Campanilismo e Universalismo

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Ovvero, l’importanza dell’allargamento dei confini, nella mente e nell’anima.

di Giulio de Jorio Frisari [1]

Campanilismo
Campanilismo

E’ ora di dirlo a gran voce che l’interesse riferito al particolare riporta l’uomo al grado della bestia ferita, dell’animale che fiuta il pericolo e si rifugia negli antri, aggressivo alla prima sollecitazione. Il correlativo sociale è l’omertà e l’ostruzionismo, la non comunicazione. E’ il gatto nell’angolo, che s’inarca ad ogni apparizione, incapace di distinguere l’amico dal nemico.

Il distacco dalle urgenze immediate, la progettualità a lungo termine possono, oggi, rendere la dimensione del campanile aperta all’evoluzione globale. Invece la paura, la chiusura nel proprio egoismo – quello meschino che sperpera e non sa progettare sviluppo innovativo – sono atteggiamenti che riducono l’uomo allo stato di guerra perenne, all’instabilità, a quello stato psicologico in cui domina l’adrenalina stimolata dalla paura, situazione rinfocolata dalla guida in automobile che rende ogni individuo una dinamo di aggressività modificandone la condizione esistenziale di base, proiettandolo nelle atmosfere dell’acquisto compulsivo.

I dogmi da supermercato, l’inurbamento italiano a beneficio dei pescecani, vogliono il gatto atterrito: per fargli balenare fantasmatiche esistenze, per ingannarlo con involucri al neon dopo il bombardamento psichedelico (televisione internet ipad disco – emblematico il ritmo di M2O), per preparare l’epifania erotica, il colore seducente, la gamma cromatica adatta alla rétina atterrita. L’animale e la sopravvivenza tecnologica: schiavo del mezzo, invalido nella natura, pervertito dalla cattività. Un animale debole, insicuro, braccato. Il panico pervade la vittima predestinata frastornata per il macello della quotidianità. Oggi nelle metropoli l’uomo descritto da Tom Wolf, l’uomo radical chic che ricicla frasi fatte e si crede Voltaire, viene travolto dal particolare quotidiano, viene pilotato da emblemi per una possibile appartenenza a combriccole: un passaparola come telefono senzafili diffonde messaggi che si distorcono, di cui resta il nucleo generico, inconsistente, indimostrabile, luogo comune per slogan per logo-comune. Gira vorticosamente in una sarabanda dove ogni ora, ogni appuntamento, ogni affare sono forma del primigenio egoistico terrore. Il panico genera avidità – bulimia da sopravvivenza – si coniuga con l’avarizia, entrambe testimoniano un radicamento nella miseria del quotidiano e nell’ansia della lotta, terror mortis.

La selva dantesca della città – l’incipit dell’Inferno – racchiude perfettamente la dimensione del panico. L’allontanamento dalla ragione avviene nella lotta quotidiana dei burgensis, che li rende ciechi, che li riduce alla brutalità – Cerchi e Donati nella voce di Ciacco – fino a ritornare nello stato belluino della sopravvivenza: avidità del corpo e avidità della mente si comprendono, il corpo – base del significato – ingloba e giudica con il suo sguardo narrativo l’avidità astratta dei borghesi, la perversione dello spirito. Nella <<Monarchia>> la ricerca dell’unità superiore, l’Impero, è ricerca di ordine argomentativo e di una logica che si articoli come versus per la sacralità del Cristo nella storia.

Quanto può aiutare oggi l’<<adozione>> dei padri vissuti nel passato, beneficiando noi in gioco di specchi di quella prassi culturale – nella successione della casa imperiale – che ha fuso l’Impero alle Province e dunque ai cosiddetti Barbari, quanto il senso critico che – nutrito di cognizioni – ci fa comprendere le diverse dimensioni delle pause – gaddiane e plotiniane – nella storia.

Universalismo 3
Universalismo

I Sanniti hanno osservato gli orizzonti sterminati, hanno recuperato le tracce del Neanderthal – Sapiens, i manufatti, le cinte che completavano le morge, la strategia di controllo delle valli che risale all’Adelbergensis di Isernia. Guardiamo le valli e gli orizzonti dai monti, riconosciamo manzonianamente le tracce dei padri, distinguiamo i due mari dalle vette delle Mainarde: ci renderemo conto della ricchezza di un territorio che è segno di civiltà, che ha mosso l’uomo a costruire le prime rocche coniugandole con le vette, i crinali, i costoni, le morge, le valli. Osserviamo, dalle pendici della Maiella, il Pollìno: una immensa conca fertile, mite come un ventre materno ha accolto l’Homo che da Ceprano a Isernia fino a Venosa componeva le fondamenta dell’Europa: quelle radici oggi ci si offrono come un laboratorio dove applicare le teorie dei sistemi complessi da Saussurre a Maturana.

Scopriremo che il nostro respiro, la voce, l’anima e dunque la lingua sono insiemi olistici come l’ambiente: da esso prendono linfa traslandosi in dimensione sociale. E’ questo l’orizzonte che avevano i benedettini negli occhi che li affratella ai buddisti del Tibet, che ha reso sublime l’opera di Celestino V. Riflettiamo su tali culture dei monti e l’universalismo ci apparirà un dato vicino e concreto, un’esperienza di vita: i campanili saranno i nostri punti di riferimento.

 

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[1]  Questo articolo fa parte di un lavoro di ricerca, “dall’Europa all’Alto Molise-Vastese”, condotto dall’ Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore “Giovanni Paolo I” di Agnone, nell’anno scolastico 2009/2010.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

4 Commenti

  1. DEVO FARE I MIEI COMPLIMENTI AI GIOVANI STUDENTI CHE HANNO REALIZZATO L’ARTICOLO E COMLIMENTI AI LORO PROFESSORI CHE HANNO SAPUTO ALLARGARE L’ORIZZONTI A FATTI STORICI E CULTURALI DI RILIEVO, CREANDO GLI OPPORTUNI COLLEGAMENTI!

  2. L’articolo, colto e impegnato è davvero una lode all’universalismo, oggi più ancora di ieri, obbligato e necessario, perché il mondo si allarga con la conoscenza e nessuno può restare “un borghese piccolo piccolo”, rischiando la “perversione dello spirito”. Complimenti al corpo docente e ai giovani allievi!

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