Cap. 13 – I rivali di Roma – Tauro

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta

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Siamo nel 350 circa a.C., in questa parte tredicesima della storia romanzata [1] dedicata ai Sanniti, Taurio, figlio di Papio Pentro, decide di partire alla volta della terra pentra, di suo padre e dei suoi avi; lì incontrerà il suo popolo.

I rivali di Roma – Tauro – Parte tredicesima

Tauro prese quindi la via verso la Pentria ed il villaggio sui monti al quale la sua famiglia aveva origine. Oltre che per rispetto al volere paterno provava un gran desiderio di ritornare nella terra dei suoi avi che in pratica non conosceva pur avendo nel nome che portava un legame con essa.

            Suo padre, sempre occupato dalle molteplici attività, gli aveva chiesto di non tornare senza di lui nella terra nativa. La promessa era che un giorno avrebbero fatto insieme quel viaggio;  voleva essere la guida del figlio. Ora che non c’era più, la preclusione cadeva ma un espresso desiderio del padre spingeva Tauro su quella via.

            Messosi in cammino risalì il corso del Calore prima e del Volturno poi, attraversò la terra dei Caudini, ed infine raggiunse la terra dei padri provando una strana emozione che non si sarebbe certo aspettata. Essere sannita gli era sempre parso essere sufficiente senza dover sentire un ulteriore legame con una specifica parte del Sannio.

            Cresciuto in un ambiente cosmopolita, quale era la scuola del padre, aveva pur tuttavia notato come nei diversi allievi fosse forte il legame con la specifica terra di origine. Ora che era anch’egli sul suolo della sua “patria“, comprese che qualcosa del suo io si identificava con essa. Non avendo alcun limite di tempo al suo viaggio solitario, ne approfittò per compiere un ampio giro della Pentria e farsi una diretta idea della regione e soprattutto dei suoi abitanti. La natura montuosa della regione era ben diversa dall’Irpinia nella quale era vissuto e sembrava condizionare lo stesso atteggiamento dei suoi abitanti che gli apparvero ospitali ma schivi e piuttosto riservati nel rispondere alle sia pur normali domande che rivolgeva loro.

            Quando fu a Bovianum, la capitale della regione, rimase colpito dalle sue modeste dimensioni se paragonata a Maleventum. Fu, però, colpito dalla sua ricchezza e bellezza e dalla posizione che nelle belle giornate permetteva di spaziare su vallate ed altipiani tutt’intorno circondate da vette già coperte di neve. I grandi massi che sovrastavano il pianoro su cui sorgeva erano stati inglobati nelle mura che chiudevano la inaccessibile cittadella su tutto dominante. La città, vera e propria, si stendeva sul costone della cittadella spandendosi poi verso le circostanti campagne, una città dalle vie strette ed impervie quasi che si volesse chiudere al freddo che l’avvolgeva. Poche e relativamente piccole erano le piazze nelle quali si svolgeva prevalentemente la vita cittadina. In fondo, rivolto verso l’ampia vallata, il tempio ed il teatro completavano la struttura cittadina.

            Il tempio era la massima espressione della potenza del popolo pentro non tanto per le sue notevoli proporzioni e la ricchezza dei materiali utilizzati quanto per l’abbondanza e la preziosità delle offerte votive dei guerrieri che costituivano un vero e proprio tesoro.

            Rimase particolarmente affascinato dalla città e dalla bellezza di alcune donne incontrate nel suo girovagare per piazze e mercati e sempre più in lui emergeva un senso di appartenenza a quella terra selvaggia e montuosa.

            Essendo prossimo l’inverno la città era particolarmente vitale convenendo al suo mercato grande genti da tutta la regione e dai paesi vicini. Notò che a differenza di altri mercati si privilegiavano i prodotti utili a quelli voluttuari decisamente presenti in un numero esiguo rispetto agli altri. Le strade presto si sarebbero chiuse per le abbondanti nevicate e sembrava che tutti avessero urgenza di completare le provviste.

            Prolungò più del preventivato il soggiorno a Bovianum quasi potesse ritardare l’arrivo, peraltro agognato, alla sua meta finale distante non più di un giorno di marcia e che, nelle belle giornate, era perfettamente visibile, adagiata su un sottostante costone roccioso che divideva due ampie vallate. Discorsi di alcuni viaggiatori in transito lo convinsero tuttavia a partire, la neve aveva preso a cadere ed il sia pur breve viaggio avrebbe potuto creargli qualche problema. I lupi già giravano in branco intorno alla città e l’esperienza gli diceva che con le greggi ormai al riparo e la selvaggina sempre più rara avrebbero preso ben presto coraggio tanto da assalire un viandante solitario quale lui sarebbe stato in quell’ultima tappa.

            Pur con qualche difficoltà nella parte finale del viaggio quando dovette risalire il crinale sul quale sorgeva il villaggio paterno riuscì a raggiungere la meta prima che il buio divenisse totale.

            Il villaggio gli apparve come disabitato ma a quell’ora in una notte invernale sarebbe stato difficile aspettarsi qualcosa di diverso. Poche frettolose persone sostavano intorno alla grande fonte all’ingresso del villaggio e pochi altri, probabilmente di ritorno da poderi lontani, sospingevano asini e muli carichi di legna e provviste verso i ricoveri notturni. Con una certa trepidazione fermò un giovanetto domandandogli di indicargli la residenza dei suoi parenti ricevendone una indicazione che mostrava come i suoi sconosciuti parenti abitassero a circa due chilometri fuori del villaggio in un agglomerato di case che sembrava non avessero neppure una torcia ed un fuoco acceso.

            Fu a lungo incerto se percorrere quell’ultima breve distanza o se fosse preferibile rinviare all’indomani l’incontro. Optò infine per questa soluzione anche se gli poneva il problema di trovare una sistemazione per la notte in un villaggio che difficilmente gli avrebbe consentito di trovare una locanda aperta. Sentendo un ritmato martellare, tipico di un fabbro, provenire da una modesta casa all’ingresso del villaggio e vedendo al suo interno brillare delle luci, decise di provare a chiedere ospitalità per la notte. Quando bussò alla porta di quella che doveva essere una bottega da fabbro, come denotavano vari utensili posti al suo esterno, gli aprì un omone di gigantesca statura e muscolatura e con enormi baffi spioventi. L’uomo, che grondava sudore nonostante l’intenso freddo, lo squadrò con diffidenza, ma non certo preoccupato, stringendo fra le possenti mani una lunga spada arroventata alla quale, sicuramente, stava rifacendo il filo.

            Educatamente, qualificandosi per un viaggiatore proveniente dall’Irpinia, chiese ospitalità per la notte dichiarandosi disponibile a disobbligarsi per il disturbo arrecato: l’uomo lo squadrò con occhio attento valutando l’aspetto dello sconosciuto che sembrava persona sicuramente affidabile, ma prima di farlo entrare volle tuttavia sapere il nome del suo sconosciuto visitatore notturno.

            Il mio nome è Tauro Pentro, figlio di Papio – rispose.

            Quel nome sembrò operare una trasformazione immediata nell’omone che si affrettò a spalancare la porta mentre a gran voce si affrettava a svegliare le sue donne perché approntassero una degna ospitalità al suo ospite.

            In pochi minuti il fuoco della stanza fu riattizzato e su di un povero tavolo comparvero piatti di cibo prontamente riscaldati e posti davanti a lui che cercava di schernirsi di fronte a tanta gentilezza mentre ragazzini intimiditi dalla sua presenza ma eccitati da quell’improvvisa animazione si aggiravano intorno a lui andandosi a nascondere dietro il possente maniscalco se lui provava a rivolgere loro qualche domanda.

            Finché non ebbe consumato qualcosa delle provviste messegli davanti e bevuto generose porzioni di vino nessuno gli rivolse domande ma non appena sembrò essersi riscaldato e rifocillato fu sommerso da un diluvio di domande dal maniscalco divenuto improvvisamente loquace. Riuscì a cavarsela con poche risposte e preferì a sua volta chiedere notizie circa la sua sconosciuta famiglia. Sembrò allora che tutti i presenti volessero fare a gara per dargli quante più notizie possibili.

            Apprese così di aver un gran numero di anziani cugini, moltissimi nipoti, loro figli, e altrettanti figli di questi ultimi. Un vero clan il suo che abitava ancora la casa nella quale suo padre era nato anche se intorno alla stessa, con il crescere della famiglia, si erano andate via via aggiungendo nuove costruzioni, nuove stalle, magazzini e depositi. Era chiaro che i suoi parenti dovevano godere nella zona di grande prestigio e di una solida prosperità e che buon vanto per loro e motivo di ossequio da parte degli altri fosse il fatto di essere la famiglia di quel famoso maestro che era stato per il suo popolo Papio Pentro. Faticosamente, oppresso da sia pur tanta gentile ospitalità, riuscì infine a ritirarsi per la notte

            La mattina seguente conobbe infine la sua famiglia già riunita ed allertata, forse nottetempo, da uno dei tanti figli del gioviale maniscalco. Mani robuste e callose lo trassero contro petti vigorosi, strinsero la sua fra le loro, gli batterono ampie pacche sulle spalle. Facce sconosciute gli formulavano a raffica domande su di lui, sul padre, sul viaggio e su di una infinità di argomenti di ogni genere. Tutti sembrava avessero qualcosa da chiedergli, da dirgli o da offrirgli. Bevve più coppe di vino di quante mai avesse finora bevuto in una volta, assaggiò cibi e prodotti della loro campagna, baciò bambini, valutò animali, espresse pareri su una svariata serie di quesiti travolto da tanta confusione che tuttavia apprezzò oltre ogni limite lui che era sempre stato un solitario o abituato a ben altra confusione di quella che poteva regnare in una famiglia tanto numerosa e cordiale.

Fra se e se pensò, con terrore, dopo aver tentato di mandare a mente nomi e facce, che gli sarebbe stato impossibile l’indomani ricordare alcunché di quella caotica giornata in famiglia. Spiegò ai più anziani che era tornato per restare, ai più giovani narrò qualche sua esperienza militare, con le poche donne che comparivano e scomparivano portando ogni ben di dio si complimentò per la loro squisita cucina, con i più piccoli e timidi scambiò qualche scherzo quando si avvicinavano a lui per toccare le sue vesti cittadine ed i bagagli non ancora disfatti.

            Nei giorni successivi cominciò a mettere ordine tra nomi e facce, tra parentele e legami familiari dei singoli in un clima sempre festoso ma man mano scandito dalla quotidianità di una attività che non poteva fermarsi per il suo ritorno. Faticando non poco per essere accettato riuscì anche man mano ad inserirsi nelle attività lavorative giornaliere degli uomini scoprendosi particolarmente dotato e divertito da quella stancante ma piacevole massa di lavoro che coinvolgeva, con un ordine rigoroso e prestabilito, tutti i membri della numerosa famiglia. Certo all’inizio creò più volte la loro ilarità contagiosa per le sue continue domande che rivelavano la sua inesperienza ma si mostrò particolarmente prezioso nella contrattazione di alcuni scambi con mercanti di passaggio e nel gestire quel minimo di contabilità che una azienda familiare comportava. L’inserimento fu rapido e progressivo ed fu aiutato dalla sua completa disponibilità e dalla prestanza fisica che notò essere particolarmente apprezzata in un mondo rurale dove l’apporto di ulteriori braccia valide era sempre gradito.

            Reminiscenze dell’arte medica del padre gli permisero di risolvere alcuni problemi pratici e di proporre soluzioni da tutti entusiasticamente condivise ed apprezzate.

            Per lui cresciuto con due soli anziani genitori e che come compagni aveva avuto solo saltuariamente alcuni discepoli del padre, fu una esperienza piacevole quella di essere circondato perennemente da persone di famiglia e di scoprire un mondo tutto nuovo nel quale si andava via via riconoscendo. Si inserì anche progressivamente nella realtà del villaggio dove tutti non meno festosamente dei suoi parenti facevano a gara per conoscerlo e per coinvolgerlo nelle loro attività.

            Fra le tante persone conosciute ed incontrate aveva fin dai primi giorni del suo arrivo notata per la sua calma e pacata bellezza una ragazza di circa sedici anni con i capelli biondi come mai gli era capitato di vedere e si era sorpreso a pensare spesso a lei e ricercarla con lo sguardo fra gli altri. Il mondo in cui viveva la sua nuova esperienza di vita era un mondo prevalentemente di uomini dove le donne, ancor più di quanto anche succedeva a Maleventum, avevano poco spazio essendo le loro occupazioni prevalentemente svolte fra le mura domestiche e dove le loro rare comparse durante i banchetti si limitavano a sovrintendere che il lavoro del servire, svolto dagli schiavi, fosse all’altezza del nome della casa e dei suoi ospiti.

            Nei giorni che seguirono ebbe tuttavia l’occasione di rivedere la ragazza e accorgendosi che ella arrossiva sotto il suo sguardo si rese conto che anche lei cercava il suo sguardo pur abbassandolo non appena si sentiva scoperta.

            Informatosi molto discretamente apprese che il suo nome era Paculla e che faceva parte della sua famiglia ed era anche se in modo remoto una sua parente.

            Si innamorò di lei a prima vista e si sentì stranamente certo di un interesse della ragazza nei suoi confronti anche se facevano entrambi di tutto per evitarsi pur iniziando quando capitava a scambiarsi grandi sorrisi di saluto prima timidamente e poi sempre più apertamente.

Questo ultimo fatto rafforzò in lui la convinzione di essere tornato a casa.

Deciso a porre fine al suo stato di ospite presso la sia pur gentile famiglia espose al più anziano dei parenti, al quale tutti riconoscevano l’autorità del capofamiglia, il desiderio di comprare una vasta tenuta e di costruirvi sopra la sua casa. Alle rimostranze dell’anziano che lo assicurò come parte dei beni della famiglia appartenessero di diritto a lui per i diritti paterni mai fatti valere oppose il fatto di essere munito di un buon patrimonio che voleva investire e di una cospicua rendita su cui contare visto che un fedele amministratore gestiva con oculatezza i beni che ancora possedeva in Irpinia e che gli erano pervenuti dall’ eredità materna. Chiese quindi che lo aiutassero nella scelta di un fidato collaboratore sul quale fare affidamento in quanto pur riconoscendosi sempre più nella vita dell’agricoltore la sua naturale inclinazione era per la vita militare che lo avrebbe sicuramente tenuto frequentemente lontano da casa.

            L’anziano patriarca seppe pianificare ogni cosa secondo i suoi desideri ed in poco tempo poté disporre di un cospicuo numero di iugeri in proprietà, di un consistente numero di capi di bestiame selezionato e di un buon numero di schiavi da destinare alla conduzione del fondo e del bestiame. Come collaboratore prese il maniscalco che l’aveva ospitato al suo arrivo e che per una grave ferita ad una mano aveva dovuto lasciare la sua attività. Una scelta che si rivelò felice trovando in lui un grande lavoratore di una incrollabile lealtà. A lui ed alla sua famiglia assegnò una casa sulle sue terre desiderando per se costruirne una ex novo nel posto che avrebbe scelto.

            Comprati personalmente alcuni cavalli di gran pregio comprese alcune fattrici si dedicò alla costruzione della casa. Nella sua ampia tenuta aveva individuato in una chiusa vallata un laghetto circondato da un fitto bosco che con opportuni lavori di sbarramento aveva armoniosamente ridisegnato sfruttando la naturale bellezza del luogo. La casa sarebbe sorta su una collina non distante che gli avrebbe sempre permessa la vista del lago facilmente raggiungibile attraverso i boschi.

            Effettuata questa sua scelta si rese conto che la sua proprietà finiva per confinare, proprio al lago, con la proprietà dei genitori di Paculla. Rendendosi conto della pura casualità del fatto, pur rallegrandosene, non vi diede grande importanza anche perché assorbito com’era dalla sua nuova attività aveva avuto negli ultimi tempi minori opportunità di incontrare la ragazza alla quale pur tuttavia continuava a pensare.

            I lavori della costruzione della casa lo coinvolsero più di quanto avrebbe immaginato. Abituato a lussi da quelle parti ancora sconosciuti volle una casa ampia e piena di luce che gli potesse permettere di ospitare una famiglia numerosa ed anche un discreto numero di amici. Per i lavori si rivolse ad un architetto greco che aveva conosciuto in Irpinia al quale aveva anche chiesto di condurre con sè parte della manovalanza, prevalentemente campana, e materiali difficilmente reperibili sul posto. A poca distanza dalla casa costruì ampie scuderie per i cavalli e confortevoli alloggi e locali di servizio per i collaboratori. A lavori finiti fu particolarmente soddisfatto dei risultati conseguiti che facevano, non volendo, la sua tenuta come una delle più moderne e ricche del paese.

            Queste attività lo avevano impegnato per buona parte dell’anno successivo alla morte dei genitori e, quando le prime nevi caddero, realizzò che era trascorso un primo anno dal suo arrivo nella Pentria. Un anno ricco di tante piacevoli novità e che aveva dato una svolta alla sua vita. Perfettamente inserito nella realtà locale andava sempre più stringendo conoscenze ed amicizie nell’intera Pentria che sembrava accoglierlo con grande disponibilità.

            D’altro canto era pur vero che la sua preparazione culturale ed anche scientifica lo ponevano al di sopra della maggior parte degli altri anche, forse, della parte più colta ed attiva del paese ed a lui molti presero a rivolgersi per pareri e consigli o per studiare insieme nuove soluzioni a vecchi problemi. In ciò era aiutato dalla sua naturale semplicità di carattere e dalla disponibilità che portava anche gli anziani a non tener conto che egli avesse solo una ventina d’anni.

            Con altrettanta naturalezza finì per essere coinvolto prima e poi designato come comandante della locale organizzazione militare per lo più composta, salvo pochi veterani, da suoi coetanei. In parte, a sue spese, provvide a dotare la sua vereia di nuovi scudi che volle rigorosamente tutti eguali secondo l’uso sannita che voleva scudi oblunghi allargati verso la sommità per proteggere il petto e rastremati verso il basso per garantire scioltezza di movimento e in marcia ed in battaglia. Su tali scudi i soldati, riconoscendosi in lui totalmente, vollero che venisse sbalzata una testa di toro in onore del nome del loro comandante dando inizio a quella che sarebbe poi stata chiamata la vereia dei “taurini”. Altri simboli distintivi divennero gli elmi crestati già altrove adottati e le candide tuniche, di lino o di pelle secondo le stagioni, che venivano indossate sotto quella che veniva chiamata la “spugna e cioè un disco di robusto metallo brunito che copriva il petto mentre tre dischi più piccoli e oblunghi riparavano con la loro forma anatomica le spalle e la schiena. Nuova attenzione fu anche posta nell’approntamento dei lunghi giavellotti di frassino, delle spade e pugnali che completavano l’armamento.

            Il numero dei tauridi presto salì a circa un migliaio di unità per l’accorrere di giovani da altre parti della Pentria e si dovette attrezzare un nuovo campo per le esercitazioni e nuovi quartieri per quella che si andava delineando come una delle più organizzate formazioni militari della Pentria in grado di fornire all’occorrenza reclutatori ed addestratori di buon livello qualora si fosse dovuto mettere in campo un numeroso esercito.

            Altra occupazione cui si era dedicato con grande entusiasmo era l’allevamento dei cavalli e la preparazione degli stessi alle attività belliche. Se era vero che l’arma per eccellenza fosse la fanteria sempre più appariva evidente che la cavalleria avrebbe giocato un ruolo determinante nelle guerre future e a questo, con passione, dedicò il tempo libero da altri impegni.

            Poichè le sue giornate erano piene delle sue molteplici attività cercava il suo momento di completa solitudine e relax presso il lago che con tanta pazienza aveva plasmato secondo i propri desideri. Nella stagione fredda amava portarsi sulle sue rive per prepararsi da solo un pasto frugale, e non appena la mitezza del clima lo permetteva amava in piena notte prendere un solitario bagno che sembrava ridargli le forze perdute. Lo scroscio di una cascatella che portava acqua al lago era spesso l’unico rumore, oltre alle grida dei rapaci notturni, che gli faceva compagnia nelle meditazioni notturne che spesso, non poteva nasconderselo, lo riportavano al pensiero di Paculla o a sperare in qualche richiesta di intervento delle sue truppe in azioni di guerra.

            In primavera inoltrata messaggeri provenienti da Bovianum portarono a Tauro l’ordine di presentarsi senza indugio al Consiglio sannita e sperò che fosse giunto il giorno in cui la sua presenza fosse richiesta come soldato.

Spesso infatti negli ultimi tempi si era cominciato a sentire frustrato per quel continuo prepararsi ad una eventualità che sembrava non doversi mai presentare. Conoscendo i benefici della pace si augurava più che altro qualche incisiva missione sui confini del paese dove c’era sempre un vicino da riportare all’ordine o alla sottomissione. I suoi soldati, lo comprendeva bene, avevano in effetti bisogno di uno scontro che premiasse, al limite anche con un pò di bottino, le loro fatiche.

            Giunto al Senato sannita e presentatosi ad un anziano senatore che lo attendeva non poté non notare il disappunto di questi constatando la sua giovane età che forse non si aspettava. Ma il vecchio se anche lo aveva pensato sembrò non dare peso alla sua età   rivolgendosi a lui con voce pacata.

-Salute a te Tauro Pentro figlio di Papio. Ho molto sentito parlare del buon lavoro che stai conducendo con i tuoi soldati e altro non mi sarei potuto aspettare dal figlio di un nostro glorioso figlio quale era tuo padre Papio. Mi compiaccio con te e sono lieto che tu sia rientrato fra la tua gente. Tuo padre, se ben ricordo lasciò questa terra come soldato e combatté con Capi, ma non è più tornato fra noi che perdemmo un promettente soldato anche se il nostro popolo ha guadagnato uno studioso di chiara fama. In compenso ora abbiamo te a riprendere il posto di tuo padre con le armi in mano e siamo sicuri di poter fare pieno affidamento su te ed i tuoi uomini. Il nostro popolo ha bisogno ora di te.

            -Chiedi pure venerabile padre, sono pronto ad eseguire i comandi che vorrete darmi e posso garantire altrettanto per gli uomini che mi hanno voluto al loro comando.

            -Come tu sai, per aver fra l’altro accompagnato tuo padre a Roma, gli interessi del nostro popolo e di quello romano, hanno due punti cruciali di convergenza. La terra dei campani a mezzogiorno e la valle del Liri ad occidente. Il nostro accordo con Roma, concluso da tuo padre, in pratica ha sancita l’intesa che la terra dei declinanti Volsci venisse praticamente spartita fra noi e Roma riservando a noi la riva sinistra del fiume. I monti delle Mainarde pur così brulli e selvaggi sono molto importanti per noi per il controllo dei minerali che già gli etruschi vi estraevano in grande quantità. Riteniamo opportuno inviare nostre truppe in quella zona per scoraggiare ogni velleità dei Volsci a contrastarci o peggio ancora a guardare a Roma in nostro danno. Anche gli Ernici, alleati di Roma guardano con interesse la sponda sinistra del Liri ed è quindi opportuno mandare un segnale chiaro ai nostri ipotetici rivali. Roma, in rispetto degli impegni va espandendo il suo controllo sulla sponda destra e non ci opporremo certo se guarderanno a Sora, Satricum, Fabrateria e Luca, ma, dico ma, deve essere altrettanto chiaro a loro che Interamna, Casinum, Arpinum e Fregelle sono per loro intoccabili perché a noi riservate dai patti. Il fiume Liri deve finire per essere l’ideale confine tra i nostri popoli in quanto a tutti meglio di ogni altro visibile. Quando ciò sarà realizzato non sarà più possibile come ora alle volte accade che ci siano interferenze reciproche e se ci saranno sarà un segno di aperta ostilità.

Ti porterai in quelle terre con i tuoi uomini cui si aggiungeranno un buon numero di cavalieri caraceni e ti porrai sotto il comando di Sesto Ursidio che ti impartirà di volta in volta gli ordini operativi per la tua missione .

            -Ti ringrazio per l’incarico ricevuto e sarò ben lieto di rispondere a Sesto Ursidio del quale conosco il valore e le imprese compiute nelle terre dei Marsi dei Marrucini e dei Peligni, imprese che hanno resi più tranquilli i nostri confini settentrionali.

            -Il tuo ricongiungimento con Sesto Ursidio è previsto a due mesi esatti da oggi. Che gli dei siano con te e veglino sulle sorti del Sannio.

            Così congedato si affrettò ad uscire dal Senato ma venne trattenuto da vari senatori che saputo della sua presenza volevano conoscere il figlio di Papio e chiedere allo stesso notizie sul celebre genitore scomparso. Quando infine si ritrovò solo notò una imponente persona barbuta che sembrava essere da tempo fermo in disparte ad osservarlo. L’uomo vistolo solo gli si avvicinò e Tauro avendo tempo di osservarlo ne trasse un’impressione di simpatia dettata dallo sguardo aperto e lineare in un viso di trentenne che tutto poteva definirsi salvo che bello.

            -Salve Tauro Pentro- si presentò a lui-sono Sesto Ursidio. Ho appena saputo che presto opereremo insieme nelle terre dei Volsci e sono lieto di averti con me. Le notizie che riguardano i buoni soldati viaggiano rapide ed ho molto sentito parlare dei tuoi tauridi. Sarà un privilegio avervi con me.

            -Salute a te Sesto Ursidio, non prendere per piaggeria, perché ne sono alieno, il fatto che non mi sarei potuto augurare comandante migliore. Avrò molto da imparare da te e ne sono lieto.

-Vieni Tauro, bando ai formalismi ed ai complimenti reciproci, godiamoci questa giornata di fronte ad una buona brocca di vino. Ci conosceremo meglio così, siine certo!

Presolo per le spalle lo guidò d’autorità per le strette vie che circondavano il senato verso una taberna dove sembrava che tutti lo conoscessero e dove furono in molti ad alzarsi per stringergli le mani, battergli grandi pacche sulle spalle e chiedergli notizie di persone e luoghi.

Sesto Ursidio non si sottrasse a nessuno, ricambio di slancio strette di mano e colpi sulle spalle, rise rumorosamente di alcune battute salaci, ne lanciò egli stesso, presentò a Tauro, frastornato, un gran numero di persone che gli espressero la loro amichevole invidia per il fatto che fosse stato prescelto per la spedizione nella terra dei Volsci. Nonostante le abbondanti bevute i due comandanti sanniti riuscirono stranamente, in tanto frastuono, a discutere alcuni aspetti operativi della prossima campagna delle loro truppe, degli approvvigionamenti necessari e delle dotazioni.

Tauro apprese anche, fra un discorso e l’altro che Ursidio aveva una giovane moglie, un numero di figli che, tanti essi erano, fingeva di non ricordare e che pur possedendo un numero sterminato di greggi aveva un solo grande amore nella vita militare. Si lasciarono sentendo che fra loro si era creato un forte vincolo di simpatia e reciproca fiducia. Quando si salutarono ricordandosi il prossimo appuntamento Ursidio improvvisamente serio disse al nuovo amico:

            -Ricorda che seppure mi piace ridere e bere, e perché no acchiappare qualche verginella se capita, quando sono in guerra o tra i miei soldati posso diventare una belva se qualcuno osa disubbidire o male interpretare i miei ordini. Potrei in quei momenti spellare vivo chiunque senza badare se egli è amico o nemico. Tienilo a mente Tauro, penso che sia superfluo dirlo ma è corretto che io te lo abbia detto.

            Avendo tempo a disposizione Tauro decise di fare un giro per il mercato che dalla gente convenuta sembrava essere più grande del solito essendo, come apprese, una ricorrenza locale importante. Per sé in previsione della prossima campagna provvide a comprare dei robusti calzari ed un pesante mantello, comprò attrezzi per la sua tenuta e qualche regalo per i parenti più prossimi . Si dilungò a lungo per effettuare la scelta di una preziosa tunica che aveva deciso di regalare a Paculla pur senza averne un particolare motivo ma per il piacere di farlo. Quando l’ebbe comprata facendosi consigliare da una elegante forestiera incontrata per caso pensò, che pur essendo la più cara e la più bella potesse essere troppo poco e cercò qualcosa prezioso da aggiungere. Quando vide una fibbia d’oro con impressa una bellissima testa di toro non ebbe dubbi e, spendendo una vera fortuna la comprò. Dopo aver fatto questi ultimi faticosi acquisti gli venne di pensare che forse mai avrebbe avuta l’occasione o il pretesto per regalare entrambe a Paculla ma il solo fatto di averle comprate pensando a lei gli aveva dato, gioia.

            Fatte le spese pensò che non aveva nulla che lo trattenesse a Bovianum nonostante che a casa avesse detto che si sarebbe trattenuto fuori di casa per un paio di giorni e decise di prendere la via del ritorno. Il fatto di non dover rendere conto a nessuno del proprio tempo gli dette più che piacere un senso di profonda solitudine che cercò di scacciare mentre galoppava a tutta velocità verso casa.

            Arrivato al villaggio invece di dirigere verso casa, dove del resto nessuno lo attendeva, essendo una bellissima e tiepida sera diresse verso il suo lago desiderando di fare una nuotata e se ne avesse avuta voglia trattenersi a dormire sulle rive. Scaricato il cavallo lo lasciò libero di pascolare e spogliatosi si inoltrò nell’acqua fresca del lago. Quando stava per risalire a riva scorse una figura indistinta che dirigeva verso il lago e istintivamente si mise sulla difensiva pronto a sorprendere l’indesiderato intruso.

            Il cuore prese a battergli all’impazzata quando si accorse che lo sconosciuto altri non era che Paculla che veniva da casa verso il lago. Ebbe un momento di panico assurdo non sapendo se affrettarsi, pur se nudo, a riguadagnare la riva o se aspettare che la ragazza si allontanasse, comunque si affrettò a nascondersi alla sua vista dietro un cespuglio di canne ancora incerto sul da farsi.

            Paculla giunta in riva al lago si guardò intorno, come per accertarsi, come riteneva, di essere sola, poi portata una mano ai capelli li sciolse e slacciatasi la tunica si avviò lentamente verso l’acqua.

Il respiro di Papio si arrestò, l’oscurità avvolgeva la ragazza della quale ora che si stava immergendo nell’acqua distingueva a malapena la figura. Vide che procedendo nell’acqua si fermava di tanto in tanto per raccogliere nelle mani l’acqua e lasciarsela poi filtrare tra le dita sul corpo per abituarlo al successivo tuffo nell’acqua stessa.

            Quasi rispondendo ad una sua muta preghiera la luna bucò il fitto degli alberi; Paculla non si era ancora immersa nell’acqua che le arrivava ora alle ginocchia . Con stupore e gioia realizzò che era nuda e bellissima, e il solo fatto che non sapesse di essere vista, la rendeva ancora più nuda ai suoi occhi. L’avvolse di uno sguardo ammirato privo di ogni malizia o di sessualità. L’ammirava perché era bella da togliergli il fiato . L’acqua che lasciava scorrere sul corpo le aveva inturgidito i capezzoli del seno piccolo ma perfetto che ondeggiava libero al suo lento incedere verso l’acqua, e timidamente lo sguardo di Tauro la percorse tutta soffermandosi quasi, non volendo, sui suoi fianchi e sul triangolo, più scuro rispetto ai capelli, del pube

            Attese immoto che Paculla si distendesse nell’acqua immergendosi e, cercando di non fare il minimo rumore, uscì dall’acqua e si rivestì. Mentre già stava per allontanarsi d’impulso disfatto il pacco dei suoi acquisti ne tirò fuori la tunica e la fibbia e scivolando fra gli alberi andò a deporli sui vestiti che la ragazza si era tolti per prendere il bagno.

            Paculla, pensò, avrebbe capito chi fosse stato l’ignoto donatore e forse lo avrebbe perdonato della sua indiscreta presenza che aveva violato la sua intimità o almeno così sperò.

            Un paio di giorni dopo al mercato cittadino intravide Paculla ed il suo primo istinto fu di allontanarsi ma la ragazza gli sorrise nel modo consueto e diresse verso di lui.

            –Devo ringraziarti per i bellissimi doni. Pensavo che tu non fossi qui e fossi rimasto a Bovianum come avevi detto.

            -In effetti così doveva essere e la decisione di rientrare è stata improvvisa– rispose cercando di interpretare il viso della fanciulla per capire se dallo stesso potesse leggere ira, o imbarazzo dovuto alla sua indiscreta presenza notturna.

            Ma Paculla mostrava chiaramente di voler ignorare quanto era successo anzi, contrariamente al solito, incontrandolo non era arrossita. Tranquillizzato dal suo comportamento e per non lasciare cadere il discorso Tauro riprese a parlare per primo.

            –Dovrò presto partire con i miei per la terra dei Volsci.

            -Mi dispiacerà saperti lontano ma sono certa che da tempo attendevi qualcosa vhe ti portasse lontano dalla monotona vita del nostro villaggio.

            -E’ vero, sono contento ma. . . .

            -Ma cosa?

            -Penso che mi dispiacerà anche essere lontano. . . mi mancherà…. .

Stupendosi del suo quasi balbettio e del fatto che gli mancassero le parole o forse più che le parole le idee sentiva di voler dire qualcosa ma non sapeva cosa o come dirla. esattamente o come dirla.

            –Forse vuoi dirmi che ti mancherò? Mi farebbe piacere pensare che è a questo che volevi riferirti. Ma sappi che anche tu mancherai a me, mi manchi perfino quando mi sei vicino senza che io me ne accorga. Comunque sarò qui ad aspettarti, questo è il ruolo di una donna. Aspettare.

            Tacque qualche istante poi riprese a parlare.

            –Sono stata allevata all’antica, secondo la nostra tradizione che vuole che siano gli anziani del villaggio, presso i fuochi dell’estate, a decidere quali giovani possano prendere sposa e quale debba essere la loro sposa.

Paculla lasciatasi andare a questi discorsi nascosti nel suo cuore capiva di essersi spinta troppo oltre e troppo apertamente, ma sapeva che era giunto per loro il momento di aprire i cuori senza falsi pudori.

            –Spero che al tuo ritorno tu ti sia meritata, cosa della quale sono certa, la considerazione dei nostri anziani anche come soldato e nessuno potrà rifiutarti la sposa che sceglierai e che spero di essere io.

            Tauro comprese che Paculla si riferiva all’antica tradizione che voleva che il formarsi di nuove coppie ignorasse i sentimenti dei giovani sposi lasciando ogni decisione alle famiglie ma sopratutto agli anziani che, anche al di la delle intese familiari, per il superiore interesse della comunità potevano vantare il diritto di essere i soli responsabili delle scelte dei giovani in base ad una pura valutazione meritocratica di entrambi i componenti delle coppie che si dovevano formare.

La consuetudine permaneva, anche se ridotta a mero ricordo e rispetto di una antica tradizione, e nella festa nella quale si procedeva a formare le coppie di fronte alla comunità gli anziani in pratica non facevano altro che ufficializzare intese già raggiunte tra le varie famiglie degli sposi.

            –Farò di tutto per meritare che tu, la più bella e virtuosa delle nostre donne, venga destinata per l’uomo più meritevole e farò di tutto per essere io. Ma voglio che tu sappia che mi sono innamorato di te fin dal primo istante che ti ho vista e da allora non ho pensato ad altro che averti per sposa.

            -La stessa cosa è capitata anche a me-aggiunse di rimando Paculla- e quando sarai lontano il mio pensiero non ti lascerà mai.

            Solo quando Paculla, raccolto il cesto che conteneva gli acquisti fatti, si allontanò, Tauro notò che indossava la tunica che le aveva portato dal recente viaggio e che su di essa era la fibula d’oro che aveva accompagnato il regalo.

            Non tardò molto che Tauro ed i suoi si misero in viaggio per riunirsi al resto delle truppe. Quel giorno Tauro indossava un mantello bianco sul quale era ricamata una testa di toro. Era il regalo di Paculla ed era stato accompagnato dato un appassionato bacio che aveva ulteriormente suggellata la reciproca promessa.

 

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

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