Cap. 41 – I rivali di Roma – Murcus – Parte quarantunesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

291 a. C.Roma invade il Sannio – Non lo cancella come Stato ma lo considera come nazione “amica-alleata” togliendogli ogni parvenza di indipendenza: non può trattare con altri stati, deve fornire giovani per le sue legioni e deve risarcire Roma con risorse naturali – La zona di residenza di Murcus viene sottomessa a un signore di Roma il quale sceglie, come residenza, la casa di Brutolo, padre di Murcus – Il nuovo signore si rivela esse un sannita amico di Brutolo – Murcus si unisce a lui.

Terza Guerra Sannitica – Cavalleria Romana

Negli anni che seguirono Murcus ed Herio,  cresciuti anzi tempo in virtù degli eventi dolorosi dei quali erano stati partecipi, dimostrarono sempre una grande fame di notizie su quanto succedeva nel Sannio percorso dalle truppe di Roma.

Per quanto i romani procedessero ad un’inesorabile e pianificata sottomissione del paese,  con un’attenzione particolare alle tribù dei Pentri e degli Irpini,  sembrava che orgogliose sacche di resistenza ancora si opponessero loro.

Non infrequente era il pietoso spettacolo offerto da lunghe file di prigionieri sanniti che in catene venivano avviati alla schiavitù o la altrettanto affannosa e mesta migrazione di chi ricercava,  in un paese sconvolto,  una casa od una persona che ancora fossero in grado di accoglierlo.

La più preziosa fonte di notizie erano sempre stati i mercanti ed i viaggiatori ma oggi sembrava che questi fossero una razza estinta e quindi le notizie erano poche e spesso poco affidabili.

Per tutto l’anno 291 e buona parte dell’anno successivo purtuttavia si udì parlare ancora di gruppi armati di sanniti che,  con il coraggio della disperazione,  si battevano contro le forze romane non tanto con la speranza di liberare il paese quanto per dimostrare  che il Sannio  non voleva darsi per vinto. Del resto per chi ancora combatteva il futuro non avrebbe riservato altro che la schiavitù od una condanna a morte rendendo preferibile quindi una morte con le armi in pugno.

Di pari passo procedeva la sottomissione politica e militare:i romani procedevano, con scrupoloso impegno,  ad espropriare le terre più fertili e ricche del paese per destinarle a quell’ “ager pubblicus” da affidare in gestione a danarose famiglie romane  o in ricompensa,  alle proprie truppe. Man mano che le espropriazioni proseguivano alle lunghe file di schiavi sanniti che venivano allontanati dal loro paese subentrarono, in senso inverso,  quelle di schiavi di altre etnie, in specie liguri,  che avrebbero dovuto lavorare come schiavi quelle terre che ora erano di proprietà del popolo romano.

Il confine del Sannio era stato arretrato ad occidente dal Liri al Volturno ed al sud Venusia e la fertile valle dell’Ofanto erano state scorporate dal paese.  Città sannite come Cominium,  Atina, Aquilonia,  Casinum e Venafrum si andavano forzatamente romanizzando con una fortissima rarefazione dell’elemento sannita ed anzi Atina e Venafrum erano state  incorporate nello stato romano.

Ma se il territorio del Sannio nonostante le perdite territoriali poteva ancora  considerarsi integro era evidente che la nuova pace aveva non solo aumentato l’accerchiamento romano ma ne aveva ulteriormente preclusa ogni futura espansione e lo aveva privato delle relazioni con i popoli vicini ora tutti ricompresi nella sfera di influenza romana.

A fronte di queste notizie Anio cercava di convincere i due ragazzi che i romani,  nonostante tutto,  non avevano avuto il coraggio,  dimostrato con altre nazioni vinte,  di cancellare il Sannio come nazioneLa prova ne era la  permanenza in vita della Lega che,  sia pur condizionata a direttive a lei esterne,  manteneva il ruolo di coordinare quell’entità geografica e politica che,  sia pur ridimensionata,  costituiva ancora il Sannio.

Non illuderti nonno-replicava Murcus- E’ vero Roma può affermare di aver rinnovato un trattato con il Sannio in quanto tale ma oggi a differenza di un tempo siamo per Roma una “nazione amica” e come tu sai questo sottrae alla nostra gente l’indipendenza di valutazione sulle questioni più importanti e significative.
Tu ascolti troppi discorsi che un ragazzo della tua età non dovrebbe né ascoltare né soprattutto capire!-ribatteva senza convinzione Anio-Cerca di essere giovane come la tua giovane età esigerebbe,  non fasciarti la testa di problemi più grandi di te.
Capisco la tua prudenza nonno e comprendo che per te sia giusto tenerci lontani da questi problemi. Ma mi ripugna che come “alleati” oggi non si possa più trattare direttamente con i popoli vicini,  che non si possa avere una nostra politica né interna né estera,  che i nostri giovani nel numero e nella qualità che ci viene richiesta debbano prestare servizio nelle legioni romane costituendo carne da macello.  E questo secondo te è la prova che il Sannio ancora esiste! Mille volte meglio sarebbe stato se ci avessero tolto il nome e la terra lasciandoci solo il nostro orgoglio  che certo non sono in grado di toglierci.  Roma tenta solo di dare una patina della sua legalità a quanto sta facendo incurante di noi che siamo considerati poco più che suoi schiavi ubbidienti.  E tu sei fiero dicendo che la Lega ancora esiste!
Murcus,  non puoi non ammettere che siamo dei vinti.
Questo lo ammetto ma non rinnegherò mai il mio essere sannita e non cesserò di sperare che tutto possa un giorno cambiare e che io possa in questo  avere un ruolo.
-Su questo non posso darti torto,  ma sii prudente!

Murcus, dopo queste discussioni,  durante le quali si accalorava,  si rendeva conto di turbare il nonno che,  anziano com’era,  già stentava ad occuparsi di tutte quelle cose pratiche ed insostituibili che occorrevano per la loro sopravvivenza più spicciola.

I raccolti erano avari perché la terra era stata trascurata e perché mancavano le braccia per lavorarla.  C’erano poi da soddisfare le richieste delle truppe romane di occupazione e si doveva metter via quanto Roma aveva preteso come risarcimento per sottoscrivere il nuovo trattato. In più c’era tanta gente che, disponendo molto meno di quanto loro avessero, andava aiutata,  molte vedove che non avevano braccia ad aiutarle,  tanti orfani che traevano la loro unica fonte di sostentamento dalla pietà di chi poteva aiutarli.

E se questo era il quadro della situazione, il rovescio della medaglia era che non si potevano intravedere soluzioni.

Un gran vociare annunziò un giorno l’arrivo di truppe romane e tutti rassegnati si prepararono al peggio.

Gli ordini a suo tempo impartiti alla popolazione erano che all’arrivo di truppe romane tutti i cittadini,  al completo, si dovevano riunire nella grande spianata dove un tempo si teneva il mercato,  dove si misurava il grano nell’antica pietra concava che dominava la piazza,  dove il meddix,  in un tempo ancor più lontano,  riuniva i cittadini per amministrare la giustizia e per prendere in assemblea le pia importanti decisioni.

Quando le truppe arrivarono nella piazza trovarono quindi il popolo che li aspettava. Un legato si fece avanti e parlò.

Questo villaggio,  le terre, il bestiame e le persone che ad esso fanno capo da oggi  appartengono, in nome di Roma,  a Marco Tullio Placidio. Ogni offesa nei suoi confronti sarà intesa come un’offesa alla stessa Roma. Rendete quindi omaggio al vostro signore Marco Tullio Placidio.

A queste parole un uomo dell’apparente età di trent’anni mal portati scese da una lettiga e avanzò verso il centro della piazza e le persone che vi erano raccolte.

Indossava una preziosa tunica ed una pesante catena d’oro batteva sul suo petto ad ogni passo. Aveva il viso coperto da una folta barba per cui del suo viso apparivano chiaramente visibili solo gli occhi.

 Fu nuovamente il legato a prendere la parola.

Per espressa volontà di Marco Tullio Placidio sulle sue nuove terre non resteranno presidi militari. Sappiate però che qualunque cosa possa turbare l’ordine o qualunque molestia sia arrecata al vostro nuovo signore comporterà il rapido intervento dei soldati. Tanto ero tenuto a comunicarvi e vi ho comunicato. Domani stesso partirò  con la scorta accordata per il viaggio al vostro signore. Che si provveda ora a dare da mangiare alla mia truppa ed a ricoverarla per la notte!

L’indomani le truppe partirono e rimase nel villaggio il solo nuovo signore,  la sua sposa ed un nutrito numero di schiavi. Fin dalla prima sera il nuovo signore dopo un sommario giro del villaggio provvide a scegliersi una residenza per la notte e la sua scelta cadde su quella che era stata la casa di Brutolo.

Nei giorni successivi si mise mano ai lavori per ripristinare la casa danneggiata  dagli incendi che avevano fatto seguito alla occupazione del villaggio e furono pochi coloro che videro di persona Marco Tullio Placidio. Del resto tutti ebbero molto da fare perché si mise mano anche ad una serie di lavori che interessarono le strutture del villaggio e ci fu lavoro per tutti.

Murcus,  che aveva continuato a vivere con il nonno ed Herio nella casa sul lago,  sentì come un oltraggio che proprio la sua casa dovesse ospitare l’usurpatore romano. Anio preoccupato come sempre per il nipote non si stancava di ripetergli di stare calmo e di non esporsi.

Quando il villaggio sembrò avviarsi ad una normalità inconsueta per i tempi, Anio ed i due ragazzi furono,  a mezzo di uno schiavo convocati da Marco Placidio. Murcus ed Herio dichiararono ad Anio che non avrebbero mai accettato l’ ordine di un romano ed Anio dovette faticare non poco per convincerli.

Introdotti in quella che era stata la loro casa attesero pochi istanti prima che Marco Placidio comparisse ed entrando,  con grande meraviglia dei ragazzi,  corse ad abbracciare Anio.

-Nonno!-si levò l’urlo sdegnato di Murcus.

Scioltosi dall’abbraccio Anio,  visibilmente turbato e forse commosso,  si sentì in dovere di fornire delle spiegazioni.

Figlioli i miei occhi ed il mio cuore non mi hanno impedito fin dal primo giorno al mercato di riconoscere in questo. . . romano mio figlio Corfinio.  Perché Marco Placidio non è altri che il nostro Corfinio per quanto sia irriconoscibile. Sarà lui a fornirvi maggiori ragguagli.
Io non ascolterò un traditore anche se è stato il migliore amico di mio padre. Anzi proprio per questo!
Calmati Murcus– era Corfinio che parlava- Tu hai ragione a vedermi come un traditore ma posso garantirti che non lo sono né potrei esserlo proprio per il legame che mi univa a tuo padre. Devo a lui se ad Aquilonia non fui tra i caduti e così anche in molti altri casi. Ha sempre cercato di tenermi lontano dal pericolo per un unico scopo che era quello che,  se gli fosse capitato di non tornare a casa,  vegliassi su di te,  e sono qui per rispettare la promessa fattagli. Grazie ad una schiava romana conosciuta a Corfinium sono riuscito a prendere il nome ed il ruolo di un importante cittadino romano che per mia fortuna pochi personalmente conoscevano e che io sapevo essere stato ucciso dai nostri soldati. Con questa falsa identità ho collaborato con i romani e mi sono offerto di prestare la mia opera nel Sannio ed ho poi brigato,  e non poco mi è costato,  per ottenere sotto la mia giurisdizione diretta questo villaggio. Sono quindi qua per aiutare la mia gente e per onorare la parola data a tuo padre.
-Non sarà certo rinnegando il tuo popolo che onorerai la parola data!
-Non condannarmi senza appello. Credi che tuo padre si sarebbe fidato di me se non fossi parso assolutamente affidabile ai suoi occhi? Sono tornato qua, esponendomi a dei rischi,  proprio per rispettare i suoi desideri e per vegliare su di te.
-Non voglio che un rinnegato si preoccupi per me! So badare a me stesso!
-Non condannarmi con leggerezza.
-Non voglio più vederti! Herio andiamocene via!

Anio che aveva seguito il dibattito tra i due ritenne opportuno intervenire.

– Aspetta Murcus,  conosco troppo bene mio figlio e non credo che il tuo atteggiamento nei suoi confronti sia giusto. Per quanto tu sia grande ci sono ancora cose più grandi di te.

Ma Murcus non volendo ascoltarlo si era già allontanato seguito dall’inseparabile Herio.

La presenza di Corfinio sembrò assicurare una rapida ripresa della vita del villaggio ed una relativa tranquillità. Le truppe romane di passaggio cessarono di pretendere più del dovuto e cessò ogni atto vessatorio contro la popolazione. Corfinio avviò l’arruolamento di una propria milizia locale e molti giovani accorsero con entusiasmo al suo richiamo. Era altresì indubitabile, anche se Murcus non voleva ammetterlo, che Corfinio si stesse adoperando in favore di soldati sanniti sbandati che ancora vagavano per il paese cercando di sfuggire alla schiavitù o peggio alla morte.

Murcus ed Herio vedendo la milizia addestrarsi,  come un tempo erano solite fare le vereie sannite,  avrebbero voluto entrarne a far parte ma li trattenne il pensiero di poter essere in un futuro impiegati per le guerre di Roma o peggio ancora contro i reparti di sbandati sanniti che,  conducendo una vita non molto dissimile da quella che avrebbero potuto seguire dei banditi,  ancora cercavano di opporsi alle truppe di occupazione  romane. Dopo il loro primo incontro Corfinio non aveva  più  cercato Murcus che disapprovava i rapporti,  ormai frequenti,  fra lo stesso Corfinio ed il nonno.

Erano ormai trascorsi cinque anni dall’arrivo sotto mentite spoglie di Corfinio quando i due ragazzi una sera all’imbrunire,  non visti, videro presso il villaggio un gruppo di quei soldati sanniti che i romani bollavano come briganti. Dopo un primo impulsivo desiderio di presentarsi loro per unirsi al gruppo,  rimanendo ancora nascosti,  videro che quello che sicuramente era il capo,  dopo aver lasciato ogni arma e ogni segno esteriore che faceva di lui un soldato sannita,  si allontanava dai suoi diretto al villaggio.

Bastò un’occhiata d’intesa per decidere di seguirlo e muovendo con gran circospezione sulle sue tracce lo videro dirigere con fare guardingo verso la casa di Corfinio.

Convinti che l’uomo muovesse con intenzioni non amichevoli restarono di sasso quando videro che proprio Corfinio,  uscito di casa incontro allo sconosciuto,  lo abbracciava introducendolo in casa.

Decisi a risolvere quel mistero,  tacitamente accordatisi,  si avvicinarono alla casa ed approfittando che nessuno fosse di guardia si misero in ascolto sotto la finestra dell’unica stanza nella quale la fioca luce di una lampada poteva indicare la presenza dei due uomini.

-. . . per questo apprezziamo molto quanto stai facendo-era chiaramente la voce dello sconosciuto a parlare- ma non vorremmo che tu ti esponga più del necessario. Non possiamo assolutamente rischiare di perderti.

Stai tranquillo Lollio. Sono certo che i romani non abbiano alcun sospetto e quindi non corro alcun rischio. La mia copertura è ineccepibile e non faccio mai mancare ai romani quanto mi chiedono.

Dopo queste poche frasi,  appena carpite,  il colloquio sembrò concluso e lo sconosciuto,  dopo un vigile sguardo intorno,  si allontanò sicuramente diretto verso i suoi uomini in attesa.

Tornati alla casa del lago, Murcus ricercò nella memoria dove già avesse sentito il nome, che gli era suonato familiare,  di Lollio e gli venne in mente il ricordo di uno scontro in Etruria nel corso del quale suo padre aveva rischiata la vita per aiutare un amico che aveva quel nome. L’ipotesi che si trattasse della stessa persona sembrava essere avvalorata dalla indiscussa familiarità che l’uomo aveva con Corfinio. Ma se questo era esatto probabilmente si doveva arrendere all’evidenza di aver ingiustamente condannato Corfinio. Non volendo caparbiamente ammettere di aver sbagliato tenne d’occhio la casa di Corfinio e fu nuovamente testimone di un incontro fra i due. Dalle parole che udì fu certo del proprio errore.

Più di questa somma non sono riuscito a procurarti Lollio, ma spero la prossima volta di poterti dare di più.
-Non scherzare Cofinio tu fai anche troppo per la causa.
-E tua figlia Lollio?
-Povera Placidia le sto imponendo una vita sbagliata perché sono costretto a portarla con me. Ma non ho alternativa perché non saprei,  dopo la morte della madre,  a chi affidarla anche perché i romani sicuramente  la cercherebbero per arrivare a me. Ma dimmi che ne è del figlio di Brutolo,  mi sembra che più o meno dovrebbe avere l’età di Placidia. Ti è sempre ostile?
-Sì non è cambiato nulla ma non voglio forzarlo e sono tutto sommato più tranquillo non coinvolgendolo in quello che stiamo facendo. Preferisco che trovi in se la sua verità e la sua strada. Io ho la coscienza tranquilla rispetto alla promessa fatta a suo padre.
-Oggi un uomo come Brutolo ci sarebbe di estrema utilità. Per riscattare il Sannio occorrerebbero uomini come lui più che i volenterosi ma inesperti ragazzi che altro non possono offrire alla nostra causa se non  l’entusiasmo e la vita. Con queste premesse penso che il nostro sogno di rivincita debba rimanere tale a lungo.
-Purtroppo sono d’accordo con te ma abbiamo lo stesso il dovere di tentare tutto. Può sempre succedere che i romani,  distratti da qualche altro problema,  abbassino la guardia e noi non possiamo farci trovare impreparati.
E poi-concluse Lollio prima di congedarsi-quello che stiamo facendo,  ognuno a proprio modo,  è tutto quello che possiamo fare!Se avessi bisogno di me sappi che sono a Carvilium. Se non fossi lì  qualcuno dei miei saprà comunque raggiungermi o avvertirmi. Tu sai a chi rivolgerti.

La mattina dopo questo colloquio Murcus di buon’ora si presentò allo zio ed il chiarimento avvenne. Corfinio, considerando che i quattordici anni del nipote in un tempo eccezionale come quello ne facessero un uomo, lo mise al corrente di quanto lui e Lollio stessero facendo per ridare al Sannio una speranza di rivincita. Come logica conseguenza del riavvicinamento, Murcus,  ed ovviamente anche Herio,  si unirono alla vereia di Corfinio,  perché tale era ormai nella loro mente,  e scoprirono, essendo molto prudenti,  che seppure nessuno conosceva la vera identità di Corfinio tutti si erano arruolati non solo per evitare un destino peggiore ma anche  con la segreta speranza di poter essere pronti,  appena possibile,  ad usare contro i romani quelle armi che un romano aveva loro fornite. Il gruppo di volontari contava ragazzi  non molto più grandi di Murcus guidati da un veterano che era riuscito ad organizzare una buona unità coesa ed efficiente. All’arrivo di Murcus e dopo un periodo di addestramento e di affiatamento con i compagni il veterano annunciò pubblicamente che Murcus avrebbe preso il suo posto come il suo rango,  la sua preparazione e capacità personali richiedevano. Nessuno ebbe ad obiettare e Murcus, per quanto stupito,  si ritrovò al comando del gruppo. Dai discorsi fatti con Corfinio  aveva ormai assimilato che un’ipotetica rivincita sannita non doveva basarsi su atti estemporanei ma che si dovesse attendere con pazienza un incerto qualcosa che potesse  costituire un segnale.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma)al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggidella stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosiquali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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