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Calendimaggio

di Domenico Meo [*]

Antica Roma: I Floralia in onore di Flora

La festa del Calendimaggio celebra la primavera e l’avvento della nuova stagione agricola. Deriva le sue origini da antichi rituali pagani  propiziatori  della fertilità, ispirati al culto degli alberi e dei fiori. La simbologia dell’albero riunisce tutti gli elementi: l’acqua circola con la linfa, la terra si integra nel suo corpo attraverso le radici, l’aria nutre le sue foglie, il fuoco si sprigiona dal legno se lo si strofina.

 Tra il 28 aprile e il 3 maggio si svolgeva a Roma fin dal 238 a.C. una festa, i Floralia in onore di Flora, la dea che aveva la funzione di proteggere le piante utili e soprattutto gli alberi nel periodo della fioritura.[1] Il primo maggio, i Celti accendevano dei grandi falò, chiamati fuochi di Beltane.[2]

Fuochi di Beltane – Rievocazione

La consuetudine di festeggiare la primavera si riscontra in tutta l’Europa da tempi memorabili. “Centro ideale e materiale della festa è il maggio o majo, cioè l’albero o ramo d’albero nel quale la mentalità delle popolazioni primitive e rustiche vedeva l’essenza e il simbolo del potere germinativo e produttivo”.[3] «I riti primaverili del maggio si realizzano mediante:

– l’offerta di rami e fiori;
– l’elezione della regina o della sposa di maggio;
– l’innalzamento dell’albero e danza intorno ad esso;
– la questua con trasporto dell’albero o del ramo;
– la rappresentazione di un evento teatrale.
Questi elementi ricorrono da soli o variamente combinati e sovrapposti nei vari rituali di maggio».[4]

Nel solito tentativo di innestare le feste cristiane su quelle pagane, nel medioevo inizia la celebrazione del mese mariano. Evocando la Madonna, la creatura più alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine.

Mese mariano

La festa del Calendimaggio praticata ad Agnone fino alla fine degli anni Sessanta si chiamava Cuetramajje. Una prima testimonianza al riguardo è fornita da Giuseppe Cremonese nel Vocabolario del dialetto agnonese. Egli cita il termine Cuetramaje, dando la seguente spiegazione: festa popolare contadina del primo maggio, propria di questa contrada.

Una descrizione del Cremonese di fine ottocento ci consente di cogliere alcuni particolari della festa:[5]

«Nel mattino del primo maggio, alquanti contadini con pochi buontemponi paesani si uniscono all’uopo, scegliendosi un caporale. Questi, vestito d’un camiciotto bianco, con cintura di color rosso e cappello di paglia ornato di nastri, suona un tamburello, cantando a posa, e guidando la comitiva: fra cui uno porta sollevato in alto un tronco d’albero verde e fiorito con appesi diversi oggetti da mangiare, come salami, tortelli, dolciumi e simile, un altro suona il tamburo; e dei rimanenti chi porta vasi per accogliere la lessata, chi fiaschi di vino, ed altri recano canestri o cesti per le uova. Tutti assieme, seguiti da una frotta di monelli, che associano il coro nel canto, si muovono da un’estremità del paese che percorrono fino a sera, suonando e cantando; si fermano all’uscio di ogni casa per raccogliere le offerte, che consistono ordinariamente di lessata, uova, pane, vino ecc., e per ripetere la seguente cantilena:

 Coro
Maje, cuetra Maje la lesseata ‘mmocca maja.[6]

 Cantore

 Ecche Maje, recresce la semenza
l’uerie speica e le grane cumenza.

 Cuja ha ditte ca Maje nn’è venute
esca feure  ca le vaide vestute.

 Cuja ha ditte ca Maje nne va p’la terra
esca feure ca vaide scieure e jerva.

 Signaura patrauna spanne la mantrella
puezze vedaje sa figlia regenella.

 Signaura patrauna spienne ru maniere
puezze vedaje su figlie cavaliere.

 Signaura patrauna v’a vedaje a ru neide
se manca l’ueve damme la galleina.

 Signaura patrauna v’a spintrà la votte
Deje ‘guarda cuja te veascia ‘mmocca.

 Signaura patrauna tueglie ru presutte
se tieu nne tiè cuntielle dàmmere tutte.

 Signaura patrauna acconcia la lesseata
ca niue havaime je a st’antra keasa.

 

La seguente strofa si canta nel passaggio da una casa all’altra.

Allonga allonga fronna de velleana
La veja è longa, e tutta s’ha da feaie
».

(la traduzione è al punto [7])

Una seconda attestazione scritta, tratta dalla tesi della Amicarelli, ci conferma che il cerimoniale era in uso anche negli anni Cinquanta quando, «alcuni vecchietti del paese, portavano in giro, cantando, un grosso ramo di albero, (ru cuotramaje) a cui  appendevano i doni avuti dai paesani lungo il percorso (pane, vino, legumi, baccalà, cotenne di maiale). Schiere di ragazzi percorrevano le strade del paese, al seguito dell’albero, gridando a squarciagola: la lessata de ru mese de maje».[8] A tal proposito certi anziani, ricordano con piacere un protagonista de ru cuotramaje che si chiamava Andrea Balbi. Egli aveva coniato un ritornello che suonava così: Majje, majje, cuetra majje/la lessata mmocca a Ndrajja (maggio, maggio, cuetramajje, la lessata in bocca ad Andrea).

Una ricerca sul campo condotta da chi scrive ha evidenziato altri dettagli rilevanti che si vanno ad aggiungere a quelli già rinvenuti.

In contrada Villacanale, dove il rituale veniva effettuato abitualmente, fino al culmine degli anni Sessanta, gli informatori hanno puntualizzato con premura i caratteri fondamentali della festa  e l’esecuzione del canto di questua. A presiedere il gruppo dei maggianti, era un uomo vestito da contadino,[9] che recava in mano, un ramo di ciliegio guarnito con  spighe di orzo, gambi di fave fioriti e nastrini colorati; alla base del majo alcuni rametti appuntiti e privi di foglie servivano per infilare lardo, salsiccia, oppure qualche fetta piuttosto spessa di prosciutto (na lésca) o di pancetta (la vendrésca). Egli, seguito da una schiera di ragazzi, si fermava sotto ogni casa per cantare la maggiolata[10] e  ricevere in cambio lessata, vino, uova, salsiccia, ecc. Riportiamo qui di seguito il testo, completo anche di melodia.

Vuléme cumenzaje mprime mprime
vuléme laudaje pane e vine                      

 E’ rreviéte majje che l’Ascènza
l’uorie spica e le grane cuménza

 Chi l’à ditte ca majje né menute
èsca fore ca re véde vešctute

 Chi l’à ditte ca majje ne va pe la terra
èsca fore ca véde sciure e jèrva

E menute majje bbiélle bbiélle
ogni pèquera porta l’òjeniélle

 Signora patrona spiénne la mandrèlla
puozze vedajje ssa figlia regenèlla

Signora patrona sctura la votte
loche ce truove chi te vascia mmocca

Signora patrona va vedè ru nide
se nen ndruove l’uove dacce la hallina

Signora patrona taglia la vendrésca
ca Mingandògne ce s’arfresca

Signora patrona taglia ru presutte
se ndié cundiélle daccere tutte

Signora patrona acconia la lessata
ca nu éma ì a sct’aldra casa

 Nghéssa casa ce šta ru vecale
ce pòzza nasce nu figlie de nutare

 Nghéssa casa ce šta ru maniére
ce pòzza nasce nu figlie cavaliére

 Nghéssa casa ce šta la vessora
ce pòzza nasce nu figlie de signora

 Nghéssa casa ce štiéne le zetèlle
a tiémbe a tiémbe se mittene l’aniélle

 Puozze fa tanda salme de vine
pe quanda pile porta la faina

Puozze fa tanda salme de grane
pe quanda préte štiéne a ru campanare

Puozze fa tanda salme de fafe
pe quanda préte štiéne a Colle de Papa

a tiémbe a tiémbe se mittene l’aniélle

Se in qualche abitazione non riceveva l’offerta, cantava questa simpatica strofa:

Nghéssa casa scé levate l’ìuse
auanne che bbòjje se pòzza truà chiuse.[11]

Il ritornello: Majje Majje, Cuetramajje/la lessata mmocca majja veniva cantato a piacimento e non necessariamente alla fine di ogni strofa. Mentre nel passaggio da una casa all’altra si cantava:

 Allonga, allonga fronna de vellana
la terra é longa e tutta s’ara faje.

_______________________
Tratto dal  suo Libro , “Le feste di Agnone”, Edizioni Palladino di Campobasso 2001. Domenico MeoAbruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

[1]A. Cattabiani, Lunario, Mondadori, Milano 1994,  p. 143.
[2]
J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Boringhieri, Torino 1991, p. 720.
[3]
P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Einaudi, Torino 1955, p. 453.
[4]
R. Leydi, I canti popolari italiani, Mondadori, Milano 1973, p. 105.
[5]
Giuseppe Cremonese pubblicò sul “Giambattista Basile” un articolo intitolato: “La festa di Cuetra Maje in Agnone” (Sannio), VII, 5, 15 maggio 1889 [ ma stampato il 29 ottobre 1891].
[6]
Il ritornello, Maje, Cuetra majje la lessata in bocca a me. che per una questione di praticità non riportiamo, viene eseguito dal coro, all’inizio, dopo ogni strofa e alla fine del canto.
[7]
traduzione del testo: Ecco maggio, ricrescono le sementi,/l’orzo spiga e il grano comincia./Chi ha detto che maggio non è venuto/esca fuori che lo vede vestito./Chi ha detto che maggio non va per la terra/esca fuori che vede fiori ed erba./Signora padrona allarga la salvietta/possa vedere questa figlia reginella./Signora padrona prendi il ramaiolo/possa vedere questo figlio cavaliere./Signora padrona vai a vedere al nido/se manca l’uovo dammi la gallina./Signora padrona vai a spillare la botte/Dio protegga chi ti bacia in bocca./ Signora padrona prendi il prosciutto/se non hai il coltello dammelo tutto./Signora padrona prepara la lessata/che noi dobbiamo andare in quest’altra casa./Allunga, allunga foglia di nocciolo/la via è lunga e tutta si deve fare.
[8]
L. Amicarelli, Tradizioni popolari di Agnone, Tesi di laurea, Università di Roma, anno acc. 1952-53, p.112.
[9]
L’ultimo maggiante di Villacanale è stato Ermenegildo Ingratta detto capebanda. Egli soleva cantare la maggiolata anche a Belmonte del Sannio e nelle Contrade viciniore di Cupello, Vallocchie, Maranconi e Belladonna.
[10]
Il canto veniva eseguito solo dall’uomo che impersonava il maggio.
[11]
In quella casa si è levato l’uso/l’anno prossimo si possa trovare chiusa.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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