Cap. 43 – I rivali di Roma – Murcus – Parte quarantatreesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

Nella primavera del 280 quando il Sannio cominciava a subire la reazione romana particolarmente violenta, soprattutto nel territorio dei Caudini e degli Irpini, sbarcò Pirro con il grosso delle sue truppe e nel Sannio stremato si riaccese la speranza. I romani non furono colti impreparati e mentre uno dei consoli Tiberio Coruncanio si preparava a fronteggiare gli etruschi, anche loro pronti alla rivincita, l’altro console Valerio Levino con due legioni attraversò la Lucania e mosse incontro a Pirro senza riuscire a fermarlo. Pirro avanzò verso il Nord e, agli occhi di Murcus, sembrò che i greci fossero più impegnati a fare bottino che a conquistare territorio. Comunque Murcus e i sanniti espugnarono Fregelle, comportandosi da sanniti: non uccisero i nemici vinti. Ci furono scontri cruenti vinti da Pirro e dagli alleati sanniti, lucani e bruzi, fino a quando, senza aver raggiunto Roma, Pirro decise di tornare in Sicilia per difenderla dai Cartaginesi. Roma tornò a respirare. (Enzo C. Delli Quadri)

Pirro nella Battaglia di Eraclea

I romani non furono colti impreparati e mentre uno dei consoli Tiberio Coruncanio si preparava a fronteggiare gli etruschi, anche loro pronti alla rivincita, l’altro console Valerio Levino con due legioni attraversò la Lucania e mosse incontro a Pirro per evitare il suo ricongiungimento con gli alleati italici riuscendo prima che questo avvenisse ad ingaggiare battaglia  nella piana tra Heraclea e Pandosia uscendone sconfitto.

A ricongiungimento avvenuto, con il morale del contingente sannita alle stelle,  apparve evidente che l’avventura appena iniziata sembrava avviarsi sotto i migliori auspici perché l’esercito romano abbandonava la Lucania mentre varie città, prima fra tutte Locri, con moto interno, allontanavano le guarnigioni romane od aprivano le porte agli alleati.

Pirro mosse quindi verso la Campania con una vittoriosa marcia di conquista lasciandosi alle spalle, senza attaccarla Neapolis per puntare su Capua che però gli resistette.

Combattendo unitamente alle truppe epirote, a Murcus non sfuggirono dei segnali preoccupanti.  I greci infatti sembravano sempre più interessarsi nella loro marcia a fare bottino e non sembravano, pur lasciando alcuni presidi nei centri più importanti,  voler stabilire delle postazioni fisse sul territorio che invece avrebbero costituito dei capisaldi e dei presidi utili per il proseguimento delle operazioni e per scoraggiare rivalse romane. Appariva chiaro che Pirro nella sua rapida avanzata  non sentiva la guerra contro Roma come un impegno prioritario, preoccupandosi principalmente,  forse con la segreta mira di assumerne il controllo,  della integrità delle colonie greche.

Appariva anche evidente che, se le forze combattenti dei due schieramenti si potevano considerare equivalenti, giocava a favore dei romani il fatto che il loro fosse un esercito nazionale con equipaggiamenti ed organizzazione comuni mentre altrettanto non poteva dirsi di quello degli alleati in gran parte costituito da truppe mercenarie.

Stupì il fatto che Pirro decidesse di lasciare in mano romana Neapolis e Capua decidendo di puntare su Roma ma sicuramente doveva pensare che minacciando la stessa Roma avrebbe scompaginate le alleanze forzose imposte dai romani ai popoli vinti ed avrebbe indotto etruschi e Galli a scendere in campo al suo fianco.

Quando nella lenta risalita verso Roma lungo la via Latina le truppe di Pirro furono in prossimità di Fregelle, Murcus venne convocato da Pirro.

– Milone mi ha ricordato che ci siamo già incontrati ad Ambracia e mi ha detto che ti sei ben comportato con le tue truppe in questa prima fase della nostra avanzata. Sei molto giovane ma questo per me, vista la fiducia che ti ha accordato la tua gente,  è la migliore riprova che devi essere un valoroso e quindi lascerò a te il compito di conquistare Fregelle che a quanto mi è stato detto ha giocato un ruolo nei vostri contrasti con i romani.   Le mie truppe si terranno ovviamente pronte ad intervenire qualora ce ne fosse bisogno ma sono convinto che non sarà necessario.

Quando comunicò ai propri soldati le direttive appena ricevute scatenò un’indescrivibile gioia e da più parti si levò il grido di “Fregelle ai sanniti! Morte a Roma!“.

Quest’entusiasmo rafforzò la certezza di Murcus che i suoi si sarebbero battuti,  anche se non aveva motivo di dubitarne,  al massimo delle loro forze e che il Sannio avrebbe potuto, orgogliosamente come sempre,  dare nuova prova del forte senso di rivincita e dell’anelito  di libertà che l’aveva contraddistinto nei secoli passati.

Il giorno dell’attacco le truppe sannite presero posizione intorno alla cinta di Fregelle e i frombolieri iniziarono un nutrito lancio di proiettili incendiari contro la città. Solo quando il fumo degli incendi avvolse la città, Murcus dette l’ordine  di avanzare fino a fermarsi ad una distanza sufficiente per lanciare nugoli di frecce sugli spalti.

Si rendeva conto dell’impazienza dei suoi di portarsi avanti ma seppe trattenerli fino a che, prima del calare della notte, fu la volta di impiegare gli arieti per sfondare mura e porte ormai sguarnite.

Solo quando fu ragionevolmente certo che le sue perdite sarebbero state minime dette l’ordine alla fanteria di muovere e lui stesso mosse alla testa dei suoi.

Una volta entrati in città incontrarono scarsa resistenza visto che gran parte delle truppe,  costituite da “alleati” preferirono arrendersi.

L’ordine dato agli attaccanti era stato di astenersi da ogni inutile violenza sia verso i nemici sia verso la popolazione civile romana e fu pienamente rispettato.

Murcus fu presto padrone di Fregelle contento di constatare di aver ridotto a pochissime unità i suoi caduti perché ciò gli permetteva di conservare intatte le sue forze e di aumentare il valore della sua vittoria.

Un ufficiale greco gli portò i complimenti di Pirro e l’autorizzazione a fermarsi per qualche tempo in città per ristabilire un’amministrazione locale e per decidere le misure che avrebbe ritenute più opportune nei confronti dei prigionieri e dei cittadini romani.

Il giorno successivo si recò nel grande recinto dove erano stati riuniti i romani.

Il suo sguardo vagò a lungo fra di loro e notò nei loro occhi un’evidente rassegnazione ad un destino dato per scontato. Quando parlò la sua voce non tradiva minimamente i suoi sentimenti.

-Quando i vostri eserciti sono entrati nel Sannio ero un bambino. Ho visto uccidere donne, vecchi e bambini la cui sola colpa era di essere sanniti. Sono cresciuto con questa visione negli occhi e con il desiderio che un giorno avrei avuta la vendetta che avrebbe ristabilito l’impari conto. Quanto sento lo sentono anche gli uomini che oggi vi hanno combattuto e vinto perché la grandissima parte di loro piange una o più persone care uccise,  spesso inutilmente,  per mano dei vostri soldati. Oggi abbiamo l’occasione di pareggiare il conto ma non vogliamo esigerlo macchiandoci delle vostre colpe di allora. Ci riprendiamo le nostre terre,  i nostri beni e risparmiamo le vostre vite perché il nostro onore di soldati ci impedisce di versare  sangue innocente.  I civili saranno liberi di andarsene,  i soldati “alleati” potranno scegliere di unirsi a noi o di tornare alle loro terre dopo essersi impiegati davanti agli dei di non riprendere le armi contro di noi. I soldati romani,  i “cittadini”,  come loro vantano di chiamarsi,  saranno inviati nel Sannio per ricostruire quello che i loro simili hanno distrutto. Questo è quanto ho deciso per voi!

Lasciò ai suoi il compito di dare esecuzione ai suoi ordini e si ritirò seguito da Herio.

-Non era questo che avevamo giurato-lo rimproverò l’amico.
-Un conto è giurare ed un conto è avere di fronte in carne ed ossa coloro che dovresti uccidere. Sono convinto di aver scelta la giusta via. Nessuno potrà mai rimproverarci nulla né la nostra coscienza di soldati ne verrà macchiata. Decidendo ho pensato a quello che avrebbero voluto i nostri genitori se fossero stati al nostro posto e credo che si sarebbero comportati nello stesso modo.

Ritiratosi in un alloggio requisito per lui dai suoi soldati Murcus cercò invano nel sonno di dimenticare. Ma se il sonno tardava una voce interiore lo portava inesorabile a fare delle considerazioni sulla vita trascorsa.

-Hai ventuno anni Murcus- martellava la voce sconosciuta– Hai il comando di un contingente sannita impegnato,  come sognavi, a combattere i romani. Hai appena riportata una vittoria  e godi della fiducia della tua gente. Hai in pratica ottenuto ciò che sognavi da bambino ma non sei soddisfatto. Ti manca qualcosa,  ma quel qualcosa tu non l’hai chiesto ed ora ti manca. La tua carne reclama una donna da stringere fra le braccia ma tu non l’hai mai avuta,  il tuo cuore reclama degli affetti e qualcuno cui possa guardare come ad una parte di te,  ma sei solo. Hai solo Herio,  come quando eri un bambino,  al tuo fianco. Ma Herio e molti dei tuoi giovani compagni di avventura non si sono imposta,  quasi facesse parte dell’antico giuramento di vendetta,  la castità che hai imposto inconsciamente a te stesso. Mentre ora cerchi un sonno liberatorio certo molti dei tuoi compagni dormono perché hanno trovato la pace dei sensi nelle braccia di una donna ponendosi pochi interrogativi se quanto hanno ottenuto sia stato loro dato  con spontaneità o con timore. Ma tu ti nascondi una parte del tuo essere e soffochi così la parte più giovane della tua vita. Pensaci Murcus!

Dopo essere rimasti tre giorni a Fregelle si ricongiunsero alle truppe di Pirro che avevano raggiunto Preneste a venti miglia da Roma.

Come una doccia fredda la successiva decisione di Pirro di abbandonare l’avanzata su Roma e di ripiegare sulla Campania suscitò le proteste ed il malumore dei suoi alleati che già si vedevano padroni di Roma. Murcus approfittando del suo legame con Milone chiese spiegazioni per quella che gli sembrava una decisione sbagliata.

– So bene che siete delusi – gli rispose Milone – ma per quanto al mio re molti attribuiscano incostanza e temerarietà le sue decisioni hanno sempre una valida motivazione. Per marciare velocemente su Roma abbiamo necessariamente dovuto farlo con forze esigue una parte delle quali abbiamo anche dovute lasciare nelle città conquistate. Le notizie dal Nord non sono delle migliori perché gli etruschi sui quali contavamo, affrontati dai romani e sconfitti a Volci e Volsinii, hanno chiesto una pace che sarà loro accordata ben volentieri e a buone condizioni e quindi senza il loro appoggio dal nord non potremmo accerchiare, come sperato,  Roma. Sappiamo che a Roma si stanno armando per la prima volta anche i plebei e che la città è dotata di un ottimo sistema difensivo difficilmente superabile con un colpo di mano e con poche forze disponibili.  Nell’Italia centrale non si sono avute quelle defezioni che voi alleati avevate dato per scontato che si sarebbero verificate con il nostro arrivo e quindi abbiamo lasciate alle nostre spalle delle guarnigioni romane. Se decidessimo di proseguire rischieremmo di trovarci in mezzo a due armate consolari, quella sconfitta ad Heraclea che si è portata in Campania e quella del nord che non deve più temere gli etruschi e come se non bastasse queste due armate cercano di non essere da noi impegnate fino a quando non si saranno ricongiunte superandoci quindi nel numero degli effettivi. Ti sembra convincente la spiegazione?

Con il sopraggiungere dell’inverno le operazioni militari cessarono e Pirro ne approfittò per amalgamare le sue truppe a quelle degli italici

Tra gli alleati cominciò a circolare la voce che Pirro avesse mandato Cinea a Roma per tentare di raggiungere un accordo con i romani e che per favorire l’accordo accogliendo una richiesta romana avesse liberato alcune centinaia di prigionieri. Si diceva anche che il re epirota mirasse con questo accordo a ottenere garanzie per l’indipendenza delle città greche della penisola e la restituzione a favore dei Sanniti, Lucani e Bruzi delle terre loro tolte e garanzie future per la loro autonomia.

Ma le trattative di Cinea non dovettero portare a nulla perché  in primavera (279) gli alleati mossero verso l’Apulia controllata dai romani grazie alle due colonie di Luceria e Venusia

Si stava assediando Venusia quando l’esercito romano sotto il comando dei consoli P.  Sulpicio e P. Decio Mure mosse incontro alle forze alleate accampandosi sulla sponda dell’Ofanto opposta a quella tenuta dagli alleati.

Fu subito chiaro che si sarebbe arrivati ad un combattimento decisivo. Era  il momento che Murcus attendeva perché nonostante le tante battaglie già combattute in questo caso si sarebbero affrontati due eserciti di pari entità che approssimativamente contavano su settantamila uomini ciascuno.

Quando Pirro prese l’iniziativa per attraversare il fiume ed attaccare il campo nemico apparve evidente che il terreno paludoso impediva agli alleati di manovrare e di utilizzare tanto la cavalleria che gli elefanti consentendo quindi ai romani di tener loro testa. L’azione fu quindi sospesa ed il giorno successivo Pirro attese che fossero i romani a prendere l’iniziativa attraversando il fiume così che i due eserciti si potessero affrontare su un terreno pianeggiante.

Gli epiroti tenevano la parte centrale dello schieramento alleato mentre le truppe italiche vennero schierate sulle ali ed i sanniti,  in quanto più numerosi,  da soli formavano l’ala sinistra.

Pirro annunciò ai suoi che una volta conseguita la vittoria avrebbe puntato direttamente su Roma e quando la notizia di voce in voce arrivò alle truppe italiche fu salutata da un grande grido di esultanza.

 Fin dai primi corpo a corpo fu chiara la supremazia degli alleati anche perché la presenza e l’impeto dei giganteschi elefanti e il risuonare dei loro barriti scompaginarono le file romane. Solo allora le ali ebbero l’ordine di chiudere la loro morsa mentre  ovunque veniva ripetuto l’ordine di non fare prigionieri.

Murcus ed Herio combatterono fianco a fianco esaltati da quel sentimento di onnipotenza che permeava ogni soldato impegnato in un sistematico annientamento del nemico.  Murcus più volte ferito di striscio non era più in grado di distinguere se il sangue che lo ricopriva fosse il proprio o quello degli uomini che continuava ad uccidere sentendosi per la prima volta appagato nel suo sogno di vendetta.

Come un invasato continuava a uccidere traendone un intimo piacere tanto che Herio,  vedendolo così trasformato,  stentava a riconoscere in lui l’uomo che a Fregelle aveva saputo mostrare tanta pietà per i vinti.

Murcus questa volta sembrava ben determinato ad eseguire l’ordine che nessun romano in armi dovesse allontanarsi vivo dal teatro dello scontro e probabilmente la strage cui prendeva ormai meccanicamente parte doveva fortemente contribuire alla realizzazione dell’antico giuramento di vendetta.

Quando la battaglia in campo aperto cessò per mancanza di nemici da uccidere le porte della città si aprirono per accogliere i vincitori.

Murcus,  che fu uno dei primi ad entrare,  ritrovò la sua lucidità solo quando vide raccolta sul Campo di Marte una numerosa folla di donne e bambini protetta da una labile schiera di vecchi.

Fermatosi rinfoderò la spada e si diresse fuori della città fino a giungere in un angolo incontaminato di campagna dove crollò al suolo.

E’ finita! E’Finita!- continuava a mormorare.

Herio che l’aveva seguito vide lentamente che i lineamenti dell’amico si andavano distendendo e solo allora gli rivolse la parola.

-Cosa è finito Murcus?
Oggi la vendetta è finita e mi sono liberato dell’odio che avevo in me. Da questo momento divento il soldato che volevo essere e che non sentivo di essere. Da oggi potrò combattere senza odio per il mio nemico!

Siano ringraziati gli dei-mormorò rassicurato Herio.

 Murcus rialzatosi e spogliatosi si diresse di corsa verso un laghetto e vi nuotò a lungo cancellando il sangue e l’odio che avevano contaminato il suo corpo e la sua anima. Risalito a riva crollò in un istantaneo sonno ed Herio dopo averlo coperto lo vegliò con affetto fino al risveglio.

Ma alla vittoria appena riportata doveva seguire amara la delusione perché seguì un lungo periodo di inattività sul piano militare mentre tutti si aspettavano che sfruttando l’effetto pratico e psicologico della vittoria le operazioni militari avrebbero preso un ritmo più decisivo.

Ancora una volta fu Milone a fornire a Murcus una motivazione della incomprensibile inattività seguita alla vittoria di Ausculum.

Il nostro re come hai potuto constatare ha combattuto in prima linea ed ha riportato alcune ferite che lo inducono a riprendere le forze perdute. Devi pure considerare che proprio gli epiroti ed il contingente venuto con noi dalla Grecia forse più di voi alleati hanno subito gravi perdite che non possiamo in alcun modo rimpiazzare specie nei quadri di comando. Tranquillizzatevi perché presto ci rimetteremo in azione.

Ma nonostante le parole di Milone apparve presto chiaro che la ragione dell’inattività era dovuta al fatto che nel campo epirota cominciarono a vedersi ambasciatori siciliani e presto fu di dominio pubblico che questi sollecitavano un intervento di Pirro in Sicilia per fronteggiare il crescente espansionismo dei cartaginesi.

La partenza di Cinea per la Sicilia suonò per gli italici come un chiaro segno che il re epirota stesse prendendo in considerazione le richieste fattegli e lo sconforto cominciò a diffondersi.

La decisione di Pirro di partire per la Sicilia fu presto resa nota ai suoi alleati dallo stesso sovrano che cercò di tranquillizzali.

– Non intendo venir meno agli impegni presi e se anche prenderò il mare per la Sicilia lascerò sul continente la metà dei miei effettivi e quindi circa ottomila fanti ed ottocento cavalieri. In mia assenza il comando sarà assunto da Milone che avrà la sua base operativa a Taranto e da mio figlio Eleno che si stabilirà a Locri. Vi informo che dopo le vittorie riportate sui romani non credo ci daranno alcun fastidio ma ho inviato Cinea a Roma per ottenere specifiche garanzie al riguardo così che possiate ottenere una pace durevole. 

Milone, ad esclusivo beneficio di Murcus, lo informò che il suo re poteva vantare un diritto ereditario sulla Sicilia non tanto per sé quanto per il figlio Alessandro nato dal suo matrimonio con la figlia di quell’Agatocle di Siracusa che per lungo periodo,  e fino alla morte,  aveva governato su Siracusa finendo per essere considerato nell’isola come il solo baluardo contro i Cartaginesi contro i quali aveva anche guidata una spedizione sullo stesso loro territorio.

Agli alleati non restò che fare buon viso a cattiva sorte anche quando si seppe che l’ambasceria di Cinea a Roma non aveva sortito alcun effetto.

Fu così che, dopo due anni e quattro mesi dal suo sbarco sulla penisola, Pirro prese il mare con le sue truppe (settembre 278).

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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