Canti popolari  dell’Altosannio 14-15

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Raccolti da Oreste Conti nel Libro “Letteratura Popolare Capracottese” edito da Luigi Pierro, Napli 1911[1]

Premessa ai canti  1-15

Eterno tema prediletto del popolo è l’amore. Da noi, per lo più, il giovine comincia inchiesa a volger lo sguardo alla donna amata, poi la segue alla fontana, e infine, a tarda notte, timidamente, le manifesta la sua passione.
La vergine, intanto, che ha tutto indovinato, dalla camera buia, ascolta, non vista, la serenata.
In ogni parola sale a lei l’immagine del suo adoratore, sin che cessato l’omaggio notturno, che è una rivelazione, i due giovani vanno a dormire, ma per riportare nel sogno il pensiero alla donna amata. Da quella notte, per la prima volta, la fanciulla perde la pace, la passione l’avvolge nelle sue spire, il cuore le vien rapito e crede di sognare ad occhi aperti. Il giorno dopo, qualche compagna compiacente le porta l’attesa ambasciata: l’amore è corrisposto, l’idillio incomincia.

 

 14

Tu, donna, la domenica sei fata,
il lunedì sei di paradiso,
il martedì sei un angelo beato,
il mercoledì ti fai di gioia e risa.
Il giovedì ti fai la testa bella,
il venerdì ammiri il tuo bel viso,
il sabato ti dono mille baci,
la domenica ce ne andiamo in paradiso.

15

Capelli folti, ricci, inanellati,
sempre davanti agli occhi li tenete,
cento lire darei a chi li intreccia,
e cento baci d’amore a chi li porta:
avete gli occhi di serpe nera
e i capelli di ritorta seta


[1] Nota dell’autore: per 4 anni, nel breve periodo delle vacanze estive, mi sono recato tutti i giorni nelle nostre remote campagne, a raccogliere i canti dei nostri montanari, or lamentevoli, or dolci, ma che sempre esprimono il sentimento del mistero della vita, la tristezza impenetrabile dell’ amore.
Inoltre l’autore ci ricorda quel che dicevano:
Giosuè Carducci: Voi potreste, o giovani, andar cogliendo in su la bocca del popolo, da provincia a provincia, la parola, il motto, la imagine, il fantasma che è testimonianza alla storia di tanti secoli; …… voi potreste così ricomporre la demopsicologia dell’Italia e dai monti alle valli, cooperante la natura, ritessere per tutto il bel paese la poesia eterna, e non più cantata, del popolo.
Giuseppe Giusti: So che amo il popolo vero e che mi tengo ad onore di battezzare nell’inchiostro i modi che gli nascono vivacissimi sulle labbra, e che molti non ardiscono di raccogliere, come se scottassero.

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