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Cap. 18 – I rivali di Roma – Tauro

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma.

Storia romanzata di Paride Bonavolta

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In questa Parte diciottesima della storia romanzata [1], siamo nel 343-341 a.C . I Sanniti, sconfitti dai romani nella prima guerra sannitica con la battaglia di Suessula (oggi conosciuta come Cancello in pr di CE), convengono sulla necessità di raggiungere un nuovo accordo con Roma. Tauro viene chiamato a contribuire alla riuscita della trattativa.

I rivali di Roma – Tauro – Parte diciottesima

Siamo nel 343-341 a.C.Tauro fu a lungo in bilico tra la vita e la morte e quando infine quando cominciò a riprendere coscienza si rese conto di essere a casa e di avere vicina Paculla.

            Prima di ricadere nel torpore notò che il viso di Paculla pur segnato da una profonda stanchezza si era illuminato non appena i suoi occhi si erano aperti e percepì quanto lei gli aveva mormorato.

            –Tauro. . . amore mio, tieni ancora aperti i tuoi occhi, fa che essi mi guardino così che io in loro possa rassicurarmi. Guardami soltanto. . . non parlare. Devi riposare ma ti prego fammi capire che sei cosciente.

            Avrebbe voluto risponderle ma si rese conto di non averne la forza . Riuscì tuttavia faticosamente a riaprire gli occhi e guardarla sperando che lei potesse leggere nei suoi occhi il rassicurante messaggio che gli era stato richiesto.

            Paculla comprese e con le lacrime che le rigavano il viso di gioia si chinò sul suo viso per baciarlo.

            –Ti ringrazio Tauro ed anche voi Dei onnipotenti che avete ascoltate le mie parole. Riposa amore.

Una schiava che Paculla aveva allontanata con un gesto quando le era sembrato che il marito avesse ripreso coscienza era nel frattempo rientrata con una fumante e profumata tazza di brodo che accostatagli alle labbra da Paculla gli permise di sorbire pochi ma ristoratori sorsi.

Nelle ore che seguirono ad ogni suo breve risveglio il brodo sempre pronto fu consumato a piccoli sorsi e ogni volta pose con fatica alla sua donna la stessa domanda.

            –Paculla. . . . i miei soldati. . .

           Finalmente uscito dal torpore poté constatare, liberandosi da un incubo che lo aveva assillato nei brevi momenti di coscienza, di avere una spalla strettamente fasciata e che pur avendo altre meno gravi ferite sul corpo non risultava apparentemente mutilato.

            –Potrò ancora combattere– fu il suo pensiero-e vivere da uomo la mia vita di sposo e di soldato.

            Poté infine parlare .

            –Paculla, amore mio, sono vivo! Raccontami cosa è successo, non ricordo nulla. Dimmi dei miei soldati ed amici, cosa è successo!

            –A Suessula (oggi conosciuta come Cancello in pr di CE) sei stato ferito gravemente e saresti sicuramente morto se i tuoi soldati, quando sei caduto, non si fossero serrati intorno al tuo corpo pur non sapendo se tu fossi ancora vivo. Mi hanno detto che con il tuo coraggio avevi attirata l’attenzione dei romani che ti volevano comunque vivo o morto che fossi. E’ stata una impresa riuscire a portarti fuori dalla mischia ma i tuoi erano determinati a riportarti a me vivo o morto. Sfuggiti ai romani hanno affrontato il lungo viaggio di ritorno ancora incerti se saresti sopravvissuto o meno. Ed eccoti qui e per mia buona sorte vivo.

            -I romani. . . dimmi cosa è successo?

            -Non mi sento la persona più adatta per darti le notizie che vuoi ma cercherò di farlo. Siamo stati vinti, Ponzio è caduto in battaglia, i romani si vantano di avere come prede quarantamila scudi sanniti e centosettanta insegne. Ostentano queste cifre, che mi si dice esagerate, per fare più grande il loro trionfo, i nostri pur non potendo negare la nostra sconfitta sostengono che il prezzo pagato dai romani è stato così alto che le perdite in pratica si sono equivalse.

            – E’ una ben magra soddisfazione.

            –La Campania è presidiata da truppe romane ed i nostri eserciti o quel che ne rimane sono tornati in patria. Si dice anche che i romani abbiano usato il pugno di ferro con i civili a torto o a ragione sospettati, in quelle terre, di aver mostrato simpatia per noi

            – Il nostro orgoglio è ferito, troppi errori sono stati compiuti, troppi morti. Occorrerà molto tempo per risollevarci ed il nostro ascendente nel Sud ha certo subito un duro colpo.

            –Non pensare a questo ora. Pensa a te stesso che hai pagato con il tuo sangue e stavi per pagare con la vita. Mi si dice che nel Sannio si parla di te come un eroe. Non agitarti, recupera le tue forze, per me, per la tua famiglia, per il tuo paese!

            -Non temere Papia ti obbedirò perché sembra che non abbia diversa scelta.

            -I medici dicono che sia da considerarsi un miracolo il fatto che tu sia vivo. Hai avuto una brutta ferita, hai perso molto sangue e la ferita si è infettata. Solo la tua tempra e la tua inconscia volontà ti hanno restituito a me ed ai tuoi figli.

            Amorevolmente curato da Paculla andò via via riprendendo le forze e presto fu in grado di alzarsi e di riprendere seppure a fatica la vita di un tempo. I suoi soldati, o meglio quelli che erano sopravvissuti, gli furono costantemente vicini così come tutto il villaggio.

            L’anno 342 trascorse senza che si registrassero atti di guerra quasi si fosse stabilita una tacita tregua ma l’anno successivo i romani ripresero le ostilità inviando il console L.Emilio Mamercino sui confini del Sannio e numerosi villaggi che non furono in grado di difendersi furono distrutti. Il Consiglio della Lega ritenendo violata una se pur tacita tregua inviò dei legati al console invasore per protestare ed intimargli di lasciare il paese. Ma la risposta del console fedelmente riportata al Consiglio suonò come un aperto atto di guerra.

            –Roma– aveva risposto il console- non governa secondo il ludibrio dei suoi consoli e dei suoi magistrati. Se avete richieste da fare è al Senato di Roma che queste vanno fatte. Il mandato che ho ricevuto dal Senato, è di portare nel vostro paese la punizione sdegnata di Roma per non aver voi a suo tempo ascoltato le sue parole ed offesi i suoi legati quando, in pace e da amici quali eravamo in virtù di un sacro trattato, rifiutaste di abbandonare la terra dei Campani che si erano posti sotto la protezione di Roma. Tornava quindi ad accreditarsi la falsa teoria della “deditio” campana come causa della guerra e tutto sembrava dimostrare che in nome di quella falsa verità la guerra dovesse riprendere ed anche nel Sannio non pochi erano coloro che erano impazienti di riprendere le armi per vendicare le asserite vittorie romane. Fra questi non era certo Tauro, che con ancora negli occhi l’orrore delle battaglie cui aveva preso parte, sosteneva doversi cercare una soluzione pacifica al conflitto. Dello stesso parere alla fine, e dopo un lungo dibattito, finì per dichiararsi anche il Consiglio della Lega anche perché la presenza del re spartano Archidamo impegnato al fianco dei tarantini nella guerra contro i Messapi e Bruzi faceva temere che quella guerra che si combatteva sui confini meridionali del Sannio potesse finire per coinvolgere lo stesso Sannio che poteva correre quindi il rischio di trovarsi impegnato su due fronti. Nel Sannio infatti si sentiva vivo il legame con quei popoli della stessa origine e della stessa lingua ma al di là di questo quegli stessi popoli rappresentavano un mercato ed un importante cuscinetto contro l’espansionismo delle città greco –italiote. Del resto si sapeva pure che anche Roma aveva i suoi problemi perché tra i volsci Privernati e gli Anziati erano in aperta rivolta fin dall’anno precedente. Tauro fu prescelto per far parte della delegazione sannita considerando che Roma sapeva rendere onore ai soldati che con coraggio l’avevano affrontata sul campo di battaglia e che anche se giovanissimo aveva fatto parte della precedente delegazione . Si confidava inoltre che la sua presenza ed il suo nome avrebbe ricordato ai senatori romani, che si sapevano aver buona memoria, Papio Pentro che era stato l’anima e l’autore del primo accordo con Roma. Si ritrovò quindi a Roma dopo tredici anni dalla precedente ambasceria e questa volta non nel semplice ruolo di accompagnatore della stessa.

            La città si era sicuramente estesa e sembrava aver assunto un aspetto molto più cosmopolita di quanto ricordasse e diversi per quanto impalpabili segni denotavano una accresciuta prosperità e davano la sensazione che le guerre combattute e l’allargamento della sua sfera di influenza socio politica ne avessero cancellate preesistenti tracce di provincialismo. I nuovi monumenti, l’ampiezza degli spazi e degli edifici pubblici davano ai membri della delegazione sannita, poco abituati a vivere in grandi città, la sensazione di una realtà urbana e politica conscia, ma non ancora paga, di un ruolo crescente.

            La delegazione prese alloggio in una di quelle imponenti e ricche ville che i notabili romani avevano fuori delle mura e che ben volentieri, ed a caro prezzo, concedevano per il tempo che occorreva a facoltosi questuanti o delegazioni di altri paesi. Era infatti buona norma ogni delegazione giunta a Roma, seppure attesa, prima di poter essere ricevuta dal Senato dovesse sottostare ad una puntigliosa procedura che richiedeva tempi lunghi di attesa. Tempi ritenuti necessari per sottolineare l’importanza del Senato, per valutare chi desiderava essere ricevuto o il più delle volte, ma non era questo il caso, semplicemente per tessere una serie di corruttele che avrebbero indotto taluni influenti membri del Senato a favorire chi avesse saputo ingraziarseli con ricchi ed opportuni doni o con cospicue somme denaro.

            La precedente esperienza di Tauro si dimostrò preziosa e per la sua ottima conoscenza della lingua e per gli insegnamenti paterni. Fu quindi ufficializzato che quando il Senato avesse ricevuta la delegazione ne sarebbe stato il portavoce .                       .

            Ed il giorno dell’udienza fu lui che prese la parola.

            – Onore e gloria al popolo di Roma ed al suo Senato. Padri Coscritti il popolo del Sannio per mia voce, come ritengo il console Emilio Mamercino vi abbia informato, ci ha dato incarico di ripristinare, al di la dei malintesi intercorsi, e che hanno comportato uno spargimento doloroso del sangue di molti nostri giovani, i rapporti di amicizia tra i nostri popoli. Possiamo ritenere di esservi stati coinvolti per uno sleale comportamento dei capuani che si sono intromessi in affari che non li riguardavano direttamente, e questo ha finito per comportare, per ragioni che ignoro e che non sta a noi giudicare, un vostro intervento che ha fatto venir meno un solenne impegno di amicizia che da parte nostra fu ratificato proprio mio padre Papio Pentro .

Seguì una breve pausa per valutare la reazione dei senatori presenti. .

L’accenno al fatto che fosse il figlio di Papio aveva infatti attirato su di lui l’attenzione di molti anziani senatori che forse lo ricordavano.

            –Il popolo sannita ha orgoglio pari a quello di Roma e non può tollerare che i campani si siano lasciati coinvolgere in una disputa che non ledeva i loro diritti ed abbiano poi prese le armi contro di noi. La gente di quelle terre per quanto sembri o voglia dimenticarlo ha le nostre stesse origini ma la storia li ha portati a risentire della dominazione etrusca e dell’influenza greca creando un insieme di popoli e città che solo ora cominciano dopo il nostro intervento di non molti anni fa ad acquisire quella che potremo definire un’identità comune che supera i pregressi particolarismi. Ci andiamo trovando di fronte ad un nuovo soggetto politico che si va costituendo e che potrebbe risultare pericoloso tanto per voi quanto per noi visto anche un diffuso legame con le città greche della penisola che potrebbe con il tempo suscitare un interesse di Taranto o delle maggiori città italiote . Si pone quindi per entrambi quello che potrei definire un “problema campano” che va affrontato non nascondendoci che la ricchezza di quei territori li rende appetibili ad entrambi. Il nostro precedente trattato a suo tempo prese in esame la determinazione delle nostre zone di influenza in quella parte della penisola che allora ci interessava e dobbiamo ritenerlo equo visto che ci ha consentito senza contrasti di proseguire senza attriti nel consolidamento dei nostri interessi. Riprendiamo da li il nostro cammino mettendo mano se del caso, e visti gli anni trascorsi, ad un ampliamento di quell’accordo in modo che lo stesso tenga conto dell’innegabile interesse, ora emergente, che entrambi i nostri popoli, ed è inutile nasconderlo, mostrano per nuovi territori della penisola che con la loro politica e le loro ondivaghe aspirazioni sicuramente costituiscono motivi di instabilità e possono essere nuovamente causa di nostre future divergenze che entrambi abbiamo interesse a scongiurare. Questo è l’incarico che abbiamo ricevuto e sullo stesso siamo se del caso disponibili a trattare evitando che situazioni impreviste od imprevedibili possano nuovamente coinvolgerci in future dispute che non gioverebbero a nessuno e che potrebbero essere occasione di intervento tanto dei vostri che dei nostri tradizionali rivali od occasione di rivolte che come l’esperienza ci dimostra si traducono in perdite tanto umane che materiali. Il nostro ruolo di indiscusse maggiori potenze di questa nostra penisola ci impongono delle decisioni che, se anche potranno apparire impopolari a chi si vedrà costretto a sottostare alle nostre decisioni, sicuramente consentiranno una maggiore stabilità politica nella penisola .

Siamo ancora in tempo per ristabilire la reciproca armonia e questa nostra richiesta, tengo a precisarlo, non è da intendersi come quella di un popolo che per avverse circostanze ha subita la vostra innegabile, seppur pagata a caro prezzo, prevalenza sul campo di battaglia. Quanto è successo se non preoccupa il mio popolo non deve inorgoglire voi oltre misura convincendovi che il Sannio non sia in grado di prendere, cosa che non vorremmo, una rivincita che per entrambi finirebbe per comportare comunque un alto costo. Dal canto nostro intendiamo concludere senza intromissioni la campagna inizialmente mossa ai Sidicini perché è nel nostro diritto tanto più che sono stati più volte dei vicini ostili e non intendiamo ripetere le prede di guerra prese ai nostri eserciti, né la restituzione del frutto delle razzie nelle nostre terre, chiediamo solo una revisione degli impegni reciproci e la ripresa dei nostri paralleli cammini. Attenderemo in Roma tre giorni da oggi. Allo scadere di detto termine se non avremo avute le assicurazioni richieste dovremmo ritenere decaduto ogni precedente accordo e ci affideremo alle armi.

            Ma non ci fu bisogno di attendere una risposta perché si provvide subito ad intavolare trattative e, sicuramente con reciproco interesse, si addivenne al rinnovo della precedente alleanza ma questa volta a differenza del primo trattato che aveva preso in considerazione solo le rispettive sfere di influenza nella valle del Liri, che non vennero poste in discussione, si affrontò il solo problema di stabilire le rispettive sfere di influenza con riferimento ai territori del sud che erano stati causa ed oggetto dello scontro ed i sanniti ottenendo la mano libera contro i Sidicini, la parte ad oriente del fiume Liri del territorio dei Volsci, comprendente Arpinum, Fregelle e Casinum, ed il territori degli Alfaterni con Pompei ed i territori limitrofi, riconobbero un’influenza romana sulla restante parte del territorio dei Volsci, su alcuni territori latini,   sugli Aurunci e sul territorio capuano. L’accordo raggiunto non fu generalmente accolto con favore dai maggiorenti sanniti che vedevano maggiormente favorita Roma che avrebbe ora avuto sotto il proprio controllo una popolazione ed un territorio forse superiore ma più sicuramente equivalente a quello del Sannio ma altro non si poté comunque ottenere.

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

About Paride Bonavolta

Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio. Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.  e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

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