Cap. 42 – I rivali di Roma – Murcus

0
517

Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

Per il Cap. 41 Cliccare QUI   


Siamo nel 284 a.C. – da 7 anni è finita la terza guerra sannitica – Il Sannio, non è più terra indipendente ma alleata (conquistata) di Roma – Murcus, ha ormai assimilato che un’ipotetica rivincita sannita non doveva basarsi su atti estemporanei ma che si dovesse attendere con pazienza un imprevisto che potesse  costituire un segnale. L’attesa non è lunga: pian piano popoli sanniti, lucani, bruzi e tarantini avviano trattative proficue tra loro per combattere i Romani. E si rivolgono anche a Pirro re dell’Epiro perché li aiuti nella battaglia. Le trattative, cui partecipa Murcus, sono lunghe ma proficue…. (Enzo C. Delli Quadri)

Taranto Magna Grecia

284-272 a.C. L’occasione tanto attesa non tardò molto. Non erano infatti trascorsi cinque anni che nel Sannio si sperò di poter prendere la rivincita sui romani.

Nel nord della penisola i romani si ritrovarono infatti a fronteggiare nuovamente Galli Senoni ed Etruschi mentre nuovi scenari per una espansione romana si aprivano al sud.

Lucani e Bruzi, ben sapendo che le comunità italiote per timore della temuta supremazia di Tarentum non ne avrebbero richiesto l’intervento,  si erano fatti minacciosi verso le città della Magna Grecia alle quali per conservare la indipendenza non restava altra alternativa che cercare un’alleanza con Roma.

Come ben si sapeva,  questo evolversi della situazione politica nel sud della penisola era quanto da tempo si attendeva a Roma dove era in forte crescita il partito che sosteneva l’espansione verso il sud e quando Thurii nel 286 chiese la protezione romana contro le mire dei Lucani la richiesta fu accolta favorevolmente nonostante che l’ingerenza romana nello scacchiere potesse comportare un coinvolgimento ed una guerra con Tarentum.

Con i romani impegnati con le loro legioni tanto al nord che al sud il Sannio vide ridursi la pressione romana e si preparò ad un prossimo scontro.

Mamerco era tra coloro che impazienti non vedevano l’ora di prendere le armi ma le ostilità furono prudenzialmente rinviate fino a quando non giunse la notiziache i Galli Senoni avevano riportata ad Arretium una netta vittoria sull’esercito consolare guidato da L. Cecilio Metello,  una disfatta che apparve come la più disastrosa che mai Roma avesse subita.

La latente rivolta sannita si trasformò quindi in una lotta di liberazione che iniziata  nei territori degli Irpini e dei Caudini presto coinvolse l’intero paese.

Una decisione quella di riprendere le armi sicuramente sofferta perché contro l’entusiasmo dei più si era levata altrettanto forte la voce di coloro che, sia pure favorevoli alla ripresa delle ostilità contro Roma, avrebbero preferito attendere.

La rivincita romana riportata al lago Vadimon nell’anno successivo dal console P. Cornelio Dolabella su Galli ed Etruschi  sembrò dar ragione a chi si era battuto per una prudenziale attesa ma nel frattempo vari presidi romani nel Sannio caddero uno dopo l’altro rincuorando chi aveva voluto l’intervento immediato.

Lollio unanimemente riconosciuto,  nonostante le umili origini della sua famiglia,  come uno dei simboli della resistenza a Roma, correva instancabile ovunque fosse necessario discutere,  consigliare,  coordinare.

Al suo fianco cominciò a mettersi in luce un giovane pentro che al contrario di Lollio poteva vantare un’antica genealogia di famosi soldati ed un’inequivocabile preparazione sia sul piano strettamente militare sia su quello relazionale.  L’uomo nuovo che il Sannio vedeva crescere era Murcus.

La prestanza fisica,  gli occhi decisi e freddi di un uomo abituato al comando,  la barba,  mascheravano a tutti i suoi sedici anni che da soli,  per chi non lo conosceva,  non avrebbero fatto di lui un comandante credibile ed affidabile.

Ma Murcus,  ormai da tempo aggregato alle unità di Lollio,  aveva già maturata una solida esperienza in azioni di guerriglia che, unita alla sua naturale vocazione militare ed all’atavico odio verso i romani,  facevano di lui un comandante ideale.

Gli insegnamenti di Ovio e di suo padre,  una buona conoscenza della storia e degli eventi del suo paese erano quel qualcosa in più che Lollio sapeva di non avere e che l’avevano spinto a mettere in risalto il giovane figlio del suo vecchio amico.

Il territorio sannita stava rapidamente  ritornando sotto il pieno controllo sannita quando per controbilanciare la delusione causata dalla sconfitta dei popoli del nord nuove speranze si accesero.

Tarentum infatti sembrò decisa a scendere in campo contro i romani.

Murcus apprese da Corfinio che la scelta di Tarentum non era stata facile perché il partito democratico al governo si era dovuto confrontare duramente con il locale partito aristocratico sempre più apertamente su posizioni filo romane e propenso ad addivenire ad un accordo di tipo federativo con Roma.

La decisione di Tarentum ebbe come conseguenza il richiamo di Murcus dai reparti combattenti con l’ordine di far parte della delegazione sannita che doveva recarsi a Tarentum per concordare iniziative comuni nei confronti di un possibile  coinvolgimento di un prestigioso alleato d’oltre mare che si era individuato in Pirro re dell’Epiro (L’Epiro è una regione geografica e storica del sud-est dell’Europa, facente parte dell’Albania meridionale e della Grecia nord-occidentale).

Un ordine che dopo due anni di permanenza nei reparti combattenti non lo entusiasmò in quanto Murcus si sentiva pienamente appagato nel suo sogno di combattere in armi i romani.

Corfinio dovette faticare non poco per placare la sua ira.

Ricorda gli insegnamenti di Ovio e guarda alla storia della tua famiglia. Una guerra non si combatte solo con le armi e spesso la diplomazia può rivelarsi un’arma superiore alle armi. Tu conosci la lingua greca, la nostra storia come quella degli altri popoli, hai imparato ad ascoltare ed a comprendere tutte quelle cose che solo chi ha studiato con buoni maestri può afferrare e comprendere.  Sei l’uomo adatto per rappresentarci ed assistere i nostri rappresentanti. Sei anche un buon soldato e ne stai dando prova ma è molto più facile sostituire un soldato che improvvisare un diplomatico. Oggi il tuo paese ha bisogno di te in questa veste.  La nostra speranza che potesse riformarsi la grande coalizione antiromana anche con Etruschi e Galli sembra andata in fumo e la nostra unica speranza di riscatto è legata alla possibilità che le trattative con Tarentum e con il re dell’Epiro vadano in porto portando al nostro fianco un esercito sicuramente temprato alla guerra e comandato da chi oggi viene ritenuto il migliore stratega dopo Alessandro il Macedone. 

Murcus, ricordando la pregressa storia di Tarentum, aveva ben presente che l’intervento sperato del re epirota altro non era che l’ulteriore richiesta che i tarantini indirizzavano ad un condottiero greco. Per contrastare le popolazioni indigene, i lucani in particolare,  Tarentum una prima volta aveva chiesto aiuto alla madre patria Sparta che aveva mandate le sue truppe guidate da Archidamo, uno dei due re di Sparta(342-338), ed una seconda volta(334-330) era sbarcato sulla penisola quell’Alessandro re dell’Epiro che Murcus, grazie ai racconti di Ovio, ricordava legato alla prima esperienza  militare di suo nonno Mamerco.

In tempi più prossimi, quando i romani erano in guerra con il Sannio, i tarantina,   temendo che un’ alleanza dei romani con  i lucani potesse rappresentare un pericolo,  avevano sollecitato ancora una volta l’aiuto di Sparta e  l’arrivo di Cleonino e del suo esercito (303) aveva indotto i romani a sottoscrivere un trattato che li impegnava a non contrastare gli interessi di Tarentum ed a non inviare proprie navi nelle sue acque territoriali. Una clausola quest’ultima che, sicuramente in accordo con il partito aristocratico tarantino, era stata recentemente violata in aperta provocazione e che aveva indotto i governanti democratici tarantina al governo a reagire. Lo scontro navale che ne era seguito aveva costituito un innegabile successo al quale erano seguite azioni militari contro Turhii ed altre città greche dalle quali erano state estromesse le guarnigioni romane.

Ulteriore deterioramento della situazione si era avuto quando i democratici non solo avevano respinto le proposte romane di addivenire ad un nuovo trattato ma avevano offeso e vilipeso l’ambasceria a tal fine inviata da Roma.

Tutto questo aveva reso evidente  che Tarentum era ormai inevitabilmente avviata alla guerra con i romani e che si sarebbe rivelata l’unico possibile alleato per un Sannio che presto si sarebbe trovato in difficoltà  quando le truppe romane fossero rientrate dal nord.

Murcus sapeva bene che Tarentum pur contando sull’appoggio di importanti città greche della penisola come Metaponto ed Eraclea e sullo sperato aiuto greco aveva bisogno dell’alleanza dei sanniti e dei vecchi antagonisti  Lucani, Bruzi e Messapi altrettanto preoccupati che il crescente  strapotere romano potesse poi rivolgersi in loro danno. Sapeva anche, dagli insegnamenti di Ovio, che il giovane re dell’Epiro Pirro  aveva già dato buona prova di se combattendo contro i vari generali di Alessandro Magno che alla sua morte si erano spartiti, non certo pacificamente,  ma a prezzo di guerre ed intrighi, il suo vasto impero. Di Pirro che aveva con le sue guerre non solo riscattato il suo regno dall’egemonia macedone ma lo aveva triplicato  in danno degli stessi macedoni aveva sentito parlare come di un grande stratega in tutto degno erede dei suoi parenti Alessandro il Macedone ed Alessandro d’Epiro ricordando anche che sia pure se per brevi periodi aveva anche cinto, guadagnandola sul campo, la corona tanto della Macedonia che della Tessaglia. Sempre riguardo a Pirro, sapeva che veniva considerato un ambizioso incapace di vivere senza combattere  al quale per il momento  il nuovo assetto dell’ex impero di Alessandro e della Macedonia in particolare sembrava aver tolta ogni possibilità di riprendere le ostilità in Grecia.

Fu così che, unito alla delegazione sannita, lui che non era mai uscito dai ristretti confini del suo paese, Murcus si ritrovò ad attraversare terre sconosciute per raggiungere  Tarentum .

Il viaggio, il primo che faceva fuori della sua terra, fu da lui affrontato con  l’entusiasmo di chi avendo fin dall’infanzia sentito decantare dallo zio Ovio le meraviglie del mondo ellenistico poteva ora conoscere personalmente una realtà ben diversa da quella nella quale era non solo cresciuto ma cresciuto in un momento del tutto particolare come era stato il dopoguerra.

Tarentum ed i due ampi “mari” sui quali si sviluppava  gli rivelò un mondo nuovo,  entusiasmante ed assolutamente inconsueto per chi come lui era nato e vissuto sulle montagne. Guardava affascinato le numerose navi alla fonda nel porto, il via vai di quelle che entravano od uscivano dall’uno all’altro mare dirette verso lontane e sconosciute destinazioni, si soffermava nelle strette strade del porto per osservare la pletora di forestieri cercando di immaginarne la nazionalità, cercando di carpire le loro lingue sconosciute. Indugiava nei mercati e nei fori quasi per familiarizzarsi con quegli italici che si ostinavano, mantenendo usi e costumi delle città greche di remota provenienza, a sentirsi e vivere da greci.  Scoprì una città che grazie al suo clima sembrava spopolarsi nelle prime ore del pomeriggio per rianimarsi la notte tanto nelle piazze e nei luoghi pubblici quanto nelle taverne, osterie e bordelli che sembravano presenti ad ogni possibile incrocio. Nel grande anfiteatro cittadino si entusiasmò alle rappresentazione dei grandi classici greci e nelle ricche terme passò gran parte del tempo consultando la ricca biblioteca. Visse i giorni delle trattative da protagonista e ben presto nel sottile gioco delle trattative comprese di giocare un ruolo non meno importante di quello che finora aveva avuto in armi ed il suo unico rimpianto era che per la prima volta nella sua vita non aveva al fianco Herio con il quale gli sarebbe piaciuto condividere e commentare questo mondo così diverso dal loro.

Ma al di là di tutto questo percepì la tensione che si respirava in città e fu spesso testimone degli scontri tra sostenitori dei democratici ed aristocratici che facevano seguito ai tanti  comizi che sembravano proliferare in qualunque occasione quando improvvisati oratori arringavano la folla.

Le lunghe trattative miravano a consolidare il nuovo legame tra Tarentum ed i suoi nuovi ed insoliti alleati per poter poi portare avanti le già avviate trattative con Pirro che aveva posta come condizione per il suo intervento il costituirsi sulla penisola di una solida e coesa coalizione anti romana.

Giunse infine il giorno in cui una delegazione dei nuovi alleati italici fu pronta per partire alla volta dell’Epiro per concludere la non facile trattativa con Pirro.

Ad Otranto la folta delegazione italica, che comprendeva anche Murcus ormai a suo agio nella nuova veste di mediatore,  imbarcatasi su una nave tarantina prese infine il mare per l’Epiro.

Durante la breve traversata che non richiese più di un giorno di navigazione Murcus considerò che dopo il suo avo Papio Pentro era il primo della sua famiglia a prendere il mare per sbarcare in Grecia.

Lo sbarco ad Ambracia, la capitale dell’Epiro voluta da Pirro in sostituzione dell’antica capitale dei suoi avi, Butroto, era una città moderna . Pirro vi aveva messo mano dopo un periodo trascorso ad Alessandria come benvoluto ostaggio e poi genero ed alleato di Tolomeo d’Egitto.

Ambracia sicuramente era stata costruita secondo quelle linee urbanistiche innovative che Alessandro di Macedonia aveva personalmente dettate per Alessandria destinata ad essere la nuova capitale del suo nuovo Egitto. La città tendeva ad ostentare ricchezza di templi ed edifici pubblici,  ampie vie che si intersecavano geometricamente  ed ampi spazi pubblici.  Non altrettanta ostentazione si aveva entrando nel palazzo reale dove  negli ambienti spartanamente arredati unica concessione erano alcune raccolte di opere d’arte di famosi maestri greci.

Un anziano mercante tarantino autodefinitosi il mentore di Murcus lo informò che quel sobrio palazzo rispecchiava la personalità del re che a differenza di tutti gli altri re greci od asiatici non amava il lusso e l’ostentazione così cara agli altri sovrani . Il re dell’Epiro pur avendo, per ragioni essenzialmente politiche, contratti quattro matrimoni conduceva infatti una vita austera forse per il fatto che aveva vissuta l’infanzia in esilio dopo che i suoi genitori erano morti, e che anche dopo aver riconquistato il trono grazie a meriti personali ed intrighi dinastici continuava a sentirsi più un soldato che un re.

La delegazione italica fu ricevuta dal sovrano e Murcus ebbe una conferma di una immagine che mentalmente si era fatta di Pirro.  Prossimo ai quarant’anni rivelava un fisico asciutto e muscoloso tipico di chi amava la vita spartana del militare, vestiva una semplice tunica e non era decisamente un uomo loquace. Di lui colpiva il profilo duro, netto, autoritario, senza dubbio regale, un naso dritto con una leggera curvatura, una capigliatura folta e ricciuta e tutto lasciava intravedere in lui un uomo abituato a comandare ed essere ubbidito.

Dopo un breve saluto il re dopo aver annunciato che i successivi colloqui sarebbero stati condotti dal suo fiduciario Cinea dal suo chiliarca Milone si ritirò dopo aver personalmente salutati i vari membri della delegazione.

Le trattative furono lunghe perché le richieste epirote apparvero ben presto irrinunciabili.  Pirro chiedeva il comando assoluto di tutte le forze che gli alleati italici gli avrebbero fornito, forti somme di denaro che gli consentissero di pagare le sue truppe, in parte anche costituite da mercenari, la disponibilità dell’intera flotta tarantina tanto per il trasporto e la difesa del suo corpo di spedizione quanto per le future esigenze militari. Se la delegazione italica era disponibile ad accettare queste richieste, il vero problema si rivelò  la condizione espressamente posta dallo stesso Pirro che prevedeva la possibilità che in qualunque momento, a suo insindacabile giudizio, potesse dichiararsi sciolto da ogni impegno preso con gli alleati italici.

Fu Milone, che aveva familiarizzato con Murcus, a spiegargli che il suo re avrebbe accettato di intervenire sulla penisola per il solo fatto che l’assetto geo politico in Grecia ed in Oriente non lasciava prevedere al momento alcuna possibilità di riprendere la guerra e riconquistare  quanto meno i regni di Macedonia e Tessaglia per i quali riteneva,  in quanto stretto parente della madre di Alessandro di Macedonia, di poter vantare un legittimo titolo già peraltro riconosciutogli dagli stessi macedoni.

Sempre da Milone apprese che parallelamente alle negoziazioni con gli emissari italici il sovrano stava trattando con i sovrani dell’ex impero di Alessandro per ottenere un loro appoggio economico e militare alla spedizione nella penisola italica intesa come una spedizione per portare la penisola nell’orbita dell’ellenismo.

Tolomeo Cerauno – gli spiegò Milone- attuale re di Macedonia ha tutto l’interesse che Pirro sia impegnato nella vostra penisola perché questo frenerà le sue aspirazioni sulla Macedonia permettendogli di rinsaldare il suo regno recentemente acquisito. Più o meno la stessa cosa pensano anche gli altri sovrani che nel mio re vedono un ambizioso e temibile concorrente alle loro mire egemoniche. Dei successori di Alessandro unico riluttante a fornirgli un aiuto sembra essere al momento il nuovo re dell’Egitto Tolomeo Filadelfo anche se fu proprio suo padre Tolomeo Sotere aiutando Pirro a riconquistare il trono perduto a vedere nell’Epiro oltre che un alleato nelle lotte per la riunificazione dell’impero macedone anche un utile base per un’espansione nella penisola italica e soprattutto una pedina da giocare in funzione anticartaginese per assicurare al porto di Alessandria un indiscusso primato nel Mediterraneo. 

Improvvisamente le trattative sembrarono andare a buon fine e sicuramente ciò fu dovuto al fatto che si erano concretizzati gli accordi con i sovrani ellenici.

La Macedonia – l’informazione era ancora una volta di Milone- ci ha garantito per due anni cinquemila fanti, quattromila cavalieri e cinquanta elefanti asiatici.  Antigono che controlla la parte asiatica dell’ex impero ci garantisce una flotta che ci permette di non dipendere da quella tarantina, Antioco contribuirà con una sostanziosa somma. In totale il nostro corpo di spedizione potrà contare su circa venticinquemila uomini.

Gli italici dal canto loro avevano promesso di tenere a disposizione del sovrano fin dal suo sbarco una forza di trecentosettantamila uomini che avrebbe ricompreso anche reparti sanniti, lucani e bruzi.

 Ultimo dettaglio dell’accordo raggiunto fu concordare quali membri della delegazione italica sarebbero stati trattenuti in Epiro come ostaggi a garanzia degli accordi raggiunti.  Murcus temette per il suo rango e per il ruolo attivo che aveva avuto nelle trattative di essere tra i prescelti e sicuramente lo sarebbe stato se Milone non fosse intervenuto in suo favore richiedendolo come proprio interprete da utilizzare nei rapporti con le forze combattenti di lingua osca.

Cinea fu il primo a partire,  con un’avanguardia di tremila uomini,  per una preliminare ricognizione della situazione logistica ma soprattutto con compiti diplomatici e, alla sua partenza fece poi seguito un secondo contingente di pari entità guidato da Milone, nel quale rientrò anche Murcus,  con il compito essenzialmente militare di prendere possesso della cittadella di Tarentum e di assicurare una testa di ponte per le forze che sarebbero seguite e per mettere in condizione di non nuocere il partito aristocratico tarantino.

Murcus si trovò di nuovo a Tarentum e vi fu trattenuto fin quando le truppe epirote non ebbero assunto il pieno controllo della città instaurando regole severe per la cittadinanza, chiudendo teatri e luoghi di pubblico ritrovo e mettendo mano all’organizzazione delle truppe italiche.

Solo dopo, cedendo alle sue insistenze, Milone lo lasciò libero di raggiungere il Sannio con il compito di preparare le forze sannite a cooperare con quelle epirote sulla base di un’organizzazione e schemi che in buona parte sarebbero apparsi innovativi.

Nella primavera del 280 quando il Sannio cominciava a subire la reazione romana particolarmente violenta, soprattutto nel territorio dei Caudini e degli Irpini, sbarcò Pirro con il grosso delle sue truppe e nel Sannio stremato si riaccese la speranza.

 

Per il Cap. 43 leccare QUI

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.