Cap. 27 – I rivali di Roma – Mamerco – Le Forche Caudine

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

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Siamo nel 321 a.C. – Mamerco partecipa alla battaglia delle Forche Caudine – Vede morire il padre – Assiste all’umiliazione dell’esercito romano – Teme per il futuro

I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventisettesima – Le Forche Caudine

Mamerco godette di un ulteriore periodo di avvicendamento al fronte e, mosso dal desiderio di rivedere il padre ne approfittò per tornare a casa anche per essere vicino ai suoi e piangere e ricordare con loro il fratello caduto. Contava inoltre di recarsi a trovare Aracoeli sicuramente distrutta dalla morte del padre e delle tante colpe che su di lui erano state fatte ricadere infangandone il ricordo e l’onore. Una volta in viaggio pensò di passare prima per Terventum per essere vicino ad Aracoeli che, come previsto, trovò provata dagli avvenimenti. Si trattenne da lei per qualche giorno cercando si scuoterla dal torpore nel quale sembrava essersi adagiata e finalmente la ragazza dette libero sfogo al suo dolore.

– Mio caro amico tu conosci il mio dolore perché meglio di ogni altro sei stato partecipe del rapporto che mi legava a mio padre. La mia sola fortuna è che la gente del posto mi è stata vicina e quindi nel ristretto mondo che mi circonda il suo nome e conseguentemente il mio, sono sempre onorati a differenza di quanto avviene nelle altre parti del Sannio dove nessuno, se non per sentito dire, conosceva mio padre, le sue idee e la sua grande dedizione al suo popolo. Ma non è solo mio padre che piango. E’ un anno che non ci vediamo e sentivo il bisogno di una persona amica come te.

Mamerco attese che Aracoeli proseguisse il discorso appena iniziato contento di poter essere la spalla della quale sembrava aver bisogno.

– Oltre mio padre piango altre due persone che in quest’anno ho perse.

Seguì ancora una lunga pausa che denotava il dolore che le procurava il ricordo ed il tentativo, faticoso, di aprire il suo cuore.

– Ho perso un figlio nato da pochi mesi, un figlio che sono contenta che mio padre abbia potuto vedere nascere perché desiderava un nipote che prendesse un giorno il posto di quel figlio che non ha mai avuto. Quando ha saputo che aspettavo questo bambino non ha avuto per me nessuna parola di rimprovero e il suo unico cruccio, semmai, è stato quello di lasciarmi di nuovo sola anche se intuiva che una volta nato il bambino avrei avuto qualcosa di mio cui dedicarmi. Non mi ha neanche chiesto chi fosse il padre di suo nipote. Quando lo ha saputo, e forse lo intuiva, mi ha abbracciata con affetto e credo abbia provato un maggiore affetto per il nipotino.

Mamerco fu colto di sorpresa ma anche lui, conoscendola, non pensò che si potesse addebitarle alcun rimprovero perché Aracoeli non era donna da commettere per leggerezza un passo tanto decisivo.

Aracoeli studiò il suo volto per leggervi qualche accenno di stupore o peggio di condanna e proseguì.

– Ti ho detto che tuo fratello frequentava la nostra casa e che mio padre lo amava come un figlio. Murcus, e tu lo sai bene, era così allegro e pieno di gioia di vivere che presto finii per ritenerlo un amico carissimo e fu così che un giorno, quasi senza accorgercene ci ritrovammo l’uno nelle braccia dell’altro quasi che volessimo con ciò completare la nostra perfetta unione. Tuo fratello è il padre di quel figlio che piango ed ora ne piango anche il padre.

La lunga confessione sembrava averla stremata ma tuttavia proseguì.

– Ora mi sento meglio, e quello che ti ho raccontato l’ho fatto non per liberarmi del peso di una vergogna né per avere una assoluzione che non cerco.
– Sono contento che tu mi abbia parlato e della amicizia che il tuo sfogo mi rende più preziosa. Sono anche contento che Murcus prima di morire abbia potuto trovare in te l’amore e mi dispiace solo che tu ora abbia tante persone care da piangere.

Dopo questa confessione, Aracoeli sembrò lentamente ma progressivamente scuotersi dal torpore riprendendo le consuete attività coinvolgendo nelle stesse anche il disponibile Mamerco che voleva testimoniarle, così facendo, la sua incondizionata amicizia e lealtà. Il soggiorno a Terventum si protrasse quindi di più di quanto avesse previsto ma sembrò riportare la pace nell’animo di Aracoeli e anche Mamerco trovò in sé   pace e serenità a lui sconosciute. Quando infine riprese il viaggio verso casa fu con dispiacere e con reciproche promesse di ritrovarsi.

A casa riabbracciò con gioia la spensierata sorellina che, grazie alla sua giovane età sembrava non essersi ancora conto che Murcus, il suo allegro fratello, non sarebbe più tornato da loro. Paculla, al contrario, sembrava distrutta mentre Tauro, da soldato e da uomo, sembrava a tutti i costi non voler far trasparire il suo dolore. Con Ursidio parlò a lungo di Murcus ricordando le tante avventure vissute, le complicità, i sogni interrotti. La pacata rassegnazione di Ursidio fu l’ennesima prova della solidità che caratterizzava la vita del fratello che nella morte di Murcus, per quanto dolorosa, vedeva la ineluttabilità di quegli eventi cui ciascuno doveva, ragionevolmente, sottostare non potendo fare altro. Lo stesso Ursidio gli confidò che finalmente non sarebbe più stato, ora, il suo, coinvolto in operazioni militari perché si sarebbe dedicato per superiore decisione al non meno importante lavoro di sovrintendere all’approvvigionamento dei reparti in armi. Quello che Ursidio non sapeva era che suo padre si era interessato in tal senso violando il suo senso del dovere per venire incontro ad una precisa e perentoria richiesta della moglie terrorizzata che tutti i suoi uomini riprendessero le armi. Mamerco, pur senza che nessuno glielo confermasse, né lui l’avrebbe chiesto, intuì quali dovevano essere state le motivazioni che avevano portato al nuovo incarico del fratello e contento della gioia di Ursidio e fu certo che il suo lavoro da civile sarebbe stato utilissimo ad una nazione in guerra. In assenza di Paculla, Tauro e Mamerco affrontarono più volte l’argomento della ripresa delle ostilità e Mamerco dovette registrare con dolore come suo padre sembrasse invecchiato e soprattutto turbato dall’incertezza dell’esito finale dello scontro in atto. Quando infine per Tauro e Mamerco giunse il giorno della partenza, Paculla, alzatasi di buon’ora, raccomandò al figlio di vegliare sul padre mettendo a nudo la profondità dei sentimenti che legavano i suoi genitori e la gran solitudine che la madre doveva provare ad ogni separazione. Mamerco aveva ora il privilegio di poter combattere nello stesso esercito del padre e sotto un comandante di grande fama quale era Caio Ponzio.

Quando lo stesso Ponzio decise di attirare l’esercito romano verso la sperata trappola nelle gole di Caudio, Mamerco venne prescelto tra coloro che vestiti i panni di pastori avrebbero dovuto trarre in inganno i romani circa le reali mosse delle truppe sannite. Una volta certi che i romani avrebbero ormai preso la via che li avrebbe fatalmente condotti là dove l’esercito sannita li aspettava, Mamerco ed i finti pastori abbandonato il travestimento si affrettarono a raggiungere l’esercito non volendo in alcun modo mancare a quello che si annunciava, se tutto si fosse svolto secondo i piani prestabiliti, come uno scontro fatale per le legioni romane. La trappola preparata funzionò e l’esercito romano si addentrò nelle gole di certo di non incontrare il nemico e di accorciare le distanze che dallo stesso sembravano dividerlo. Fu uno spettacolo inebriante per tutti vedere le legioni marciare in quella fatale gola, ignare del pericolo. I sanniti fremevano d’impazienza, vedendo il nemico imbottigliarsi in trappola e sembrava che non arrivasse mai il momento tanto atteso di bloccarne gli accessi e di dare avvio a quel combattimento che tutti sapevano sarebbe stato risolutivo per l’esito della guerra. Finalmente l’ordine d’attacco fu impartito e alla cavalleria comandata da Tauro venne ordinato di caricare il nemico alle spalle per chiuderne ogni possibile ritirata che avrebbe sia pur marginalmente ridotta la portata della ormai certa vittoria. Tauro ordinò la carica.

L’inebriante carica non impedì a Mamerco, come promesso alla madre, di tenersi non lontano dal padre e quindi di accorgersi delle frecce che lo avevano raggiunto. Esauritasi la carica serrò con il proprio cavallo verso il padre per verificarne l’entità delle ferite e si sentì rinfrancato leggendogli in volto la gioia per la carica appena conclusa che sembrava averlo ringiovanito. Quando Tauro levò alto il braccio per tacitare e ringraziare i suoi cavalieri per la ovazione che gli stavano tributando Mamerco vide il suo braccio bloccarsi per una frazione di secondi e poi lo vide crollare a terra. Prontamente accorso non poté che constatare che suo padre era morto. Con dolcezza chiuse quegli occhi che un attimo prima aveva visto illuminati di gioia e, mentre gli altri cavalieri gli facevano largo in un mesto silenzio, preso tra le braccia il corpo esanime lo portò nella sua tenda per lavarlo e rivestirlo prima che i suoi soldati potessero, a loro volta, rendergli l’estremo saluto. L’indomani per ordine di Caio Ponzio alcuni soldati della vereia dei tauridi furono incaricati di riportare a casa il corpo del loro comandante perché si potesse inumarlo con i rituali e le offerte d’uso e come il suo rango ed il suo valore richiedevano. Mamerco sentendo di non aver saputo mantenere la promessa fatta alla madre rifiutò di far parte del gruppo preferendo essere presente sul campo di battaglia per vendicare la morte del padre ed anche perché Caio Ponzio gli aveva affidato il comando che era stato di suo padre.

Esaurita la carica della cavalleria che aveva scoraggiato ogni tentativo dei romani di forzare il blocco nel campo sannita si notò che le truppe nemiche, pur chiuse nella gola e sotto tiro dei loro nemici, non riuscendo a forzare il blocco nemico ed a riguadagnare anche se con pesanti perdite il campo aperto, sembravano rassegnate ad una scomoda resistenza ad oltranza, provvedendo a costruire ripari e protezioni che li tenessero quanto più possibili immuni dal continuo martellamento al quale erano sottoposte. In campo sannita, pur continuando a tenere sotto tiro il nemico, tutti erano in attesa dell’ordine di attaccare ma l’ordine tardava ad essere impartito.

Caio Ponzio si dibatteva fra una duplice scelta. Una, quella che tutti auspicavano, era di lanciarsi all’attacco che, se anche avesse comportato numerose perdite per i sanniti, avrebbe portato al contemporaneo annientamento di due eserciti consolari romani. La seconda, per la quale sembrava che Caio Ponzio propendesse, era quella di tenere le posizioni per costringere le truppe romane, tagliate ormai fuori d’ogni possibilità di rifornimenti e d’aiuto, ad una resa che nulla avrebbe tolto alla vittoria sannita. Ponzio, dopo una sofferta indecisione riunì comandanti e gregari per comunicare la decisione adottata.

La decisione che è ora nelle nostre mani influenzerà la storia dei nostri popoli. Noi siamo dei soldati ed abbiamo conseguito la vittoria che volevamo, ma la successiva scelta non spetta a noi essendo più politica che militare. Credo che la cosa più opportuna sia quindi di rimettere ogni decisione al popolo sannita e quindi, per esso, alla Lega. Mio padre Erennio Ponzio che presiede il massimo consesso della nostra gente ci farà conoscere la decisione presa e, quale che sia, noi la attueremo. Spediremo veloci corrieri a Bovianum ed attenderemo gli ordini che ci saranno dati. Nell’attesa continueremo a mettere in atto ogni possibile iniziativa che, senza nostri rischi, ritardi gli approntamenti difensivi romani e tenga sotto pressione le truppe chiuse nella gola.

Mentre si attendeva la risposta Mamerco ed i suoi furono impegnati in azioni di disturbo, i romani cercavano in tutti i modi di costringere i loro nemici ad uno scontro reclamando a gran voce il loro sacrosanto diritto di soldati di salvare il proprio onore cadendo con le armi in pugno. Ma quando la risposta della Lega giunse poco se ne seppe fra la truppa e persino tra gli ufficiali e Caio Ponzio si limitò a comunicare che le successive decisioni sarebbero state prese da lui personalmente in quanto rientranti nei suoi poteri di comandante. La decisione fu presa quando il Console romano Lucio Lentulo chiese ed ottenne un incontro con Caio Ponzio.

I miei soldati – esordì il console misurando attentamente le parole – hanno tentato con tutti i mezzi di convincermi a non parlamentare con te e mi hanno pregato di concedere loro di morire con le armi in pugno. Ma visto che non sembrate decisi a consentirci di morire combattendo, io ed i miei ufficiali abbiamo deciso di arrenderci in cambio della vita dei nostri soldati. Vorrai farmi conoscere le tue condizioni ma tengo a precisare che nei poteri consolari a me conferiti dal Senato e dal popolo di Roma non ho quello di impegnare chi mi ha conferito l’imperium ma posso, e con me i miei legati, questori e tribuni militari, darti la mia parola che le condizioni che porrai noi le accetteremo impegnandoci solennemente a farle accettare da Roma se e quando potremo arrivarci.
Le nostre condizioni – esordì Caio Ponzio – per concedervi ora salva la vita è che venga stipulata la pace. Se così sarà le truppe potranno lasciare le loro posizioni attuali e rientrare in patria a condizione di sfilare senza vesti e senza armi sotto il giogo dei nostri giavellotti. Roma dovrà ritirare tutte le truppe dal territorio sannita e le colonie di Fregelle e Luceria dovranno essere smantellate. Noi, a nostra volta, mantenendo voi gli attuali possedimenti in Campania ci impegneremo a non interferire nelle relazioni tra Roma e Neapolis. Lascerai poi in mie mani seicento dei tuoi cavalieri come simbolica garanzia del tuo impegno. Ricorderai al tuo popolo che il Sannio non ha voluto questa guerra ma ci si è visto costretto dalle vostre continue violazioni dei patti solenni tra noi in vigore. Ricorderai, infine, che avendo in nostro potere due eserciti consolari abbiamo ritenuto più utile risparmiare delle vite che vendicare con il sangue le violazioni agli accordi. Queste sono le condizioni che io Ponzio pongo al popolo di Roma e che tu ti impegnerai ad accettare.
Sottoporrò le tue condizioni al Senato ma non ritengo di poter accettare in nome dei miei ufficiali e soldati, senza consultarli, l’umiliante ed inaccettabile condizione del giogo.
Nessuna delle condizioni da me poste potrà essere mutata – tagliò corto Caio Ponzio.

Il console mestamente riprese la via verso il proprio campo. Il giorno dopo il Console chiese nuovamente di essere ricevuto .

Ancora una volta ti chiedo di rinunciare infliggere il giogo ai miei soldati. Te lo chiedo in nome di una pace che metta fine a questa guerra. L’onore di un popolo può essere alle volte cosa molto più preziosa della pace o di una sconfitta e non sono sicuro di poterti assicurare che il Senato accetterà l’umiliazione inflitta ai suoi soldati e quindi allo stesso popolo di Roma. Questa è cosa da poco per te ma è di grande rilevanza per noi.
La condizione che ho posta e che mi chiedi di riconsiderare è irrinunciabile! -replicò Caio Ponzio- perché possiate ricordare per l’avvenire che il popolo sannita non può essere impunemente sfidato come voi avete fatto. Forse per l’avvenire penserete più a lungo prima di violare i patti! A suo tempo quando ci concedeste il rinnovo del vecchio trattato pretendeste una veste ed un anno di paga per i vostri soldati. Io prendo subito ciò che voi pretendeste e non perché il Sannio ne abbia bisogno ma per ristabilire una compensazione alle vostre richieste di allora e per ripagare con il giogo i danni ed i morti che questa guerra, dai voi voluta, ci ha procurato. Si tratta di prendere o lasciare, non c’è alternativa!

Il Console prese qualche minuto di tempo per formulare l’attesa risposta che sicuramente non avrebbe gradito formulare.

Mi vedo costretto ad accettare ma sappi Caio Ponzio che questa tua richiesta potrebbe aprire un solco incolmabile fra i nostri popoli anche se la pace sarà ristabilita.
Alle ferite, da voi a suo tempo inferteci su di un piano materiale, io oggi, potendolo, rispondo con una ferita su quello morale. Il conto sarà pareggiato su piani diversi ma sarà pari!

Raggiunto l’accordo le truppe romane presero a sfilare nude ed in un umiliato silenzio sotto il giogo e se qualcuno ebbe un moto di ribellione, di reazione o d’orgoglio trovò immediata morte su quel terreno. Mamerco assistette da lontano a quella mesta sfilata, sentendosi quasi addosso il peso che dovevano sopportare altri soldati, in tutto simili a lui, in quella umiliante situazione che non avrebbe procurato amici né eliminati nemici. Una pace imposta a queste vessatorie condizioni morali non avrebbe mai potuto garantire, al di là della contingente situazione, alcuna stabilità futura e quanto stava accadendo sotto i suoi occhi poneva senza dubbio le basi per una non lontana ripresa delle ostilità. Tutti i popoli della penisola avrebbero saputo dell’umiliazione che si stava in quel momento infliggendo al popolo romano che non avrebbe mai potuto tollerare che una simile onta non venisse al più presto cancellata. Quell’esercito sconfitto, disarmato, privo di insegne avrebbe dovuto percorrere buona parte della penisola e molti popoli alleati o soggetti a Roma avrebbero avuto modo di constatare che la supremazia romana poteva essere messa in discussione. Molti popoli avrebbero capito che forse era possibile ribellarsi e scrollarsi i vessatori patti imposti da Roma ai propri “alleati” ed in molti paesi si sarebbe guardato al Sannio come all’ideale alleato per liberarsi del giogo di Roma. Si pose anche la domanda di quale sarebbe potuto essere il suo atteggiamento qualora si fosse trovato al posto dei romani e fu certo che una simile ferita inferta al suo orgoglio sarebbe stata insanabile. Se si fosse, invece, trovato al posto di Caio Ponzio, non avrebbe invece esitato a lanciare i suoi uomini contro i due eserciti romani nella certezza che, anche a costo di un pesante costo di vite sannite, si sarebbe avuta quella svolta decisiva che invano si era sempre cercata. Una svolta che finalmente avrebbe aperto alle truppe sannite la strada per risalire la Campania ed il Lazio e finalmente portare le armi direttamente contro la stessa città di Roma sicuramente non in grado di rimpiazzare in breve periodo le perdite subite e di risollevare il morale piegato. Il momento favorevole era stato sprecato! Il suo ragionamento era anche influenzato dalla relativa inutilità dell’azione che aveva portato alla morte suo padre e considerò che l’errore appena compiuto non sarebbe stato certamente commesso da Brutolo o da altri comandanti sanniti. Si era sicuramente sbagliato: molte vite erano state risparmiate, al momento, ma, senza dubbio, esse sarebbero andate perdute, nel tempo, con il relativo interesse.


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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

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