Cap. 38 – I rivali di Roma – Brutolo – Parte trentottesima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

295 a.C. – Siamo in piena terza guerra sannitica – Etruschi ed Umbri avrebbero mosso incontro ai rinforzi romani mentre Sanniti e Galli avrebbero attaccato il campo romano a Sentinum – Brutolo con i suoi uomini marcia contro i romani – Viene ferito – Torna a casa per poco tempo – Torna in battaglia e affronta situazioni cruente – La guerra deve continuare ad ogni costo.

La marcia che li attendeva avrebbe richiesto da tre a quattro giorni ma fu subito chiaro che Gellio Egnatio non intendeva forzare l’andatura per non stancare le truppe e per muovere in massima sicurezza. Brutolo stentò a rientrare nel suo ruolo ma dopo un giorno vide che Stazio Gellio allentava la vigilanza silenziosa nei suoi confronti e questo fu il miglior segno che tutto fosse anche per lui tornato nella normalità. Lungo la marcia non si verificarono scontri, i villaggi attraversati si comportavano amichevolmente anche se palesemente ostentavano una certa freddezza temendo che occhi indiscreti degli emissari di Roma fossero pronti a segnalare atteggiamenti troppo apertamente favorevoli ai sanniti in marcia. Mentre procedevano in rigoroso ordine di marcia i galli che li seguivano procedevano con l’abituale baldanza e piuttosto incuranti di ogni aspetto formale di disciplina. Brutolo che con le sue avanguardie assicurava anche a loro la copertura vedendoli andare così spensieratamente incontro ad un duro scontro, ricordò con affetto l’amico morto sentendone nostalgia. Dopo sei giorni di marcia i due eserciti nemici furono in posizione uno di fronte all’altro. Guardando lo schieramento nemico apparve chiaro che gli effettivi romani erano di gran lunga più numerosi di quanto ci si aspettasse e l’unica ragione poteva essere il fatto che gli eserciti consolari che si sapevano in marcia per fermare l’avanzata nemica si fossero ricongiunti con le forze stanziate a Sentinum.Sanniti e galli avrebbero dovuto affrontare quindi quattro legioni trovandosi in una critica inferiorità numerica alla quale ormai non si poteva porre rimedio. Il campo dove lo scontro si sarebbe svolto era coperto da grano maturo destinato a finire sotto i piedi ed i corpi dei soldati e sembrava veramente un gran peccato distruggere tanta ricchezza e sprecarla, fra l’altro, con la perdita di molte vite umane.La selvaggina, sempre vigile ai movimenti dell’uomo, doveva già essersi allontanata e rifugiata nelle tane ed un silenzio irreale riempiva la piana. Essendo il sole ancora alto fu subito chiaro che presto si sarebbe ingaggiato il combattimento ed i comandanti procedevano lungo le file controllando che tutto fosse in ordine. Estemporanei suoni di corno impartivano gli ultimi ordini.Poi i comandanti dei vari reparti levarono alto sul braccio lo scudo segnalando di essere pronti. I rifornimenti erano stati lasciati lontani dal luogo dello scontro senza che si fosse allestito alcun trinceramento, per il quale sarebbe mancato il tempo, e con l’ordine di allontanarsi se le cose si fossero messe al peggio e probabilmente lo stesso dovevano aver presumibilmente fatto anche i romani perché non si vedevano postazioni fisse. Una riprova questa del fatto che entrambi i contendenti in caso di esito sfavorevole non avrebbero ripiegato su campi base in vista di una successiva ripresa dei combattimenti ma avrebbero definitivamente ripiegato per prepararsi in altro luogo, tempo e circostanze ad un ulteriore scontro.

Ancora una volta furono i romani a prendere l’iniziativa ed i sanniti cercarono con lanci di frecce e giavellotti di infliggere il maggior numero di perdite così che nel corpo a corpo che sarebbe seguito minore fosse la sperequazione numerica tra le forze in campo. I galli, forti dei loro micidiali carri, cercarono di prendere sul fianco le truppe romane in movimento scombussolandole con la loro improvvisa e non usuale comparsa. Quando il sole aveva ormai raggiunto lo zenit il duro corpo a corpo era da tempo in atto e i romani si videro costretti ad impiegare le truppe di riserva per fronteggiare le successive cariche dei carri. Lo scontro però ancora non lasciava intravedere l’esito finale e sempre più strazianti si facevano le urla dei feriti e dei moribondi sui corpi straziati dei quali in pratica si combatteva. Brutolo fin dall’inizio impegnato in prima fila vide così cadere Stazio Auge mortalmente ferito ed i loro occhi incrociandosi per caso in tanta confusione si lanciarono l’ultimo affettuoso saluto.Un altro legame con il passato che veniva reciso. Improvviso fu l’urlo gioioso delle truppe romane che fronteggiavano i galli. Gli occhi di tutti i combattenti volsero in quella direzione e fu chiaro che i galli, che tanto stavano mettendo a mal partito le truppe romane, avevano repentinamente abbandonato il campo di battaglia sicuramente dirette verso il nord e le terre di provenienza. La inspiegabile, improvvida ed improvvisa defezione dei Galli mutò radicalmente la situazione perché ora le truppe sannite dovevano fronteggiare tutte le truppe romane per lo più galvanizzate dall’inaspettato abbandono di parte delle forze avverse. Disorientati, i sanniti restarono sulle loro posizioni più che mai decisi a non cedere il campo quantomeno a fino al calare delle tenebre. Brutolo come anche i superstiti ufficiali sanniti si adoperarono in ogni modo per reggere la pressione sempre crescente dei romani ma improvvisamente Brutolo accusò un forte colpo e realizzò che un astato romano gli aveva trapassata da parte a parte la spalla e che l’arma era rimasta infissa nella ferita. Con rabbia e disperata energia, incurante dei maggiori danni che poteva procurarsi, strappo’ l’asta e, avendo lasciate cadere le armi per farlo, cercò di fermare con entrambe le mani il flusso di sangue che subito era zampillato dalla ferita. Perse conoscenza crollando al suolo.

Solo dopo molti giorni riprese conoscenza ritrovandosi adagiato su una lettiga trovando al suo fianco Corfinio ancora una volta miracolosamente ricomparso.

-Ben tornato tra i vivi.Ci hai fatto prendere una dannata paura
Corfinio-sillabò a fatica Brutolo-quando sei rispuntato fuori?
-Per tua fortuna in tempo per trovarti e portarti via da quel carnaio.
-Abbiamo…abbiamo perso molti uomini?
-Più di due terzi dei nostri sono rimasti laggiù e molti sono stati anche i prigionieri.Con stima approssimativa e forse pessimistica posso calcolare circa ventimila caduti ed ottomila prigionieri.
-Quindi abbiamo perso!E Gellio Egnatio?
-E’ vivo ed è con noi ma è irriconoscibile e non sa darsi pace anche se non può muoversi nessun rimprovero.Maledetti galli, avremmo vinto se non avessero lasciato il campo in un momento che fra l’altro era a noi favorevole!
-I miei soldati?
-Decimati secondo la media che ti ho appena esposto.
-Cosa potrò raccontare alle loro famiglie? Ma dimmi dove ci troviamo e dove stiamo dirigendo?
-Stiamo attraversando la terra dei Peligni e siamo diretti a casa.
-Ma….
-Lascia perdere amico pensa a riposare se vuoi restare nel mondo dei vivi!E non sprecare quanto ho fatto per tenerti in vita.Gli dei finora ti sono stati fin troppo benigni risparmiandoti.La tua ferita è orribile e per giunta si è infettata e sei stato febbricitante per giorni.Ho temuto più volte il peggio.

Nel continuo dormiveglia dei giorni successivi Brutolo realizzò che la ritirata procedeva a fatica. I romani, infatti, avevano deciso di non dare loro tregua e lo stesso Gellio Egnatio cercava di impegnarli per ritardare il loro avvicinarsi al Sannio. Per fortuna parte delle truppe romane erano rimasto in Etruria per portare l’ordine romano in quella terra e parte stava invadendo la Gallia per scoraggiare i senoni da una ripresa delle ostilità. Infine Brutolo fu a casa e, come aveva da tempo ardentemente sperato, poté riabbracciare il piccolo Murcus, mentre Papia ed Ovio, tiratisi in disparte, piangevano di gioia per il suo ritorno e per quel gesto d’amore per il quale avevano a lungo pregato gli dei. L’anno che si andava chiudendo avrebbe fatto ricordare il 295 come l’anno in cui le nevicate erano state eccezionali e che questa volta nel Sannio venivano salutate con gioia perché avrebbero impedito la penetrazione romana dal versante nord.

Se l’avventura al nord, iniziata sotto i migliori auspici, si era poi trasformata, dopo la defezione dei galli, in una difficile ritirata, al sud le truppe sannite avevano operato con successo nelle regioni degli Aurunci e Falerni. Altrettanto favorevoli erano le notizie dall’Apulia in quanto la maggior parte delle truppe romane ivi stanziate aveva precipitosamente risalita la penisola per scongiurare la temuta minaccia su Roma.

Riabbracciando Murcus, che nonostante i suoi cinque anni, denotava un carattere pacato e tranquillo e sopratutto un linguaggio molto appropriato per un ragazzo della sua età, Brutolo scoprì finalmente il senso della paternità e rimpianse il tempo perduto.Tutto denotava che Ovio e Papia non avevano lesinato a suo figlio amore ed attenzioni e che sopratutto gli avevano sempre parlato del padre impegnato in una lunga e difficile guerra. Fu quindi facile per Murcus stabilire un legame con il padre e Brutolo a sua volta cercò in tutti i modi di recuperare con il figlio il tempo perduto. Memore della sua premonizione provvide subito, con dolore del ragazzo, a disfarsi dello scudo con il gufo e ciò gli offrì l’occasione di parlargli di suo nonno e del bisnonno ma Murcus sembrava già tutto sapere di loro come di Papio Pentro. Papia ed Ovio seppero con discrezione quasi rendersi invisibili quando la loro presenza avrebbe potuto limitare i rapporti tra padre e figlio ed altrettanto fece, con evidente dolore anche Anio al quale più di ogni altro sembrava mancare la mancanza del piccolo nipote. Brutolo una volta a casa recuperò rapidamente le forze e con l’arrivo della primavera cominciò ad attendere una molto probabile nuova destinazione combattuto dal desiderio di non lasciare il figlio e dal suo senso del dovere. Nel rapporto con il figlio il suo pensiero corse spesso ad Era alla quale sentiva di dovere il suo cambiamento. Le scrisse quindi una lunga lettera affidata ad uno dei tanti mercanti che neanche il tempo più inclemente e le guerre riuscivano a costringere a lunghe soste. In tempi relativamente brevi, un mercante tarantino gli recapitò la risposta di Era. Il suo paese stava ritornando alla normalità-lo informava-e la sua famiglia in quanto di sentimenti filoromani andava recuperando se non accrescendo il rango e la ricchezza di un tempo.Lo informava pure che nell’estate, completato il periodo di lutto per la morte di Veio, sarebbe andata in sposa al fratello maggiore del marito anch’egli vedovo e con numerosi figli.L’uomo era il capo riconosciuto della patriarcale famiglia nella quale era entrata sposando Veio, si era a suo tempo salvato perché lontano per affari, ed era uomo mite e di grande intelligenza che sicuramente avrebbe garantita a lei ed ai suoi figli una tranquillità futura.Concludeva di essere soddisfatta della scelta, reputata la più logica e che le permetteva, anche se senza amore, di riprendere la sua vita dallo stesso punto dove era stata interrotta dai tragici eventi della guerra.

La lunga lettera, pur con prudenziali cautele dovute al fatto che mani sconosciute e forse indiscrete l’avrebbero maneggiata, rievocava il piacevole periodo trascorso insieme al quale Era attribuiva molto peso nella decisione presa di affrontare il nuovo matrimonio senza amore visto che i suoi precedenti legami le avevano già molto dato sotto quell’aspetto.

Il nuovo anno294 a.C. – si apriva con l’ accordo di pace tra romani ed etruschi che lasciava prevedere che un maggior numero di truppe presto sarebbero state impegnate nella guerra contro i sanniti ormai rimasti i soli in campo. Luceria era nuovamente assediata dai romani mentre effimeri successi i sanniti li stavano riportando operando da Sora sul territorio romano minacciando Interamna.

Convocato a Bovianum, Brutolo fu informato che avrebbe dovuto ricongiungersi con la sua vereia all’esercito operante nel sud della penisola. Quando giunse il giorno della partenza tutto il villaggio, a differenza della volta precedente, volle dare il proprio caloroso saluto ai partenti fra i quali questa volta molti erano i giovanissimi a riprova delle molte perdite che l’unità aveva subito e che si erano dovute rimpiazzare.Gli auspici tratti dai sacerdoti furono chiaramente favorevoli e fu interpretato come un segno degli dei anche l’epidemia che stava decimando la popolazione di Roma. Brutolo ovviamente mosse in testa ai suoi uomini e infrangendo ogni regola portò per lungo tratto, a cavalcioni del suo cavallo, un’entusiasta Murcus.

Durante la marcia le truppe si ricongiunsero a quelle di Lollio ed i due amici si rincontrarono con gioia mettendosi al corrente delle più recenti esperienze e notizie. Ricordarono insieme Placidio e Lollio, pur avendolo per breve periodo conosciuto, vista l’affinità caratteriale che li univa si era subito sentito a lui legato ed arrivò a dire che rimpiangeva il felice epilogo della vita del gallo. Fra le notizie personali Lollio annunciò con orgoglio di essere diventato padre di una figlia alla quale proprio in ricordo del comune amico aveva dato il nome di Placidia.

La marcia procedette speditamente attraverso territori amici ovunque ben accolti dalle popolazioni locali. Ben diverso clima trovarono una volta entrati in Apulia riscontrando la prostrazione degli abitanti che nell’altalenarsi delle operazioni militari vedevano in qualunque esercito in transito un ulteriore impoverimento delle loro già scarse scorte. Raggiunto Minatio Staio respirarono tangibilmente l’atmosfera di preparazione che ferveva per una imminente azione su Luceria nuovamente tornata in mano dei romani. La successiva marcia su Luceria procedette speditamente e su più colonne per far credere ad una manovra tendente ad evitare Luceria con obiettivo l’interno del paese. Ad Arpi le colonne si ricomposero pronte a colpire Nuceria dove i romani comunque attendevano il loro arrivo anche se questo era stato erroneamente previsto dal lato nord della città. Lo scontro si rivelò subito favorevole alle armi sannite e, iniziato di buon mattino, poté essere considerato concluso verso mezzogiorno.Per quello scontro gli ordini impartiti ai sanniti erano stati rigorosi, si doveva impedire ai romani ogni forma di ripiegamento o di riorganizzazione e lo stesso ordine avevano anche ricevuto le truppe sannite che nello stesso momento stavano attaccando, sull’altro fronte, le truppe romane della valle del Liri. Se a Luceria si poté celebrare una vittoria lo stesso non avvenne sull’altro fronte dove la presenza delle numerose colonie romane giocò un ruolo determinante che costò pesanti perdite ai sanniti. Il contemporaneo attacco che doveva risolutivamente rompere l’accerchiamento del Sannio si era solo parzialmente realizzato e si mormorava che le truppe romane si fossero dimostrate su entrambi i fronti non già indebolite, così come era stato previsto, ma notevolmente rafforzate da forti contingenti, anche forzatamente, forniti dagli “alleati”. Minatio Staio convocato a Bovianum per discutere la situazione al suo ritorno apparve decisamente scoraggiato.

-In Consiglio l’atmosfera era delle peggiori. Mi è sembrato che tutti vogliano arrivare ad una conclusione di questa guerra anche se questo potrà comportare un prevalere sul campo dei nostri nemici. Tutti sembrano convinti dell’inutilità del tanto sangue versato, di una nazione ormai allo stremo e così duramente provata, di un’economia vicina al tracollo. C’è sicuramente un nutrito numero di persone che, pur non nominandola, vorrebbe una ulteriore pace anche sapendo quanto questa possa risultare, e l’esperienza lo dimostra, effimera.

Un mormorio di sconcerto percorse i ranghi degli ufficiali convocati a rapporto. Minatio Staio aspettò che il mormorio cessasse e poi riprese a parlare.

-Dopo tanto parlare è stato richiesto il parere dei vari comandanti presenti. Nessuno di noi ha taciuto delle forti perdite, della stanchezza e di un certo scoraggiamento che serpeggia fra i soldati ma abbiamo sottolineato come le informazioni in nostro possesso ci assicurino che non migliore è la situazione dei romani. Abbiamo garantito che il nostro potenziale bellico può essere ancora adeguato per continuare a combattere e per cercare una vittoria e che a nostro avviso questa è la sola strada da seguire. La nostra concorde presa di posizione ha riportato una certa tranquillità fra i membri del Consiglio ed anche gli incerti alla fine si sono dichiarati con noi d’accordo. A questo punto avreste dovuto vedere come tutti hanno ripreso fiato per gridare che il Sannio non si piega, che il nostro onore è più importante di una onorevole sconfitta o di una pace disonorevole. Come conseguenza è stata deliberata una coscrizione generale ed ordini in tal senso sono stati diramati in ogni parte del paese.I renitenti dovranno essere uccisi sul posto ed i sacerdoti dovranno fare impegnare i nuovi soldati, di fronte agli dei, di essere pronti a morire per il paese. Il gran sacerdote Ovio, di solito sempre prudente, ha parlato di un antico giuramento, ormai dimenticato, che dovrà essere imposto a tutti i nostri soldati e che li impegnerà a votarsi alla morte per il bene della nostra gente e a dare la morte a qualunque sannita abbandoni il proprio posto in battaglia o mostri perplessità nell’adempimento del proprio dovere. Chi giurerà e dovesse poi venir meno al giuramento saprà di aver solennemente invocata su di se e la propria famiglia l’ira divina. L’antica formula, riportata su un panno di lino sul quale è stata tramandata, è stata letta in Consiglio e la sua sacralità ha scosso l’assemblea che ha deliberato che tale giuramento sia reso obbligatorio. Da tutto quanto vi ho riferito, quel che è certo è che ci è stata in pratica offerta un’ultima opportunità di ricercare ad ogni costo una soluzione sui campi di battaglia e quindi questo è quanto dobbiamo fare.

Il messaggio era fin troppo chiaro: la guerra doveva continuare e la possibilità che il Sannio ne uscisse vittorioso era una delle due possibili alternative. In silenzio l’adunata si sciolse ognuno in cuor suo traendone le proprie personali considerazioni. Seguirono giorni di grande attività e preparativi. Nuovi soldati, giovanissimi e anziani, si aggiunsero a quelli già in campo e si dovette con tutta celerità procedere al loro addestramento.In molte unità i padri in armi si ritrovarono al fianco i figli più giovani che avevano sperato restassero fuori da quella guerra o al contrario giovani soldati si ritrovarono come compagni gli anziani genitori. Brutolo conscio della gravità del momento in cuor suo ringraziò gli dei che Murcus fosse ancora un bambino anche se non minori erano le preoccupazioni per i non improbabili rischi che, nel caso che le sorti dello scontro fossero risultate penalizzanti per le truppe sannite, avrebbe corso chi restava a casa. Per fortuna fra gli uomini in armi il morale era alto e i limitati scontri che avvenivano sporadicamente servivano da banco di prova per l’addestramento dei nuovi venuti. Brutolo si trovò coinvolto in una spiacevole situazione quando una pattuglia romana colse del tutto impreparato un avamposto sannita. Inviato sul posto apparve chiaro che quanto era accaduto era stato causato dal fatto che giovani reclute poste di guardia invece di resistere agli assalitori o dare l’allarme avevano gettate le armi dandosi alla fuga. L’ordine perentoriamente dato impose che i codardi venissero a qualunque costo ripresi e condotti al campo in catene. La caccia fu breve e fruttuosa.Fatta schierare la truppa i prigionieri, denudati, vennero portati al cospetto dei loro commilitoni e fu loro ordinato di scavare una fossa. A caso vennero estratti dai ranghi altrettanti soldati quanti erano i fuggitivi e fu a ciascuno di loro ordinato, man mano che venivano chiamati, di porsi di fronte ad uno dei condannati. Il seguito di quanto stava per accadere fu subito chiaro a tutti. I condannati sarebbero stati uccisi dai loro compagni. I prigionieri nudi affrontarono la sorte con atteggiamenti fra loro diversi. Alcuni scoppiarono in lacrime invocando pietà, altri orgogliosamente si disposero a morire in nome di un giuramento violato, altri si reggevano malamente in piedi. L’ordine che tutti si aspettavano tardava però a venire quasi a voler aumentare la carica emotiva che percorreva le fila.L’attesa cominciò a diventare spasmodica anche perché carnefice e vittima l’uno di fronte all’altro, pur evitando di guardarsi negli occhi, sapevano che il fatidico ordine sarebbe alla fine arrivato. Molti piangevano e nelle file dei soldati e fra gli sventurati allineati fuori dei ranghi quali attori del dramma incombente. Brutolo stesso, pur trovandosi costretto dal suo ruolo ad impartire gli ordini relativi a quella drammatica esecuzione, ne sentiva il peso sapendo di non potersi sottrarre agli ordini. La sua voce, quando alla fine impartì l’ordine, suonò, ferma. Non tutti gli armati infersero con sufficiente determinazione il colpo mortale e per qualcuno dei disertori dovette essere inferto un secondo colpo. Un paio di soldati armati sembrò non aver sentito l’ordine perché le loro spade non si erano levate contro le vittime predestinate. L’ordine fu ripetuto ed uno dei due, vistosamente sconvolto lo eseguì. Rimaneva una sola coppia in piedi ed un ennesimo ordine cadde nel vuoto.I due attori della drammatica scena piangevano e la vittima incitava a gran voce il suo carnefice ad ucciderlo ma questi rimaneva immoto di fronte a lui. Brutolo, scosso dal dramma di quei due giovani, si volse ad un capomanipolo al suo fianco e cercando di mantenere salda la voce emise la sua sentenza.

Uccidili entrambi.

L’uomo uscì dai ranghi chiaramente scosso, mosse passi pesantissimi verso i due giovani ed estratta la spada colpì diritto al cuore le due vittime. Eseguito il macabro ordine ripose la spada, rientrò nei ranghi e con voce rotta e chiaramente udibile pronunciò una raggelante frase.

-Erano fratelli!

Il 294 a.C. doveva però chiudersi con una serie di successi romani perché mentre Luceria tornava in mano ai romani anche sul fronte nord gli attacchi sanniti venivano duramente contrastati e tutto lasciava ritenere che presto sarebbero stati i romani a prendere l’iniziativa minacciando il Sannio. Anche l’esercito sannita in Apulia ebbe l’ordine di rientrare nel Sannio così come sempre dall’Apulia anche i romani più lentamente presero a risalire la penisola chiaramente puntando sull’Irpinia e nel Sannio attonito e stremato ci si preparò a difendere il territorio nazionale che ormai era in procinto di essere invaso da truppe romane convergenti su differenti direttive di marcia. Sul fronte nord il console Spurio Carvilio stava puntando sul cure del Sannio dopo aver ripreso il controllo di Atina e del suo territorio e quindi il controllo delle miniere della Meta. Il console Papirio stava muovendo con lo stesso obiettivo muovendo dalla Campania mentre presto anche l’Irpinia sarebbe stata minaccita dalle truppe romane in risalita dall’Apulia.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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