Cap. 22 – I rivali di Roma – Mamerco

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma
Storia romanzata di Paride Bonavolta

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Mamerco prosegue il suo viaggio fermandosi a Napoli – diventa gladiatore e stallone di vogliose matrone – cresce la sua notorietà di gladiatore

I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventiduesima        

             Neapolis fu per Mamerco una sorpresa. Tutto era di proporzioni così grandi che si sentì inizialmente oppresso. Maleventum al confronto gli parve piccola cosa. Lo scenario era fantastico ed il contrasto tra l’azzurro del mare, il colore rosato dell’immensa città ed il verde che cercava di ricoprire le falde e parte del maestoso Vesuvio. La città, quando vi si avventurò varcandone senza problemi le porte, l’affascinò. Non avrebbe mai immaginato che tante razze, dialetti e lingue potessero convivere in quella indescrivibile confusione dove tutti, a dispetto di tutto, sembravano intendersi perfettamente. La gente era quanto di più eterogeneo potesse immaginarsi in fatto di colore della pelle, di fogge del vestire, di modi con i quali approcciare il prossimo. Tutti sembravano voler vendere o comprare qualcosa, molti, senza distinzione di rango, dormivano sonni pacifici su un prato o sdraiati per terra lungo le vie o seduti in luridi caffè che reclamizzavano bevande e cibi esotici o locali.

            Artigiani ambulanti sembravano essere dappertutto come anche donne di ogni tipo molte delle quali, chiaramente, avevano anch’esse qualcosa da vendere. La zona centrale della città di tanto in tanto si apriva in spazi più grandi, dove sembravano esserci le case dei ricchi spesso circondate e quasi sommerse da fabbricati simili a rumorosi alveari. Le strade larghe e pavimentate di grossi massi levigati permettevano il rumoroso passaggio di carri spesso anche nei due sensi di marcia.  Numerose le botteghe che vendevano soprattutto ogni genere di alimenti e pittoresche le scritte che decantavano le specialità in vendita.

            La grande piazza del Foro era dominata da un tempio imponente cui si accedeva da una maestosa scalinata e il biancore dei marmi era quasi abbacinante, tutto intorno al grande spiazzo, peraltro affollatissimo, correvano dei porticati su due piani e sotto gli stessi sembravano raccogliersi, in meno chiassosi capannelli, individui dalle vesti più ricche che quasi sicuramente, a quanto gli parve di capire, trattavano importanti affari o dibattevano dei problemi della politica cittadina. Al centro della piazza un’enorme statua del dio Marte intorno alla quale improvvisati oratori cercavano di attirare l’attenzione dei passanti. Alle spalle del Foro i grandi mercati dove sembrava potersi comprare e vendere di tutto e dove gli odori delle varie merci esposte si mescolavano in stravaganti aromi che avevano un loro fascino esotico. Più silenziosa e riservata, ma non meno frequentata, la zona dove sorgevano bagni pubblici e terme che sembravano essere il solo spazio cittadino dove si mescolavano i sessi e dove sembrava scomparire ogni differenziazione di classe e di censo.  Di quando in quando scoppiavano risse che sembravano attirare più i curiosi che i soldati che sarebbero dovuti intervenire.

            Mamerco scoprì un mondo nel quale trovò piacevole immergersi quasi per cancellare la ferita subita e che era ancora bruciante. Dopo aver girovagato per la città e consumato, più per la curiosità che per fame, cibi sconosciuti in una delle tante taverne che reclamizzavano con grandi iscrizioni sui loro muri specialità e prezzi, si diresse per cercare un alloggio verso il porto .

            Preso alloggio in un modesto caseggiato sovrastante la taverna di proprietà dello stesso suo padrone di casa, dedicò i primi giorni ad un vagabondare senza meta quasi per assimilare l’intera città. Gli altri ospiti della locanda erano per lo più marinai in transito alle volte troppo ubriachi per ritrovare la strada che li portasse a bordo ed altre volte lì alloggiati al solo scopo di dare libero sfogo ad appetiti sessuali a lungo repressi.

            La taverna, essendo nella zona del porto, si rivelò essere un osservatorio di per sé privilegiato per approfondire la conoscenza della città, dei suoi abitanti, dei tanti forestieri e delle loro abitudini o l’ideale punto di partenza per girovagare alla scoperta degli altri quartieri cittadini. Notò che, nonostante si parlassero un po’ ovunque molte lingue, l’osco sembrava essere quello generalmente usato.

Dopo qualche giorno stanco di vagabondare prese l’abitudine di allontanarsi il meno possibile dalla taverna, pago di essere un osservatore non coinvolto di tutto un mondo particolare che lì viveva, quasi fosse un microcosmo del macrocosmo che li circondava.

            Aveva scelta quella taverna, tra le tante simili che la circondavano, anche perché l’anziano oste era un sannita, da tempo immemorabile trapiantato in quella città, la cui principale regola sembrava essere quella di badare solo ai propri affari, non volendo minimamente interessarsi di quanto lo circondava e sempre pronto a chiudere un occhio su ciò che riteneva utile non vedere. E certamente un occhio lo chiudeva con le sue giovani figlie e aiutanti che non disdegnavano accompagnarsi agli avventori. Le ragazze dovevano aver entrambe da poco passata la ventina ed erano tanto allegre che piacenti e a tali doti si doveva in gran parte l’atmosfera vivace che sembrava regnare nella taverna e fra i suoi occasionali pensionanti ed avventori.

            L’arrivo di Mamerco, la sua impenetrabilità, il suo piacevole aspetto ed i modi decisamente non comuni, colpirono le ragazze che non tardarono ad offrirgli i loro servigi mercenari. L’offerta fu ben accolta da un Mamerco che, ormai risvegliato al sesso, gradì questo tipo di rapporto dove, al di là di qualsiasi implicazione personale o anche lontanamente psicologica, comprava ciò che gli veniva venduto.

            Camilla e Porzia, le due sorelle, a detta di molti avventori avevano ereditato dalla madre campana la bellezza e l’inclinazione all’amore mercenario che praticavano con grande allegria e professionalità.

            Dopo un certo periodo, a malincuore, vedendo sfumare il poco denaro che aveva, dovette comunicare alle ragazze che senza alcuna specifica preferenza per l’una o per l’altra alternava nel suo letto, che avrebbe dovuto rinunciare alla loro compagnia ma entrambe, dopo un rapido consulto fatto più di sguardi che di parole, dichiararono una disponibilità anche se non remunerata.

        – Con te potremo farlo anche senza essere pagate. Certo se avremo altri clienti dovremo trascurarti. Gli affari sono affari. Ma vedrai che non saranno poi tanti i giorni in cui ti lasceremo a bocca asciutta.
          – Il mio orgoglio mi imporrebbe di non accettare questa offerta ma ben volentieri lo soffoco perché non saprei fare a meno di voi.
           – Affare fatto Mamerco– replicarono le ragazze- ma senza impegno.
Certo senza impegno.

            Capitò quindi che le due ragazze, quando era loro possibile, si presentavano nella notte nella sua stanza certe di trovare un Mamerco sempre disponibile e pronto a dare e prendere piacere.

          Una sera, che stava facendo l’amore con Camilla, capitò che Porzia, immaginandolo solo, entrasse anche lei nella sua stanza. Camilla a cavalcioni di Mamerco girava le spalle alla porta e non si accorse del suo ingresso. Mamerco pur guardando Porzia negli occhi non pronunciò parola mentre le sue mani continuavano a cingere i glutei della sorella quasi a volerne agevolare i movimenti. Porzia, dopo essere rimasta per un attimo interdetta, avvicinandosi al letto con gesti lenti e sensuali lasciò cadere la veste e affascinata rimase a guardare i due corpi nudi ed in movimento che con la loro plasticità costituivano un irresistibile richiamo atavico e primordiale. Lo stesso Mamerco sentì che il piacere che Camilla gli stava dando sembrava acuito dalla presenza di Porzia e dall’offrirsi della sua nudità in un modo che sembrava nuovo e diverso da quello dei loro precedenti incontri. Negli occhi e nei gesti dei due era evidente una diversa carica erotica che andava crescendo in entrambi con loro innegabile stupore. Solo quando Camilla crollò al fianco di Mamerco si accorse della presenza della sorella e della sua nudità. Mamerco guardò con attenzione le sorelle studiandone la reazione. Le ragazze, infatti, fra loro si comportavano come se l’una non vedesse l’altra, quando un cliente ne richiedeva i favori con ciò quasi volendo fingere di ignorare che entrambe si accompagnavano ad estemporanei avventori paganti.

            Le sorelle impacciate si trovavano ora in una situazione che non permetteva loro di proseguire nella loro assurda finzione. Si sorrisero, incerte, poi Camilla con un gesto invitò Porzia ad unirsi a loro distendendosi all’altro fianco di Mamerco ed entrambe presero a carezzare Mamerco ponendo una particolare attenzione a non sfiorarsi

            L’esperienza fu eccitante e piacevole per tutti. Mamerco, che in Marzia aveva avuta una ottima maestra, dall’esperienza delle due ragazze apprese tecniche ed erotismi particolari ed un perfetto controllo della propria sessualità che ora doveva, senza privilegi di sorta, dividere tra le due esigenti sorelle.

            Se le notti di Mamerco si arricchirono, le sue giornate cominciarono ad essere vuote. Per questo, ed anche per le sue notti con l’una o con entrambe le sorelle, cominciò a dormire per buona parte della mattina e del pomeriggio attendendo che i rumori della taverna che si risvegliava per la sera gli dessero uno scopo per alzarsi e scendere.

            Le sorelle cominciarono a preoccuparsi per lui mentre il loro padre cominciò a pretendere il saldo di un conto in continua crescita. L’oste sperava che Mamerco si allontanasse, anche senza pagarlo, purché finisse quella strana tresca a tre che il vecchio, pur fingendo di non vedere, conosceva e trovava disdicevole per gli affari e per i mancati guadagni delle figlie. Un giorno che le ragazze erano al mercato, urlando di rabbia, diede libero sfogo alla rabbia repressa infuriandosi sempre più di fronte all’indifferenza di Mamerco.

            – Disonore del sangue sannita! Lurido porco! Svegliati da questo depravato torpore! Sei giovane, sei forte, lavora!

            Mamerco, chiuso nel suo silenzio, non veniva nemmeno scalfito da quelle parole dimostrando ostentatamente la noia che gli procuravano. Infuriato, l’oste riprese ad aggredirlo con toni sempre più irati.

            – Se ti senti un porco, un caprone infoiato, se non sai fare altro, fai almeno questo! Ma lascia in pace le mie figlie! Ci sono tante matrone, gli dei le stramaledicano, che sbaverebbero per te. Se è solo questo quello che sai fare, allora fallo! Fallo bene e fatti pagare, non credere che solo gli uomini paghino le donne!Stai zitto? Sei forse stufo delle donne? Vuoi che siano uomini i tuoi clienti? Per me va bene, pagano meglio e sanno essere più discreti.

            A queste parole Mamerco si riscosse. Levatosi dal letto sollevò l’oste da terra e fece per colpirlo.

            – Parli a me di porco tu che vendi le tue figlie?
           – Io– farfugliò l’oste- sono vecchio e devo pur campare. Chi penserà a me?
          – E allora bada ai tuoi sporchi affari e lasciami in pace. E non farmi mai più questi discorsi! Offrirmi agli uomini! Tu non sai chi sono io!
           – Io so quello che sei e non mi interessa sapere chi credi di essere o che sei stato. La sola realtà è quella che ho sotto gli occhi e non mi piace.

            E sbattendo la porta si allontanò borbottando ed imprecando.

           Nonostante l’arroganza con la quale Mamerco aveva ascoltato le parole dell’oste, queste lo avevano profondamente colpito e non poté non constatare come si stesse lentamente degradando. L’amore tradito di Marzia l’aveva portato a tutto questo! L’amore per quella donna si era ormai tramutato in odio verso di lei e inconsciamente nelle braccia delle ignare e disponibili sorelle, a lui del tutto indifferenti se non sotto un semplice e necessario aspetto sessuale, cercava la sua vendetta verso Marzia.

       Man mano che il loro ritrovarsi in tre era proseguito aveva cercato la loro degradazione. Le aveva in pratica costrette ad un incestuoso amore saffico, del quale dettava regole e varianti che avevano fortemente incrinata la intima purezza che entrambe avevano saputo conservare nel loro mestiere.

            Era ora di scuotersi, di reagire.

            L’occasione non tardò. Una sera la taverna si riempì di gente che non conosceva. Uomini robusti e molti coperti di vistose cicatrici. Dai discorsi che ascoltava intuì trattarsi di un lanista, un impresario di giochi gladiatori, e dei suoi doctores, ex gladiatori assurti al rango di istruttori e selezionatori di altri gladiatori.

            L’arte gladiatoria, perché di arte si trattava, era tanto popolare quanto unanimemente considerata spregevole per chi la praticava. Si fantasticava di somme enormi che un buon lanista potesse guadagnare e della popolarità che i suoi campioni, finché vivi, godessero anche nelle case dei ricchi e dei potenti. Un gladiatore scendendo nell’arena si esponeva a ferite più o meno gravi a seconda della violenza dello scontro che, di norma, si concludeva quando uno dei due contendenti rimaneva ferito. Non era tuttavia infrequente che la particolare foga di uno scontro, l’incitamento del pubblico, l’indole personale, una specifica e remunerativa richiesta del pubblico ed altri contingenti motivi potessero far concludere lo spettacolo, perché tale era il combattimento, con la morte di uno dei contendenti.

            Il lanista si chiamava Pansa ed era sufficientemente noto, disponendo di numerosi e ben addestrati gladiatori in prevalenza schiavi, per la bontà degli spettacoli che allestiva. Oltre ai doctores con lui c’era una bellissima schiava nubiana che Pansa chiaramente portava con sé, esibendola ostentatamente come un oggetto di sua esclusiva proprietà, per catturare l’attenzione degli altri avventori.

            L’indomani, avendo di buon’ora acquistata una tessera con gli ultimi soldi di cui disponeva, Mamerco prese posto nelle prime file della cavea dell’arena ben intenzionato ad assistere all’esibizione dei gladiatori e vedere degli uomini che si battevano, se non in guerra, in uno scontro che per loro poteva risultare mortale.

            Seguì attento la sfilata dei gladiatori, valutandone le probabili capacità e facendo personali pronostici per quelli che gli sembravano essere i più promettenti.
Dopo la sfilata, il gruppo si sdoppiò e si formarono le coppie che di lì a poco si sarebbero battute. La folla, che aveva accolto i gladiatori al loro ingresso nell’arena con una ovazione, si apprestava ora in silenzio a seguirne gli scontri ansiosa di assistere allo scorrere del loro sangue.

            L’inizio dei combattimenti assorbì l’attenzione di Mamerco che, memore dell’istruzione alle armi ricevuta, con occhio esperto valutava attacchi, parate, colpi e schivate constatando come quel genere di combattimento non presupponesse certo una preparazione diversa da quella che lui stesso aveva ricevuta, salvo quel tanto di scenico che doveva arricchire il combattimento a solo beneficio del pubblico.

            In pratica per tutta la durata degli scontri per lui fu come essere coinvolto negli stessi. Le sue mani cercavano una spada che non aveva ed il suo corpo, tra risolini divertiti dei suoi vicini, seguiva i movimenti dei combattenti.

            Quando lo spettacolo finì con sufficiente spargimento di sangue e con un gladiatore che probabilmente non sarebbe sopravvissuto alle ferite riportate, Mamerco capì che il suo passo successivo sarebbe stato cercare di farsi ingaggiare dal lanista.

            Sapeva bene che i gladiatori, se non schiavi, erano disertori o persone che avendo conti in sospeso con la propria città o paese cercavano in quel pericoloso lavoro un non difficile anonimato ed una ricchezza, e spesso fama, che però spesso si rivelavano di breve durata. Sapeva anche che un gladiatore viveva una vita di segregazione nelle scuole dei lanisti che in pratica erano delle prigioni ben vigilate dove schiave di proprietà del lanista dispensavano sesso a volontà ma con una rotazione negli scambi di coppia mirata ad evitare la possibilità che si creasse fra le parti ogni minimo rapporto personale, unica eccezione essendo costituita da gladiatori che avevano una propria concubina e spesso anche dei figli e che avendo diritto a vivere con questi in una stanza tutta loro purché pagassero di tasca propria vitto ed alloggio per la loro donna o per la loro famiglia. Gli era ben noto ancora che fuori dalle scuole e dalle arene molti lanisti spesso imponevano ai loro gladiatori delle catene considerandoli, visto il loro valore e la potenzialità di produrre guadagni, come una proprietà da difendere. Per ognuno di loro erano stati, infatti, sopportati costi elevati per le strutture fisse della scuola, per gli istruttori, per i medici e per i loro pasti sui quali non si poteva certo lesinare, al pari del vino che spesso era il migliore stimolante per le loro lotte o il migliore analgesico per le loro ferite. Sapeva altrettanto bene che alle volte un uomo libero poteva scendere nell’arena stipulando un contratto con il lanista in base al quale avrebbe dovuto sostenere, a seconda dell’accordo raggiunto, uno o più combattimenti

           Una buona compagnia di gladiatori tra feste pubbliche, matrimoni, funerali e feste private in pratica era sempre in attività

            Sapendo tutto questo, la scelta fatta da Mamerco non era certo fatta con superficialità e senza cognizione dei rischi che avrebbe comportato ma, avendo deciso di farsi ingaggiare, decise di puntare in alto per farsi ingaggiare come uomo libero a contratto e quindi con le garanzie di vivere libero e di percepire regolari compensi. Avendo seguito con attenzione i combattimenti, si sentiva idoneo a essere considerato tra i campioni di quella compagnia.

            Attese la sera che Pansa, circondato dalla sua corte, prendesse posto nella taverna e, avendo con sé la sua spada, l’affrontò.

            – Ho visto nell’arena i tuoi uomini battersi; potresti far meglio e fare più soldi se avessi con te qualcuno che sia veramente in grado di battersi. Credo di essere l’uomo che fa per te, non hai che da mettermi alla prova con il tuo nubiano o con chiunque tu vorrai. Ti posso dimostrare come con pochi colpi avrei ragione di loro. Ma se dopo avermi visto combattere mi vorrai con te sappi fin d’ora che sono un uomo libero e che mi potrai avere solo alle mie condizioni.

            – Sei molto sicuro di te ragazzo, ma non ho tempo da perdere.
            – Mettimi alla prova ciccione!

            Pansa, inizialmente annoiato dalle parole di Mamerco, sobbalzò all’insulto, ma dopo un momento decise di lasciar perdere e, alzatosi, fece per allontanarsi seguito dai suoi già pronti, ad un eventuale suo cenno, a mettere a posto quell’insolente sconosciuto. Mamerco, vedendo sfuggirgli di mano l’occasione sperata, estrasse la spada che fino ad allora aveva tenuta celata sotto il tavolo e gli si parò dinanzi.

            – Se non vuoi che buchi quella tua pancia lardosa dì al tuo nubiano di mettere mano alla spada! Potrai godere di un bello spettacolo senza dover sborsare soldi.

            Pansa avrebbe lasciato perdere anche questo secondo affronto, e, infatti, aveva fatto cenno al nubiano di riporre la spada che già aveva impugnata ma fu la donna di colore che lo accompagnava ad intervenire.

            – Fammi divertire Pansa. Fa che mio fratello dia una bella lezione a questo sconsiderato ragazzo.

            Pansa sembrò valutare le parole della donna ed essendo di buon umore, anche per gli ottimi guadagni fatti nella giornata, decise di accontentarla in parte anche divertito dalla sfrontatezza di quel ragazzo che osava sfidare proprio lui un celebre lanista cui non mancavano certo le spade per vendicare le offese ricevute.

            – E sia, se sei tu a chiederlo. Nubio sistemami questo ragazzo!

            Gli avventori, che avevano seguito lo scambio di battute, stavano già facendosi da parte per creare spazio ai contendenti quando Nubio, il gigante nero, senza preavviso si lanciò, spada alla mano, contro Mamerco che, sia pur colto di sorpresa, schivò con facilità il colpo portando la punta della sua lama a sfregiare, visibilmente senza voler creare danni, la gota del rivale.

            L’esser stato ferito sembrò dare al nubiano un’ ulteriore determinazione e tutti si resero conto di essere spettatori di un duello all’ultimo sangue perché questo si leggeva negli occhi del mastodontico nubiano. Mamerco, imperturbabile, era in attesa che il suo avversario riprendesse l’iniziativa ostentando una calma che contribuiva a rendere il negro ancor più furioso.

            Ed il duello iniziò e fu subito chiaro agli astanti che i due contendenti erano delle ottime lame. Apparve pur tuttavia subito evidente la prevalenza di Mamerco che , a differenza dell’avversario, mirava soprattutto a pararne i colpi con grande tecnica limitandosi, solo di tanto in tanto, a portare dei colpi offensivi con l’evidente intenzione di non causargli ferite di rilievo. Dopo una nutrita serie di attacchi Nubio abbassò la spada rivolgendosi a Pansa.

            – Padrone il ragazzo sembra nato con una spada al posto della mano. Se è così pazzo da volersi unire a noi tu lo saresti non da meno di lui rifiutandolo. Farai un affare e cerca di decidere in fretta se non vuoi perdere anche me per lento dissanguamento.

            Pansa che fin dai primi colpi aveva ammirato l’abilità di Mamerco ed aveva deciso di prenderlo con sé, fece finta di dover meditare sulle parole del nubiano per poi rivolgersi, con aria di condiscendenza, a Mamerco.

            – Conosci il mestiere e se, come sembra, ci tieni ad unirti a noi ti accontento. Dimmi il tuo nome, o se vuoi, inventane uno. Domani ti batterai nell’arena e se al termine dei duelli sarai vivo ti darò monete sufficienti per pagarti da bere per molte serate ed in buona compagnia. Ma, in tutta franchezza, spero proprio che tu dopo esserti ben battuto, all’ultimo, ti faccia uccidere così che io possa risparmiare le monete che ti ho appena promesso.

            – Mi chiamo Sannio – improvvisò Mamerco.
Bene Sannio vai a dormire anche tu perché domani ti opporrò i miei migliori uomini. Goditi quest’ultima notte.

            Detto questo Pansa si allontanò con i suoi ma prima di uscire si rivolse a Mamerco.

            – Sei forse un sannita ragazzo?
           – Sono un sannita!- affermò con orgoglio Mamerco.
Ho avuto dei buoni combattenti sanniti con me. Non mi capacito ancora come mai dei pecorai, perché siete pecorai, sappiano usare così bene le armi.
           – Siamo soldati prima che pecorai. . . ciccione. Ricordalo!
Bene pecoraio, buon riposo e a ben ritrovarci domani nell’arena. E li troverai uomini e non pecore come sei abituato.

            Queste parole in un altro momento avrebbero offeso Mamerco che però intuì che le parole di Pansa erano amichevoli e cercavano di rendergli la pariglia per averlo chiamato ciccione. I due erano certi di essersi intesi.

            L’indomani Mamerco firmò il suo contratto di “auctoratio” che, vidimato da un magistrato locale, lo poneva in uno stato di temporanea proprietà del lanista divenendo a tutti gli effetti un gladiatore. Il contratto prevedeva che potesse essere utilizzato fino al compimento degli spettacoli che si sarebbero tenuti a Neapolis e questo era stato più che altro voluto da Mamerco deciso, se fosse stato ancora vivo, di strappare a Pansa un più remunerativo reingaggio.

            In forza del contratto appena stipulato e per prepararsi ai non lontani prossimi giochi gladiatori, Mamerco si trasferì nel “ludus” di Pansa per prepararsi allo scontro. Nei giorni seguenti vivendo a stretto contatto con i suoi nuovi compagni scoprì un mondo che, se conosceva per sentito dire, non conosceva nella sua realtà ben diversa da quanto aveva immaginato, dove si viveva in una maleodorante promiscuità.

        La giornata dei gladiatori era regolata da orari rigidi, iniziava per tutti indistintamente all’alba e dopo una sostanziosa colazione particolarmente studiata per essere corroborante e sana sotto la guida di istruttori di ginnastica e di maestri d’armi ci si dedicava ad una ginnastica di riscaldamento alla quale seguivano, a seconda dei casi in locali chiusi o nell’arena,  con spade di legno e scudi di cuoio, incontri particolarmente mirati ad apprendere tutte le tecniche per simulare, per coinvolgere i futuri spettatori, uno scontro molto più duro e cruento di quello che in realtà si combatteva Seguiva poi un pasto sano e leggero e si poteva bere solo acqua ed il pomeriggio ognuno, non uscendo dal “ludus” poteva utilizzarlo a proprio piacimento e, salvo il dovere di tenere in ordine le armature e le attrezzature, i più optavano per il riposo e per un bagno nelle terme . La sera si consumava il pasto principale studiato con cura per mantenere il vigore fisico e non si lesinava neanche di tanto in tanto, salvo che nelle quantità, il buon vino ritenuto come un necessario premio dopo un combattimento o come un mezzo per dimenticare le ferite eventualmente riportate. L’ora del pasto serale era l’unica occasione che vedeva riuniti tutti indistintamente i componenti del Ludus anche se si consumavano in una sfilza di sale comunicanti che in un certo senso tenevano conto delle gerarchie esistenti. Pansa sedeva con doctores, i medici ed i maestri d’armi, i gladiatori più rinomati si riunivano ad una stessa tavola che finiva per sottolineare il loro rango, ad una più numerosa tavola comune tutti gli altri gladiatori e fra essi anche Mamerco, un’ultima stanza e tavola era infine riservata alle concubine ed ai figli dei gladiatori ed a tutte le altre donne. La notte, mentre i comuni gladiatori venivano rinchiuse in celle sprangate ed isolate acusticamente, a gruppi , che però non erano mai gli stessi per composizione, Mamerco ed eventuali altri che combattevano a contratto aveva diritto ad una stanza da solo. E quando tutti erano chiusi, entravano, nella prevista loro rotazione, le donne e non era escluso che una stessa donna potesse soddisfare più di un gladiatore. Tutto però doveva aver termine al suono di una campana che segnava tanto per le donne che per i gladiatori la fine dell’incontro.

       Si dovette cimentare nelle varie “armature” che di solito si opponevano in combattimento, fu quindi alternativamente un “trace”, dotato quindi di un elmo, uno scudo tondo, due gambali, bracciale destro e spada corta , un “mirmillone” , tradizionale avversario del trace, dotato di uno scudo pesante, gambale sinistro, bracciale destro ed una pesante e micidiale spada. A torso e gambe nude con la sola protezione intorno al braccio sinistro di un’armatura articolata sormontato da uno spallaccio largo e debordante che in pratica sostituiva lo scudo armato di un tridente, di una rete salvo e di un coltello alla cintura che se vincitore gli avrebbe permesso di uccidere l’avversario fu provato e si esercitò come “reziario” ed infine come avversario dello stesso come “secutor”con casco ermetico con la sola feritoia per gli occhi , un’armatura flessibile al braccio destro, uno scudo rotondo che difendeva il fianco sinistro ed una corta spada munita di un uncino affilato e voltato all’insù che avrebbe permesso , se intrappolato nella rete del reziario di tagliare più facilmente le maglie della rete.

          Gli esercizi che gli vennero imposti e che dovette affrontare gli fecero capire che le tecniche di combattimento apprese da Didio Lupo erano tutt’altra cosa ma che le stesse erano comunque fondamentali per una preparazione alle diverse tecniche da usare nell’arena.

         Pansa, attento osservatore degli allenamenti e di quelli di Mamerco in particolare decise infine che sarebbe sceso nell’arena con l’armatura del trace, e quindi opposto ad un mirmillone che fu individuato in Balbus, un gallo di una quarantina di anni che contava al suo attivo ben trentatre vittorie e che già sciolto da un precedente contratto aveva deciso di essere reingaggiato.

         Una scelta quella di Pansa che in parte era dettata dal desiderio di umiliare il suo nuovo acquisto ma in parte anche di metterlo alla prova con il migliore dei suoi gladiatori. Nell’imminenza del giorno del combattimento nella città in vari punti e soprattutto nelle taverne si cominciarono ad affiggere i nomi e le coppie dei gladiatori che si sarebbero affrontati e sulla base della loro popolarità e dei combattimenti vinti si cominciarono a raccogliere quelle scommesse che erano una delle principali fonti di guadagno per il lanista e per gli organizzatori dello spettacolo ma influenzavano anche i premi che sarebbero stati elargiti ai diversi gladiatori costituendo per i più validi una fonte di introito ben superiore all’ingaggio pattuito.

         La sera che precedette il combattimento nell’arena, come era d’uso, il pubblico fu ammesso al pranzo dei gladiatori che si sarebbero battuti l’indomani. Un pranzo che i combattenti desiderosi di concentrazione, di un pasto leggero e tranquillo e per chi aveva famiglia per godere quella che poteva essere l’ultima occasione per godere dei propri familiari, mal sopportavano ma che il pubblico che l’indomani li avrebbe giudicati e su loro aveva od avrebbe scommesso pretendeva per poter meglio decidere sui rischi che avrebbe assunto. Mamerco che non conosceva questo uso non si lasciò coinvolgere e si sentì, più che un attore, uno spettatore anche perché essendo uno sconosciuto nessuno sembrò dedicargli la minima attenzione mentre al contrario molti si interessavano a Balbus

         Nell’imminenza del suo primo scontro nell’arena Nubio , assistendo Mamerco nella preparazione, lo avvisò che Balbus era uomo di grande sangue freddo ed abilità e che, quindi, forte della sua esperienza e resistenza, sapendo che il pubblico di solito strapazzava il “trace” , ritenuto il più cauto ed il meno combattivo, avrebbe fatto di tutto per innervosirlo e costringerlo a scoprirsi per poi colpirlo con un preciso colpo di punta.

            Mamerco viveva come inebriante la sensazione di essere parte di quello spettacolo che si teneva in un’arena gremita di folla rumorosa ed impaziente. Un’ovazione degli spettatori accolse la tradizionale “pompa”che apriva i giochi. In testa al corteo i littori, seguiva un’orchestra e poi ancora portatori di cartelloni pubblicitari e portatori di cartelli che indicavano con i loro nomi le diverse coppie di gladiatori che si sarebbero tra non molto misurati. Quando il pubblico lesse il nome di Balbus un’ovazione particolare venne rivolta al gallo e Mamerco dalla popolarità che lo stesso sembrava godere realizzò, ma senza timore particolare, che si sarebbe trovato di fronte un avversario temibile come del resto aveva intuito dall’espressione sorniona di Pansa al momento della formazione delle coppie e come poi gli aveva detto Nubio.

          Sfilarono poi i portatori delle palme destinate ai vincitori dei diversi scontri, un Pansa fiero e soddisfatto dell’affluenza del pubblico, i portatori dei caschi dei combattenti, gli scudieri con alla briglia le cavalcature dei cavalieri che avrebbero aperto lo spettacolo e che seguivano ognuno il proprio cavallo ed infine una trentina di coppie di gladiatori a piedi, con ami e scudi ma ancora senza elmo che avrebbero indossato ricevendolo dai portatori solo nell’imminenza dello scontro. I combattenti come tutta la “pompa” fecero il giro dell’arena, salutarono il pubblico e soprattutto le autorità presenti, e poi presero posto nella cavea loro riservata dove nel frattempo avevano preso posto gli inservienti, che avevano messo sul fuoco capaci bollitori la cui acqua avrebbe pulite le ferite o lavati i corpi insanguinati dei morti, ed i medici ed i loro assistenti che avevano allestiti, qualora si fosse reso necessario, i loro improvvisati tavoli operatori e predisposti i ferri del mestiere sicuramente necessari per amputare arti e suturare quale che ne fosse la gravità le numerose ferite che i combattenti avrebbero sicuramente riportate.

            Quando fu dato il segnale di inizio i primi ad affrontarsi furono i cavalieri e poi in un crescendo di entusiasmo e di partecipazione del pubblico “reziari” e “secutores” ed infine i più attesi “traci”e “mirmilloni”.

            Tutto questo venne vissuto ed osservato da Mamerco con spirito distaccato e quando iniziarono i combattimenti non dedicò agli stessi la minima attenzione neanche quando l’urlo della folla ne sottolineava i momenti più salienti.

            Fu poi la volta sua e di Balbus di scendere nell’arena ed ancora una volta Mamerco si accorse che il pubblico era tutto dalla parte di Balbus e che eccitato dai precedenti scontri chiedeva inesorabilmente la sua morte. Deciso a non lasciarsi influenzare, adottò una tattica prudente attirandosi la prevedibile ira del pubblico e costringendo Balbus a prendere l’iniziativa. La bravura di Balbus nel portare i suoi attacchi mise presto in luce le qualità di Mamerco che spesso con abilità sapeva passare all’offensiva mettendo in evidente difficoltà il suo avversario. Di solito il pubblico rendendosi conto che i due avversari, pur affrontandosi lealmente e senza risparmio, non riuscivano a prevaler l’uno sull’altro per onorare entrambi i combattenti reclamava la fine del combattimento ma evidentemente non era la giornata che ciò sarebbe successo. Mamerco e Balbus, ormai entrambi visibilmente stanchi e in più punti feriti, deponendo in assoluta sincronia le armi potevano sollecitare il pubblico a decretare la fine del combattimento ma capirono che il pubblico non avrebbe acconsentito e proseguirono lo scontro con le residue ultime forze. Fu infine Mamerco a prevalere disarmando Balbus e puntandogli la spada alla gola, ma fatto questo si rimise al giudizio del pubblico e con suo sollievo lo stesso, in virtù dei tanti successi del proprio beniamino, decretò che Balbus dovesse essere risparmiato.

            Il pubblico in piedi gli tributò una calorosa ovazione. La giornata si concluse trionfalmente per lui e per tutta la compagnia. La borsa che Mamerco ricevette era più pesante di quanto entrambi avrebbero immaginato.

            Quella sera la compagnia festeggiò nella taverna di Porzia e Camilla ed entrambe, a conclusione della serata, avrebbero voluto festeggiare a letto il loro eroe e perfino il loro avido padre volle festeggiarlo offrendo vino a tutta la compagnia ma fu Nubia che lo rivendicò con Pansa che finse di ignorare il fatto che quella notte la sua schiava nubiana disertasse il suo letto per quello di Mamerco.

            Il giorno successivo Mamerco provò la nuova sensazione di essere riconosciuto e salutato per strada da sconosciuti che l’avevano applaudito nell’arena.

            I giochi gladiatori durarono alcuni giorni e Mamerco sempre presente e vittorioso vide crescere oltre al numero delle vittorie al suo attivo anche la sua popolarità ricevendone conferma dal fatto che gli scommettitori progressivamente aggiornavano le sue quotazioni e che Pansa gli aveva destinato nel “ludus” una stanza individuale nella quale sempre più spesso si intratteneva con Nubia che aveva ormai apertamente abbandonato il letto del lanista.

            Il programma gladiatorio dell’ultimo giorno dei giochi prevedeva lo scontro tra i campioni dei due diversi lanisti impegnati nei festeggiamenti.

            Per quanto non detto, era implicito che nello scontro ognuno dei prescelti avrebbe combattuto mirando ad uccidere per dare gloria alla propria scuola. Pansa, dopo aver deciso che il suo campione sarebbe stato Mamerco, lo mise in guardia, preoccupato di perderlo, del rischio mortale che avrebbe dovuto affrontare.

            Lo scontro che seguì fu memorabile e Mamerco, seppur ferito, ne uscì, ma non senza fatica, vincitore. Pansa al termine era stremato per la tensione con la quale aveva seguito il combattimento ma anche sollevato di vedere integro il suo campione che sicuramente gli avrebbe, con la fama acquisita, garantiti altri contratti.

            Terminati i giochi e nell’attesa di ulteriori contratti non mancò ai gladiatori di Pansa l’occasione di battersi perché furono spesso ingaggiati da ricchi cittadini per dare lustro e spettacolo nelle loro feste private. Questi spettacoli molto meno impegnativi e pericolosi non mettevano a repentaglio la vita dei combattenti che dovevano solo esibire il loro repertorio e ferirsi quel tanto che sarebbe stato sufficiente ad offrire la vista del loro sangue. Questi incontri alle volte si svolgevano in piccole arene private ma il più delle volte, sia al chiuso che all’aperto, in un apposito spazio ricavato tra i triclini degli ospiti . Se, alle volte i convitati, si accontentavano di gettare di tanto in tanto uno sguardo ai combattenti altre volte si inserivano nei combattimenti che diventavano l’occasione per forti scommesse.

            Queste occasioni non piacevano a Mamerco, che dopo ogni combattimento si affrettava ad abbandonare la casa che li aveva ospitati, ma erano molto gradite ai suoi compagni ai quali fruttavano oltre alle annoiate regalie che venivano loro fatte dai convitati, un buon pasto e del buon vino e spesso la possibilità di un gratuito amplesso con una delle schiave o delle musiciste presenti se non un invito ad unirsi agli stessi convitati quando, e non era infrequente, il banchetto degenerava in una vera e propria orgia dove tutto sembrava a tutti consentito.

            Col crescere della notorietà di Sannio come gladiatore, Pansa vide aumentare i propri ingaggi, e Mamerco divenne oggetto delle attenzioni di molte matrone che facevano di tutto per portarlo nei loro letti.

            La stessa nubiana decise di dividere apertamente con lui il suo letto e Pansa ancora una volta, anche se a malincuore, dovette accettare la situazione. La bella schiava sembrava, infatti, invaghita di Mamerco e spesso aveva a lamentarsi con il suo nuovo amante per le donne che, dovunque fosse, si portava a letto.

            Mamerco ancora ferito nel proprio intimo dalla esperienza con Marzia vedeva nelle donne che lo cercavano un modo di vendicarsi e, proprio per questo, apertamente le usava, con visibile disprezzo. Ma questo atteggiamento sembrava più che mai spingere donne a lui sconosciute a cercarlo sottoponendosi anche di buon grado a situazioni per loro umilianti.

        Fu la nubiana che in una delle sue frequenti crisi di gelosia gli aprì gli occhi rivelandogli che il furbo Pansa dalle sue avventure traeva un profitto facendosi lautamente pagare dalle donne con le quali lui si incontrava.

            Disgustato e sentendosi a sua volta umiliato affrontò Pansa.

            – Avido ciccione, hai sotto contratto la mia spada e la mia vita ma non il mio corpo ed il mio membro.
Ma di cosa ti meravigli tu, pecoraio, credevi di essere veramente irresistibile? Tutte le donne, che hai avuto, ti cercano per il solo fatto che vedono in te un uomo di basso rango e di piacevole aspetto che può essere comprato per soddisfare un capriccio e dimenticare le loro frustrazioni. Ti sentivi un irresistibile seduttore? Mi spiace infrangere le tue giovanili illusioni ma credo che sia bene farti tornare con i piedi per terra. Ogni lanista fa questo con i propri uomini perché c’è una forte richiesta di stalloni ed un gladiatore gode fama di esserlo. Se non mi credi informati. Non sei il solo che mi viene richiesto anche se, devo ammetterlo, da un po’ di tempo in qua, quelle che prima erano generiche richieste di stalloni oggi sono richieste specifiche per lo stallone Sannio. Tu non saresti nessuno senza di me, ricordalo! E quindi è più che giusto che io mi prenda il prezzo della tua gloria mentre tu prendi il tuo divertimento. Perché tu ti diverti, è vero, con quelle baldracche che mi pagano?
          – Se e quanto io mi diverta sono affari che non ti riguardano– sbraitò Sannio.
Ma se. . . . se vuoi. . . io pensavo che tu non fossi tanto ingenuo da credere nel genere femminile. Comunque, perché sono onesto e ti sono amico, basta che tu lo dica e ti darò la tua parte dei profitti accumulati per i combattimenti diciamo. . . . fuori dall’arena. Che dovrei dire io che senza che nessuno mi richieda per il suo letto ora mi ritrovo anche senza la nubiana che mi hai presa e che ora si sottrae ad ogni mio approccio anche quando sa che ti stai vendendo a qualche baldracca?
           – Taci, non voglio sentirti parlare!
          – Povero ingenuo sei deluso? Eppure dovresti essermi grato perché essendoti amico ti ho sempre scelto le più nobili e belle anche se questo mi è costato un mucchio di soldi. Per gli altri non faccio il difficile perché più sono brutte e vecchie più è facile spuntare un buon prezzo. Ora che ci siamo chiariti prenditi la tua parte e continua a prendere il tuo piacere con le donne. Quell’ubriacone del proprietario della taverna dove ci siamo incontrati mi ha detto che ti eri rifiutato come stallone ed io ho creduto, per educazione, fosse meglio fartelo fare senza che tu lo sapessi. Tu continua a fare come hai sempre fatto, lascia fare a me il lavoro sporco. Sappi che spesso hai, in effetti, avute delle donne che non mi avevano pagato per averti. Continua ad ignorare quale siano le donne che pagano e vedrai che tutto andrà bene per entrambi. Credo di conoscere gli uomini e credo di aver capito che nelle braccia delle donne tu non cerchi solo il piacere ma anche una tua personale vendetta contro qualcuna che deve averti fatto soffrire. Non voglio sapere nulla e tu fai altrettanto. Se qualcuna delle matrone che ti chiederanno non ti piacerà puoi rifiutarla ma sono sicuro ormai di conoscere i tuoi gusti e vedrai che non avrai di che lamentarti.

            Mamerco, suo malgrado, dovette accettare la ragionevolezza delle parole di Pansa che sembrava di aver letto nel suo intimo. In effetti, anche realizzando di essere stato usato, doveva ammettere che alle donne che portava a letto faceva scontare quanto Marzia e Calidio avevano fatto a lui distruggendo le sue idealizzazioni femminili. Se tutto si riduceva al sesso che male c’era se ne ricavava un beneficio? Suo malgrado dovette ammettere che ancora una volta Pansa aveva avuto ragione e che si era dimostrato abile e discreto ed un buon conoscitore dei suoi gusti visto che nel suo letto si erano succedute solo donne piacenti.

            – D’accordo ciccione dammi la mia parte ma ricordati che il nostro contratto rimane anche in questo campo un accordo tra uomini liberi. Ora che so dei tuoi luridi maneggi mi riserbo di essere il solo a decidere se, quando, con chi e finché farlo. Hai ragione, quelle donne mi hanno dato il piacere che volevo e credo di poterne trarre ancora, anche sapendo delle tue doti di lenone. Quindi niente scherzi fra noi!


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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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