Cap. 30 – I rivali di Roma – Mamerco

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

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315 a.C. Roma non dimentica l’umiliazione delle Forche Caudine – Riprendono le battaglie della seconda guerra sannitica iniziata nel 328 a.C. (finirà nel 304 a.C.) – I Sanniti, guidati da Gavio Ponzio, riescono a vincere su Roma nella battaglia a sud di Terracina

Seconda guerra sannitica (328-204 a.C. – qui siamo nel 315)

I rivali di Roma – Mamerco – Parte trentesima

315 a.C. – Riunitosi ad altri reparti già in marcia l’esercito sannita risalì il fiume Vandra per discostarsene all’altezza di Venafrum per puntare su Cassinum prima ed Aquinum dopo. Ad ogni tappa nuove truppe si aggregarono e finalmente, seguendo il corso del Liri, Mamerco raggiunse Fregelle dove apprese da Auro che Staio Decidio prima di muovere, come da ordini ricevuti, su Interamna, aveva sposata sua sorella che aveva scelto di seguirlo nella spedizione. Quando il grosso dell’esercito fu riunito a Fregelle non restava che attendere gli eventi. L’ordine ricevuto era di non compiere atti ostili in virtù della pace in atto ma di tenersi pronti ad intervenire qualora fossero stati i romani a compiere atti ragionevolmente interpretabili come ostili.

Le prime notizie di scontri vennero dal fronte meridionale e fu evidente che i romani intendevano riprendere il vecchio programma di spezzare in due il Sannio per aprirsi una strada più diretta per l’Apulia. Unico cambiamento rispetto al piano che aveva preceduto le operazioni che poi si erano arrestate a Caudio fu che invece di puntare su Calazia questa volta il primo obiettivo fu Saticula che dopo una lunga difesa e numerosi tentativi di rompere l’assedio cadde in mano nemica.

La guerra era quindi ricominciata dopo cinque anni di vigile attesa e l’esercito del nord secondo un piano prestabilito con il grosso delle truppe superò il Liri entrando nel territorio dei Volsci per liberare Satricum e per dissuadere l’esercito romano dal proseguire in iniziative ostili. Mamerco puntò invece su Plistica parzialmente sguarnita visto che le truppe romane proprio partendo da lì avevano puntato su Satricum. Con questa azione si mirava a tagliare le comunicazioni romane tra Campania e Lazio mentre la diplomazia sannita riportava all’alleanza sannita Nuceria Alfaterna e provocava una ribellione di Sora.

Prima di assalire Plastica, Mamerco concesse ai suoi uomini un giorno di riposo e poi dette l’ordine di attaccare ben sapendo che si sarebbe trovato di fronte forze equivalenti alle sue ma che però si sarebbero avvalse, per la difesa, delle temute opere difensive apprestate dalla valentia dei costruttori romani. Lo scontro si rivelò subito duro e solo verso sera le avanguardie sannite infransero la resistenza della linea difensiva romana permettendo alla cavalleria di irrompere in città avvalendosi di ponti gettati sui valloni difensivi approntati dai nemici. Gli ordini impartiti da Mamerco furono chiari, la città ed i suoi abitanti dovevano essere risparmiati nonostante che i romani ancora tenessero gli edifici più importanti cui era difficile aver accesso data la ristrettezza dei vicoli che impedivano di far ricorso alla cavalleria. Al calare della notte, non essendo stato possibile spegnere i focolai di resistenza la zona occupata dai romani fu circondata per evitare che una delle numerose sortite avesse buon esito.

Mentre i combattimenti infuriavano nella nottata, una delegazione locale chiese di essere ricevuta offrendo la propria collaborazione e Mamerco garantì la sua piena disponibilità a che l’amministrazione della città rimanesse in loro mani una volta estromessi gli ultimi occupanti romani. Offerta inutilmente una resa agli ultimi difensori romani, decise di non logorare le sue forze nel tentativo di stanarle anche perché impaziente di ricevere notizie dell’azione principale guidata da Staio. Quando i messaggeri di Staio lo raggiunsero apprese che il tentativo di occupare Satricum era fallito e che il suo comandante si stava predisponendo all’assedio. Mamerco, allora, impartì l’ordine di stanare gli ultimi difensori romani e puntò con rinforzi verso Satricum e, una volta ricongiunte le forze a quelle di Staio, fu da questo informato che truppe sannite già impegnate a Saticula stavano rapidamente risalendo la penisola per raggiungere Fregelle e tentare poi a loro volta di tagliare in due i possedimenti romani. Gavio Ponzio che, avendo ideato il piano, guidava personalmente le sue truppe riunì i suoi ufficiali per parlare loro.

Dopo Caudium il nostro popolo ritenne di sospendere ogni azione offensiva contro Roma fidando nella pace e nell’accettazione delle nostre richieste . Il fatto che oggi, dopo soli cinque anni, siamo di nuovo in campo contro un esercito romano prova che a suo tempo fu compiuto un errore di valutazione. Sono personalmente convinto, come molti di voi del resto, che questa disputa con Roma si possa risolvere solo su di un campo di battaglia e non intorno ad un tavolo di trattative. Se a Saticula abbiamo dovuto soccombere all’iniziativa romana è ora che siamo noi a prendere in mano le redini di questa guerra. Rinforzi ci stanno raggiungendo anche da Venafrum dopo di che muoveremo in forze sul litorale tirrenico per tagliare a nostra volta in due parti il territorio in mano ai nostri nemici. L’obiettivo è Terracina e, una volta presala, nessuno ci potrà impedire di risalire il litorale fino a Roma. Costringeremo quanto meno i romani a richiamare le loro forze dal meridione e dalla stessa Saticula perché se non lo facessero proseguendo la nostra marcia potremmo arrivare a minacciare la stessa Roma che al momento, con gli eserciti consolari impiegati nell’azione verso il Sannio e l’Apulia non dispone di grandi forze.

Le informazioni che raggiunsero l’esercito in marcia erano che a Roma essendosi nominato dittatore Q. Fabio Rulliano si stavano apprestando in tutta fretta nuove truppe da inviare loro contro e che erano stati inviati ordini ai consoli di rientrare verso il Lazio per scongiurare la manovra sannita. L’esercito del dittatore attese il nemico al passo di Latulae più a sud di Terracina dove un passo costituiva la via obbligata di passaggio per le truppe nemiche e lì la battaglia che Gavio Ponzio intendeva affrontare e vincere si svolse. La giornata ed il paesaggio sembravano offrire un degno scenario allo scontro che presto sarebbe seguito. Le truppe sannite avevano atteso il nemico occupando posizioni dominanti ed a loro quindi favorevoli, e nella pianura sottostante si erano dispiegate in formazioni compatte le legioni romane le cui armature ed insegne, colpite dal sole, mandavano grandi bagliori. Le forze sannite si equivalevano nel numero e non meno imponente era il loro dispiegamento.

Gavio Ponzio, con truppe scelte, teneva la base delle posizioni che avrebbero quindi costituita la prima massa d’urto nello scontro. Il generale silenzio poteva essere inteso come la concentrazione che regnava ed era rotto solo dai suoni dei corni che impartivano gli ordini e dalle concitate voci dei vari comandanti. I romani furono i primi a muovere coperti da un fitto lancio di frecce che, lanciate dalle retrovie, dopo un ampia salita verso il cielo ricadevano sugli scudi levati a protezione dai soldati sanniti che attesero che le truppe romane fossero alla giusta distanza per rispondere con un nutrito lancio dei loro micidiali giavellotti che, come di consueto, aprirono numerosi varchi nelle file degli attaccanti creando una prevedibile disorganizzazione aumentata dal fatto che ormai, rotte le file, i legionari avanzavano di corsa verso le linee nemiche. Era quello il segnale che Mamerco, al comando di un’ala della cavalleria, attendeva per colpire un fianco dello schieramento romano per poi percorrerlo in tutta la sua lunghezza. Sull’altro lato dello schieramento romano un altro reparto della cavalleria sannita eseguiva in senso inverso la stessa manovra. Entrambe le ali della cavalleria appena giunte al temine delle file romane con una rapida conversione ripetevano il percorso in senso inverso e sempre su due direttrici diverse. A questo punto i soldati romani non videro altra soluzione che ripiegare verso il campo base pressati sul fronte dalle truppe di Gavio ora in fase offensiva. Secondo uno schema collaudato Mamerco ordinò alla cavalleria di cessare le incursioni nelle file romane disponendosi in posizione di accerchiamento per tagliare loro vie di fuga e di rientro al campo base. Un tardivo intervento della cavalleria romana non mutò sostanzialmente la situazione ed il quadro generale in campo romano era quello di un disordine folle che invano tribuni e legati cercavano di arginare. Lo scontro iniziale finì per frazionarsi in una serie di combattimenti e sempre più frequenti erano i sanniti che con aria trionfale brandivano insegne tolte al nemico. I romani dovettero realizzare che le sorti delle loro formazioni erano segnate e molti cominciarono a gettare le armi. Mamerco percorrendo il teatro degli scontri incitava i suoi e si assicurava che le poche sacche di resistenza venissero sistematicamente smantellate. In uno di questi giri fu colpito dal coraggio con il quale un giovane legato romano si batteva e meglio osservandolo notò che il giovane cingeva uno scudo con impresso un serpente del tutto identico a quello sbalzato sul suo stesso scudo. Mettendo via il proprio scudo si affrettò in quella direzione rendendosi conto che i suoi soldati apparivano ben determinati a non fare prigionieri.

– Fermi! Fermi! Risparmiateli- urlò loro.

L’ordine venne prontamente eseguito ed i romani si resero conto che quell’intervento provvidenziale aveva risparmiata loro la vita.

– Tu legato dimmi il tuo nome!- ordinò Mamerco

Il giovane sembrò titubante non sapendo se obbedire al perentorio ordine di un nemico.

Sono Lucio figlio di Edipo Colonio. E tu chi sei?

Mamerco non rispose, ordinò ad alcuni dei suoi cavalieri di smontare e di dare i propri cavalli ai superstiti di quel coraggioso manipolo. Poi rivolto agli stupiti romani impartì anche a loro un ordine carico di autorità.

– Siete liberi, potete andare. Il vostro coraggio vi rende degni di essere risparmiati e la vostra morte a questo punto sarebbe un inutile spreco. Andate ed andate con l’onore salvo!- poi rivolto al legato – Porta i miei saluti a Valeria tua madre, lei capirà chi glieli manda e portale anche questo anello.

Mamerco si sfilò l’anello ricevuto da Emilia e lo porse al legato.

– Come fai a conoscere il nome di mia madre?- lo interrogò lo stupito legato.

Mamerco non rispose e sollevando il proprio scudo, così che il giovane potesse vederne il disegno sbalzato, colpì di piatto con la spada la groppa del cavallo del legato che, sollecitato dal colpo, partì al galoppo.

Una volta che tutto ebbe termine, Gavio impartì l’ordine di dividere i prigionieri in due distinti gruppi che tenessero conto della loro cittadinanza e impartì poi l’ordine che i non cittadini romani venissero rinviati alle proprie città portando il messaggio che il Sannio, a differenza dei romani, non mirava ad una politica di sottomissione ma ad instaurare rapporti di pacifica convivenza in nome di un interesse comune. I cittadini romani invece una volta privati delle armi furono avviati verso le miniere della Meta per esservi impiegati come schiavi. Fu fatta eccezione solo per coloro che furono in grado di garantire un riscatto che pur tuttavia non li esimeva dall’essere trattenuti come prigionieri ma li dispensava dai lavori forzati cui sarebbero dovuti essere destinati

Quella notte Mamerco ebbe davanti agli occhi il viso di quel giovane inequivocabilmente a lui molto somigliante, salvo che per gli occhi, che erano quelli di Valeria.

Dopo la vittoria Gavio Ponzio riunì nuovamente i suoi comandanti.

– Ho già comunicato alla Lega i miei programmi e ho chiesto che ci raggiungano i necessari rincalzi. Tengo tuttavia a precisare che gli ordini ricevuti dalla Lega limitano la mia discrezionalità in quanto mi si è detto di non proseguire su Roma ma di limitarmi a minacciarne l’attacco così da ridimensionarne la sicurezza, sconsigliarla da ulteriori gesti ostili nei nostri confronti e bloccarne l’espansione al sud. La nostra più immediata destinazione è Terracina da dove muoveremo su Roma. So per certo che città come Sora e Narnia non ci faranno mancare il loro aiuto e forse si uniranno a noi anche le loro truppe, mi aspetto che Capua e buona parte delle città aurunche lascino il campo romano per passare al nostro fianco e la stessa Satricum ha cacciato il presidio romano. So inoltre che nostri negoziatori stanno cercando di convincere gli Etruschi a scendere in campo al nostro fianco e se ciò si dovesse realizzare in tempi brevi Roma presa tra due fuochi non potrà che essere finalmente nostra. Dopo questa vittoria, non paragonabile a quella che sarebbe potuta essere quella di Caudium, non commetteremo lo stesso errore di allora. Sulle pire che ancora bruciano ci sono i corpi di un gran numero di quei veterani romani   che allora furono lasciati liberi. Oggi sono morti, ma se lo fossero già stati a suo tempo sicuramente le nostre perdite sarebbero state minori. Oggi abbiamo in parte rimediato a quell’errore perché, e voi lo sapete bene, i veterani non possono essere rimpiazzati in un breve periodo qual’é quello trascorso da Caudium ad oggi. Roma potrà armare i liberti, potrà imporre pesanti leve ai propri alleati, potrà mettere in campo nuovi eserciti ma sarà, e per lungo periodo, priva della parte migliore dei suoi soldati e noi avremo in avvenire di fronte legioni sempre meno agguerrite e preparate. Difficilmente ci troveremo di fronte eserciti di valore pari a quello che abbiamo sconfitto perché per ricostituirli occorrerà tempo. Muoveremo quindi domani stesso su Roma, e credo che sul nostro cammino troveremo popolazioni che non ci saranno di ostacolo, né si rifiuteranno di fornirci gli approvvigionamenti necessari visto che, per colpire il più rapidamente possibile, marceremo senza ingombranti vettovagliamenti.

Nella notte che seguì la battaglia, fu concesso ai romani di raccogliere i propri morti e di prestare soccorso ai numerosi feriti che lanciavano strazianti grida di dolore e supplichevoli richieste di aiuto e la notte fu rischiarata dai roghi sui quali entrambi i contendenti bruciarono i corpi dei propri caduti. Il gran numero di insegne catturate in battaglia era la più evidente prova della vittoria sannita. Furono selezionate le più belle armature tolte ai caduti e Gavio ordinò che venissero portate al tempio di Bovianum a testimonianza del suo trionfo e per ringraziare gli dei per la benevolenza loro concessa. L’esercito sannita iniziò il suo primo viaggio verso il Lazio e Roma. L’entusiasmo era alle stelle e tanto più lo fu quando le varie popolazioni accolsero le truppe sannite come dei liberatori ai quali fornire ogni possibile supporto. Non mancò pur tuttavia chi vide nello stesso esercito l’ennesimo invasore al quale tuttavia, per paura di rappresaglie, nulla venne egualmente negato. L’obiettivo prefissato era stato raggiunto e se anche al sud Luceria era caduta in mano romana l’anno di guerra si chiudeva con i romani ridotti a mal partito sul versante tirrenico e con Roma che poteva ormai considerarsi un non lontano obiettivo e l’esercito sannita si acquartierò per svernare. La pausa invernale era, infatti, da sempre considerata un quasi naturale periodo di stasi delle attività militari su vasta scala e l’inverno ormai incipiente avrebbe più che mai tenuti i grandi eserciti confinati nei loro quartieri d’inverno


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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

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