Cap. 17 – I rivali di Roma – Tauro – (Prima Guerra sannitica)

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma 

 Storia romanzata di Paride Bonavolta

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In questa Parte diciassettesima della storia romanzata [1], i Sanniti avviano una campagna militare contro i sidicini (vicini dei Sanniti e dei Campani, che avevano per capitale Teanum Sidicinum, l’odierna Teano) visto che la loro debolezza poteva invogliare i romani, anche se contro gli accordi raggiunti, ad una non dissimile iniziativa. Ma i romani, chiamati in aiuto da Capua, sconfiggono l’esercito sannita a Suessula (oggi conosciuta come Cancello in pr di CE) e Tauro rischia di morire.

Parco Archeologico Di Suessula e Casina Spinelli

I rivali di Roma – Tauro – Parte diciassettesima

            Siamo negli anni 348 – 344 a.C.. Con il controllo di Fregelle si poté contare su quattro anni di relativa tranquillità salvo quegli sporadici scontri che erano nella normalità per una nazione dagli estesi confini come era il Sannio.

            Il sud della penisola non sembrava per il momento costituire oggetto di particolari opposti interessi e quindi di preoccupazioni. La Campania grazie alla fertilità delle sue terre consentiva buoni raccolti, in specie di grano e, come l’Apulia, era percorsa dalle grandi transumanze del bestiame traducendosi in un ampio mercato di interscambio che per molti costituiva l’unica fonte di contatto fra popoli ed economie diversi. Le manifatture e le manovalanze campane ovunque apprezzate fornivano richiestissimi manufatti e prodotti di qualità e sembrava essere interesse generale non turbare questo equilibrio. Nella regione grazie all’impresa a suo tempo condotta da Capi, i sanniti potevano contare buone relazioni che avevano consentita una pacifica e strisciante penetrazione. Restava esclusa solo Neapolis che però poteva considerarsi un avamposto sannita visto che si poteva fare affidamento su una sempre più incisiva presenza sannita nelle locali magistrature . Più a sud Taranto mirava a consolidare la sua supremazia sulle città greco- italiote e non sembrava interessata a riprendere guerre con i suoi vicini di lingua osca. Ma era pure evidente che cresceva l’interesse dei romani per il centro ed il sud della penisola . Al centro mentre i sanniti avevano conquistata Arpinum; i romani si erano impadroniti di Sora ponendo un pericoloso avamposto sulle rive del Liri e aprendo una possibile via di espansione dal basso Lazio verso le terre dei Marsi e dei Peligni quasi a voler ipotecare una stretta intorno al territorio caraceno e quindi al Sannio mentre al sud cresceva l’interesse per le terre dei Sidicini.

            La tranquillità dei tempi consentì a Tauro, pur non trascurando la quotidianità delle sue pratiche di soldato, di dedicarsi alle sue attività ed alla famiglia. Dopo la nascita di Mamerco ne seguirono altre due, quella di Ursidio e di Murcus. La casa venne ampliata ulteriormente ed arricchita di affreschi e pavimenti a mosaico e l’azienda agricola familiare si arricchì di progrediti mezzi per la produzione del vino e dell’olio e di una serie di attività artigianali complementari dirette con mano abile e ferrea dal vecchio maniscalco sempre più a suo agio nel ruolo di abile amministratore e di solerte sovrintendente.

            Furono anche anni di buoni raccolti che permisero scambi con merci voluttuarie e una discreta crescita del generale tenore di vita di tutto il villaggio.

            Tauro dedicò più che mai tempo allo allevamento dei cavalli e la sua fama di buon allevatore ben presto superò i confini del Sannio così che mercanti di altri paesi cominciarono a rivolgersi a lui per i loro acquisti .

            Dall’Irpinia, dove si era recato per controllare le sue proprietà, chiese di essere aggregato ad una spedizione contro i Messapi (popolazione illirica stanziatasi nella Messapia, in un territorio corrispondente alla Murgia meridionale e al Salento (province di Lecce, di Brindisi e parte della provincia di Tarantoe questo fu l’unica vera azione di guerra cui prese parte e che servì a mitigare la sua insofferenza per una vita sicuramente felice ma anche monotona per lui che si considerava prevalentemente un soldato.

            Ormai prossimo ai trent’anni, memore delle parole di Sesto Ursidio, cercò di godere appieno le gioie della famiglia. Paculla, che aveva da poco superata la ventina, era sempre una sposa bella, desiderabile e disponibile e la passione era ora resa più intensa dall’approfondita conoscenza reciproca e dalla crescente intimità. Mamerco ed i più piccoli godevano della presenza paterna e lo stesso Tauro si dedicava loro con gioia ben sapendo che tanta tranquillità poteva essere repentinamente interrotta.

            Dopo un paio d’anni dal suo rientro, quasi senza volerlo, si ritrovò ad essere il meddix del suo villaggio con sicure prospettive che la sua carica gli sarebbe stata confermata anche negli anni successivi. In prospettiva erano quindi anche ipotizzabili a breve periodo incarichi nel governo della Pentria che in lui riponeva grandi aspettative.

            Fu in occasione di un consiglio federale che comprese che quel lungo periodo di tranquillità volgeva ormai al termine. Si parlò ed infine si deliberò, in quanto gli accordi con Roma non avevano in alcun modo riguardato il territorio dei sidicini, una campagna militare contro gli stessi sidicini (vicini dei Sanniti e dei Campani, che avevano per capitale Teanum Sidicinum, l’odierna Teano) visto che la loro debolezza poteva invogliare i romani, anche se contro gli accordi raggiunti, ad una non dissimile iniziativa .

            Mentre il versante Adriatico poteva considerarsi sotto l’ influenza sannita in quanto i Frentani, a tutti gli effetti sanniti per lingua e tradizioni, anche se non facevano parte della Lega sannita ed i sanniti in pratica potevano asserire di poter veleggiare per trentasei ore in un mare amico altrettanto non poteva dirsi per il versante tirrenico. Si voleva quindi ottenere il controllo di Teanum Sidicinum, che inserita tra il territorio del sannio caudino ed il mare Tirreno, avrebbe ostacolata una espansione romana verso la Campania e costituita un’ ipoteca sul territorio degli Aurunci (Il territorio che si estendeva a sud di quello del Volsci, nella zona del vulcano Roccamonfina, tra il fiume Liri e il Volturno), sul territorio degli affini Ausoni e sulla loro principale città, Cales, posta in situazione strategica per il futuro controllo delle vie di comunicazione verso il meridione. [(Cales era la più importante città dell’antico popolo italico degli Ausoni. Si trovava sulla via Latina (l’attuale via Casilina), vicino alle montagne sannitiche, pochi chilometri a nord di Casilinum (l’attuale Capua) e poco a sud di Teanum Sidicinum (l’odierna Teano)]

            La decisione di iniziare la campagna militare contro i sidicini fu presa nella consapevolezza che, prima o poi, se non si fosse agito subito, una similare iniziativa poteva essere presa dai romani. Se al tempo del precedente trattato oltre ad un contingente minore interesse i popoli e le città del sud non erano stati visti come in decadenza ora per la difficoltà ad aggregarsi dovuta alla presenza di etnie che avevano variamente subiti gli influssi etruschi e greci, la loro ricchezza e debolezza militare e le esigenze espansionistiche tanto romane che sannite ne facevano degli importanti obiettivi. Si sapeva inoltre che a Roma era in crescita il partito aristocratico, ancora minoritario, che sosteneva essere necessaria una espansione verso il sud della penisola.

            Adottata la decisione, si procedette ad affidare i comandi delle varie unità militari che avrebbero preso parte alla campagna e Tauro, con sua grande gioia, si sentì affidare il comando della cavalleria.

           Prima Guerra Sannitica

Siamo nel 343 a.C. – La notizia della imminente campagna elettrizzò i sanniti abili alle armi e inquadrati in unità combattenti mentre meno entusiasta fu l’accoglienza da parte delle donne molte delle quali, e fra loro Paculla, si videro costrette a fare buon viso alla notizia ben conoscendo i propri uomini e ben sapendo come gli stessi soffrissero della forzata inattività.

            I diversi reparti si riorganizzarono ed una volta pronti seguirono le consuete cerimonie quali offerte sacrificali, auspici e festeggiamenti ai partenti.

            Nel chiuso delle case spose, madri, genitori si profusero in raccomandazioni ai partenti, in auguri per un felice rientro e per una campagna ricca di gloria e le donne dei soldati, da sempre preparate in assenza dei mariti a prendere in mano la conduzione delle attività virili del tempo di pace, si prepararono ad assumere i nuovi compiti che sarebbero stati loro affidati. Del resto non scarseggiava la manovalanza degli schiavi così come in ogni casa scarseggiavano le braccia di figli che per età o per esubero delle forze combattenti richieste sarebbero stati, contro il loro volere, esclusi dalla spedizione. Dal canto loro soldati pronti per la partenza tranquillizzavano chi restava e promettevano bottino e gloria ed assicuravano che la campagna cui si dava avvio non era tale da destare motivi di particolare apprensione visto che i sidicini non solo non potevano contrapporre un forte esercito ma lo stesso comunque non sarebbe comunque stato in grado di impensierire le armi sannite.

            Disceso il corso del Volturno Tauro ed i suoi si riunirono agli altri reparti sul confine esterno del territorio caudino ed una volta varcato il confine la cavalleria di Tauro fu impegnata in compiti di avanscoperta in rapide incursioni contro le posizioni nemiche per valutarne la capacità difensiva. Come previsto ovunque si incontrò una scarsa resistenza e con dispiacere dei più si cominciò a pensare che la campagna si sarebbe effettivamente conclusa rapidamente.

            L’obiettivo sannita era Teanum Sidicinum e con rapide azioni a tenaglia della cavalleria e di piccoli reparti di fanteria leggera si contava di chiudere le truppe nemiche in una serie di sacche che impedissero un ricongiungimento delle truppe avverse in modo di evitare il maggiore spargimento di sangue che uno scontro campale. I sidicini infatti, così accerchiati, preferivano cedere le armi e fare atto di sottomissione e questo avrebbe anche risparmiato il paese permettendo di non distruggere una ricchezza che presto, pur se in mano sidicina, avrebbe preso, in un certo senso, la via del Sannio.

            Fu quindi con un certo stupore che i comandanti delle varie unità sannite si videro convocare da Ponzio Caudino che comandava il contingente sannita mentre alle loro truppe veniva impartito l’ordine di ricongiungimento generale a poche miglia di distanza da Teanum.

            Ponzio Caudino rese loro noto il motivo del cambiamento delle precedenti direttive.

            – I sidicini certi di non poter resistere alla nostra avanzata hanno richiesto un aiuto a Capua dove ha prevalso la fazione a noi ostile che preoccupata dello stretto vincolo esistente con il Sannio rivendica l’antica autonomia. Truppe capuane sono già scese in campo entrando in territorio sidicino. Questo muta i vostri obiettivi. Nostro compito diventa ora quello di affrontare le truppe capuane e costringerle a riprendere la via del ritorno. Conto su di voi per sbrigare questa faccenda rapidamente insegnando ai capuani che sarebbe stato per loro preferibile non immischiarsi in faccende che non li riguardano. Queste truppe non distano molto da Teanum e da quanto ho appreso sono di gran lunga superiori numericamente alle nostre ma non credo che questo possa per costituire motivo di preoccupazione ma solo di prudenza. Tornate ai vostri reparti e prepariamoci allo scontro in campo aperto.

            Il ricongiungimento delle truppe sannite grazie alla disciplina ed all’organizzazione dei vari reparti fu realizzato in tempi brevissimi e le avanscoperte non tardarono ad avvistare le truppe nemiche che procedevano verso Teanum ancora convinte che quelle sannite fossero sparpagliate sul territorio sidicino così come sembrava avessero impostata la loro campagna. Quando la cavalleria sannita si lanciò su di loro, presto seguita dallo avanzare della fanteria, i campani furono colti di sorpresa e stentarono a disporsi in ordine di battaglia. Nugoli di giavellotti scompaginarono le loro file e molti dei comandanti campani, particolarmente presi di mira dagli abili lanciatori sanniti, caddero fra i primi contribuendo a disorientare le truppe già colte alla sprovvista.

            Ponzio Caudino impegnato fianco a fianco dei propri soldati in prima linea oltre a spronare i suoi lanciava alto il suo ordine.

            – Niente prigionieri! Niente prigionieri!

            Non ci volle molto, nonostante che i capuani riuscissero ad opporre una discreta resistenza, per porre termine allo scontro. Molti dei nemici ad un certo punto terrorizzati dalle urla di Ponzio Caudino, riprese a gran voce dai capomanipolo e dai fanti sanniti, preferirono lasciare cadere al suolo gli scudi e le armi e tentare una improbabile fuga bloccata dalla cavalleria sannita.

            Sul campo restarono migliaia di nemici che i sanniti procedettero a finire se feriti e spogliare degli oggetti di valore se ne possedevano. Ponzio Caudino impartì severi ordini di porre termine a queste iniziative ordinando ai suoi ufficiali di ricostituire in fretta i reparti e di rinviare in patria i feriti più gravi e prede ed insegne catturate.

            – Non fermatevi soldati! Pronti a mettervi in marcia! Lasciamo per il momento Teanum Sidicinum e puntiamo su Capua e puniamola per aver infranti i pregressi accordi e dimenticato come un tempo ci comportammo da conquistatori magnanimi.

La notizia fu accolta da un grido di gioia delle truppe sannite che vedevano ora a portata di mano una delle più ricche città che certamente li avrebbe ricompensati con un ricco bottino.

            Capua fu quindi raggiunta a marce forzate e fu posto l’accampamento sul monte Tifata che dominava la città.

            Al campo, presso i fuochi, Tauro pensò che a distanza di anni si ritrovava pronto a combattere nello stesso luogo che tanti, tanti anni prima aveva visto suo padre impegnato come soldato e si chiese se le sensazioni che ora lui provava alla vigilia di questo combattimento fossero le stesse che anche lui aveva a suo tempo provato . Erano già passati molti anni da che i suoi genitori erano morti e l’occasione glieli fece ricordare con grande tenerezza e nostalgia.

            Uscito dal campo e superati gli avamposti sanniti diresse verso la parte più estrema della collina dalla quale si scorgevano i fuochi del campo nemico.

            All’ultimo degli avamposti notò con piacere che le sentinelle sannite lo riconoscevano e lo salutavano per nome. Salutò a sua volta come se anch’egli riconoscesse i suoi interlocutori ben sapendo come facesse piacere ai subalterni vedersi presi in considerazione dai propri comandanti.

            –Scusa Tauro –lo apostrofò una delle sentinelle-quel Papio Pentro che combatté qui a Capua con Capi era tuo nonno?

            –Era mio padre -rispose Tauro – Stavo proprio pensando ai casi della vita che mi portano a combattere lui dove lui stesso ha combattuto.

            –Avrebbero fatto bene a non lasciare vivo nessuno allora– interloquì un’altra voce-Oggi non saremmo qui a rischiare la pelle.

            –Di che ti lamenti soldato– replicò Tauro- domani potrai godere del miglior vino delle cantine di Capua e forse potrai anche goderti una donna.

            –A lui non piacciono le donne– interloquì una terza voce canzonatoria- preferisce le sue pecore ed è triste per averle dovute lasciare a casa.

            Tauro, anche se controvoglia replicò alla battuta .

            –Se preferisci le tue pecore allora sei un pentro od un caraceno.

            Pentri e caraceni venivano infatti spesso fatti oggetto presso i bivacchi di tali ironie che tendevano a mettere in burla la loro vita di pastori spesso solitari. Non che irpini o caudini fossero a loro volta immuni da scontati luoghi comuni relativi alle diverse regole di vita e tradizioni. Questi scherzi in certo senso cementavano, al di là delle differenze di stirpe, i legami comuni: dei caudini si motteggiava il fatto che il loro sangue fosse contaminato dalle scorrerie dei pirati che talvolta dopo le razzie sulla costa facevano puntate all’interno, mentre degli irpini si metteva in berlina il fatto che il vento che spazzava la loro terra avesse tolto dalla loro testa ogni idea chiara accumulandola nelle ricche saline dell’Apulia.

            Pentri e Caraceni particolarmente fieri che le loro fossero le più antiche stirpi del ver sacrum erano di carattere più chiuso perché il loro isolamento consentiva minori contatti con il mondo circostante, i caudini erano invece ritenuti più furbi ed un pò imbroglioni per i contatti frequenti con le vicine popolazioni campane, mentre gli irpini erano considerati buoni agricoltori e ottimi lavoratori che però spesso finivano a differenza degli altri a lavorare alle dipendenze di un padrone essendo la proprietà individuale meno diffusa rispetto a quanto lo fosse fra le altri stirpi sannite.

            Dopo questo scambio scherzoso di battute, Tauro proseguì il cammino ed i suoi pensieri tornarono al padre ed ai discorsi che questi gli aveva spesso tenuti circa il diverso atteggiamento dei romani rispetto ai sanniti nei confronti dei popoli circostanti.

            Certo, nonostante la forte penetrazione sannita oltre i propri confini oggi toccava nuovamente piegare con le armi gli intraprendenti capuani che un tempo avevano accolto i sanniti come dei liberatori. Roma forse non si sarebbe trovata nella stessa situazione perché a suo tempo non avrebbe compiuto l’errore di lasciare per lo più integro il potenziale dei capuani per cui una eventuale sollevazione avrebbe potuto contare su di una limitata partecipazione, avrebbe sicuramente annientata fisicamente o sotto un profilo di mero potere socio-economico la classe politica dominante, avrebbe inglobate le loro proprietà terriere nell’ager pubblico o avrebbe ridistribuite le terre a propri veterani e creato colonie dalle quali grazie all’elemento romano o romanizzato governare il territorio circostante. Già da tempo Roma avrebbe infine sradicate cultura e tradizioni locali sovrapponendo ad esse l’elemento romano.

            Pur meditando su questo Tauro, cresciuto nella cultura sannita, non riteneva che l’atteggiamento di Roma, nonostante le endemiche sollevazioni di popoli e città a lei soggette, fosse più idoneo di quello sannita per controllare i popoli sottomessi ma sarebbe stato anche un gran peccato se il mondo orbitante intorno al Sannio avesse perduto la propria identità e questo tanto più gli apparve evidente ricordando lo scherzoso scambio di battute poco prima intercorso fra i soldati.

            Alle prime luci dell’alba i sanniti mossero verso Capua.

Le truppe capuane avevano deciso di cercare di fermare l’attacco all’esterno della città ed avevano quindi presa posizione su due colline che dominavano la piana tra la città ed il Tifata intercludendo l’accesso alla città.

Si dovette quindi muovere un attacco simultaneo contro le due colline e Tauro e Ponzio assunsero ciascuno il comando di uno dei due tronconi nel quale l’esercito sannita si era diviso.

            Tauro guidò i suoi uomini con impeto tale che impegnò il nemico in un corpo a corpo prima ancora che le schiere di Ponzio si trovassero a metà strada tra la base e la vetta della collina loro destinata.

            Il combattimento fu cruento specie nella fase conclusiva quando si trasformò in un generale scontro individuale. Tauro, senza quasi rendersene conto, si trovò sempre nei punti più critici ed il suo esempio costituì uno dei principali fattori della rapida affermazione sannita. L’urlo di vittoria lanciato dai suoi soldati, che a gran voce cominciarono a scandire il suo nome, spinse i capuani che tenevano l’altra collina ad abbandonare le loro posizioni e precipitarsi incontro agli uomini di Ponzio che ebbero più facile gioco per sbaragliarli. Presidiate le due colline appena conquistate la via verso Capua era ormai aperta ed i difensori avrebbero con determinazione giocata la loro ultima carta. Questa convinzione indusse Ponzio ad optare per un rinvio dell’attacco al giorno successivo.

            Al rapporto generale dei suoi comandanti Ponzio li informò di un successivo evolversi della situazione.

            –Vengo informato che già prima che muovessimo su Capua il Senato romano aveva inviato ambasciatori alla nostra Lega intimando di non intraprendere ulteriori iniziative contro Capua . Una richiesta che di per sé costituisce una indebita ingerenza soprattutto considerando che proprio i capuani hanno preso un’iniziativa ostile che ci autorizza alla difesa ed alla ritorsione. Ovviamente la richiesta è stata respinta e quindi Roma ci ha dichiarata guerra. Mi viene riferito che a Roma come giustificazione della rottura dell’esistente alleanza si sia accreditata la versione che ambasciatori campani chiesta ed ottenuta udienza dal Senato di Roma avrebbero prima sollecitato un intervento romano in loro favore e poi viste le molte titubanze dello stesso di rompere il trattato in essere con il nostro popolo   avrebbero fatto formale atto di “deditio” ponendosi così nella situazione che un attacco contro il loro territorio equivalga ad un attacco a Roma. Una frottola, questa, fin troppo palese per giustificare un atto ostile perché l’unica verità possibile è che Roma, oltre a volersi a sua volta espandere verso il sud, si sente minacciata perché ci porteremo a ridosso del corso meridionale del Liri e quindi potremmo potenzialmente renderci per lei più minacciosi in un modo peraltro non molto dissimile da quanto loro stessi stanno cercando di fare lungo l’ato corso dello stesso fiume. .

            Un diffuso mormorio accolse queste parole mentre tutti aspettavano che Ponzio come in effetti fece proseguisse nel discorso.

            – Ma se anche vi ho riferito questo non è cosa che in quanto soldati ci deve interessare perché per noi conta solo il fatto che ora ci troviamo in guerra con i romani. Due eserciti consolari romani hanno preso posizione l’uno nei pressi del Monte Gauro, e quindi di Pozzuoli, e l’altro, entrato nel nostro territorio presso Saticula, in territorio caudino, mira a bloccare i rinforzi che ci verranno inviati e che già si stanno apprestando a fronte di questo imprevisto mutamento della situazione e delle forze in campo. Gli ordini per il momento sono di cessare le ostilità in attesa di nuovi ordini che dovrebbero pervenirci a breve. Aspettare non significa abbandonare il campo. Acquartierate le truppe ma tenetevi pronti ad attaccare la città. Non abbassate la guardia anzi rinforzate la vigilanza perché da questo popolo infido tutto ci si può aspettare visto che Roma facendosi scudo di una poco credibile favola antepone la sottomissione dei capuani un popolo peraltro già da noi punito e sconfitto per la intromissione nella nostra diatriba con i sidicini, al mantenimento di accordi di amicizia ormai ventennali con il nostro popolo.

Gli ordini che non tardarono ad arrivare furono di non togliere l’assedio a Capua ma dirigere con il grosso delle forze verso il Monte Gauro per far fronte alle truppe romane.

            Quando i due eserciti si fronteggiarono apparve chiaro che i romani non intendevano affrontare lo scontro perché invece di porre, come era loro consuetudine, uno stabile campo base fortificato preferirono, affrontando le non poche difficoltà che comportava manovrare con un numeroso esercito, spostarsi continuamente per evitare un contatto con il nemico. Ai sanniti non restò altro che manovrare di conseguenza. Che la guerra fosse in atto non c’era da dubitarne ma sembrava che ognuno volesse costringere l’altra parte al primo decisivo atto di aperta e formale ostilità. La situazione di stallo tuttavia non evitò comunque che si verificassero sporadici scontri di pattuglie quasi che i due schieramenti volessero in un certo senso saggiare le rispettive forze.

            Una mattina il levar del sole rese evidente che il giorno della battaglia era arrivato in quanto i sanniti videro le truppe romane schierate in ordine di battaglia e pronte a muovere e a loro volta schieratisi per il combattimento attesero che fossero le truppe romane a prendere l’iniziativa. Si fronteggiavano circa ottantamila uomini in una giornata che si annunciava assolata ma di temperatura mite e quindi l’ideale per uno scontro. Il silenzio dell’attesa era in entrambi i campi rotto da segnali dati alla voce o con i corni e lungo le file i vari comandanti percorrevano gli schieramenti per gli ultimi controlli e le ultime raccomandazioni.

            Per Tauro, come per la maggiore parte dei sanniti, era la prima vera battaglia della loro vita perché mai si erano trovati coinvolti in scontri di così grandi dimensioni. Tutti sapevano che al termine della giornata uno dei due contendenti sarebbe risultato vincitore e che il prezzo della vittoria, come del resto della sconfitta, sarebbe stato altissimo in termini di vite umane .

            Tauro ed i suoi, costituendo il grosso della cavalleria, si tenevano in disparte pronti ad intervenire quando lo scontro avesse richiesto il loro impiego non escludendo, se necessario, la possibilità di intervenire appiedati per colmare eventuali vuoti determinatisi nelle proprie file o per dare maggiore irruenza ad una azione di sfondamento. Tauro aveva, infatti, sempre voluto che la preparazione dei suoi uomini ed il loro armamento permettessero questa duttilità di intervento e ciò rendeva le sue truppe, che Ponzio appositamente aveva escluse da quelle che avrebbero subito il primo impatto, utilissime nel prossimo combattimento .

            Furono i romani i primi a prendere l’iniziativa e a muovere verso il nemico che li attendeva su di un terreno di battaglia aperto e che nessuno dei due contendenti aveva fortificato proprio perché fino all’ultimo non si era ancora deciso il momento ed il luogo dello scontro.

Nessuno dei contendenti sembrava particolarmente favorito dal terreno e quindi affrontandosi in condizioni di assoluta parità e di eguaglianza numerica l’esito dello scontro sarebbe dipeso dall’elemento umano e dalle scelte operate sul campo .

            Quando i due fronti furono a contatto diretto entrambi gli schieramenti, lanciate le rispettive grida di guerra, furono coinvolti in un feroce e cruento corpo a corpo quasi sempre senza mutare posizione salvo alcuni altalenanti arretramenti o spostamenti di fronte. Sembrava quasi impossibile che due eserciti così numerosi, con il terreno ricoperto di morti e feriti, potessero ancora conservare una libertà di manovra, anche se questa andava progressivamente riducendosi, ed una parvenza dello schieramento iniziale.

            Improvvisamente le file romane dopo essere indietreggiate come se in fuga si aprirono e si vide, cosa insolita per un console romano, che il console Valerio Corvo alla testa della cavalleria si gettava nella mischia.

            Era giunto quindi anche il momento di Tauro che si gettò nella mischia e la cavalleria romana, colta di sorpresa e visto fallito il tentativo di sfondare le linee nemiche, si affrettò a ripiegare inseguita da quella sannita che presto rinunciò allo inseguimento vedendo che la linea fanteria romana si andava richiudendo pericolosamente alle sue spalle. Ritornando verso le proprie linee Tauro allargò i suoi cavalieri in modo di investire in pieno lo schieramento nemico e dare così il tempo alle file sannite di respirare della pausa loro concessa e di riorganizzarsi.

            Riprese quindi il serrato corpo a corpo dei due schieramenti ed anche Tauro con i suoi fu gettato nella mischia. La sera si avvicinava e non sembrava che nessuno dei due schieramenti dovesse prevalere, tutte le riserve erano state ormai gettate in campo e le truppe cominciavano a sentire il peso di quella massacrante fatica. In entrambi i campi si badava più che altro a tenere le posizioni e sembrava che l’intensità del combattimento andasse via via decrescendo. Ponzio correva lungo il fronte per incitare i suoi uomini ma si rendeva conto di trovarsi di fronte soldati stanchi che sembravano ormai attendere solo gli squilli di tromba che avrebbero annunciato il calare della sera e quindi la cessazione dei combattimenti.

Improvvisamente un urlo di trionfo levatosi dall’ala destra dello schieramento romano rese chiaro a tutti che lo schieramento sannita era stato infranto. Le conseguenze immediate furono un cedimento di tutto il fronte e un riaccendersi della combattività dei legionari romani.

            Faticosamente Ponzio e Tauro riuscirono a riportare un po’ di ordine evitando un cedimento di tutto il fronte sannita e per loro buona sorte gli stessi romani dovettero comprendere di non poter sfruttare oltre questo primo loro passo in avanti perché ormai il buio incombeva.

Certi di poter l’indomani avere la meglio sugli avversari stanchi e soprattutto crollati sul piano psicologico i comandanti romani dettero il segnale di porre fine ai combattimenti e tale segnale fu accolto da tutti come una liberazione ed i soldati stanchi si lasciarono crollare al suolo incuranti dei morti che li circondavano cercando di trovare in poche ore di sonno il necessario ristoro.

            Tauro si occupò di ricercare tra i caduti i feriti per trasportare lontani quelli trasportabili e per finire quelli per i quali ormai nulla poteva più essere fatto. Fu un compito penoso ma andava compiuto. Quando si ripresentò a Ponzio vide che questo con il grosso delle truppe stava velocemente ripiegando. Con rabbia chiese spiegazioni ricevendo una sconsolata risposta.

            – Non possiamo illuderci o farci false speranze. Se restiamo qui domani molti di noi cadranno morti o in mano romana. Il mio dovere,   anche se a malincuore, è quello di disimpegnare le truppe prima che mi sia impossibile farlo e sperare di ritrovare altrove una ulteriore possibilità di rivalerci su chi oggi ci ha messi in difficoltà. I sentimentalismi, i discorsi sul nostro orgoglio, il fatto che qualcuno domani ci rimprovererà di aver ceduto il campo al nemico non valgono certo il prezzo di sacrificare, ed inutilmente, ulteriori vite umane. Rassegnati Tauro e sogna con me che ci rifaremo. . . un giorno.

            – Il tuo è un ragionamento certamente corretto ma. . . è duro da accettare.

            – Non credere che sia diverso per me che non ritengo di avere personalmente delle colpe così come non le hanno i nostri soldati. Ripiego con la morte nel cuore sapendo che il mio nome sarà ricordato come quello di uno dei primi comandanti sanniti che lascia il campo di battaglia di fronte al nemico. Questo mi ferisce ma ho il dovere di fare quanto sto facendo. Perdere una battaglia è un conto perdere una guerra è ancora peggio.

            Le truppe di Ponzio approfittando del favore della notte e della scarsa attenzione dei romani iniziarono una silenziosa ed ordinata ritirata muovendo lontano da Capua, che veniva così a trovarsi libera dall’assedio, e puntando più a sud in direzione di Nola.

            Lo sconforto sannita aumentò quando giunsero notizie dall’altro fronte. i romani, guidati dal console Cornelio Cosso, avevano saputo capovolgere in loro favore una pericolosa situazione ed in pratica avevano assunto il controllo del circostante territorio capuano. infatti, i sanniti erano stati sopraffatti nei pressi di Saticola (Il luogo preciso della sua ubicazione è pressoché sconosciuto , perché, come tramandato da alcuni autori della storia romana e dalla tradizione popolare locale, essa fu completamente distrutta dai Romani). Il messaggero che aveva portato la notizia raccontò che l’esercito romano avendo imboccata una gola si era in pratica messo in balia dei sanniti che prima di colpire avevano atteso che tutto l’esercito invasore entrasse nella gola. Un ritardo che aveva permesso ai romani, ormai accortisi dell’imboscata, di occupare, non visti, una posizione alle spalle dei sanniti ed a questi sovrastante. Il comandante sannita a quel punto non sapendo se attaccare i romani chiusi nella gola o quelli che lo minacciavano alle spalle aveva atteso l’indomani per prendere una decisione. Nella notte una sortita dei romani aveva sorpreso i sanniti convinti di avere in pugno la situazione.  

            L’esercito di Ponzio Caudino saputo quanto era accaduto a Saticula aveva ripiegato su Suessula (oggi conosciuta come Cancello in pr di CE) ed era pronto, avendo riunito anche i superstiti della battaglia di Saticula, ad attendere il nemico che non tardò ad essere in zona.

            Gli osservatori sanniti inviati ad osservare le mosse del nemico riferirono che il campo romano sembrava di modeste dimensioni e sicuramente nello stesso non c’era la minima presenza di mezzi da soma e dei carriaggi delle salmerie.

Questa informazione convinse Ponzio che i romani avessero divise le proprie truppe e che il vicino campo, proprio per l’assenza delle salmerie, accogliesse solo una prima parte dell’esercito che li inseguiva e che il grosso fosse ancora in marcia.

            Decise quindi di lasciare parte delle sue truppe, poste sotto il comando di Tauro, a fronteggiare il campo romano e muovere con il grosso del suo esercito alla ricerca dei restanti reparti romani presumibilmente ancora in marcia e ritardati dalle salmerie . La decisione fu presa per evitare il ricongiungimento delle forze romane e nella certezza di poter affrontare i romani ancora in marcia e poi una volta riunito l’esercito muovere contro il campo nemico ma fu anche influenzata, dopo il recente veloce ripiegamento sannita,   dall’urgente necessità di impadronirsi delle salmerie romane indispensabili per la prosecuzione della campagna.

            La decisione del comandante sannita sarebbe risultata fatale. I Romani infatti, sperando di trarre in inganno il nemico, avevano lasciate indietro, e praticamente prive di difesa, le sole salmerie per cui nel campo che Tauro doveva fronteggiare era raccolto il grosso dell’esercito nemico. Non appena Ponzio fu sufficientemente lontano per poter mutare i suoi piani, i romani mossero contro il campo sannita che nonostante la strenua e disperata si rivelò indifendibile data la schiacciante superiorità numerica dei romani. Tauro pur colpito fin dai primi lanci di frecce resse il successivo corpo a corpo finché un giavellotto, scagliatogli contro da distanza ravvicinata, gli trapassò la spalla destra facendolo cadere tra i morti e feriti che si accatastavano sul campo.

Per il Cap. 18 Cliccare QUI

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1]  (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

1 COMMENTO

  1. Io non amo il tipo di narrativa di guerra, ma questa 17 parte–tecnicistica e chiaramente descrittiva dello scontro tra sanniti e romani, mi ha appassionata, perché cmq non ci sono scene cruente a tal punto che ti fanno veder fiumi di sangue caldo scorrere come fosse acqua fresca e dissetante!
    I complimenti sono però sinceri e dovuti!

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