questa mia virile verginità in un mondo di soldati!
            -Ma allora -lo incitò lei- potrai finalmente dirmi se mi ami?
          –Come potrebbe essere diversamente. Certo che ti amo e ti prometto che non avrò altre donne all’infuori di te.
Bene– replicò lei toccata dalla serietà con la quale veniva fatta l’impegnativa promessa – Prometto a mia volta che non avrò altro uomo all’infuori di te.

         Con il susseguirsi dei giorni cominciò a sembrare sempre più difficile sostenere che le condizioni di Murcus non subissero miglioramenti e conseguentemente una decisione andava presa riguardo al loro futuro.

         Fu Murcus ad affrontare l’argomento e le sue parole non lasciavano dubbi sul fatto che lui aveva già presa la sua decisione.

         – Ti dispiacerà lasciare questo posto e tuo padre?
       –  E’ la sola opportunità che mi offri?Mi costerà e costerà a mio padre ma non posso non seguirti.
         – Allora è il momento di affrontare tuo padre.
        – Credi forse che io non gli abbia già anticipato che se tu me l’avessi chiesto io sarei partita con te?
         – Ma allora  sa di noi due?
        – Lo sa fin dal primo giorno che ci siamo conosciuti. Conosce i giovani più di tutti noi e si chiedeva solo quando sarebbe successo e conoscendo il tuo impegno verso il nostro popolo non dubitava che sarei stata io un giorno a seguirti.

         Scoprendo di non dover più nascondere la sua guarigione Murcus abbandonò la piccola casa dove era cresciuto il loro amore scoprendo che tutti gioivano e della sua guarigione e del legame che lo legava a Placidia e che nessuno sembrava ignorare.  Glauco, che lui aveva sempre visto come un ipotetico rivale,  lo abbracciò con slancio.

         –Abbi cura di Placidia, l’ho sempre amata fin da quando eravamo bambini ma ho sempre saputo di non avere speranze. Ora finalmente mi rassegnerò a considerarla una sorella e conseguentemente a considerare te un fratello.

         Lollio fu il più evasivo rispetto al loro legame e si limitò a pregare Murcus di ritardare ancora un poco la sua partenza adducendo come motivo che lui e Glauco avevano bisogno del suo aiuto per addestrare un gruppo numeroso di giovani appena arrivati alla rocca.  Murcus accettò di buon grado quello che era un chiaro pretesto di Lollio per ritardare la separazione dalla figlia,  pretesto peraltro a lui gradito,  ed il successivo periodo trascorso alla rocca si dimostrò piacevolissimo per la generale allegria che regnava tra quei giovani che se da un lato erano pronti a battersi come veterani erano altrettanto pronti a vivere con gioia la loro gioventù.

         Herio venuto a trovarlo per assicurarsi del suo stato di salute intuì subito quanto era successo e a sua volta invitò Murcus a prolungare il suo soggiorno assicurandolo che lui e Corfinio erano in grado di andare avanti da soli.

         Ma alla fine fu Murcus a sentire il bisogno,  o forse il dovere,  di riprendere il suo posto fra la gente verso la quale si sentiva legato da un impegno che aveva lontane quanto presenti radici. Gli addii si rivelarono festosi e i due giovani partenti promisero di fare spesso ritorno alla rocca non appena possibile.

         Lollio abbracciandoli,  vincendo la sua evidente commozione,  si separò da loro con una battuta che ad un tempo voleva  sdrammatizzare la situazione e ricordare  una  delle sue regole.

         –Ricordate: niente bambini alla rocca!


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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