VIII Canto di Altosannio – Il ciclo dell’anno

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Questo Canto di Gustavo Tempesta Petresine[1] fa parte di un suo libro di poesie intitolato “Ne cande[2]

Quattro Stagioni

.

  VIII Canto di Altosannio 
(ovvero, ciclo dell’anno)  

Era dicembre e minacciò la neve
Il demone che possedeva il cielo.
E seppellì di un bianco manto chiaro
un freddo odore
di pietre, di portali e di finestre.
Il calendario di frate indovino
riscuoteva successo,
e il frate cappuccino
nella novena di Natale
faceva invidia al Savonarola.
Terrorizzato tornavo a casa
allontanando lo zucchero che mi tentava;
nel mio cuore bambino tremava
un “miserere mei, Domine”
gennaio scintillava di un brillìo
gelato e dal naso ghiacciato
Il moccolo mellifluo colava.
Là, sotto il letto, come per decoro
si nascondeva il liquido bugliolo.
Freddo silenzio, rimestìo di cane,
e tutt’intorno
un murmure di Madre.
Fiacco febbraio:
odore di pere selvatiche
macerava rancore nella “conca,”
e rubicondo il grappolo chiccava
l’uva pendente di natura morta.
Acquattarsi di neve
nell’ansa della porta.
Poi venne marzo, e un pigolare giallo
accompagnò la quiete di cantina
e nella stia vicina la gallina
non si curava di essere spennata.
Un ciangottio di chiocciola,
un vapore,
un vagolare nebbia ai vetri rotti;
scomparso amore.
Aprile ci portò l’acqua di neve
e i rivoli fluttuavano di chiacchiere,
la sediolina impagliata a fiore d’uscio
con le comari a filare la lana.
La Pasqua anelava ansiosa
la settimana della pupa di pezza
e i “taralli” messi a lievitare.
Il faggio roseo rovente nel camino
continuava a scoppiettare
e nel “cutturo” appeso alla catena
bollore d’acqua e sale.
Cristo risorto scese dalla croce,
legò valigie con sfridi di spago,
poi si avviò aspettando la corriera
nostalgico di sera.
Maggio tornò con le passate cose
e portò cirri -rapidi velieri-
e soleggiò i rovi fra le case
donando un raggio al rosa delle rose.
Giugno con prepotenza nelle strade
sciamò di blu un chiudersi di scuola
e pigolando e saltellando allegri
giovani piume libere dal giogo.
Luglio e agosto strinsero un patto:
tapparono il cannello alla fontana
e un” pisciarello” magro e striminzito
filava lento abbeverando un gatto.
Settembre s’introdusse di soppiatto
e mitigò l’estate con la nebbia;
così ammantò di un umido pallore,
stoppie di grano, ventricoli di cuore.
Ottobre si appoggiò su rami spogli
e dai cartocci di foglie rinsecchite
sputò colori alla sua terra bruma.
Novembre che tardava venne ancora,
e sulle tombe adagiò la prima neve.
Ghirigori di vento inanellavano,
e ora urlano; dentro alle mie croci.

 

_____________________________
[1] Gustavo Tempesta Petresine, Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente.  Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”
[2] ‘Ne cande, nasce da un percorso accidentato,  da un ritrovare frammenti e “cocci” di un vernacolo non più parlato come in origine, da mettere insieme in un complicato puzzle. I termini sono proposti cercando di rispecchiare la fonetica che fu propria del parlare dei nostri nonni, ascoltati in prima persona e qui proposti. Il “canto lieto”, quello che trattava di feste, amori e piccola ironia dove si contemplava il fluire non privo di stenti, di un vivere paesano, è svanito negli anni.

Ne Cande...Copertina


Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

2 Commenti

  1. OGNI RIGO UNA METAFORA.
    OGNI METAFORA UN’IMMAGINE .
    OGNI IMMAGINE UNA SENSAZIONE.
    OGNI SENSAZIONE UN’EMOZIONE.!

    POTEVO DIRE SOLO : BELLISSIMO CANTO! BRAVO, GUSTAVO TEMPESTA PETRESINE , MAESTRO DI PAROLA E POETA!
    MA CI HO PENSATO SOLO ORA.

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